Autori

Guido Mina di Sospiro "Sottovento e Sopravvento"

Il poliedrico e multiforme teatro della vita: un romanzo di mari, amori e misteri.

Mina di Sospiro gioca con le parole, con il loro mistero, con il senso e l’assenza di senso, con la vita, fatta di codici astratti e di carne palpabile e danzante, folle e assetata, a volte perfino saggiamente folle. È attratto da tutto ciò che porta e indossa la vita, sopra e sottovento, sopra e sotto i vestiti, i gesti, i sorrisi ammiccanti, l’invito a esplorare i confini e a fare un passo oltre. La vita lo incuriosisce, lo attira, gli pone di fronte uno spettacolo variegato fatto di contrasti e chiaroscuri, il sublime e il becero, il pensiero e il salto ad occhi chiusi in un vortice o in un baratro. E allora lo scrittore la osserva, la corteggia, la fa bere e la fa parlare. Ha la conferma di quanto lieve e complessa sia, la vita, e che il suo significato è una sciarada con troppe soluzioni, o forse con nessuna, o entrambe le cose assieme. Non ha bisogno del re scozzese shakespeariano per confermare e confermarci quanto la vita sia “a tale told by an idiot”. Lo sa, ne ha preso atto da tempo, ma non si è fermato, non ha rinunciato a mettere le vele al vento. Anzi, si è ripetuto, come Hölderlin, che “l’uomo è un dio quando sogna, un mendicante quando riflette”. Ma non è sceso neppure a questo porto. Con la forza dell’istinto e di un possente vitalismo ha compreso che mischiando le due componenti in giuste dosi l’uomo può essere meno misero quando pensa e meno asceticamente incorporeo quando sogna. Basta rendere vivo il sogno, aggiungendo una porzione di follia, di avventura, di sudore, di adrenalina, di paura e attrazione: tramite un viaggio, un’esplorazione, una sfida, quindi, ancora, un gioco. Sempre sapendo, con un sorriso, che non c’è niente di più intrigante e divertente del gioco, e, al tempo stesso, non c’è niente di più serio. E che il gioco non è mai gratuito, impone attenzione, coinvolgimento assoluto, per capirne le regole sancite e soprattutto quelle nascoste, le più importanti. Alla fine, bisogna essere anche disposti a perdere, a capire che non c’è niente da capire, come cantavamo negli Anni Settanta, oppure che tutto ciò che si deve comprendere è che non tutto può essere compreso, è questo è il più secco e il più dolce dei colpi di vento. La narrazione di Mina di Sospiro vive di accostamenti e contrasti. Unisce oggetti, azioni e idee come un artista materico, e non si lascia abbattere se non combaciano gli angoli, anzi, ne esulta. Sconfina con gusto, deborda e ci trascina con forza gioiosa ed esuberante a bordo di una fantasia onnivora, poliedrica, multiforme, un teatro nel teatro della vita. Il susseguirsi delle scene, delle azioni, degli spunti e degli stimoli è rapido, incalzante. L’autore mette in pratica ciò che ha scritto in suo fortunato libro sul ping pong e sulla metafisica che ne è alla base; o, meglio, applica alla scrittura anche di questa polimorfa creatura letteraria l’istinto e la ragione del gioco da lui preferito: la necessità di correre e pensare allo stesso tempo. Fino a far coincidere le due istanze, senza distinguerle, senza separarle dalla naturalezza del respiro. Perché quell’istante di riflessione fuori tempo e fuori luogo farebbe cadere a terra la pallina e con essa la magia folle della passione che tutto assorbe, dell’affabulazione che rende tutto credibile, irreale nella realtà a cui scegliamo di dare corpo. Racconto di pirati, a tratti di moderna cappa e spada, tra malviventi e personaggi ambigui, bizzarri e disperati, ma senza resa né tregua, il romanzo è mille cose insieme, mille generi, toni, rimandi e allusioni, senza compiacimento, senza ammiccamenti. Quindi, è soprattutto anzi unicamente se stesso, un pezzo unico, originale. Non da collocare in qualche museo o catalogo ma da porre costantemente in un flusso, sia esso quello della lettura che della fantasia. Romanzo on the road, sulla strada del mare, ha bisogno di moto costante, non può sostare. Racchiude posti e volti inventati e al contempo è un documento ricco di riferimenti a luoghi esistenti, il Jackson Memorial, Palm Beach, la Florida, le Antille, i Caraibi, Cuba e mille altri luoghi collocati a metà strada tra il mare e il mito. Tra le righe, ma anche dentro, nelle pieghe più sensibili, è il resoconto di un mondo che siede sulle sdraio a strisce multicolori in luoghi di lusso tra il sole e l’ombra densa di sotterfugi e intrighi, la zona morta, ma brulicante di umanità, tra legalità e crimine, disperazione, fantasia e il sogno costante di un altrove risolutivo, una mossa a sorpresa che cambia le carte e rovescia i tavoli.  Il destino, lo si sa, si nutre di logiche sbalestrate. Nella seconda parte del libro Mina di Sospiro lo fa condurre da una nave senza timone, ricca di assonanze e richiami fascinosi: “Durante questa unica e irripetibile settimana astrale, gli eventi di ogni giorno saranno influenzati e talvolta addirittura decretati dalle divinità pagane. Quali? Quelle della mitologia latina e sassone, le due culture che hanno colonizzato il nuovo mondo e che evidentemente presiedono alla pari sul mar dei Caraibi. Le stesse divinità, infine, che hanno ispirato il nome dei giorni della settimana, sia nelle lingue d’origine latina, fra le quali lo spagnolo, che in quelle d’origine sassone, fra le quali l’inglese”. Un escamotage accattivante, del tutto coerente con lo spirito e l’animo che orientano il romanzo: lo scambio costante di colpi d’approccio e di schiacciate fulminee e secche tra il caso e l’uomo, tra il rischio, la pena e il piacere di non sapere mai se saremo sopravvento o sottovento, con la sola certezza del mutare costante. Consapevoli solo che, per dirla con le parole di una delle epigrafi del libro: “Non ci sarà sortita. Tu sei dentro e la fortezza è pari all’universo dove non è diritto né rovescio né muro esterno né segreto centro”. (Jorge Luis Borges, Labirinto). Questo romanzo ci chiede una cosa difficile ed esaltante: lasciarsi andare alla corrente. Chiudere gli occhi e abbandonarsi alle onde, oppure spalancarli, ma lasciando spazio a ciò che non si vede immediatamente, a quel senso di mistero che è, la trama ce lo indicherà gradualmente, un oro che non si può afferrare con le dita, ma che non per questo è privo di peso, anzi, contiene in sé il peso del tempo e dello spazio di tutti i secoli e tutti i sogni che abbiamo fatto e che ancora saremo in grado di fare. La narrazione sui generis di Mina di Sospiro ha un potere straniante, ci porta in un luogo che non c’è ma che, improvvisamente, con un sorriso, riconosciamo come nostro: un posto dove siamo già stati, o, più esattamente, dove abbiamo immaginato di andare, e, quindi, dove siamo stati veramente. Il romanzo ci fa lo stesso effetto che Christopher Foley, uno dei personaggi del libro, esercita su Ruth, una delle partecipanti alla spedizione: “Era venuta a sapere di lui indirettamente, investigando la storia del Belize e della  barriera corallina che Chris aveva aiutato certi oceanografi a esplorare. Da quanto aveva sentito e in seguito letto su di lui, l’aveva colpita come un essere umano tanto illogico che, prima ancora d’averlo conosciuto, ne era già stranamente attratta. ≪Un tuffo nell’irrazionale≫  pensò mentre si convinceva della bontà della propria decisione, ≪ecco cosa fa per me. Ci sarà da divertirsi≫”.

Gëzim Hajdari

Gëzim Hajdari: storia del dissidente fra Albania e Italia.

Gëzim Hajdari, ci racconti un po’ di lei, delle sue origini, della sua famiglia.  Sono nato nel 1957, in Darsìa. (Lushnje), in Albania, in una famiglia di ex-proprietari terrieri e commercianti, i cui beni sono stati confiscati durante la dittatura comunista di Enver Hoxha. Negli anni ’30 la mia famiglia possedeva due negozi nel pieno centro della città di Lushnje, una macchina, centinaia di ettari di terreni, boschi e bestiame. Mio padre a sedici anni si unì alla Resistenza partigiana. Dopo la guerra studiò a Tirana come geometra-ragioniere. Ha lavorato per alcuni anni presso l’ufficio del catasto di Lushnje, città dove è nata anche mia madre. Nur è una donna semplice e generosa come la madre terra. È cresciuta con le suore italiane, che avevano il convento vicino a casa sua. I suoi genitori lavoravano come agricoltori. Sono molto legato a Nur, che è sempre presente nella mia opera. Quando mio nonno, Velì Hajdari venne dichiarato kulak, i dirigenti del Partito comunista decisero di licenziare mio padre. La casa di mio nonno veniva frequentata dai dervish, membri della confraternita mistica dei bektashi, di cui faceva parte anche la mia famiglia. Per il resto della sua vita mio padre ha lavorato come pastore di buoi della cooperativa comunista ricevendo a fine mese dallo Stato i soldi che bastavano solo per comprare il pane quotidiano. Ogni mattina, quando andava nei campi, nel sacco, insieme al desinare, Nur gli metteva un romanzo da leggere. Era un grande lettore, amava i classici russi, francesi e inglesi. Nelle notti invernali ci raccontava le saghe che aveva letto durante la giornata. Attorno al caminetto, in silenzio, noi bambini ascoltavamo rapiti. Spesso, ci commuovevamo al suo raccontare. Alla luce pallida della candela ci lacrimavano gli occhi. Il racconto più struggente fu la storia di Anna Karenina. Una volta mia madre gli disse, mentre asciugava il volto, «Basta Rizà con questi romanzi, i figli si commuovono». Ma egli non smise mai di raccontare ciò che leggeva di giorno mentre pascolava i buoi. Ogni sera ci sedevamo attorno al caminetto, aspettando con impazienza di ascoltare una nuova saga. Il resto della mia vita appartiene alle lotte per la libertà e per la democrazia del mio Paese, denunce contro i crimini della dittatura comunista di Hoxha e contro gli abusi e le speculazioni dei nuovi regimi mascherati, disillusioni, minacce di morte, fughe, esili, condanne al silenzio da parte della mafia politica e culturale di Tirana; più di dodici anni di mestieri diversi come manovale per sopravvivere, sia in Patria che in Occidente, studi infiniti, viaggi in Africa, in Asia e nel sud del mondo testimoniando diverse e dimenticate realtà, spesso rischiando anche la vita. Lei ha iniziato giovanissimo a comporre poesia, come è nata questa passione? Ho iniziato a scrivere al primo anno delle medie, all’età di undici-dodici anni. La persona che mi ha fatto innamorare della la poesia è stato mio nonno paterno e poi mio padre, il quale recitava a noi bambini, prima di dormire, i canti epici dedicati ai guerrieri leggendari quali «Mujo», «Halil», «Gjergj Elez Alia» e  «Aikuna piange il figlio Omero». Mentre della la lirica popolare mi fece innamorare lo zio di mia madre Selìm. Quando frequentavo le medie nella città di Lushnje, spesso dormivo dai miei nonni materni. Questo accadeva quando faceva brutto tempo e non potevo tornare nel villaggio. Allora preferivo trascorrere la notte presso i miei nonni anziani. Mio nonno era molto affezionato a me, diceva a mia madre che assomigliavo a lui. Suo fratello Selìm aveva fatto il nizam, così venivano chiamati in turco i soldati albanesi che combattevano per conto della Sublime Porta di Istanbul, durante il dominio degli Ottomani nei Balcani. Egli aveva combattuto in Iran e Iraq per diversi anni. Non si sposò, visse il resto della sua vita con i ricordi degli anni del nizam. Ogni persona che incontrava gli raccontava la sua vita da soldato nei deserti lontani. I suoi racconti mi affascinavano molto. Spesso Selìm, dopo avermi raccontato dei lunghi viaggi per i deserti, degli addestramenti faticosi, delle battaglie feroci con i nemici dell’impero Ottomano, della morte dei suoi commilitoni, iniziava a cantare con una bellissima voce dei canti che raccontavano di tutto questo. Ho portato sempre con me l’amore per i canti dei nizam. Finché un giorno decisi di tradurre questo patrimonio inestimabile del popolo albanese in italiano. Il volume «I canti dei nizam / Këngët e nizamit» è stato pubblicato nel 2012 da Besa Editrice.           Quali sono stati i primi autori che ha letto e quali quelli che hanno lasciato un’impronta su di lei?  Le opere degli autori che ho letto mentre frequentavo le medie e i primi anni del Ginnasio sono: «Le Quartine» di Omar Khayam; «Il Gulistan» di Saadi Shiraz; «Anna Karenina» di Tolstoj, i racconti di Čechov; le liriche di Puskin, Sergej Esenin ed Éduard Bagrickij; «Il Demone» di Lermontov; «Foglie d’erba» di Walt Whitman; «I quartieri del mondo» di Jannis Ritsos; «Decameron» di Boccacio; «Il De rerum natura» di Lucrezio; «L’inferno» di Alighieri; «La Saga dei Forsyte» di Galsworthy; i racconti dello scrittore indiano Krishan Chander; «Il rosso e il nero» di Stendhal e le liriche di Heinrich Heine. Questi grandi autori, tradotti magistralmente in albanese, hanno segnato per sempre il mio destino di poeta. Come ha vissuto la relazione con la sua passione durante gli anni del regime? Gli anni del regime di Enver Hoxha albanese rimarranno sempre un mistero per me, ma anche per gli albanesi. Nessuno di noi sapeva quello che accadeva nel cuore del potere comunista, per non parlare poi dei campi di internamento e delle prigioni. Nulla trapelava al di fuori delle mura dei recinti della dittatura del proletariato. E forse nulla si saprà dato che l’altra metà della verità storica si nasconde negli archivi segreti, ormai ‘ripuliti’, dai regimi post comunisti di Tirana. Quindi un poeta come me viveva tra passione per la poesia e il terrore. Quando si inaspriva la lotta di classe, la mia famiglia veniva etichettata come nemica del partito comunista, invece quando la lotta di classe viveva un periodo di ‘pausa’ riuscivamo a vivere. Sono testimone vivente di molti arresti: “In nome del popolo siete in arresto!” da parte del Sigurim, la polizia politica del regime. Dopo ogni cittadino arrestato, la gente sussurrava: “Chissà a chi toccherà domani!”. Si poteva finire dietro le sbarre anche per una ‘parola’, per una ‘metafora’ oppure per un ‘sogno’. Io avevo come compagno di banco nel Ginnasio Jozef Radi, figlio dell’intellettuale Lazer Radi, perseguitato politico, il quale viveva nel campo di internamento di Savër, Lushnje. Davanti al mio Ginnasio di tanto in tanto, passavano i carri militari carichi di uomini, donne e bambini deportati. Venivano da tutte le parti del Paese, per passare il resto della loro vita nei lager della mia città. Mentre furgoni con i finestrini bloccati dalle sbarre, portavano i prigionieri politici. Sono state le letture dei classici che mi hanno ‘salvato’ e, allo stesso tempo, temprato la mia consapevolezza di poeta nei tempi bui della storia albanese. Mentre il paesaggio brullo e mistico della mia provincia collinosa di Darsia mi dava un po’ di conforto negli anni della mia gioventù. Quando avvenne la scelta di abbandonare l’Albania? Quali furono le ragioni che la spinsero a tale scelta? Nell’inverno del 1991, sono stato tra i fondatori del Partito Democratico e del Partito Repubblicano della città di Lushnje, partiti d’opposizione, e fui eletto segretario provinciale per i repubblicani nella suddetta città. Sono cofondatore del settimanale di opposizione Ora e Fjalës. Più tardi, nelle elezioni politiche del 1992, mi sono presentato come candidato al parlamento nelle liste del PRA, ma non venni eletto. Nel corso della mia intensa attività di esponente politico e di giornalista d’opposizione, ho denunciato pubblicamente e ripetutamente i crimini, gli abusi, la corruzione economica e culturale, nonché le speculazioni della vecchia nomenclatura di Hoxha e della più recente fase post-comunista. Anche per queste ragioni, a seguito di ripetute minacce subite, sono stato costretto, nell’aprile del 1992, a fuggire dal mio Paese. Del resto, capì che il cosiddetto cambiamento democratico albanese non era altro che un gioco sporco deciso già a tavolino. La vecchia nomenclatura comunista di Enver Hoxha, con l’aiuto dei ‘poteri oscuri’ dall’oltre Oceano, si sono impossessati di nuovo del potere politico, economico e culturale del Paese delle aquile. I cosiddetti ex-perseguitati politici durante il comunismo, invece di fondare un loro partito, per aprire la strada ad un cambiamento radicale dell’amministrazione, della società e dello Stato,  preferirono dividere il potere e le ruberie con i loro boia. È così che è stato ucciso definitivamente il sogno della libertà, della vera democrazia e della sovranità dell’Albania. Come sono stati i primi anni da emigrante? I primi anni in Italia sono stati molto duri. Avevo trentacinque anni e dovevo iniziare da zero. In tasca non avevo nessun centesimo, prima di partire da Durazzo avevo in tasca i soldi del biglietto solo di andata. Avevo perso tutto. Sconfitto. Per sopravvivere ho dovuto lavorare come pulitore di stalle, zappatore, manovale, aiuto tipografo. E nel frattempo frequentavo un’altra facoltà in Lettere Moderne alla Sapienza di Roma pagando tutte le tasse universitarie, oltre l’affitto di casa e da mangiare. Era l’inizio degli anni ’90. L’Albania a quel tempo si identificava con le prostitute, con gli assassini, i ladri, stupratori. Un poeta come me dove essere tre volte più bravo dei suoi colleghi italiani e quelli che provenivano da altri Paesi. Le domande provocatorie nei miei confronti in quanto uomo di cultura e cittadino albanese erano all’ordine del giorno. Inoltre dovevo scrivere sia in albanese che in italiano dato che non avevo lettori albanesi. Le prime raccolte poetiche le ho pubblicate di tasca mia. Non conoscevo nessun editore italiano. Ci voleva denaro e tempo per andare a contattare degli editori nelle grandi città. Io lavoravo dalla mattina e rientravo a casa la sera e non potevo fare nulla. È il caso di raccontare un fatto triste che mi è accaduto durante i primi mesi in Italia. A quel tempo facevo dei lavori saltuari come manovale, i datori di lavoro a volte mi pagavano, a volte no. Nei primi mesi trovai rifugio presso alcuni miei connazionali. La casa dove loro risiedevano era stata offerta dal Comune, quindi non pagavano affitto. Questi signori all’inizio mi hanno ospitato, poi un giorno mi cacciarono di casa. Li ho pregati di stare ancora qualche settimana affinché trovassi un lavoro che mi poteva permettere di affittare una stanza, ma nulla da fare. Mi ricordo che andavo in giro per la città bussando casa per casa chiedendo lavoro, ma appena le persone sentivano la parola ‘albanese’, chiudevano la porta dicendomi: “Vada via, siete dei ladri e criminali!”. Forse avevano ragione, nei primi anni ’90 gli albanesi occupavano le prime pagine della cronaca nera sui giornali e dei media italiani. Finché un giorno ho trovato lavoro come manovale presso una piccola ditta edile. Finalmente sono riuscito a trovare alloggio in un rudere disabitato da mezzo secolo dove l’affitto era basso. Perché sceglieste di vivere in Italia? Ho scelto l’Italia perché i nostri popoli hanno condiviso lo stesso destino durante la storia. L’Italia è stata sempre la grande porta che ha collegato l’Albania con il resto dell’Europa. E poi la lingua e la cultura italiana mi è stata sempre molto familiare. Non dobbiamo dimenticare che la letteratura albanese è nata in latino. Quali erano allora i rapporti che aveva con la classe intellettuale italiana, come fu l’accoglienza? I primi anni per me sono stati anni di fatica enorme, sofferenza e grande angoscia esistenziale. Non c’era tempo per fare “l’intellettuale“. L’intellettuale in Italia e all’estero lo facevano i poeti e scrittori del realismo socialista di Tirana, che insieme ai loro colleghi perseguitati fino a ieri durante il regime comunista, venivano nominati addetti culturali, ambasciatori, direttori della Fondazione Soros, oppure venivano ospitati nelle residenze di scrittura ovunque per Europa. Quei pochi poeti come me che denunciavano pubblicamente gli abusi, la corruzione e i traffici tra mafia e governanti, venivano etichettati come nemici dell’Albania.  Per me si trattava di lottare giorno e notte per …

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La mia intervista integrale per Gazeta DITA.

Intervista di Entela Resuli su Gazeta DITA Anita, dove sei nata e quando? Sono nata a Durazzo l’8 novembre 1985.  Come è stata la tua infanzia, che ricordi hai? Come vi dicevo, sono nata a Durazzo, ma da subito i miei genitori mi hanno mandata dai nonni a  Rrubjekë, un piccolo paese dell’entroterra albanese, i quali mi hanno cresciuta per 11 anni. Che ricordo hai della tua partenza per l’Italia? È stato un giorno particolare, un pomeriggio di fine maggio. Mia madre mi venne a prendere dai nonni. Come ho scritto nel mio articolo sul giornale italiano “Il Fatto Quotidiano”, la cosa che mi porto nel cuore di quel giorno, furono le parole di mio nonno, il quale nel sentire la mia frase “Nonno, me ne vado. Vado in Italia”, mi fece una carezza e mi disse “Brava, diventa una brava bambina italiana.” Lo abbracciai, senza sapere in quel momento che quella sarebbe stata l’ultima volta in cui lo avrei visto. Chi c’era con te? Arrivata a Durazzo, ci preparammo alla partenza. Ero con mia madre, mia sorella e mio fratello, e insieme ci imbarcammo in direzione di Bari. Quel giorno, al porto di Durazzo, c’era un gran caos. Anarchia totale. Ricordo la paura che avevamo tutti. Ricordo che spesso parlavamo di quel gommone che era partito alla volta di Otranto, dove oltre 100 connazionali avevano trovato la morte durante la traversata nel Canale di Otranto. Insomma, con i cuori stretti in un pugno, ci affidammo tutti alla sorte. Come sono stati gli anni da emigrante? I primi anni in Italia sono stati molto difficili. La mia fortuna è stata che mia madre era in regola con i documenti. Lei, insieme a mia sorella di 4 anni e mio fratellino, che allora aveva soltanto 9 mesi, partì con la prima nave del 1991. Quindi aveva avuto modo di conoscere l’Italia e di inserirsi lavorativamente. Faceva e tuttora fa la sarta. Per me è stato molto difficile l’inserimento a scuola in Italia. Ero sbalordita nel vedere la differenza di trattamento che i docenti avevano nei confronti degli allievi. In Italia, l’alunno ha sempre ragione, mentre in quell’Albania, dove ero cresciuta io, la ragione era solo del maestro, il quale spesso si sfogava picchiandoci duramente, e spesso aveva torto. La mia scuola albanese era così articolata: la prima, la quinta, la sesta e l’ottava elementare, prendevano le lezioni la mattina, mentre la seconda, la terza e la quarta prendevano lezioni il pomeriggio. Credo che fosse composta così perché non c’erano abbastanza classi per soddisfare tutti. Io ero la comandante di tutte le classi del pomeriggio.  Ricordo un giorno in particolare. “Shkolla ga-ti-tu! Komandantët e klasave të marrin nxënësit brenda.” In fila indiana tutti si avviarono in un silenzio reverenziale. Poi entrò lui, il maestro. Ricordo che aveva le mani tozze, era appena rientrato da Tirana; a noi alunni ci avevano detto che lui andava spesso nella Capitale, perché lavorava in politica. Non so per certo se era la verità (o solo un modo per darsi un tono), ma quell’uomo ci faceva paura, a tutti.  Noi studenti albanesi, più o meno, siamo passati tutti sotto le mani unte di quel maestro, ma quello che ne ha sofferto di più fu Ceni, un ragazzo ribelle ma nello stesso tempo fragile. Quel giorno era la mia ora. Il maestro mi chiese di distribuire i compiti in classe. Composta, mi alzai e diedi il compito con il voto ai miei amici. Quando mi avvicinai alla mia compagna di banco, vidi che aveva preso un 5 meno, anche se non aveva fatto neppure un errore. Allora mi avvicinai alla cattedra e chiesi al maestro spiegazioni, spiegazioni che conoscevamo tutti; la mia amica era povera e non sempre aveva vestiti puliti e quindi veniva denigrata. Lui si ritrasse, era disturbato e con la faccia stanca. Mi chiese di sedermi al mio banco, e che il mio compito era finito. Ma io non volli mollare. Gli chiesi di cambiarle il voto, altrimenti avrei strappato il registro di classe. Lui sorrise. Io tremavo. Ci fissammo per qualche istante, e comprendendo che lui non avrebbe cambiato posizione, presi fiato e lo sfidai strappando il foglio. Uno schiaffo potente arrivò dritto in faccia, e mi fece cadere all’indietro. Dalla paura mi pisciai addosso. Il fiocco rosso che avevo tra i capelli, volò contro il muro. Lui si alzò dalla cattedra, e mi trascinò in quel corridoio buio per poi prendermi a pestarmi senza pietà. Urlai con tutte le forze, ma nessuno mi soccorse. Silenzio.  “Sei una parassita” disse.  “Bolscevico!” gli urlai contro.  Quel giorno tornai a casa piena di lividi, e il sangue che mi usciva dal naso. Spesso nelle mie notti più buie, mi torna in mente quell’episodio; quell’uomo di cui ricordo ancora il nome. Allora insegnava alla scuola elementare di Rrubjekë. Si chiamava Abdyl Zeza. Spero davvero che non ci siano più persone così nelle scuole albanesi, come in quelle di tutto il mondo.  Nel frattempo hai fatto le scuole in Italia, che percorso di studi hai scelto? Ho finito le scuole medie in un piccolo paese, Cepagatti, in provincia di Pescara, e mi sono iscritta al Liceo Classico. Successivamente scelsi di intraprendere la strada accademica, e venni presa all’Accademia d’Arte Drammatica di Roma “Corrado Pani”, dove mi sono specializzata in drammaturgia e regia teatrale.  Successivamente, dopo gli studi, mi presi un anno libero per capire cosa avrei dovuto fare della mia vita, e mi misi a lavorare; facevo la cameriera in un ristorante in Via dell’Anima, vicino a Piazza Navona a Roma, la cui proprietaria era albanese. Mi resi subito conto che il mondo del cinema e del teatro in Italia, era una realtà troppo compromessa per me. Qui, per accedere al sistema dello spettacolo, devi fare provini “speciali” per cui io non ero e non sono mai stata disposta a scendere a compromessi. Ho sempre avuto la sensazione che una donna che viene da realtà di sofferenza, da un paese in smobilitazione, che ha subito atrocità di ogni tipo, è una donna che può essere facilmente succube, che si può addomesticare, magari anche soltanto con la commiserazione. Se poi una donna compiace il desiderio di certi uomini, può essere vista inconsapevolmente, in certi casi, come un trofeo di caccia in una società ancora a trazione “testosteronica”. In tutto questo c’è un “ma” dovuto all’intelligenza che una donna può avere, e questo può spiazzare e rendere furioso il misericordioso ominide di turno.  Così nel 2009 mi iscrissi alla Facoltà di Lettere e Filosofia specializzandomi in Scienze Storiche (Storia medievale, moderna e contemporanea), e diedi la tesi “Albania – Italia 1922/1943” discussa con il Prof. Emerito in Relazioni Internazionali, Giancarlo Giordano. Poi da lì la mia vita cambiò.  Perché hai scelto questa facoltà? L’indirizzo in Storia e Filosofia non fu casuale, ovviamente. Della prima ne avevo bisogno per capire le mie radici ma soprattutto per comprendere chi fossi, della seconda, Filosofia, mi servivo per dare la giusta interpretazione ai fatti che avevo vissuto; e poi ho fatto il liceo classico, per cui avevo una buona base, grazie alla conoscenza della lingua latina e greco antico.  Adesso di cosa ti occupi? Ho scritto per testate giornalistiche importanti in Italia, come Il Fatto Quotidiano, con Marco Travaglio, che nel 2013 era il vicedirettore e oggi direttore, piuttosto che al The Huffington Post di Lucia Annunziata, o per la pagina culturale de Il Giornale, il quotidiano fondato da Indro Montanelli. Ho scelto personalmente di rendermi indipendente, e così alla fine ho aperto un mio Blog che onestamente non credevo che in così poco tempo avrebbe riscosso così tanto consenso nell’opinione pubblica italiana e albanese. Penso che il mondo dell’editoria stia cambiando faccia, e per questo che ho scelto di mettermi nella posizione più comoda, di dire ciò che voglio diventando io stessa l’editore. E la cosa funziona. La gente legge e si avvicina. Il mio blog non è supportato da nessun finanziamento privato, né in forma pubblicitaria e né in forma di contributo economico, e questa è la mia linea editoriale e di pensiero che voglio seguire nel tempo per non condizionare mai la mia libertà di espressione.  Sei anche inserita nei media italiani, scrivi puntualmente per The Huffington Post, di quale tematica vi occupate maggiormente? Io mi occupo di geopolitica internazionale e di politiche d’immigrazione e d’integrazione. Scrivo di storie come quella del piccolo Aylan, Adnan il ragazzo scappato dal Kashmir, ecc., e poi ho avuto l’onore di intervistare nomi come il geopolitico di fama mondiale Parag Khanna o l’autore televisivo ed esperto di comunicazione Carlo Freccero, ecc. Quanto è presente l’Albania nei tuoi scritti? Beh, mettiamo una cosa in chiaro: io parlo molto dell’Albania e anzi, l’anno prossimo uscirà un mio saggio storico che tratta del periodo pre Hoxha, mentre tra la fine del 2017 e inizi 2018, uscirà il mio primo romanzo che sarà pubblicato da un grande editore di cui per ora non posso fare il nome; sarà ambientato in parte in Albania. Dunque, come dicevo l’Albania è un Paese molto particolare, e la sua storia può essere da monito per comprendere le verità dinamiche che ci vengono trasmesse dalle segreterie di Stato dei vari Paesi Europei. L’empasse politica in cui l’Europa versa a causa del fattore immigrazione, può trovare un’interpretazione con i fatti accaduti negli anni ’90 in Albania. Ciò che sta accadendo oggi nel mondo, non è altro che una ripresentazione dello scenario di quel periodo. In quegli anni l’Europa, o per meglio dire l’Italia, aveva assaggiato in piccola parte una realtà, l’immigrazione di massa, che oggi, possiamo dire stia cambiando la faccia del mondo. Io credo che questo, ancora oggi, non è altro che la punta dell’iceberg rispetto ai scenari che ci si presenteranno in futuro.  Hai mai pensato di fare ritorno e vivere in Albania? Onestamente non ci ho mai pensato seriamente, ma non lo escludo neanche a priori. Oggi vivo a Londra con mio marito, e per ora faccio un po’ avanti indietro per motivi di lavoro. Secondo te, quali sono i lati positivi e negativi dell’Albania? Dunque, l’Albania ha una posizione strategica per le politiche internazionali. Lo aveva durante la seconda guerra mondiale e ce l’ha tutt’oggi. L’area geografica vulnerabile fa sì che i riflettori siano sempre accesi su questa parte dei Balcani, un po’ per la situazione irrisolta che c’è nel Kosovo e un po’ perché la realtà multi-religiosa che ha da sempre caratterizzato l’Albania, e di cui dobbiamo essere invece orgogliosi, viene vista da certi ambienti destrorsi in Europa, come un elemento di fragilità, e quindi instabilità.  Molti giovani vogliono espatriare dall’Albania, cercano una vita migliore all’estero, cosa ne pensi di questo desiderio? Questa è una realtà che viviamo anche in Italia, mi rallegra, se così posso dire, constatare che non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Siamo un po’ tutti esterofili. Ci sono due tipi di emigrazione giovanile: i giovani professionisti che si vedono costretti a partire perché si sentono ignorati e umiliati da politiche che non avvalorano il loro talenti, e giovani non specializzati che vedono nell’emigrazione l’unica chance per tentare la sorte e trovare una vita migliore altrove.  Nel frattempo abbiamo letto l’intervista/incontro tra te e Bujar Lako, come e perché l’hai fatto? Le cose andarono così: nel 2012 vivevo in Francia, avevo finito di scrivere la mia sceneggiatura; così avevo iniziato a pensare alla parte più difficile: trovare i fondi per realizzarlo. Un mio caro amico, pianista e compositore molto amato in Italia, Ekland Hasa, mi telefonò chiedendomi se poteva girare la mia sceneggiatura via mail a Bujar. Ovviamente accettai. Devo essere onesta: io non avevo idea della fama che Bujo godeva in Albania, ero troppo piccola quando sono partita per cui quando lui mi telefonò ero felice, ma non lo vivevo come una fan. Quindi l’incontro fu davvero naturale. Avevo di fronte un uomo che non si comportava come una star, anche se di fatto lo era. Bujo era una persona riservata, educata, sapeva ascoltare il prossimo, ed era sempre garbato con tutti.  L’hai definito con il termine di “papà”, perché?  Dunque, ricordo che il …

La mia intervista integrale per Gazeta DITA. Leggi tutto »