Cultura

Gëzim Hajdari

Gëzim Hajdari: storia del dissidente fra Albania e Italia.

Gëzim Hajdari, ci racconti un po’ di lei, delle sue origini, della sua famiglia.  Sono nato nel 1957, in Darsìa. (Lushnje), in Albania, in una famiglia di ex-proprietari terrieri e commercianti, i cui beni sono stati confiscati durante la dittatura comunista di Enver Hoxha. Negli anni ’30 la mia famiglia possedeva due negozi nel pieno centro della città di Lushnje, una macchina, centinaia di ettari di terreni, boschi e bestiame. Mio padre a sedici anni si unì alla Resistenza partigiana. Dopo la guerra studiò a Tirana come geometra-ragioniere. Ha lavorato per alcuni anni presso l’ufficio del catasto di Lushnje, città dove è nata anche mia madre. Nur è una donna semplice e generosa come la madre terra. È cresciuta con le suore italiane, che avevano il convento vicino a casa sua. I suoi genitori lavoravano come agricoltori. Sono molto legato a Nur, che è sempre presente nella mia opera. Quando mio nonno, Velì Hajdari venne dichiarato kulak, i dirigenti del Partito comunista decisero di licenziare mio padre. La casa di mio nonno veniva frequentata dai dervish, membri della confraternita mistica dei bektashi, di cui faceva parte anche la mia famiglia. Per il resto della sua vita mio padre ha lavorato come pastore di buoi della cooperativa comunista ricevendo a fine mese dallo Stato i soldi che bastavano solo per comprare il pane quotidiano. Ogni mattina, quando andava nei campi, nel sacco, insieme al desinare, Nur gli metteva un romanzo da leggere. Era un grande lettore, amava i classici russi, francesi e inglesi. Nelle notti invernali ci raccontava le saghe che aveva letto durante la giornata. Attorno al caminetto, in silenzio, noi bambini ascoltavamo rapiti. Spesso, ci commuovevamo al suo raccontare. Alla luce pallida della candela ci lacrimavano gli occhi. Il racconto più struggente fu la storia di Anna Karenina. Una volta mia madre gli disse, mentre asciugava il volto, «Basta Rizà con questi romanzi, i figli si commuovono». Ma egli non smise mai di raccontare ciò che leggeva di giorno mentre pascolava i buoi. Ogni sera ci sedevamo attorno al caminetto, aspettando con impazienza di ascoltare una nuova saga. Il resto della mia vita appartiene alle lotte per la libertà e per la democrazia del mio Paese, denunce contro i crimini della dittatura comunista di Hoxha e contro gli abusi e le speculazioni dei nuovi regimi mascherati, disillusioni, minacce di morte, fughe, esili, condanne al silenzio da parte della mafia politica e culturale di Tirana; più di dodici anni di mestieri diversi come manovale per sopravvivere, sia in Patria che in Occidente, studi infiniti, viaggi in Africa, in Asia e nel sud del mondo testimoniando diverse e dimenticate realtà, spesso rischiando anche la vita. Lei ha iniziato giovanissimo a comporre poesia, come è nata questa passione? Ho iniziato a scrivere al primo anno delle medie, all’età di undici-dodici anni. La persona che mi ha fatto innamorare della la poesia è stato mio nonno paterno e poi mio padre, il quale recitava a noi bambini, prima di dormire, i canti epici dedicati ai guerrieri leggendari quali «Mujo», «Halil», «Gjergj Elez Alia» e  «Aikuna piange il figlio Omero». Mentre della la lirica popolare mi fece innamorare lo zio di mia madre Selìm. Quando frequentavo le medie nella città di Lushnje, spesso dormivo dai miei nonni materni. Questo accadeva quando faceva brutto tempo e non potevo tornare nel villaggio. Allora preferivo trascorrere la notte presso i miei nonni anziani. Mio nonno era molto affezionato a me, diceva a mia madre che assomigliavo a lui. Suo fratello Selìm aveva fatto il nizam, così venivano chiamati in turco i soldati albanesi che combattevano per conto della Sublime Porta di Istanbul, durante il dominio degli Ottomani nei Balcani. Egli aveva combattuto in Iran e Iraq per diversi anni. Non si sposò, visse il resto della sua vita con i ricordi degli anni del nizam. Ogni persona che incontrava gli raccontava la sua vita da soldato nei deserti lontani. I suoi racconti mi affascinavano molto. Spesso Selìm, dopo avermi raccontato dei lunghi viaggi per i deserti, degli addestramenti faticosi, delle battaglie feroci con i nemici dell’impero Ottomano, della morte dei suoi commilitoni, iniziava a cantare con una bellissima voce dei canti che raccontavano di tutto questo. Ho portato sempre con me l’amore per i canti dei nizam. Finché un giorno decisi di tradurre questo patrimonio inestimabile del popolo albanese in italiano. Il volume «I canti dei nizam / Këngët e nizamit» è stato pubblicato nel 2012 da Besa Editrice.           Quali sono stati i primi autori che ha letto e quali quelli che hanno lasciato un’impronta su di lei?  Le opere degli autori che ho letto mentre frequentavo le medie e i primi anni del Ginnasio sono: «Le Quartine» di Omar Khayam; «Il Gulistan» di Saadi Shiraz; «Anna Karenina» di Tolstoj, i racconti di Čechov; le liriche di Puskin, Sergej Esenin ed Éduard Bagrickij; «Il Demone» di Lermontov; «Foglie d’erba» di Walt Whitman; «I quartieri del mondo» di Jannis Ritsos; «Decameron» di Boccacio; «Il De rerum natura» di Lucrezio; «L’inferno» di Alighieri; «La Saga dei Forsyte» di Galsworthy; i racconti dello scrittore indiano Krishan Chander; «Il rosso e il nero» di Stendhal e le liriche di Heinrich Heine. Questi grandi autori, tradotti magistralmente in albanese, hanno segnato per sempre il mio destino di poeta. Come ha vissuto la relazione con la sua passione durante gli anni del regime? Gli anni del regime di Enver Hoxha albanese rimarranno sempre un mistero per me, ma anche per gli albanesi. Nessuno di noi sapeva quello che accadeva nel cuore del potere comunista, per non parlare poi dei campi di internamento e delle prigioni. Nulla trapelava al di fuori delle mura dei recinti della dittatura del proletariato. E forse nulla si saprà dato che l’altra metà della verità storica si nasconde negli archivi segreti, ormai ‘ripuliti’, dai regimi post comunisti di Tirana. Quindi un poeta come me viveva tra passione per la poesia e il terrore. Quando si inaspriva la lotta di classe, la mia famiglia veniva etichettata come nemica del partito comunista, invece quando la lotta di classe viveva un periodo di ‘pausa’ riuscivamo a vivere. Sono testimone vivente di molti arresti: “In nome del popolo siete in arresto!” da parte del Sigurim, la polizia politica del regime. Dopo ogni cittadino arrestato, la gente sussurrava: “Chissà a chi toccherà domani!”. Si poteva finire dietro le sbarre anche per una ‘parola’, per una ‘metafora’ oppure per un ‘sogno’. Io avevo come compagno di banco nel Ginnasio Jozef Radi, figlio dell’intellettuale Lazer Radi, perseguitato politico, il quale viveva nel campo di internamento di Savër, Lushnje. Davanti al mio Ginnasio di tanto in tanto, passavano i carri militari carichi di uomini, donne e bambini deportati. Venivano da tutte le parti del Paese, per passare il resto della loro vita nei lager della mia città. Mentre furgoni con i finestrini bloccati dalle sbarre, portavano i prigionieri politici. Sono state le letture dei classici che mi hanno ‘salvato’ e, allo stesso tempo, temprato la mia consapevolezza di poeta nei tempi bui della storia albanese. Mentre il paesaggio brullo e mistico della mia provincia collinosa di Darsia mi dava un po’ di conforto negli anni della mia gioventù. Quando avvenne la scelta di abbandonare l’Albania? Quali furono le ragioni che la spinsero a tale scelta? Nell’inverno del 1991, sono stato tra i fondatori del Partito Democratico e del Partito Repubblicano della città di Lushnje, partiti d’opposizione, e fui eletto segretario provinciale per i repubblicani nella suddetta città. Sono cofondatore del settimanale di opposizione Ora e Fjalës. Più tardi, nelle elezioni politiche del 1992, mi sono presentato come candidato al parlamento nelle liste del PRA, ma non venni eletto. Nel corso della mia intensa attività di esponente politico e di giornalista d’opposizione, ho denunciato pubblicamente e ripetutamente i crimini, gli abusi, la corruzione economica e culturale, nonché le speculazioni della vecchia nomenclatura di Hoxha e della più recente fase post-comunista. Anche per queste ragioni, a seguito di ripetute minacce subite, sono stato costretto, nell’aprile del 1992, a fuggire dal mio Paese. Del resto, capì che il cosiddetto cambiamento democratico albanese non era altro che un gioco sporco deciso già a tavolino. La vecchia nomenclatura comunista di Enver Hoxha, con l’aiuto dei ‘poteri oscuri’ dall’oltre Oceano, si sono impossessati di nuovo del potere politico, economico e culturale del Paese delle aquile. I cosiddetti ex-perseguitati politici durante il comunismo, invece di fondare un loro partito, per aprire la strada ad un cambiamento radicale dell’amministrazione, della società e dello Stato,  preferirono dividere il potere e le ruberie con i loro boia. È così che è stato ucciso definitivamente il sogno della libertà, della vera democrazia e della sovranità dell’Albania. Come sono stati i primi anni da emigrante? I primi anni in Italia sono stati molto duri. Avevo trentacinque anni e dovevo iniziare da zero. In tasca non avevo nessun centesimo, prima di partire da Durazzo avevo in tasca i soldi del biglietto solo di andata. Avevo perso tutto. Sconfitto. Per sopravvivere ho dovuto lavorare come pulitore di stalle, zappatore, manovale, aiuto tipografo. E nel frattempo frequentavo un’altra facoltà in Lettere Moderne alla Sapienza di Roma pagando tutte le tasse universitarie, oltre l’affitto di casa e da mangiare. Era l’inizio degli anni ’90. L’Albania a quel tempo si identificava con le prostitute, con gli assassini, i ladri, stupratori. Un poeta come me dove essere tre volte più bravo dei suoi colleghi italiani e quelli che provenivano da altri Paesi. Le domande provocatorie nei miei confronti in quanto uomo di cultura e cittadino albanese erano all’ordine del giorno. Inoltre dovevo scrivere sia in albanese che in italiano dato che non avevo lettori albanesi. Le prime raccolte poetiche le ho pubblicate di tasca mia. Non conoscevo nessun editore italiano. Ci voleva denaro e tempo per andare a contattare degli editori nelle grandi città. Io lavoravo dalla mattina e rientravo a casa la sera e non potevo fare nulla. È il caso di raccontare un fatto triste che mi è accaduto durante i primi mesi in Italia. A quel tempo facevo dei lavori saltuari come manovale, i datori di lavoro a volte mi pagavano, a volte no. Nei primi mesi trovai rifugio presso alcuni miei connazionali. La casa dove loro risiedevano era stata offerta dal Comune, quindi non pagavano affitto. Questi signori all’inizio mi hanno ospitato, poi un giorno mi cacciarono di casa. Li ho pregati di stare ancora qualche settimana affinché trovassi un lavoro che mi poteva permettere di affittare una stanza, ma nulla da fare. Mi ricordo che andavo in giro per la città bussando casa per casa chiedendo lavoro, ma appena le persone sentivano la parola ‘albanese’, chiudevano la porta dicendomi: “Vada via, siete dei ladri e criminali!”. Forse avevano ragione, nei primi anni ’90 gli albanesi occupavano le prime pagine della cronaca nera sui giornali e dei media italiani. Finché un giorno ho trovato lavoro come manovale presso una piccola ditta edile. Finalmente sono riuscito a trovare alloggio in un rudere disabitato da mezzo secolo dove l’affitto era basso. Perché sceglieste di vivere in Italia? Ho scelto l’Italia perché i nostri popoli hanno condiviso lo stesso destino durante la storia. L’Italia è stata sempre la grande porta che ha collegato l’Albania con il resto dell’Europa. E poi la lingua e la cultura italiana mi è stata sempre molto familiare. Non dobbiamo dimenticare che la letteratura albanese è nata in latino. Quali erano allora i rapporti che aveva con la classe intellettuale italiana, come fu l’accoglienza? I primi anni per me sono stati anni di fatica enorme, sofferenza e grande angoscia esistenziale. Non c’era tempo per fare “l’intellettuale“. L’intellettuale in Italia e all’estero lo facevano i poeti e scrittori del realismo socialista di Tirana, che insieme ai loro colleghi perseguitati fino a ieri durante il regime comunista, venivano nominati addetti culturali, ambasciatori, direttori della Fondazione Soros, oppure venivano ospitati nelle residenze di scrittura ovunque per Europa. Quei pochi poeti come me che denunciavano pubblicamente gli abusi, la corruzione e i traffici tra mafia e governanti, venivano etichettati come nemici dell’Albania.  Per me si trattava di lottare giorno e notte per …

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Dastid Miluka

Dastid Miluka: l’artista che dipinge l’Albania!

Dastid Miluka è un artista albanese, un pittore per l’esattezza. Dastid, nelle sue creazioni, ama giocare con i suoi personaggi attraverso un gioco di luci e ombre che sono rappresentativi della realtà. Una parata di immagini contrastanti, colori sgargianti, luci e movimento esplorano il teatro della vita, che trova l’equilibrio nel riflesso dei sogni e degli spettri di Dastid. Dastid vive a Bruxelles, e su Anita.tv racconta il suo percorso partendo dalle sue origini, per poi parlare del viaggio che lo ha condotto fuori dai confini della sua madre patria. Dastid, raccontaci qualcosa di te. Dunque, sono nato a Tirana nel lontano 15 settembre del 1974.  Che ricordi hai della tua infanzia? Ho avuto una infanzia felice, ne ricordo la pienezza e la ricchezza di quel periodo. Quando parlo di “ricchezza” non mi riferisco alla ricchezza monetaria, poiché in quel periodo tutte le famiglie albanesi erano “uguali”, nel senso della condivisione della ricchezza che “apparteneva” al popolo, o almeno questo auspicava il principio della dittatura comunista, mi riferisco ad un altro genere di ricchezza. Io, fortunatamente, ho avuto la possibilità di vivere e di conoscere almeno tre diverse realtà di Tirana e questo mi ha permesso di venire a contatto con diverse realtà sociali che mi hanno dato, di conseguenza, l’opportunità di accrescere la mia sensibilità verso le tematiche sociali che noi bambini di quel tempo affrontavamo. La mia è stata un’infanzia felice, piena.  In quale periodo hai abbandonato l’Albania, e quali ricordi rimembri? Ho lasciato Tirana dopo gli anni ’90 per poi vivere alcuni anni in Grecia. Successivamente, sono rientrato in Albania e dopo un periodo, abbastanza lungo, nel 2003 ho deciso di trasferirmi a Bruxelles, in Belgio. Il mio percorso di vita non è molto diverso rispetto ai miei connazionali, che come me, si sono imbarcati nell’avventura sognando un destino migliore, fuori dai confini albanesi. È chiaro che lasciare indietro la propria terra, la propria città, i propri cari, è un coltello al cuore, ma tu sai che sei forzato ad andare avanti, a lottare. Un sentimento che difficilmente abbandona il mondo interiore, riaffiora ripresentandosi nella sua asprezza, e come se non bastasse, a quest’ultima si aggiunge l’insicurezza di questa lotta per la sopravvivenza; in un Paese straniero con l’impossibilità di darsi risposte sui mille perché che ridondano la mente. Credo che ogni albanese che ha vissuto e fatto il viaggio può comprendere la dimensione delle mie parole.  È stato un viaggio solitario? No. Mi sono trasferito in blocco con la mia famiglia.  Come hai vissuto i primi anni da immigrante? Non so se esiste qualcuno che può raccontare di aver vissuto i primi anni meravigliosamente! Ovviamente non do per scontato che non ci siano le eccezioni. Tuttavia, i miei primi anni non sono stati facili, anzi. È come nascere di nuovo, ripartire da zero, costruire daccapo. La città, la lingua, la cultura, i modi di dire e di fare del popolo ospitante, la loro storia. Ri-familiarizzare con i nuovi amici e integrarsi sono una serie di processi e impedimenti che bisogna necessariamente attraversare.  Parliamo del mondo del lavoro. Ti sei subito inserito? Inizialmente dovevo imparare la lingua, senza dubbio è il primo ostacolo da superare in una terra straniera. Successivamente ho svolto diversi lavori che non avevano attinenze con il mio mestiere di oggi. Come ho specificato prima, bisogna sempre attraversare un processo prima di mettersi in gioco esponendo le proprie capacità, il proprio talento, oppure, nel mio caso, l’arte. Perché hai scelto Bruxelles? Mio padre già viveva a Bruxelles da diversi anni, quindi ho deciso di fermarmi lì. Quì, ho conosciuto i musei e le possibilità che questa città mi poteva offrire e che senz’altro nell’Albania di quegli anni non avrei potuto trovare. Bruxelles mi ha rapito con il suo surrealismo. È una città che ha una grande tradizione nell’arte, soprattutto nell’arte figurativa. Bruxelles è una città mitteleuropea e questo facilita la possibilità di muoversi su diverse e interessanti piazze europee come ad esempio Parigi, Londra, Amsterdam ecc. Per non parlare che Bruxelles sta conoscendo una rinascita per quanto riguarda le arti figurative e questa fa sì che la città sia attraente sotto molti punti di vista.  Possiamo dire che oggi sei un artista molto apprezzato in Europea. Nel tuo lavoro, qual è il tema che ti sta più a cuore? Sono diversi i temi che la mia sensibilità abbraccia; certamente sono molto colpito dall’umanità, nel senso più stretto delle sfaccettature dalle attitudini alle abitudini degli uomini. Credo che queste tematiche sono la centralità del mio concepire l’arte. Ho un modo del tutto personale nel sfiorare questi temi e che nel tempo ho imparato a definire con più precisione. Per me è molto importante ricercare quei sentimenti già elaborati lungo il processo della creazione, e i rapporti che si stabiliscono attraverso i personaggi oppure le differenti situazioni in cui si trovano. È un lavoro che insegue l’altro, come uno spirale storico. Mi percepisco come un cassiere o un coordinatore della ciclicità che si riferisce ad ognuno inseguendo un filo conduttore. Mi piace lasciarmi andare e selezionare liberamente, e fidarmi del mio istinto originale per poi continuare a sviluppare l’idea fino al suo completamento. La mia è una creazione tempestiva che assume diverse forme. Per me è importante liberarmi nel processo della creazione, per comunicare le mie opere al pubblico.  Quanto c’è dell’Albania nel tuo lavoro? Penso che c’è sempre. Mi considero un artista molto legato alla Patria. Mi sono allontanato dall’Albania in un’età dove il carattere come individuo e artista era ben definito per cui ho conservato tutto dentro di me. Impossibile allontanarmi dalle mie radici, anche non volendo le radici incidono sulla visione di chiunque concepisce arte, in ogni sua forma.  Hai mai pensato di far ritorno in Albania? Senz’altro, non escludo mai l’idea di tornare a vivere nel mio Paese.  Secondo te, quali sono i lati positivi e negativi dell’Albania? C’è molto da discutere su questa domanda ma cercherò di precisare alcuni punti: ciò che trovo di molto positivo in Albania è la natura. Tra i tratti che contraddistinguono l’Albania è la ricchezza naturale che l’intero territorio possiede, a partire dalla flora e alla fauna. Per non parlare poi dei prodotti agricoli. Queste peculiarità possono essere fondamentali per il processo dello sviluppo turistico e per la crescita economica, che ad oggi è il problema principale. Certamente c’è molto da fare in questo luogo traumatizzato dalle scelte politiche, economiche e sociali effettuate nelle ultime due decadi. Voglio valorizzare ciò che in questi ultimi anni è stato fatto e penso che c’è un cammino positivo considerando le soluzioni ai molti problemi che abbiamo ereditato dal passato e queste vanno affrontate e regolate come tutte le altre. È necessario affrettare i tempi per cavalcare l’onda di questo periodo storico che certamente vede i Balcani come un punto chiave nelle politiche internazionali, e in questo l’Albania può rivelarsi il punto strategico.  Come avrai notato c’è un malessere nei giovani che vogliono espatriare che si esprime  soprattutto nei Paesi del Sud Europa. Lo stesso problema è sentito anche in Albania. Come lo interpreti questo desiderio?  È evidente che questo è una tematica molto delicata che ci riguarda tutti a livello europeo. È chiaro che l’interesse di emigrare per studiare o trovare possibilità lavorative migliori è un diritto che dovrebbe appartenere a tutti. Penso, che in Albania, questo tema è molto sentito a causa del caos socio-economico  attraversato in questi ultimi anni che noi continuiamo a chiamare come “una fase di transizione” che sfortunatamente sta andando un po’ per le lunghe. Bisogna distinguere la capacità di movimento che possono avere i giovani europei rispetto ai giovani albanesi che vengono limitati a causa di scelte politiche che ridimensionano il fenomeno permettendo così, ancora oggi, viaggi illegali  causando una piaga molto grande rispetto allo scenario che si potrebbe prospettare se ci fossero politiche economiche d’integrazione con la possibilità di individuare e di reinserire i giovani nel mondo del lavoro con possibilità di crescita. Credo che questa tematica dovrebbe essere la priorità nella politica del governo attuale, e di quelli che verranno.  Credi che l’Albania, ad oggi, risponde ai canoni per entrare nell’Unione Europea? Non mi va di esprimermi in merito, perché non sono un esperto in materia. So che bisogna raggiungere degli obiettivi per poter accedere ed essere alla stessa altezza dei Paesi membri. Tuttavia, credo che l’Albania è in Europa e questo non solo dal punto di vista geografico, penso che il futuro dell’Albania e degli albanesi non può che andare verso l’Europa.  Che rapporti hai con l’Albania, ma soprattutto con gli albanesi di oggi? Il mio legame con l’Albania è spirituale. Lì ho la famiglia, parenti e amici, per i quali cerco di essere sempre presente, quando posso. Cosa ti colpisce ogni volta che torni in Albania? L’energia, la vitalità.  Nel 2016, l’Albania ha perso uno dei suoi più grandi attori. Bujar Lako. Come hai vissuto questa perdita e che legami avevi con lui? È una grandissima perdita per l’arte, per il cinema  albanese. Io appartengo a quella generazione che è cresciuta con i suoi film, che fanno parte, ormai, della memoria di tutti, indelebilmente. La cinematografia albanese ha avuto una grande fortuna nell’aver avuto, e poter ad oggi annoverare, un grande attore come Bujar Lako. Film come “Gjeneral gramafoni”, oppure “Udha e shkronjave” non sarebbero risultati uguali se non ci fosse stata la meravigliosa interpretazione  di questo grande maestro. Credo che Bujar Lako ha lasciato una eredità molto grande all’arte albanese e sono convinto che egli sarà un punto di riferimento per molti in futuro.  Di cosa ti stai occupando ora, stai realizzando una nuova esposizione in Europa? Sono in procinto di lavorare su un nuovo ciclo di opere che porterò in esposizione. Si tratta di un processo che richiede diversi mesi, un suo tempo insomma. Fino ad allora preferisco rimanere in silenzio e non pronunciarmi, almeno fine alla fine di questo nuovo ciclo. 

Enkland Hasa, Ph. Carlo De Mitri.

Ekland Hasa: il pianista che veniva dal mare.

Chi è Ekland Hasa, da dove viene?  Sono un pianista nato il 15 novembre 1966 a Tirana. Qual è stato il tuo percorso di studio?  Il mio percorso parte ovviamente a Tirana in Albania dove ho frequentato il liceo artistico Jordan Misja dove ho avuto come docente Pranvera Xhiorxhi, per poi proseguire gli studi all’Università delle Arti a Tirana dove ho avuto l’onore di avere come professoressa la grande Anita Tartari.  In cosa ti sei specializzato? Fondamentalmente io sono un pianista, un interprete del pianoforte. Ho scritto anche delle opere stile pop, ho realizzato una colonna sonora e alcune romanze vocali ma nonostante ciò non riesco a definirmi un compositore. Scrivere musica ed essere un compositore sono due cose diverse per me. Ultimamente ho lavorato molto facendo il maestro sostituto che significa essere un preparatore di cantanti lirici.  Sei figlio d’arte, ho letto. Diciamo che la mia famiglia mangia pane e musica! Mio padre faceva parte del corpo di ballo al Teatro dell’Opera a Tirana, mentre mia madre è una violoncellista. Mio fratello Redi è uno dei violoncellisti più richiesti al mondo, infine mia moglie che è una cantante lirica.  Insomma, non siete una famiglia silenziosa… Ah ovviamente non posso non menzionare mio figlio il quale, seguendo le orme della famiglia ma questo senza essere mai condizionato da noi, studia musica ed è molto appassionato del melodramma.  Quali sono stati i tuoi Maestri principali nel percorso che hai fatto in Albania? I miei maestri in Albania sono stati Lali Gabeci, Pranvera Xhiorxhi ed Anita Tartari e Ludwig Hoffman che aveva un suo gruppo artistico. Tutti loro hanno lasciato in me un’impronta indelebile. Se posso essere fiero di chi sono diventato oggi certamente il merito va a questi maestri che ho appena elencato.  Beh, diciamo anche alla tua forza di volontà, si può dire.  (sorride) La tua storia è speciale, tu come molti, durante gli anni ’90, sei emigrato in Italia. Cosa ti ricordi di quel periodo?  Sono partito per l’Italia insieme ad un gruppo di artisti con permessi regolari. Me lo ricordo molto bene quel giorno. Era il 15 di novembre del 1991, il giorno del mio compleanno. Urca se faceva freddo! Mi sentivo spaesato, ma non ricordo di aver avuto paura, ricordo l’ansia, quella maledetta agitazione che mi attanagliava dentro. I secondi erano ore, i minuti settimane, le ore mesi. Un viaggio che non finiva più. In compenso con me c’erano compagni di viaggio che conoscevo bene. Kledi Kadiu, Ilir Shaqiri, Gaqo Cako e altri colleghi artisti i quali festeggiarono il mio compleanno regalandomi sorrisi e pacche sulla spalla perché tutti quelli notte guadavamo l’un l’altro negli occhi coscienziosi e decisi che in Albania non avremmo fatto più ritorno. Un viaggio doloroso, quello di tutti noi, ma indispensabile. L’Albania degli anni ’90 era un Paese invivibile.  Sei partito solo? Io all’epoca partii con la mia fidanzata che poi è diventata mia moglie. Hai scelto di fermarti in Italia, eppure un talento e professionista come te poteva correre verso Paesi più fecondi, più redditizi. Perché questa scelta? Semplice la risposta: l’Italia era il Paese più vicino a noi. Un Paese molto simile sotto il profilo geografico climatico ma poi molto diversa dal punto di vista culturale e mentalità. Oggi mi rallegro quando penso che le cose sono cambiate nel giro di 26 anni.  Hai trovato subito lavoro nella tua professione oppure hai faticato facendo altro nei primi anni?  Grazie ad alcuni amici, ai quali sarò grato per sempre, trovai lavoro subito. Iniziai a dare lezioni private di pianoforte. Poi, in quel periodo, cominciai a suonare tanta musica Jazz, un genere che a me era sconosciuto perché non accettato durante il Comunismo in Albania. Il Jazz è stato bandito in Albania per tanto tempo, ricordo molto bene quando alla undicesima manifestazione della canzone albanese vennero bloccati coloro che volevano presenziare con questo genere. Tempo addietro mia moglie mi fece capire che forse avremmo dovuto proporre questo genere, almeno fare il tentativo, al Teatro Nazionale di Tirana. Presi coraggio, grazie anche alla meravigliosa donna che ho accanto, e preparai un concerto e per mio stupore la cosa ebbe un successo enorme. Mi sono appassionato tantissimo al Jazz tanto che l’ho suonato per anni imparando moltissimo dai grandi jazzisti italiani, senza dimenticare ovviamente il mio primo amore: la musica classica.  Ormai è noto a tutti che tu, oggi, sei uno delle certezze di Albano Carrisi, come è stato il vostro incontro?  Ho conosciuto Albano Carrisi nei primi anni del 2000. Un mio amico, un violoncellista, mi disse che Albano stava cercando un bravo insegnante per sua figlia Cristel. Il mio amico mi chiese se fossi interessato al lavoro. Ovviamente, d’impulso, accettai subito! Ora ti racconto una cosa.  (Ekland si mette a ridere) Ho rischiato di cadere dall’albero e di farmi male sul serio quando Albano venne in concerto in Albania. Cosa che non avrei dovuto fare e che non rifarei mai per nessuno.  (E continua a ridere) Ero un ragazzo. Insomma, ricordo che mi sono presentato a casa di Albano e lui con modi molto discreti mi chiese di suonare e fargli sentire qualcosa del mio repertorio classico. Mi sedetti davanti al pianoforte, e quando la mia mano prese da se ad accarezzare quel meraviglioso strumento da cui fuoriuscirono le prime due note Albano mi fermò e mi disse: “Quando puoi iniziare a impartire lezioni a Cristel?”.  Negli anni, in Italia, ti sei affermato diventando uno dei pianisti più stimati e amati sia dal grande pubblico che dall’ambiente underground e quello d’êlite. Cosa pensi quando ti fermi a ricordare il viaggio che ti ha portato fino a qui? Quali i dolori? Quali le speranze?  Io rifarei tutto quello che ho fatto. Non è semplice realizzarsi nel campo musicale, per non parlare di riuscire a mantenersi anche economicamente con quello. Credo però che con la costanza, l’umiltà e la perseveranza ognuno può penetrare il proprio l’obiettivo. Per me fare il musicista è un’esperienza di vita bellissima, non c’è nulla al mondo a cui posso paragonarlo. Per me non c’è nulla di più bello di quello regalarmi attraverso la mia arte alle persone, credo sia l’obiettivo di chiunque faccia questo mestiere. Dico sempre che l’artista è un poveraccio che fa la vita da ricco! Come vedi l’Albania oggi? Pensi mai di ritornare a viverci? In una parola “work-in-progress”. L’Albania è un Paese in evidente crescita economica e culturale, ogni volta che faccio ritorno per lavoro la trovo sempre più diversa, poi non so effettivamente come è viverci in pianta stabile.  E degli albanesi, cosa ne pensi? Trovo che gli albanesi che sono emigrati negli anni ’90 continuano a conservare nella loro intimità familiare i valori della cultura albanese, mentre quelli che sono rimasti li trovo un po’ cambiati, alcuni nel bene e altri peggiorati.  E l’Italia. Come vivi oggi il Bel Paese?  Sento spesso dire che l’Italia era un Paese bellissimo negli anni 60’ e ’70 e ’80, mentre oggi, come tanti Paesi europei, si trova a far fronte a problematiche che riguardano un po’ tutti i Paesi dell’Eurozona. Poi credo che ogni periodo di difficoltà è anche una  grande possibilità per crescere, imparare e magari scoprirsi più forti.  Sei Direttore di un piccolo ma importante Teatro a Lecce. Raccontaci questa esperienza?  Devo precisare: ho diretto il teatro dal punto di vista artistico ma ho avuto anche l’occasione di organizzare diversi spettacoli da sovrintendente culturale. È una responsabilità enorme, ma come dicevo prima, in Italia oggi è tutto molto difficile a causa di una burocrazia asfissiante, quando si tratta di scadenze e magari salti o ti dimentichi ritardando di un giorno finisci che devi pagare la mora ma quando si tratta che devi percepire un compenso dalle istituzioni può accadere di aspettare anche quasi due anni. Questo non aiuta, non ti motiva a fare sicché comprendo le ragioni di coloro, giovani e non, che tentano la fortuna in Paesi più elastici e propensi ad aiutare a far crescere il cittadino.  Che rapporto hai con i tuoi connazionali? Sono molto fortunato perché ho avuto l’occasione di coltivare le mie amicizie sin dall’adolescenza, oggi molti di loro sono riusciti a realizzarsi nella vita, nell’arte e questo non può che rendermi molto felice. L’amicizia per me è un grande valore e mi sento amato almeno quanto amo e credo che sia questo il senso più profondo della vita.  L’Albania ha perso una delle sue icone più grandi. Bujar Lako. Voi eravate molto amici. Come hai saputo e come vivi la sua scomparsa?  Bujo! Parlare di Bujar Lako mi è estremamente difficile. Io ho avuto legame molto importante, molto forte, con la famiglia Lako in quanto sua moglie Mira Lako è stata la mia prima insegnante di solfeggio nonché amica di mia madre.  Bujo non era solo amico mio, ma era l’amico di tutti gli albanesi. Bujo era onesto, sensibile, professionale, amabile, umano, rispettoso, un talento immenso. Bujo viveva per la sua arte, amava sua moglie Mira e suo figlio Bojken, la sua famiglia. Ci sentiamo tutti un po’ orfani senza di lui, ma io credo che Bujo è e rimarrà sempre nei paraggi, ad osservare come era solito fare, a scrutare le vite degli altri, a vegliare su di noi. Attraverso i suoi film vivremmo sempre la sua grandezza e umanità, la profondità di questo grandissimo artista.  Ci puoi raccontare un episodio di vita con lui che ti porterai per sempre nel cuore? Ricordo l’ultima voce a Lecce, parlammo per ore e ore della cinematografia e lui che attraverso la sua magnetica voce mi raccontava di aneddoti, di storie, di Robert De Niro, di Al Pacino e tantissimi altri. La cosa che mi colpì in quella conversazione fu quando mi raccontò che non aveva mai preso parte alla Prémiere di un suo film perché non riusciva a reggere l’emozione.  Quali i tuoi progetti nel futuro prossimo? Ti vedremo di più in concerti oppure teatri?  Con il beneplacito del buon Dio continuerò a fare concerti in giro per il mondo finché potrò. Quest’anno, per esempio, lavorerò in Giappone, in Cina, in Europa e naturalmente in Albania che continua a darmi grandi soddisfazioni come quella del concerto dei “Tre Tenori” organizzato da Tullumani Produksion. Prossimamente rientrerò in patria, su invito del nostro grande tenore di fama mondiale Josif Gjipali,  per un concerto in onore del decimo anniversario dell’ospedale americano a Tirana. Infine, cosa si augura per il futuro Ekland, un uomo che può dire di avere avuto due vite, diviso tra Oriente e Occidente. Mi auguro la felicità, spero di poter continuare a fare il mio mestiere, mi auguro di regalare pace e sorrisi ai miei spettatori. 

Marika Marangella

Marika Marangella: storia di una instagramer di successo.

Giovane, brillante, laureata in Scienze della Comunicazione a Bari, Marika Marangella è una dei volti più belli ed interessanti dell’Italia che vuole cambiare, nonché una delle star più promettenti di uno dei social network più in voga del momento: Instagram. Marika, raccontaci un po di te, partendo dalle tue origini. Che dirti, sono nata e cresciuta a Taranto, la città dei due mari, 23 anni fa. Quale è stato il tuo percorso di studio? Tra i tasselli fondamentali del mio percorso di studi, non posso non citare quella che per me è stata l’esperienza formativa più importante, cioè l’aver preso parte al progetto Erasmus. Ho studiato per 6 mesi presso l’Université Paris Sorbonne vivendo in quella che ho sempre visto come la città dei miei sogni, Parigi. Tornata dall’Erasmus mi sono laureata in Scienze della Comunicazione, meno di un anno fa, presso l’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” con una tesi in Culture Letterarie e Visuali Anglo-Americane dal titolo: “Appunti di storie in(quadrate): dalla Street Photography alla Mobile Photography” e, attualmente, frequento un Master Executive in Digital Marketing for Tourism and Events Management presso la Bologna Business School. Quando è stata la prima volta che ti sei iscritta ad un social e come hai vissuto l’esperienza online? La mia prima iscrizione ad un social è avvenuta nel 2008, creando il mio attuale profilo Facebook. Inizialmente ho vissuto l’esperienza come un “rimanere in contatto con”, quindi ho cercato di mantenere i contatti piuttosto che crearne dei nuovi, per la creazione di nuovi ho sempre preferito l’offline.   Sei una delle Instagramers più seguite nel panorama italiano, quando è nata questa tua passione? Nel Dicembre 2013 ho creato il mio profilo Instagram, ma ho iniziato a farne un uso assiduo e ragionato da Luglio 2014, che lo indico come il mio anno 0. L’iscrizione ad Instagram è avvenuta quasi per sbaglio, complice un’amica ed un contest fotografico su Facebook. Passati i primi mesi di “rodaggio” ho capito le potenzialità ed ho iniziato a navigare nella sezione esplora del social, che mi ha permesso di scoprire gran parte dei miei attuali “followers”. Ho iniziato a frequentare i primi Instameet pugliesi e parigini, ho vinto qualche contest locale sia in Puglia che a Parigi e poi, a giugno 2015, la grande sorpresa… Sono stata inserita da Instagram nella lista dei “Suggeriti” cioè tra gli utenti più ispiranti, crescendo in maniera esponenziale in un paio di settimane. Finito l’Erasmus, sono tornata in Italia, e sono entrata a far parte di Instagramers Italia, diventando Local Manager della Community degli @Igers_Taranto. Nel frattempo, ho iniziato a prendere parte ad alcuni Instagram Tour e a collaborare con le prime aziende come Influencer e/o Ambassador. Come vivi il rapporto con i tuoi followers? Cerco di interagire con gran parte di loro. Sicuramente, come nella vita offline, con quelli con cui c’è più affinità si è istaurata una vera amicizia e si cerca di vedersi il più possibile, con altri complici le distanze ci si tiene in contatto quotidianamente e digitalmente sperando di incontrarsi, prima o poi. Quali sono le componenti per diventare una instagramer di successo? Sembrerà banale, ma “essere se stessi” lo indicherei come la chiave del successo e come elemento fondamentale per costruirsi un vero seguito. Senza dubbio, l’occhio fotografico aiuta nella realizzazione di un buon contenuto visual e nella crescita in termini di numeri, likes e followers, ma dietro il like e il follow c’è la persona. Quale è il tuo rapporto con la fotografia?  Per me la fotografia è la possibilità di raccontare qualcosa con un’immagine, dalla quotidianità ad un progetto visivo strutturato. La tua pagina pullula di foto meravigliose realizzate dalla tua sensibilità nell’osservare i luoghi, le persone, gli oggetti. Pensi che i social potranno in futuro diventare il miglior spazio dove sponsorizzare i territori e i vari brand? Assolutamente sì, soprattutto nel caso delle destinazioni turistiche. Un buon uso dei social è importante per mantenere ed attrarre nuovi e vecchi clienti, ma anche per la diffusione dei valori del brand o della destinazione. Puntare sul personal branding può rivelarsi redditizio nel tempo? Nel tuo caso lo è diventato? Sì, se ben fatto. Nel mio caso non lo considero redditizio, ma sicuramente mi ha permesso di capire meglio i meccanismi legati al Sé in era digitale ed in ottica business. Come vedi i social network, nel tuo caso Instagram, in futuro? Instagram sta cambiando molto velocemente ed è sempre più legato a Facebook anche in termini di funzionalità. In futuro vedo Instagram molto più incentrato sul contenuto video che su quello fotografico. Pensi mai di lasciare la tua Puglia, o l’Italia?  Ho lasciato la Puglia un paio di giorni fa, ma non a titolo definitivo. In futuro vorrei lasciare l’Italia e tornare in Francia, magari a Parigi. Secondo te, può un/una influencer contribuire su una tematica come l’immigrazione e darne una sua visione attraverso uno scatto? Direi: DEVE. Quando si ha la possibilità di interfacciarsi e di raggiungere un gran numero di utenti, prendere una posizione su tematiche difficili come quelle dell’immigrazione o comunque essere portatore sano di contenuti culturali usando lo strumento digitale ed in questo caso uno scatto, è un’opzione di crescita e confronto che l’influencer dà a se stesso. Personalmente sono molto legata alla tematica per motivi accademici. Ad esempio, ad ottobre 2016, ho avuto la possibilità di visitare la mostra World Press Photo a Bari, durante un evento igers ed in quell’occasione la visione delle foto vincitrici ha generato in me il bisogno di esprimere il mio pensiero visivamente, realizzando così una foto. Scatto che per l’impatto visivo generato, il giorno dopo l’evento, è stato citato da gran parte della stampa locale (La Repubblica Bari, ANSA Puglia, ecc…).   Quali sono i tuoi progetti? Quali i tuoi sogni? I miei progetti sono interamente legati al mio sogno di ritornare in Francia. Grazie Marika, che le stelle ti accompagnino nella Ville Lumiére.

Elay Ile

Elay Ile: in Azerbaijan l’arte rimane nascosta.

Elay è un pittore, viene dall’Azerbaijan, una terra lontana che una volta veniva chiamata l’Albania Caucasica. Vive e lavora Milano. Sull’immigrazione dice “Penso che non debbano esistere nazioni che impediscano ad un essere umano di andare alla ricerca della propria felicità.” Elay raccontaci qualcosa di te, dove e quando sei nato? Sono nato il 18 settembre del 1985 in Nakhcivan, una piccola città in Azerbaijan.  La tua famiglia? Ho una famiglia meravigliosa. Siamo in cinque, i miei genitori sono professori di letteratura e mia madre è anche una pianista. mio fratello maggiore è un traduttore di lingua inglese, mentre il fratello più piccolo è uno psicologo. Insomma le discussioni in famiglia non possono che essere molto colorate.  Quando hai partorito l’idea di abbandonare il tuo Paese? Quando mi diplomai all’Accademia delle Belle Arti a Baku nacque in me la necessità e l’interesse di conoscere meglio il movimento dell’arte in Europa, e poi cercavo una galleria dove poter fare una esibizione dei miei lavori  figurativi “monocolori’ i quali non sono accettati a Baku. Decisi che Milano era la città giusta dove studiare arte, la trovo una città moderna. Quindi nel 2013 cominciai a frequentare l’Accademia delle Belle Arti a Brera, dove mi sono formato.  Cosa ne pensa la tua famiglia di questa scelta? I miei genitori mi hanno sempre lasciato libero di fare le mie scelte, questo è stato molto importante per me. L’unico problema per noi è il fattore lontananza, questo è un aspetto difficile perché mi ha cambiato nel modo di vivere la vita, è tutto molto difficile ma in compenso il mio lavoro mi gratifica molto. Come sono stati i primi anni da immigrante? La solitudine è il lievito della creatività se sai maneggiarlo. Con molta difficoltà ho trovato un workshop economico a Milano, molto lontano dal centro, dove vivo e dove sviluppo i miei lavori.  Quando sei arrivato in Italia iniziasti gli studi in Accademia, come facevi per sostenere la tua vita? Facevi lo studente lavoratore? Sì, studiavo all’Accademia dove frequentavo il corso di pittura. Voglio precisare che ho avuto un sostegno grazie ad un amico a Baku, il quale mi ha sovvenzionato gli studi il primo anno e poi dal secondo anno ho fatto domanda per la borsa di studio che poi ho vinto. Ad oggi sto cercando di trovare opportunità di lavoro al fine di sovvenzionare il mio continuare a fare arte.  Perché hai scelto di vivere in Italia? L’Italia per me è la culla dell’arte, i più grandi artisti dell’arte, a partire dall’antichità alla società moderna, sono italiani.  Dopo i tuoi studi, hai iniziato a fare esibizioni, pensi di voler realizzare uno nel tuo Paese? Forse un giorno, perché no! Vorrei fare una sola esibizione dei miei lavori artistici per provare che il tempo e il luogo giocano un ruolo importante per constatare il vero valore di un lavoro artistico o di uno stile intellegibile. Ma credo che, generalmente l’arte nella società da dove provengo non è pronta ad accettare “lo stile nascosto” oppure i lavori “figurativi monocromatici”. Quanto è presente l’Azerbaijan nei tuoi lavori? La maggior parte dei miei dipinti consistono in ritratti e corpi. Ho sempre dipinto uomini, ogni genere umano, ogni etnia può essere il focus della mia attenzione.  Pensi mai di far ritorno in Azerbaijan? Per la creatività l’Italia è molto conveniente. A volte sento la mancanza di incontrare la mia famiglia e questo è la ragione per cui saltuariamente rientro nel mio Paese.  Quali sono secondo te le cose belle e brutte del tuo Paese? Dunque, la prima cosa bella che mi viene in mente è che siamo un popolo molto amichevole e questo è il valore più importante per la nostra nazione. Dall’altro canto, il lato negativo è che il mio popolo non è capace di creare una società moderna. Sono ancora fermi alla vecchia ideologia.  Viviamo il periodo delle immigrazioni di massa, tu come lo vivi personalmente?  Penso che non debbano esistere nazioni che impediscano ad un essere umano di andare alla ricerca della propria felicità. Ma allo stesso tempo penso che l’immigrazione è una tragedia considerando che uomini e donne sono forzati ad abbandonare le loro amate terre dove erano già felici, prima delle guerre.  Che relazione hai con il tuo Paese e i tuoi connazionali? Ho lasciato tanti amici indietro, ci teniamo in contatto attraverso internet che ci dà la possibilità di parlare e di ricordarci come eravamo. Il mio Paese è una pagina nostalgica della mia infanzia.  E cosa pensi ogni volta che rientri nel tuo Paese? Onestamente cerco di trascorrere più tempo possibile con la mia famiglia ma poi penso subito che devo rientrare in Italia perché ho sempre esibizioni da preparare.  Quali sono i tuoi progetti futuri?  Ho deciso di vivere in Italia, sto lavorando a molti lavori artistici, esibizioni da preparare. Il mio obiettivo è quello di contribuire a dare una nuova visione della società in cui viviamo. 

Edison Balla

Edison Balla, giovane promessa dell’arte made in Albania.

Edison Balla, giovane promessa dell’arte made in Albania, classe 1997, racconta in questa intervista i suoi inizi di carriera, i suoi maestri, i suoi sogni ma soprattutto dipinge attraverso le sue parole l’Albania odierna, un quadro in continuo movimento.  Edison, raccontaci chi sei? Dove sei nato e quando? Sono nato  a Tirana, in Albania, il 14 gennaio 1997. Inizialmente ho vissuto a Shijak, in provincia di Durazzo; successivamente quando iniziai gli studi liceali mi trasferii a Durazzo, dove ho vissuto per quattro anni, insomma fino a compimento del mio percorso scolastico. Infine, a Tirana dove mi sono iscritto all’Accademia delle Belle Arti.  Qual è stato il tuo percorso di studio?  Come vi dicevo, ho frequentato la scuola elementare nella piccola provincia. Alcune persone, inclusi amici e parenti, quando videro che io nutrivo la passione per il disegno e la pittura, non esitarono ad incoraggiarmi e per questo scelsi di iscrivermi al liceo artistico “Jan Kukuzeli”, dove, per quattro anni, ho avuto l’opportunità di perfezionarmi nell’arte della scultura. Questi quattro anni, molto proficui per me, sono stati fondamentali per la mia crescita, oggi continuo a proseguire i miei studi nell’Accademia delle Belle Arti indirizzo scultura e ceramica.  In cosa ti sei specializzato? Dopo aver sperimentato un pò di tutto al liceo, mi sono specializzato nella lavorazione della ceramica, anche se la pittura è una passione che non morirà mai in me, tanto che, qualche tempo fa, mi ha portato a Capri, in Italia, ad esibirmi e a concorrere assieme ad artisti internazionali. Per me la parola “specializzazione” vuol dire poco, non è congrua a quella che è l’intendimento creativo per un artista. Personalmente alcune idee le percepisco molto di più tridimensionali mentre altre le preferisco vedere come un “telaio”.  Puoi raccontarci un pò meglio la storia della tua famiglia d’origine? Le origini della mia famiglia sono di Tirana, mio nonno lavorava, in passato, come Capo anticriminalità organizzata a Durazzo, fu per questo motivo che noi ci trasferimmo ad abitare a Durazzo, la città che mi ha cresciuto e influenzato anche nella mia identità artistica. La mia famiglia è gente semplice ma grandi lavoratori, i quali hanno realizzato le loro aspirazioni nel pieno rispetto della dignità, attraverso sacrifici.  Cosa ne pensano i tuoi familiari di questa tua scelta?  I miei familiari, inizialmente, non erano d’accordo con la mia scelta perché intraprendere un percorso artistico in Albania può presentare molti ostacoli, specialmente per un giovane come me, quindi è stato molto difficile convincerli, ma la mia tenacia e il mio lavoro li ha portati a pensare che forse dovevano darmi la possibilità di misurarmi con il mio talento e andare fino in fondo. Ad oggi, dopo un percorso di traguardi raggiunti, almeno accademici, i miei genitori sono felici per me, e anzi, mi incoraggiano.  Quali sono stati i tuoi Maestri principali nel percorso che hai fatto in Albania, e quali gli artisti che ti hanno ispirato? Diciamo che sono stati i professori del liceo ad aver profondamente inciso nel mio modo di concepire e fare arte, ma c’è stata una persona in maniera speciale ad aver fatto la differenza per me, la pedagoga Florina Shani, alla quale sono grato e per la quale nutro grande rispetto. Poi, gli artisti che maggiormente hanno influito in me sono Lucian Freud, Rene Magritte, Egon Schiele.  Cosa ti ispira nel tuo lavoro? Nel mio lavoro trovo l’ispirazione nella natura, nella psicologia, mi piace pensare agli aspetti intimi della persona; l’uomo che tutto costruisce e tutto distrugge, il mondo emozionale.  La tua storia è quella di un ragazzo che è nato esattamente nel periodo post anarchico, post guerra civile, insomma sei un Millennians balcanico, come vive un ragazzo come te l’Albania di oggi?  Un giovane d’oggi in Albania deve combattere ancora di più per raggiungere gli obiettivi che si prefissa. In Albania puoi trovare eccellenze in ogni campo per cui il livello di concorrenza è altissimo per non parlare della lotta di classe sociale piuttosto quella politica, e infine economica. Personalmente trovo interessante quando l’ambiente diventa competitivo perché mi porta a migliorare.  Cosa pensi dell’immigrazione? Penso che l’immigrazione  è necessario per conoscere nuovi orizzonti e per misurarsi con nuovi mondi, oltre il proprio. Per quanto riguarda le famiglie, invece, a volte è una scelta incondizionata per tentare la fortuna e costruirsi una vita migliore altrove. Certo, è molto triste pensare di lasciare la patria natia a causa delle difficoltà e dello Stato che non sovvenziona e incentiva con contributi le famiglie. Ma spesso, l’emigrazione si rivela un viaggio molto interessante.  Pensi mai di voler lasciare l’Albania per andare altrove? E se sì, dove ti piacerebbe andare e perché? Sì, l’ho pensato. Per me sarebbe interessante vivere in un altro Paese per sviluppare al meglio le mie possibilità. Ho pensato a Capri, ci sono stato, come vi dicevo, e l’ho trovato molto bello sotto ogni profilo. Mi è piaciuto la gente, il clima, ma soprattutto è un luogo che ispira molto. Onestamente ho sempre amato l’Italia, per la sua cultura e per le possibilità che questo Paese può dare ad un artista. Certo, non escludo a priori gli altri Paesi.  Cosa, secondo te, manca ancora all’Albania?  Penso che in Albania manchino le possibilità affinché un artista possa svilupparsi al meglio, questo perché da noi non si respira ancora un’aria internazionale. Poi, cosa ancora più importante, in Albania manca la capacità di integrare il vecchio con il nuovo. Non ci sono ancora politiche d’integrazione atte a riequilibrare le lotte sociali che viviamo nel Paese.  I tuoi genitori ti raccontano quegli anni? E i tuoi lavori sono condizionati dalla tua storia? No, i miei lavori non sono condizionati dai fattori storici. I miei lavori rappresentano me e quello che io penso, oggi.  Cosa pensi degli ambienti accademici in Albania? Quello che posso dire è che il livello accademico in Albania è molto buono anche se ancora non ci misuriamo con gli standard che l’Unione Europea propone.  Secondo te, il mondo dell’arte è sovvenzionato dalla classe politica albanese? Voglio essere onesto: penso che la politica albanese raramente degna di uno sguardo il mondo dell’arte, ciò a cui noi assistiamo ogni giorno è la messa in scena dei personalismi individuali. Una cosa vergognosa!  Come vedi l’Albania oggi?  L’Albania è un Paese bellissimo, io attualmente vivo qui, anche se incontro molte difficoltà, come le incontrano tutti gli albanesi che ogni giorno nel loro piccolo tentano di fare la differenza con grandi sacrifici.  E degli albanesi, cosa ne pensi? E dei tuoi coetanei?  Io osservo e vedo che i miei connazionali sono spaesati, increduli insomma in una grande difficoltà storica. Personalmente sono fortunato perché sono circondato da artisti e vivo in un ambiente dove pullulano le idee nonostante manchino i fondi. I miei coetanei invece, li vedo pietrificati, passivi e demotivati. Come interpreta un giovane come te le derive totalitariste e ultranazionaliste che in molti albanesi sono presenti? Penso che l’Albania, oggi, sia il nodo da sciogliere per capire molte dinamiche che ancora non sono chiare perché é mancante dal punto di vista delle fonti storiche, non c’è un’unica voce ufficiale. Io sono orgoglioso del mio Paese quanto di essere albanese. Spero soltanto che i politici inizino a mettere da parte i loro personalismi per poi indicarci una strada percorribile per il bene comune.  Pensi che l’Albania e gli albanesi siano pronti per entrare nell’Unione Europea, oppure pensi che questa scelta non è opportuna in questo periodo storico? Penso che non siamo pronti relativamente. In Albania abbiamo ancora problemi di politica interna, come le tasse oppure il debito pubblico nazionale. Qui, manca il lavoro. La domanda che io mi pongo spesso è come possiamo essere pronti per sottometterci a delle nuove leggi da parte dell’Unione Europea quando ancora siamo incapaci di decidere la direzione basilare da prendere, in questo piccolo Paese.  Che messaggio vorresti dare ai quei giovani artisti, albanesi e non, che in Italia e nel mondo ti leggeranno attraverso le tue parole in questa intervista? Il messaggio che io posso lasciare agli artisti e giovani albanesi non è soltanto quello di lavorare per quello in cui eccelliamo e amiamo ma, di farsi forza e combattere per nutrire quell’ego professionale al fine di incamminarci verso il futuro che da oggi si chiamerà anche Albania.  Quali sono le tue speranze, i tuoi sogni?  I miei sogni hanno a che fare con l’arte. ovviamente. E proprio su questo sto lavorando ad una esposizione a Capri, in Italia, assieme a mio cugino Renato Balla, il quale è un fotografo. Nell’esposizione ci saranno i miei quadri accompagnati da installazioni visive. Insomma, posso dire che i miei sogni, ad oggi, in parte si stanno realizzando anche se la strada da fare è ancora molto lunga e non mancano le difficoltà, ma in queste difficoltà incontro persone, giovani e non, che abbracciano le mie speranze e questo è il più bell’abbraccio perché mi incoraggia a fare meglio ma soprattutto mi motiva a lottare per portare fuori, attraverso il mio lavoro, la mia Albania, il mio popolo.  E siamo all’ultima domanda per te, giovane Sig. Balla, se potessi scegliere il tuo colore preferito per dipingere il mondo quale sceglieresti? Il mio colore preferito è il nero. Per me è il colore che contiene dentro tutti gli altri colori, tutti i colori primari sono dentro. Poi, è così che filtro il mondo in quanto penso che il nero, senza l’accezione negativa che gli affibbiano, è il colore simbolo dell’umanità, dell’universo, la vita, la morte, la luce, la passione, il mistero, l’emozione.  Grazie Edison, che la tua arte possa danzare al ritmo dei sogni più belli, di quelli che un giorno ti fanno dire “C’era una volta un mondo…” e poi magari di fronte si trovano un quadro, il tuo. Edison Balla.

La Storia, è nuda.

Il vero inchiostro usato per scrivere la Storia è semplice, fluido pregiudizio. Mark Twain Mi chiamo Anita Likmeta. Sono cittadina albanese naturalizzata italiana. Sono alta 1.68. Il mio peso è di circa 50 kg. La mia pelle è di color ocra, levigata come il marmo. Le mie gambe sono toniche. Il mio ventre è piatto. La mia schiena è naturalmente scolpita seppur non passo ore a fare dure sessioni di allenamento in palestra. Il colore dei miei occhi è di un azzurro indecifrabile, con venature di giallo canarino e alcuni tratti grigi. Il mio colore naturale dei capelli è miele, anche se ho passato l’adolescenza, e non solo, a tingermeli di castano scuro, giusto per nascondermi un pò. Il mio corpo è un dono meraviglioso che ho il piacere di osservare ogni mattina quando mi sveglio. Il mio corpo è scolpito dalla mia storia. La mia storia durante il regime dittatoriale di Enver Hoxha. La mia storia durante la caduta del regime. La mia storia durante i lunghi anni della guerra civile. La mia storia durante la grande emigrazione di massa. La mia storia nella notte silente e angosciosa durante la traversata nel Mar Adriatico del 1997. La mia storia durante gli anni in esilio in Italia. La mia storia adolescenziale prima, di donna poi. La mia storia nella ricerca di una identità che credevo perduta. La mia Storia. Sono Anita Likmeta, sono una sopravvissuta di guerra. E sono una guerriera. Non prostituirò mai la mia libertà intellettuale per compiacere l’ipocrisia di qualcuno, e non prostituirò mai il mio credo per idolatrare simboli o luoghi comuni. Perché il mio contenuto non si sarebbe mai potuto esprimere in nessun altro contenitore. Perché il mio corpo, è mio. Perché anche il mio corpo, sono io. La bellezza, senza dubbio, non fa le rivoluzioni. Ma viene un giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno della bellezza. Albert Camus

Intervista a Kiki Picasso, l’artista comunitario.

Kiki Picasso, nato Christian Chapiron (classe 1956), è un fumettista, pittore e videografo dell’ambiente underground francese. Alla fine degli anni settanta assieme a Loulou Picasso, Olivia Clavel e Lulu Larsen e con il gruppo di azione artistica Bazooka, di cui è il teorico, venne considerato un cane sciolto e shaker dell’avanguardia. Bazooka intervenne soprattutto nella stampa con le illustrazioni, fumetti, clip e copertine di dischi con mezzi artigianali. Kiki Picasso era in quell’epoca considerato un’artista situazionista e dadaista. Prese parte al giornale “Liberation” fin quando venne licenziato poiché il suo pensiero non era allineato alla linea editoriale del giornale. Quest’epoca si decifra nell’effervescenza dell’era dell’immagine e della comunicazione, l’esecuzione di “connesso” post-punk e gli inizi della creazione di video. È l’era delle prime radio libere, degli attivisti e degli anticonformisti. Si presenti al pubblico italiano. Chi è Kiki Picasso? Chi sono? Dunque io sono un pittore, un fumettista e nello stesso tempo mi occupo di disegni animati da molto tempo grazie ai primi computer che permettevano di farlo e questo mi ha portato a curiosare nel mondo dei video di cui ultimamente mi occupo tantissimo utilizzando particolari decorazioni che rispecchiano la mia arte. C’era un’epoca in cui mi firmavo “Kiki Picasso tutto prima dell’arte” che voleva significare che ero pronto a tutto ma pronto al nulla. Mi fa sorridere mio figlio Kim (Kim Chapiron, acclamato regista francese e co-fondatore del collettivo Kourtrajmé assieme a Romain Gavras, quest’ultimo figlio del regista greco-franco Costa Gavras) quando cerca artisticamente di adattarsi alle mie opere personali. Cos’era Bazooka? Eravamo degli studenti, eravamo giovanissimi, tutti sotto i vent’anni. In quegli anni pazzeschi eravamo innamorati e appassionati, tutti, dei fumetti, il Comics americano con Robert Crumb, Richard Vance Corben e tutta questa valanga di fumettisti che influì tantissimo sul nostro modo di vivere e percepire l’arte ma anche il tempo che stavamo vivendo. Scoprimmo le droghe, il sesso, la violenza. Tutti i giovani vivevano quel periodo come una totale liberazione e la cosa non riguardava più solo una classe elitaria ma tutti in maniera globale.  Mi devo onestare che io ho amato quegli anni e me ne sono approfittato di tutto quello che accadeva e lì conobbi dei compagni, studenti anche essi, e decidemmo di fondare Bazooka, un giornale di cui mi sono appassionato perché potevo liberare il mio desiderio di creare arte, insomma Bazooka era soprattutto un concetto che riprendeva i valori che quell’epoca partorì e finalmente vedemmo in esso una possibilità. Si narra che in quegli anni si mise nei guai sia con l’estrema sinistra e sia con l’estrema destra. Dunque noi ci ritrovavamo nei giornali tipo “Liberation” il quale era in quell’epoca libertario, anticonformista e autogestito e naturalmente lo difendevamo. Per tornare alla domanda posso dire che io, come altri artisti, cominciammo a fare dei fumetti che venivano considerati una provocazione e questo ci portò ad avere dei problemi perché la gente non comprendeva il nostro messaggio, non avevamo una collocazione esatta ma dovevamo fare il nostro lavoro ed esprimerci senza i condizionamenti politici nonostante le conseguenze che la nostra posizione avrebbe potuto comportare. Tuttavia posso oggi considerare quegli anni un periodo di passaggio. A proposito di provocazione, all’arte, secondo lei, bisogna concedere tutto? La provocazione è un diritto dell’artista? Cosa pensa dei fatti di Charlie Hebdo? Con i fatti di Charlie Hebdo si è appurato di quanto la gente sia sensibile e questo non necessariamente è un male ma qui stiamo giocando su altri livelli e sto parlando della manipolazione della sensibilità e della coscienza collettiva e questo ci porta a fare molta attenzione almeno per quanto mi riguarda poiché la società vive una fragilità emotiva che ha destabilizzato i rapporti in ogni comunità. Si evince dal suo pensiero un allineamento concreto al pensiero di Bauman quando definì la società in uno stato emotivo “liquido”. Quindi può affermare oggi che i fatti di Charlie Hebdo stanno condizionando la sua arte? Non è esatto dire questo. Io ho cominciato a fare attenzione molto tempo prima. Sottolineo molto tempo prima. Dunque abbiamo raggiunto il limite, le famose colonne di Ercole. Cosa pensi ci sia dopo? Non so se è il caso di parlare di limiti ma questi fatti sicuramente mi hanno portato a riflettere su ciò che la mia arte provoca nelle persone quindi una risposta violenta. Le azioni e movimenti artistici a volte divengono atti per smarrirsi e si aspetta che l’artista divenga in qualche maniera un sorta di martire per perorare la sua causa e trovo che questo sia un limite e cioè che il piacere di creare, che a volte giustamente può anche far paura, diventi il motivo irragionevole di uccidere e di mettere alla gogna la libertà del prossimo. Lei era amico con alcuni dei fumettisti, collaboratori di Charlie Hebdo? Certo. Wolinski è stato uno dei primi ad avermi pubblicato. Poi Cabu e Charb, È tremendo. Terrificante. La morte. Possiamo dire che oltre le colonne di Ercole forse non ci sia spazio per la libertà dell’individuo o del prossimo. In Italia Giulietto Chiesa ha messo in discussione la veridicità dei fatti accaduti a Charlie Hebdo sostenendo che potrebbero essere solo propaganda e che quella tragedia potrebbe avere una versione che al pubblico viene oscurata. Ma io non credo a questo. Non credo a questo pensiero complottista e se così fosse deve essere dimostrato. Lo so che la gente cerca una illuminante risposta ma dobbiamo attenerci ai fatti. La sua arte, molto provocatoria, si esprime in colori eccentrici che spesso violano la vista. Cosa la ispira? Trovo l’ispirazione grazie alle persone con le quali lavoro e collaboro ed è per questo che non ho mai voluto fare esposizioni sia che fossero individuali piuttosto che collettive. Ho bisogno di essere motivato sicuramente dall’ambiente. Quindi il mio lavoro è al servizio di un gruppo già costituito come la collaborazione con i giornali a cui integro le mie immagini oppure per delle organizzazioni politiche per le quali preparo la cartellonistica oppure per i film di propaganda. Io vengo illuminato dall’eccitazione di queste persone. Parliamo del Cirque Electrique. Sono tre anni che lei prende parte a questo movimento artistico che viaggia ormai tutta la Francia. Il Cirque Electrique si differenzia dagli altri in quanto non rispecchia l’immagine tradizionale che noi abbiamo del circo. Oggi addirittura lei fa il presentatore. Perché questa scelta? Cosa è il Cirque electrique e chi sono i suoi personaggi? È un progetto autogestito con una logica libertaria, sperimentale dove storie e persone si incontrano. Anche la questione della sicurezza viene messo in discussione sul piano artistico. Una provocazione. Ci sono artisti internazionali e riconosciuti che hanno un loro bagaglio personale, una storia e un forte desiderio di mettersi in gioco. Per esempio c’è il Festival di Chalon a cui abbiamo partecipato dove gli artisti si sono esibiti in questo grande giardino e successivamente abbiamo assistito allo spettacolo dei giocolieri di fuoco e in seguito abbiamo concluso con la musica che ha fatto da sfondo alla magnifica cornice in questa meravigliosa cittadina quale è Chalon. Il circo come paradigma della società. Il circo è la “mise en scene” dell’arte. Ma certamente. Se pensiamo al teatro e al fatto che l’artista possa prendersi giogo del pubblico e come risposta otteniamo solo il sorriso e quindi l’assenza di presa di posizione certo che possiamo parlare di un paradigma. Cosa pensi dell’arte oggi? Dunque lo stato dell’arte oggi cosa dire? Interessi delle gallerie dei musei, poca spontaneità. A me annoia. Oltre i musei e le gallerie rimane la realtà underground. Dove io mi trovo. Mi piace la logica del confronto e trovo questo geniale nel Cirque Electrique. I giovani di oggi sono condizionati da diversi punti di riferimento. Mi viene in mente Londra nel 1990 quando divenne il centro culturale europeo. Lo stesso oggi accade a Berlino. Pensi che siano i giovani a condizionare o siano essi condizionati dalle politiche per la massa. Non conosco bene Berlino però posso parlare di fusione di Festival infatti il Cirque Electrique è stato invitato a quattro di questi eventi. Poi per quanto riguarda le politiche di massa certamente sia l’estrema destra che quella sinistra hanno a loro modo finanziato delle realtà culturali. Per esempio in Germania l’estrema sinistra condiziona maggiormente poiché strutturata da più di vent’anni. A me piace la fusione, l’incontro, la musica da quella elettronica al rap e trovo questo caos, dove partecipano in settantamila persone, geniale e d’ispirazione. Oggi, quali sono gli artisti francesi che trova interessanti? Gli artisti che io amo di base sono i miei amici. Per esempio amo tantissimo il mio amico Tanino Liberatore, piuttosto amo l’arte del mio amico Loulou il quale fa parte del collettivo Bazooka e con il quale ho lavorato molto. La scena politica condiziona l’arte quindi gli artisti? In qualche maniera io amo mettere la mia arte al servizio di una causa e la causa politica è sempre quella portante. Purtroppo oggi molti fanno politica senza appassionarsi al senso profondo di essa oppure altri che prendono il lavoro con leggerezza come un qualsiasi cittadino che va in ufficio, sbriga i suoi impegni e se torna a casa incurante della sua posizione. Ciò non può accadere per esempio con gli acrobati del Cirque Electrique a cui prendo parte. Gli artisti si preparano ogni volta che vanno in scena che sia l’esibizione in mattinata piuttosto la sera la prestazione deve essere all’altezza dell’aspettativa del pubblico. Ecco non accade questo, come spesso notiamo, nella scena politica ma nonostante ciò gli eventi che si susseguono li trovo illuminanti come la religione. Lei è credente? Non sono credente ma lavoro per delle organizzazioni politiche molto precise di cui non condivido totalmente le convinzioni. Trovo che la scena politica internazionale di oggi rispecchi molto i colori della sua arte quindi violenta. A proposito della violenza, cosa pensa della legalizzazione delle droghe? Io sono completamente a favore della legalizzazione delle droghe. Trovo che la legalizzazione possa uccidere finalmente il traffico illegale e forse questo sarebbe un modo anche per responsabilizzare ognuno di noi. Ognuno si prenda la responsabilità delle proprie scelte e credo che le persone non siano stupide anzi i fatti ci dimostrano che sono sensibili. Lei crede in questo? Ma certamente. Talvolta perdersi è una strada per trovarsi e questo può avvenire per quanto riguarda le droghe piuttosto che la religione. L’emigrazione. Cosa pensa del fatto che il suo paese, la Francia, abbia negato il passaggio per entrare nei confini francesi agli immigrati che provenivano da Lampedusa. In Italia abbiamo l’impressione di essere abbandonati, nessuno ci viene in aiuto che si tratti della Francia piuttosto della Germania o la comunità europea. L’emigrazione è una possibilità per tutti oppure un problema di cui lavarsi le mani come i governanti dei nostri Paesi fanno? Io affermerei adesso un pensiero forse utopico e cioè vorrei che la gente comprendesse che i nazionalismi, le frontiere rientrano oggi in una logica contradditoria e anche stupidotta. Ci accusano a noi fumettisti e pittori di essere pericolosi ma io trovo pericolosi coloro che si ostinano a disegnare e a rafforzare con la logica l’idea del confine. Ma i confini sono stati dipinti con il sangue dei martiri qualcuno le potrebbe rispondere. Lo accetto, ma che senso avrebbe oggi parlare di patriottismo?! Crede nell’Europa? Credo nell’Europa culturale ma non quella economica. Comunque io amo l’idea della comunità per cui sono pro-comunitario. Amo ancora di più il folklore. Cosa pensa della situazione che vive la Grecia? Trovo che sia una tragedia di per sé ma io filtro tutto come se fosse uno spettacolo, cruento ma sempre uno show. Pensiamo alle immagini che ci vengono addosso ecco io trovo che questo bombardamento visivo viene subito dimenticato dal pubblico perché lo stomaco della massa è assuefatto e dunque sempre bisognosa di altre immagini che sostituiscano in gravità la precedente esperienza visiva. Possiamo definirlo Le Cirque Mediatique. Esattamente. Noi non viviamo il dolore del giovane di vent’anni che ha attraversato su un barcone il Mar Mediterraneo ma percepiamo solo per un attimo attraverso l’immagine deumanizzata la sua condizione ma subito dopo ce ne dimentichiamo proprio perché le immagini …

Intervista a Kiki Picasso, l’artista comunitario. Leggi tutto »

Una preghiera agli italiani e agli immigrati contro la xenofobia.

Che cos’è la xenofobia? La xenofobia (paura del diverso; composto da ξένος, xenos, estraneo, insolito eφόβος, phobos, paura) è l’avversione indiscriminata nei confronti di chi è diverso da noi per natura, razza, religione, nazionalità, colore, gusti politici o di genere. Questa avversione è la paura che conduce nei riguardi del diverso al pregiudizio, alladiscriminazione, all’intolleranza, alla persecuzione fino all’eliminazione fisica. Oggi più che mai c’è la necessità di parlare di questa tematica che si presenta con mille sfaccettature ed è insito nell’essere umano come sentimento di sottomissione allapaura che porta l’essere stesso ad emigrare rispetto alla relazione che dovrebbe e che deve per forza instaurare con l’altro per non affondare. Il nazismo, il fascismo sono dei derivati della paura che come vediamo non è solo un sentimento ma un’entità, una supremazia che legifera da sempre nel mondo. Giorni fa guardavo una trasmissione su La7, Announo, condotto da Giulia Innocenzi, la quale provava a intervistare i giovani presenti nella messa in scena sul tema del razzismo e ciò che accade oggi in Italia a partire dal caso di Tor Sapienza a Roma sino a Milano nella zona Corvetto e tutto ciò che sono oggi le banlieues italiane. Ascoltavo per comprendere cosa pensassero i miei coetanei e anche quelli ancor più giovani di me. Non si capiva nulla se non un boato che partiva dallo stomaco dei giovinetti i quali si minacciavano a suon di parole o ragionamenti che avevano sentito qua e là e con una preparazione culturale molto generica. Quella sera assistevo ad un film sulla non cultura basata sull’orgia verbale. Ma si sa, a noi giovani, ancor più ai giovanissimi, preme maggiormente sottolineare i propri, cioè i nostri, attributi di preparazione culturale in attesa che passi un tram chiamato “desiderio di riscattarsi” rispetto alle tragedie umane da cui proveniamo tutti, nessuno escluso. Lo trovo comprensibile ma tuttavia non giustifico l’assenza di rispetto che sia gli uni (i cives natii del paese Italia) e sia gli altri, tutti gli altri, si procuravano e si procurano. Forse non ci rendiamo più conto che il tema immigrazione, oggi noi l’abbiamo appena assaporato: non è altro che l’inizio di un lungo percorso che uomini e donne faranno verso i paesi più ospitali. Ciò che oggi mi preme è una richiesta che mi nasce dalla mia condizione di un essere sempre in partenza e ciò che chiedo all’Italia e agli italiani è un minuto di attenzione. Chiedo una grazia che deve partire dai vostri cuori e chiedo di fare attenzione allapropaganda che i mass media vogliono muovere per approfittarsi di questa tematica per far presa sul vostro voto. I problemi sono altri e non si può operare il cuore quando invece il problema sta nella pianta del piede. Ma ancora di più la mia richiesta è indirizzata a tutti gli stranieri e ai nuovi civesitaliani. Noi tutti siamo scappati dalle nostre terre per motivi più o meno simili e la tenacia che ci ha accompagnati è stata dettata dall’improbabilità di una vita possibile nei nostri paesi e questo ci ha condotto inesorabilmente alla ricerca di qualunque altra realtà dove poteva essere garantita il respiro alla vita. Non abbiamo avuto paura perché noi eravamo la paura. Era dentro noi. Il terrore. Gli stranieri fanno paura perché nel loro sguardo si manifesta tutta la loro storia, il loro tragitto e la loro disperazione. Siamo tutti sulla stessa barca e non voglio condannare chi ha vissuto in assenza dell’orrore, ciò che vorrei è servire e portare una testimonianza che renda frutto e sia capace di unire saldamente culture diverse al fine di cooperare per il bene comune che è il diritto alla vita e al lavoro. Voglio chiudere con una massima di Rita Levi Montalcini, una donna e studiosa straordinaria che tanto ho amato: “Purtroppo buona parte del nostro comportamento è ancora guidata dal cervello arcaico. Tutte le grandi tragedie, la Shoah, le guerre, il nazismo, il razzismo – sono dovute alla prevalenza della componente emotiva su quella cognitiva. E il cervello arcaico è così abile da indurci a pensare che tutto questo sia controllato dal nostro pensiero, quando non è così.”. di Anita Likmeta su The Huffington Post

Chi ha paura di una nuova guerra del Kosovo? Una riflessione dopo la partita Serbia Albania.

Ci sono svariati tipi di odio ma a noi interessa distinguere due categorie: l’odio reattivo e l’odio determinato dal carattere. L’eterno ‘film’ girato dai ‘registi’ serbi e albanesi è il risultato di una profonda ferita immutabile e storica verso la quale entrambi provano un sentimento di impotenza. Essi condividono la stessa struttura ossea che trova nel sentimento dell’odio reattivo (quello determinato da una ferita profonda) la sua peculiarità caratteriale. Voglio stilare in questa pagina una precisa cartella clinica di questi due ‘registi’ che, ammalati di tutti e due i sintomi sopra elencati, stanno crescendo nell’odio e nell’ostilità anche i loro figli. Figli che si sono ‘risvegliati’ anche attraverso la partita di calcio andata in onda il 14 ottobre 2014. Queste immagini possiedono nella coscienza collettiva balcanica un valore altamente evocativo che grazie al mezzo comunicativo, cioè la televisione o tutti i sistemi multimediali, viene potenziato. Ai produttori, cioè i mass media, piace tantissimo questo ‘film’ ed entrambi i ‘registi’ perché essi possiedono quell’odio, che è un sentimento innato e storico dei metteur en scéne. L’odio andato in scena nella partita di calcio tra Serbia e Albania è conseguenza di quell’odio reattivo, e quindi storico, che oggi ancora di più incita gli occhi più deboli – il popolo e la folla – ad odiare nel nome dell’odio. Innanzitutto dobbiamo sottolineare il soggetto, quindi il pomo della discordia, il Kosovo che è al centro dell’interesse dei metteur en scéne e dei ‘produttori’ di questi ultimi. Nessuno storico albanese o serbo o di qualunque nazionalità può definire l’appartenenza etnica del Kosovo almeno fino al VI secolo ma, molti storici hanno ritenuto che le antiche popolazioni della regione appartenessero allo stesso ceppo degli illiri cioè degli albanesi. Come sappiamo la questione è alquanto spinosa e irrisolta per molti motivi. Si potrebbe dire addirittura che le risoluzioni applicate negli anni sono molto fragili e che trovano un terreno fertile specialmente in un’epoca, come la nostra, che vive forti contrasti a causa dei crolli degli indicatori della macro e microeconomia europea e del desiderio di numerosi Stati di diventare autonomi. Nella partita di calcio si è visto tutto questo. Io sono albanese e sono molto delusa per la violenza sia da parte dei serbi che degli albanesi. Certamente risulterò impopolare presso il mio popolo ma io voglio comportarmi da storica e intellettuale che non può accettare la violenza gratuita mossa dai miei connazionali con quel gesto osceno del drone nel cielo serbo. Stando alle voci dei presenti pare che a finanziare tale operazione sia stato anche, Olsi Rama, il fratello del primo ministro Edi Rama che è stato trattenuto dalla polizia per una notte e poi rilasciato. Un gesto talmente violento nel suo significato più profondo che non necessita di troppe spiegazioni. Cari connazionali la critica è una pillola amara, ma pur sempre una medicina e sappiamo che due galli non possono stare nella stessa gabbia. E come dice un nostro vecchio proverbio ‘chi non ha cuore non ha neppure tallone’ ma una pietra pesante al suo posto. Ai Serbi, e soprattutto ai nazionalisti, rivolgo l’invito di fare pace con la storia. Non si può viverla solo per creare aforismi come questa frase di Aleksandar Baljak che dice: “Noi non sappiamo chi ha iniziato prima. Che poi è sempre la causa del conflitto” oppure “Moriremo tutti per questa idea. L’ennesima vittoria dello Spirito sulla Materia”. Se voi oggi siete così allora vi ritroverete completamente nella frase del vostro connazionale Zoran T. Popovic che sostiene: “Il leader è affetto da mania di persecuzione. Ha sempre la sensazione che i cittadini lo seguano”. Mi spiace deludevi ma in una realtà che va definendosi sempre più globale, tutto questo è appunto solo una sensazione. Ma io voglio credere che i serbi oggi non siano questi. Non voglio credere alla paura che i ‘produttori’ della nostra società finanziano. Non voglio credere che Albania e Serbia non arriveranno ad una soluzione più radicale e ad uno scambio culturale per l’interesse e l’ amore del futuro dei figli che verranno. In questa sacchiera vorrei non individuare né gli alfieri, né i re, né i cavalli ne prestare attenzione al fatto che siano neri o bianchi. Vorrei che ci fosse la capacità intellettiva e la forza spirituale di scegliere di cambiare e di porre fine ad una guerra e a quell’odio reattivo e quello determinato dal carattere che non mi appartiene personalmente. Sono speranzosa che non ci sia più bisogno di guide per un paese all’orizzonte. di Anita Likmeta su The Huffington Post