Editoriale

LUIS DIAZ DEVESA VIA GETTY IMAGES

Democrazia in Europa: l’autobiografia di un continente incompleto.

La democrazia è il valore primario di tutte le Costituzioni dei Paesi occidentali, un termine fragile che in sé porta le complessità dei popoli che hanno deciso di abbracciarla. La democrazia è una pianta che può assumere mille forme e vivere in una moltitudine di condizioni. Platone, per esempio, nel suo trattato “La Repubblica” e precisamente nel dialogo “Politico” ne dà un giudizio negativo, ossia per il patriarca della filosofia greca il governo dovrebbe essere tenuto dai filosofi, o come diceva Bauman in “La decadenza degli intellettuali” dai philosophes i quali potevano essere gli unici veri intellettuali legislatori. Una sorta di tecnocrazia che non trovava invece d’accordo Aristotele il quale temeva che la cosa potesse in qualche modo trasformarsi in tirannide. Polibio, storico greco antico, nel VI libro di “Storie” distingue tre forme di Stato, la monarchia, l’aristocrazia, e la democrazia e ne elenca a sua volta anche le tre forme negative, la corrispettiva antimateria, ossia tirannide, oligarchia e oclocrazia. È su quest’ultimo termine, l’oclocrazia, che ci soffermeremo. Il termine che significa letteralmente “il governo della massa“, venne introdotto proprio da Polibio per segnalare una forma degenerata di democrazia, dove a fare da padrone non è più la logos dei filosofi, di cui parlava Platone, ma gli istinti di una massa istigata da demagoghi al fine di ottenere reazioni emotive collettive. Finché sopravvivono cittadini che hanno sperimentato la tracotanza e la violenza, essi stimano più di ogni altra cosa l’uguaglianza di diritti e la libertà di parola; ma quando subentrano al potere dei giovani e la democrazia viene trasmessa ai figli dei figli di questi, non tenendo più in gran conto, a causa dell’abitudine, l’uguaglianza e la libertà di parola, cercano di prevalere sulla maggioranza; in tale colpa incorrono soprattutto i più ricchi. Desiderosi dunque di preminenza, non potendola ottenere con i propri meriti e le proprie virtù, dilapidano le loro sostanze per accattivarsi la moltitudine, allettandola in tutti i modi. Quando sono riusciti, con la loro stolta avidità di potere, a rendere il popolo corrotto e avido di doni, la democrazia viene abolita e si trasforma in violenta demagogia. Polibio, Storie, libro VI, cap. 9 Il potere del Popolo dotato di autocoscienza storica muta in potere dell’ochlos, cioè della moltitudine atomizzata. Lo sapeva bene Hannah Arendt che ne “Le origini del Totalitarismo” spiega come l’atomizzazione della società sovietica fosse stata ottenuta attraverso l’abile uso di ripetute epurazioni che invariabilmente precedevano l’effettiva liquidazione di un gruppo. Le epurazioni avvenivano in maniera sistematica e l’obiettivo era sempre quello di distruggere i legami familiari, minacciare l’individuo o un collettivo utilizzando il criterio della “colpa per associazione”. Il regime staliniano era riuscito attraverso metodi polizieschi ad atomizzare la società con l’unico obiettivo di isolarlo, di privarlo di quella coscienza creativa che porta l’uomo ad interrogarsi su di sé e a mettersi in discussione con il prossimo. Accadeva allora, come accade in tutte le dittature del mondo. Un popolo senza Weltbild, ossia senza una concezione del mondo, che vive nell’oclocrazia, diventa strumento animato da acuti demagoghi che si fanno abbracciare da un corpo corrotto, il popolo, capace di trasformarli a loro volta, il corpo, in un organismo parassitario privandolo delle libertà comuni dove l’unica deriva possibile è quella di una disgregazione sociale. L’oclocrazia è una minaccia alla democrazia, alle libertà comuni, perché è fondata sull’ignoranza e sul conformismo umano. È la strada verso l’antimateria, lontano da quello stato di regole conosciute e condivise, in un non luogo dove l’inesperienza e la non conoscenza si sfogano divenendo la voce di una propaganda ipocrita e convenzionale. La società dello spettacolo, di cui parlava Debord, dove il rapporto sociale fra individui mediato dalle immagini assoggetta psicologicamente l’individuo, privandolo, isolandolo alla più totale passività, una sorta di monologo elogiativo sull’ordine presente. L’autobiografia di popoli che rivivono i loro demoni, la loro incapacità di farsi verbo sul gradino della vita. La storia di popoli che camminano scalzi, senza direzione, in preda al panico. Eppure, se solo ci stringessimo la mano l’uno agli altri, l’aria profumerebbe di democrazia.

L’Albania ha bisogno di albanesi e di Europa!

Il fatto che il Primo Ministro Edi Rama scelga il salotto di Porta a Porta di Bruno Vespa per discutere dei disordini avvenuti nelle ultime settimane in Parlamento a Tirana potrebbe far pensare che la situazione sia più grave di come possa sembrare. Eppure, trovo che sia normale che questi dissidi trovino luogo in un Paese che ha una democrazia così giovane. Trovo fisiologico che ci si scontri, piuttosto che l’opposizione faccia la sua battaglia anche fomentando e portando il suo elettorato in piazza. L’Albania sta facendo un grande percorso di ricostruzione, iniziato 28 anni fa, e da imprenditrice che ha aperto un’azienda nel Paese, una società che si occupa di informatica, penso che il Paese delle aquile sia interessante e che offra dei vantaggi fiscali considerevoli. Il viaggio verso l’Unione Europea è ancora lontano visto che dobbiamo ancora adempiere i requisiti per l’ingresso in UE, ma non è più un sogno impossibile. Da giornalista invece trovo necessario l’intervento del Primo Ministro nella Tv italiana, visto i rapporti economici fra i due Paesi, come trovo curioso il fatto che il capo dell’opposizione Lulzim Basha, il pupillo di Sali Berisha, faccia delle accuse così pesanti invece di presentare e informare l’UE in merito ai presunti brogli elettorali piuttosto dello stato attuale sul cartello dei narcotrafficanti. Winston Churchill diceva che “I Balcani producono più storia rispetto a quanto ne riescano a digerire” e questa affermazione trova la sua veridicità in quanto la naturale degenerazione della politica albanese in questi giorni, che ha visto l’opposizione abbandonare e minacciare il Parlamento è una situazione complessa da spiegare, quanto difficile da dimostrare in quanto mancano documenti che attestino i fatti concreti. Il problema principale degli albanesi è la tanto agognata adesione all’Unione Europea per vedersi facilitare l’emigrazione verso Stati europei più promettenti rispetto alle possibilità di vita che ci sono attualmente in Albania. Se è vero che da una parte il lavoro svolto negli ultimi trent’anni è stato ingente, dall’altra parte l’Albania non è stata capace ancora di sradicarsi completamente dal cordone ombelicale con il passato. Il problema è culturale, perché in quel silenzio assordante che ha caratterizzato il mezzo secolo del regime hoxhaista sono stati un po’ tutti complici, senza stare troppo a sottilizzare sulle impossibilità dovute alle pressioni che facevano quelli della Sigurimi. Penso che oggi più che mai sia necessario aprire un tavolo di discussioni e riflettere sullo status quo delle cose perché è così che avviene in democrazia. Sento spesso dire dai miei connazionali che in Albania vige una dittatura, e allora io mi chiedo cosa è la vera dittatura? Ci siamo già dimenticati gli anni di Enver Hoxha? Qualora aveste ragione, come mai, mi chiedo, sia possibile che la vostra voce arrivi fuori, come è possibile che riusciate ad opporvi senza essere deportati nelle carceri dello Stato come avveniva sotto il regime di Hoxha. Non è che i disordini in Albania siano voluti e che ci siano forze oscure dietro che hanno come obiettivo la destabilizzazione dell’area balcanica al fine di indebolire il progetto e l’area europea? Non sarebbe l’ora di planare questi disordini e controversie per rimettersi in carreggiata e magari vedere negli altri Stati dell’area balcanica una opportunità per creare una Unione economica forte piuttosto che continuare ad alimentare e perpetuare politiche di stampo sovraniste? Non vorrei che, come accadde con le piramidi finanziarie, ci illudessimo che gli aiuti possano venire da fuori, perché l’Albania ha bisogno degli albanesi, perché l’essere europei non è un luogo, ma uno stato dell’essere. Ed è da lì che dovremmo cominciare noi.

In esilio: una finestra spalancata e un bosco per salvarci.

Ci sono libri che gli autori scrivono per gli altri allo scopo di gratificare loro stessi. E ci sono i libri che gli autori scrivono per prima cosa per loro stessi. Gli altri ci sono, perché è così e non può essere diverso da così, ma l’impressione, leggendoli, è che chi li ha scritti lo abbia dovuto fare, perché ne aveva bisogno, come si ha il bisogno a volte di aprire la finestra e prendere una boccata d’aria, oppure di salire sulla macchina e andare verso un bosco, più lontano e isolato possibile. Ecco, queste cose le puoi anche chiedere a un altro, oppure le puoi fare insieme a qualcun altro, ma non è lo stesso. Leggendo In Esilio si percepisce che il libro è una finestra spalancata e un bosco. Con una finestra si possono fare solo alcune cose: ci si può mettere in mostra, tipo balcone di qualche palazzo, con raduno oceanico sottostante o senza; si può chiacchierare con il dirimpettaio, dei Mondiali o dell’offerta della settimana della Lidl, un contapassi a pile; si può calcolare cosa succede se uno si butta davanti al negozio del macellaio; oppure si può stare lì zitti, con un sorriso che contiene tutto e il contrario di tutto, e pensare alla vita, alle cazzate e alle cose essenziali, al passato e a qualche sogno tenace che resta, a dispetto di tutto. Rimane il bosco. E in un bosco si può solo scappare e nascondersi. Per fare l’amore con una donna o per evitare certa gente che ancora oggi domina le strade e le infesta. In entrambi i casi il bosco rappresenta la salvezza. Lo sapeva perfino Cappuccetto Rosso: il bosco è salvifico, perché il lupo è mille volte meno micidiale del cacciatore, e forse anche della nonna. La crisi consiste nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere. Le prime parole che incontriamo nel libro sono queste. Sono di Antonio Gramsci e sono tratte dai Quaderni del carcere. Se restiamo fedeli alla teoria di base, o meglio all’impressione immediata che questo sia un libro necessario, per l’autore e non solo, le prime parole non possono essere casuali né messe lì tanto per fare show. Siamo implicitamente invitati a ragionarci sopra, a sentirle dentro, confrontandole con ciò che percepiamo e con il mondo che siamo e che viviamo. La parola “crisi” in giapponese si scrive con due ideogrammi: uno significa “pericolo”, l’altro “opportunità”. Non conosco purtroppo l’idioma nipponico e non sono certo che l’affermazione sia esatta. Ma mi piace pensare che lo sia. Se non è una verità assoluta è, perlomeno, una verità poetica. E la poesia ha molto a che fare con questo libro. Questo libro la contiene, ma senza mai farla esondare nella palude melensa della retorica, del patetismo o di qualche rivolo di parole scontate e stantie. Simone Lenzi ha senso del ritmo e orecchio, anche nelle dita con cui scrive. Appena percepisce che la frase sta virando un po’ troppo verso il lirismo deteriore corregge la rotta come un abile marinaio del porto di Livorno. Con un’imprecazione e un colpo di timone, un cambio di rotta fatto di realtà nuda e cruda, di facce da marciapiede o da televisione che peggiorano all’istante la gastrite e ti fanno correre via a cercare un paio di confezioni giganti di Maalox. L’epigrafe è tratta dai Quaderni del carcere. E questo libro ci dice, anzi ci ricorda, mostrandocelo, che il carcere non è una cosa lontana nel tempo e nello spazio. Non è un palazzone distante che non ci riguarda. Nel carcere ci siamo, tutti, ciascuno a suo modo, ogni giorno che campiamo. Sarebbe bello poter dire che non è colpa nostra e che siamo innocenti. In realtà nel carcere non ci siamo messi da soli, d’accordo, ma ogni giorno abbiamo consentito che aggiungessero uno strato di calce. Anzi, più di una volta abbiamo anche dato una mano, agevolando amabilmente chi ce lo costruiva attorno, con noi dentro a chiacchierare e a guardare “la storia dei ciccioni che non riescono più ad alzarsi dalla sedia. La storia dei nani che si amano (…) Delle reginette di bellezza assassinate nella provincia americana più profonda. La storia dei cuochi vagabondi che assaggiano una brodaglia in culo al mondo e cercano di spiegarti quanto è buona(…) La storia di quelli che si trasferiscono in Italia dall’Arkansas e scoprono che in Italia non usiamo l’asciugatrice per i panni, ma non importa, adoriamo questo Paese!” e mille altre meraviglie della nostra Mirabilandia globale. Fino a che l’elenco non sfocia in una frase che interrompe il riso corrosivo e ci dice non solo quello che ci è toccato in sorte ma anche ciò che sentiamo, davvero, nel profondo. Ci dice come siamo, non solo ciò che abbiamo. Ci svela quello che alla fine siamo arrivati a volere: “La storia delle grandi invenzioni umane e la storia dell’universo, dei buchi neri, delle galassie. La storia dei file segreti della CIA, dei grandi complotti, della vita su Marte, delle civiltà aliene, la storia del mondo fra cent’anni, dopo l’Armageddon di cui si ha sempre più desiderio e sempre meno paura”. Eccoci qua. Come la lettera rubata di Edgar Allan Poe, in bella vista, nell’elenco delle amenità micidiali è presente un sunto della situazione e un progetto di fuga. Giunti a questo punto, sommersi fino al collo da oggetti e immagini tanto innocui e insulsi da risultare annichilenti, l’Armageddon tutto sommato diventa un Luna Park, e l’impressione è che pur di scappare dalla simpatica routine che si strozza saremmo disposti a mangiare, altrove, quintali di zucchero filato avvelenato. Purché, appunto, sia lontano, sia da qualche altra parte, sia forma e spazio di esilio vivibile. La prima frase dell’autore che incontriamo in questo libro, quella con cui ci viene incontro e ci accoglie è: “Questa non è una storia. È un invito a guardare di nuovo il cielo di notte, in estate, come si faceva da ragazzi, quando cercavamo di riconoscere il disegno delle costellazioni. Non è una storia, perché le storie le abbiamo viste già tutte in televisione, per tutte le sere di questa nostra prematura vecchiaia in cui abbiamo smesso di uscire a guardare il cielo d’estate e siamo rimasti seduti sul divano ad ascoltare, a osservare milioni di storie che ci scorrevano davanti”. Una decina di pagine oltre, dopo avere elencato una quantità di scene prive di senso e di bellezza di cui ci nutriamo e a cui veniamo dati in pasto, Lenzi ci offre una chiave, o meglio ci dice di più, aggiunge un indizio, un segnale lungo la litoranea piena di curve che ci conduce verso il sogno o verso uno spazio sgombro e silenzioso: “alla fine non restava altro che la fine stessa in un cielo immensamente vuoto. Ecco, questo è un invito a indovinare la fine di un cielo immensamente vuoto in una notte d’estate”. Poco oltre, altre due indicazioni generose, di non scarso rilievo, come a lasciare una traccia per poter essere seguito, se non raggiunto, lungo il cammino: “Io non so che fine faccio – scrive Lenzi – e neanche so dire esattamente quando ho cominciato a fare la fine che faccio. Ma sono certo che sto facendo una fine. D’altronde, è quasi più facile capire che fine fanno gli altri”. Voilà: si è, anche nella fuga, sulla via dell’esilio, inesorabilmente soli e inesorabilmente in compagnia. Solo che è più difficile vederci vivere, come diceva Luigi da Girgenti , quello dei Sei personaggi e delle Maschere nude. È più difficile vedere la nostra stessa vita. Guardarla può voler dire rimanere risucchiati nell’abisso o in una risata sconfinata. Allora non resta che ragionare sulla mancanza di ragione che poi in fondo è il solo modo di sfuggire ai denti acuminati della logica, della consequenzialità: “Mi vengono in mente episodi apparentemente insignificanti, che forse non c’entrano l’uno con l’altro, ma che si presentano insieme alla memoria”, aggiunge. E qui entriamo in ballo noi. O meglio, tocca a noi provare ad accelerare il passo e cercare di cogliere un po’ più da vicino l’espressione di Lenzi, sempre a metà strada tra serietà e ironia; serissima l’ironia, e quanto mai amaramente ironica la serietà. Tocca a noi prendere tra le mani e soppesare quel vocabolo che sembra piccolo e accessorio e che invece è essenziale, nel paragrafo citato, nel libro intero e in tutta l’arte degna di tale nome. Il vocabolo formato mignon è quel “forse”. La parola quasi magica che ci fa rimuginare e pensare che, in realtà, gli episodi apparentemente insignificanti a ben vedere non sono insignificanti per nulla, e c’entrano, anzi “ci combinano”, l’uno con l’altro, e non solo l’uno con l’altro ma anche con noi, sì, noi, che inseguiamo a qualche passo di distanza, smarriti nel nostro personale percorso e con addosso la calce della nostra individuale galera di un colore appena diverso. Non avrebbe senso scrivere un libro che escluda chi lo legge, così come non avrebbe senso scrivere un libro in cui non venga messo, seppure tra filtri e dighe, qualcosa dell’autore, la parte più vera. E allora, dietro il filtro metaforico della storia di Lot che lascia Sodoma con moglie e figlie, ecco la frase che nasce dalla parte nuda e esposta, là dove ogni pensiero scava e fa male e bene, e uccide o salva sul serio: “Però una cosa in comune con la storia di Lot c’è, dissi a mia moglie, ed è che io devo andarmene sul serio da qui. Quindi bada bene che se ti volgerai indietro a rimpiangere la città, verrai trasformata in una statua di sale e io ti lascerò lì (…) Pensiamoci bene: devo andare in esilio, ma se tu non vuoi, possiamo anche non farne di niente. E tanto ormai esco di casa cinque minuti. Posso continuare”. Anche in questo caso l’espressione di Lenzi, sia della parola che dei lineamenti del viso che intuiamo, è di precisione millimetrica. Non dice “voglio andare in esilio”. Dice devo. E nello spazio che separa questi due verbi c’è tutto il mondo, il suo e il nostro. Si perché anche molti di noi ormai escono di casa cinque minuti al giorno. E anche molti di noi, a questo punto, non hanno una vita sociale neppure su Facebook. L’umorismo di Lenzi non fa mai sconti. Non assomiglia a quello del guascone del bar che urla e sbraita e ti prende a pacche sulle spalle mentre ti spinge verso il bancone raccontandoti una specie di barzelletta sconclusionata di cui tutto sommato capisci poco e ti frega ancora di meno. L’umorismo di Lenzi, al contrario, ti fa ridere quel tanto che basta per farti capire che da ridere c’è poco o niente. E quella che ti racconta Lenzi non è una barzelletta, almeno che non si voglia considerare barzelletta la vita. Ma forse è più corretto definirla freddura, o meglio ancora fregatura. Lenzi non ti trascina verso alcun balcone, non cerca applausi e risate a cuor leggero, assordanti e stordenti. Parla, piuttosto, con voce nitida ma senza urlare. Per farsi ascoltare solo da chi è realmente interessato, chi si ritrova nel tono, nella trama, nelle maglie della stessa rete, della stessa inferriata della stessa prigione. Sembra volerci dire, voi ridete, ma la mia voglia di fuggire è vera e nasce da cose che sono diverse dalle vostre, anche se in fondo vogliamo scappare tutti. Io non vi voglio insegnare niente, tranne una storia che non è una storia e che è tutto ciò che ho. La condivido con chi come me pensa che ognuno è soltanto se stesso ma è anche tutti gli altri, tutti i sentieri che attraversano altri terreni ma in fondo nascono dalla stessa palude e sognano la stessa radura più sana e pulita. Per far questo, lo strumento di Lenzi, anche nel senso musicale del termine, qui in queste pagine è la capacità di modulare i registri, passando dal colto al quotidiano, non per scelta, per necessità. Perché la complessità del mondo richiede di saper cogliere e accogliere dentro di sé il sublime, l’etereo …

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Giovanni Falcone: le parole che cambiarono il mondo.

Le motivazioni per scrivere un libro possono essere le più svariate. Si può scrivere per vanità, per fare soldi, per fare scena, per rendere ipertrofico il proprio ego e il proprio curriculum e per mille altri impulsi e sfizi. Si può scrivere però anche per necessità, per la volontà di fare chiarezza, fuori e dentro. Questo volume si inserisce nella categoria dei libri necessari, con alcune specificità di rilievo. In genere chi scrive tende a farsi ascoltare. Perfino gli scrittori più riservati ad un certo momento salgono sopra un palcoscenico, se non addirittura in cattedra, ed espongono il proprio punto di vista sul mondo, la propria verità. Molto più rari sono quelli che rendono le proprie pagine un luogo di ascolto, prima che di discorso o di comizio. In questo volume Giommaria Monti ha saputo compiere un esercizio di non poco conto: mettere da parte il proprio ego per rendersi cassa di risonanza più attenta e più precisa. Di modo che ogni fatto, ogni ricordo, ogni emozione, risuonasse nitida, ineluttabile, inesorabile richiamo alla mente e al cuore, a quella coscienza che, in tali condizioni, diventa essa stessa concreta e vibrante, non più soltanto una bella e vuota parola. La chiave del libro forse è proprio in questo contrasto, questa battaglia che poi, in fondo, riassume bene il senso della vita e del lavoro compiuto dai due protagonisti: fare sì che le parole non siano soltanto vuote emissioni di fiato o grafemi posti in bella copia sopra un foglio di carta. La parola è un gesto, qualcosa che ha un effetto sulla realtà, sulla nostra vita. Questo vale per tutte le parole ma in particolar modo per quelle che hanno un maggior peso specifico: verità, libertà, giustizia e tutti i vocaboli ad esse correlati, semanticamente e nella pratica quotidiana del vivere civile. Monti, coerentemente, per rispetto alle persone che hanno ispirato il suo libro, ha fatto sì che anche il suo racconto fosse intessuto di parole vere. E di facce vere. Quelle che sono state autenticamente vicine a Falcone e Borsellino, quelle che non hanno mai cambiato lineamenti ed espressioni, anche quando tutto era contro i due magistrati, tutto, compreso lo Stato che avrebbe dovuto sostenerli. Leggendo il libro di Giommaria Monti cogliamo soprattutto queste due caratteristiche, le percepiamo in modo forte: la capacità di ascolto e il coraggio di metterci la faccia. Schierandosi, prendendo parte ad una lotta che non è mai finita, prosegue giorno per giorno, sulle strade e nelle teste, nella mentalità di ciascuno di noi. In molti romanzi l’eroe è solo. Perché deve costruire il proprio mondo, portare a termine quella Bildung che lo renderà un essere umano completo. Per rendere più ampio e intenso l’ascolto, questo libro estende il proprio raggio espressivo coinvolgendo altre forme di percezione e quindi di interazione, di confronto e dialogo interiore. Parte distinta ma integrante del libro è il CD con la cronaca sinfonica “Il coraggio della solitudine”. La parola si fa musica e voce. Al libretto scritto dallo stesso Monti si affiancano le note di Stefano Fonzi e la recitazione di Fabiana Sera e Luca Ward. Il richiamo all’ascolto è completo, evoca altri sensi, in ogni accezione possibile, favorisce e richiede l’emozione dell’immedesimazione, immersione in un tempo e in una realtà che diventano ineludibili, vicini, anzi, è opportuno ribadirlo, attuali. I “Dieci anni di solitudine” che campeggiano nel titolo del libro diventano nel CD “Il coraggio della solitudine”. È un modo più lirico per riassumere il concetto portante del libro, anzi, la sostanza, l’essenza. La solitudine si può subire oppure scegliere. Può capitare in sorte o essere un rifugio, un luogo di ritiro, buono oppure annichilente. Nel caso di Falcone e Borsellino la solitudine è stata un atto di coraggio. Una presa di posizione di cui sapevano, fin dall’inizio, di dover pagare le conseguenze. In molti romanzi l’eroe è solo. Perché deve costruire il proprio mondo, portare a termine quella Bildung che lo renderà un essere umano completo. È solo perché la solitudine lo rende fragile e tuttavia forte, riconoscibile, accattivante per il lettore. Questo libro però affonda le radici nella realtà, scava oltre la superficie, perfino di quella del mito e della narrazione. Ci sono vari richiami e riferimenti letterari e cinematografici, ci sono capitoli che hanno per titolo “Anonimo palermitano” oppure “Bersaglio mobile”, ad esempio. Ma qui tutto è in funzione della verità. La suggestione, il sogno, il mito, sono utilizzati per dare forza e colore a ciò che più preme: mostrare la micidiale efficienza di certi meccanismi del potere, criminale e non solo, nell’ostacolare chiunque osi provare a cambiare lo status quo, in modo fattivo, non solamente con proclami tanto altisonanti quanto innocui. La solitudine di Falcone e Borsellino nasce da questa loro diversità, potremmo dire dalla loro specificità genetica. Erano uomini di fatti, di azioni concrete. La parola era lo strumento del loro lavoro, l’utensile, il mezzo per arrivare a fare cose, per cambiare un scenario che chiunque, anche chi avrebbe dovuto combatterlo, considerava intoccabile, cristallizzato, assolutamente sacro nella sua incancrenita immobilità. Falcone e Borsellino sono vissuti, e morti, da soli, con a fianco quei pochissimi che li amavano e li proteggevano sul serio. Hanno osato affermare che le cose andavano fatte e non dette, per potere cambiare la situazione. Ecco perché, lo ricorda Franco Di Mare nella prefazione, Giovanni Falcone (ma il discorso vale anche per Borsellino) “fu calunniato, sbeffeggiato, umiliato nel suo lavoro”. Ed è emblematica la specificazione “nel suo lavoro”. In tal modo la dignità dell’uomo viene a combaciare con quello a cui si dedicava con tutto se stesso. Annientare lui, per i suoi nemici di ogni fronte, volevo dire uccidere l’idea stessa che le cose potessero essere modificate, diventando altro, qualcosa di nuovo. Il Gattopardo diventa Iena. La vicenda si ripete, solo in apparenza diversa da se stessa, nei decenni. La data è il 23 maggio 1992, il luogo è Capaci. Perfino la Storia sembra voler fare la romanziera, rivestendo tutto di un alone fittizio, pronto ad evaporare nella nebbia di un ricordo. Quel nome “Capaci”, scelto con cura, quasi un macabro messaggio, urlato, deflagrato. Siamo capaci di tutto, siamo in grado di distruggere tutto, anche i migliori dei vostri, i più coraggiosi, gli uomini non i quaquaraquà. Questo era e in fondo ancora è l’intento criminale. Ecco allora che questo libro conferma la sua utilità, il suo scopo e il suo senso. Nega la cancellazione. Sia quella dovuta all’azione del tempo, al potere corrosivo e in qualche modo edulcorante della memoria, e, con uguale vigore, nega che l’opera di distruzione abbia avuto successo. Anche dopo Capaci e via D’Amelio, Falcone e Borsellino restano, sono presenti, qui ed ora. Non per un dono generoso della nostra memoria, ma, al contrario, per il dono che hanno fatto loro a se stessi, a noi, al senso del loro lavoro e al concetto di Stato e di giustizia. Restano per quella tenace precisione e cura che hanno saputo mettere in ciò che facevano. Per quel rifiuto dell’approssimazione e dell’improvvisazione che da sempre sono il terreno di coltura di tutti i peggiori virus del nostro Paese. Sono stati chirurghi, ostacolati, colpiti nelle braccia ad ogni gesto, eppure in grado di non fermarsi, di proseguire l’opera di estirpazione finché hanno potuto, fino all’ultimo. La solitudine non creò mai a Giovanni momenti di ripensamento, la voglia di dire basta. Dobbiamo far presto, mi disse prima di morire. Perché è in gioco la nostra democrazia. Questo libro è utile per l’approccio che propone, è giusto ribadirlo. Le testimonianze di Maria Falcone e Rita Borsellino, e di molti altri, giudici e magistrati, sono lucide, mai patetiche, mai offuscate dal dolore. Di certo le loro voci sarebbero piaciute ai loro fratelli e ai loro amici e colleghi più veri. E probabilmente Falcone e Borsellino di questo libro avrebbero apprezzato la cura della documentazione, quella stessa precisione a loro cara, quella volontà di dare unitarietà a voci diverse, tendendo a raccogliere persone attorno ad un progetto condiviso da ciascuno. Il racconto di Giommaria Monti, e a fianco ad esso la cronaca sinfonica, come osserva ancora Franco Di Mare, servono a trasmettere quel “carico di emozione che rischia di diventare rabbia e incredulità”. Riflettere su ciò che è accaduto, o riviverlo, è un modo per ragionare su quell’epoca e, di riflesso, sulla nostra. Su ciò che grazie a quei due uomini è cambiato e su ciò che ancora deve cambiare. Questo libro contiene una narrazione di fatti, avvincente come un romanzo, un racconto in cui ogni singola voce è individuale e corale. È un mosaico di testimonianze e di documenti, date, giorni, sfumature del cielo e dell’umore, della mente e del cuore, passi compiuti sui pavimenti dei palazzi e sulle strade polverose. È composto da molti tasselli posti uno a fianco all’altro con lentezza e passione, direi con amore. Amore per il lavoro della scrittura e della cronaca e amore per la verità, per quello sguardo che alla fine emerge, una volta accostati con tutti con cura i lati e gli angoli. Un sguardo che lacera dentro ma squarcia anche il velo di menzogne e di accomodanti bugie imbellettate di retorica. Questa pagine sono costituite, anche, da questa opera figurativa posta in atto per restituirci due volti autentici e le loro voci. E il volume è sinfonico, proprio per fare da contrappunto a quella solitudine che campeggia nel titolo. La sinfonia è fatta di suoni, note differenti che si uniscono. Sono quelle degli autori dei testi e delle musica del libro e della cronaca ma sono anche quelle di chi, leggendo e ascoltando, si ritrova a dover esprimere una sensazione, uno stato d’animo, con se stesso e con gli altri. “Quando Falcone arrivò a Palermo si aprì una stagione di sangue senza fine, dove era necessario stare da una parte o dall’altra e, soprattutto, dirlo pubblicamente. (…) Nelle pagine che riportiamo, il consigliere istruttore racconta di come l’allora presidente della Corte d’appello (già procuratore generale) Giovanni Pizzillo fosse preoccupatissimo per questo giovane giudice arrivato da Trapani che stava “rovinando l’economia siciliana”. (…) Alcuni condomini di Falcone in via Notarbartolo (sì, proprio lo stabile dove adesso c’è “l’albero Falcone”) scrissero al Giornale di Sicilia per esprimere il loro timore che, in caso di attentato, ci potessero andare di mezzo loro che non c’entravano niente. Come se, quella di Giovanni Falcone contro la mafia, fosse una guerra privata. La lettera venne pubblicata senza commenti; mentre un’altra missiva, inviata da una signora che si premurava di far sapere che pagava regolarmente le tasse, fu corredata da brevi dichiarazioni di alcuni protagonisti, tra cui lo stesso Falcone. «Se ne dispiacque tanto, Giovanni, di reazioni come questa» racconta la sorella Maria al giornalista Francesco La Licata, nella splendida biografia di Giovanni Falcone, «che non erano poi poche o isolate e soprattutto furono utilizzate per orchestrare la campagna di discredito che sarebbe montata da lì a poco. Si rattristava per l’ostilità della gente. A quella dei politici, dei colleghi o degli avversari si stava abituando e la considerava inevitabile, ma, se gli attacchi venivano dalle persone comuni, gli pesavano. È per questo che penso sempre come, alla fine, mio fratello sia stato praticamente condannato a una vita triste. Era solo, in questa guerra» Come si ricava anche da questo brano, come da molti altri di cui è intessuto il libro, i fatti si intrecciano alle parole, fino a diventare un corpo unico: fragile, esposto, e tuttavia tenace. Ci si ritrova, leggendo questo libro, a confrontare la nostra solitudine con quella dei protagonisti del racconto. Concludendo, forse, che nel nostro bellissimo e peculiare Paese, il solo modo per andare avanti è quello di adottare la stessa “tecnica” di Falcone e Borsellino: la tenacia del lavoro, la coerenza, a qualunque costo, con quel gusto dell’esattezza, della precisione, della volontà di distinguere volto da volto, colore da colore. “La solitudine non creò mai a Giovanni momenti di ripensamento, la voglia di dire basta. Dobbiamo far presto, mi disse prima di morire. Perché è in gioco la nostra democrazia”. Ecco, queste parole di Maria …

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Ex Jugoslavia, 1989. Ph. Steve McCurry.

I Balcani negli interessi delle vacche grasse.

Sono trascorsi ormai più di venti anni da quando la Jugoslavia iniziò a sbriciolarsi a causa di una delle più brutali guerre dell’ultimo secolo, tutte le realtà che la componevano avevano intrapreso la strada verso l’indipendenza. Nonostante la suddivisione della ex-Jugo in sette Stati, quando si parla di Balcani, si fa ancora riferimento – soprattutto – a quel blocco che costituiva la Repubblica Federale Socialista di Jugoslavia. Quel blocco era governato da Josip Broz Tito, l’uomo capace nel miracolo interno di mantenere insieme popoli di lingue, etnie e religioni diverse, ma anche in ambito internazionale, mantenendo una posizione “neutrale” tra quelle che erano le due superpotenze mondiali dell’epoca: Stati Uniti d’America e Unione Sovietica. Fu Tito infatti, insieme a  Nehru, Sukarno, e el-Nasser a prendere l’iniziativa per formare il movimento dei Paesi non allineati. Un impegno il loro, che aveva come scopo la protezione degli Stati che non volevano schierarsi o essere influenzati dai due giganti mondiali. Nonostante le condizioni della regione balcanica siano completamente cambiate in questi anni, i Paesi che la compongono sembrano poter ambire a giocare un ruolo importante in termini di politica internazionale. Nell’ultimo periodo infatti, parlando di Balcani, l’argomento principale al quale si fa riferimento è l’entrata nell’Unione Europea di tutti gli stati della penisola. Eppure all’inizio del suo mandato, Jean Claude Juncker, Presidente della Commissione europea, la pensava in maniera molto diversa rispetto agli ultimi tempi, nei quali ha addirittura previsto una possibile data, quella del 2025, come anno nel quale l’UE potrebbe allargarsi a 33 membri. Ad avere inciso sul cambiamento di veduta della situazione sono stati fattori esterni che non erano stati previsti da Bruxelles. Mentre l’Unione Europea non prendeva in considerazione i Balcani, questi diventavano il principale corridoio di entrata per l’immenso flusso di migranti provenienti dal Medio Oriente, dando così vita alla crisi migratoria che ha messo in difficoltà le istituzioni europee, a cavallo di un altro episodio piuttosto scomodo: la Brexit. Infine, come pericolo maggiore per gli obiettivi di Bruxelles nella regione, sono arrivati gli investimenti e l’interesse di tre attori internazionali non indifferenti: Russia, Turchia e Cina. Ognuno dei tre ha nella zona un proprio modo di agire e specifici progetti. È utile quindi analizzare singolarmente ogni Paese. Partendo dalla Russia, che nell’area balcanica ha sin dai tempi della guerra giocato un ruolo cruciale, per poi proseguire nel post-conflitto come supporto principale della Serbia, soprattutto nella delicata questione Kosovo, essendo insieme alla Cina, uno dei due Paesi del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a non aver ancora riconosciuto il Kosovo come Stato indipendente. Mosca inoltre gioca un ruolo cruciale nei Balcani dal punto di vista dei rifornimenti, per il grande flusso energetico che mette a disposizione. Vi è inoltre un legame di tipo identitario con alcuni popoli della penisola, i quali si sentono molto vicini alla Russia, come serbi, macedoni e bulgari, che ne condividono la religione. Restando sul tema del legame identitario, a beneficiare di questa comunanza è la Turchia, la quale porta avanti la dottrina del “neo-ottomanesimo”, cercando di espandere la propria influenza soprattutto nei Paesi come Bosnia e Kosovo, grazie proprio alla condivisione della religione islamica. Due Paesi nei quali l’intenzione di Ankara è quella di investire in maniera massiccia. Inoltre, negli ultimi tempi, il governo turco ha intensificato i contatti e i rapporti commerciali con Belgrado, la capitale serba che dovrebbe essere collegata a Sarajevo, grazie ad un’autostrada o una superstrada. Ad occuparsene sarà proprio la Turchia, che potrebbe in questo modo giocare un ruolo decisivo da intermediario nel miglioramento e nel riavvicinamento dei rapporti tra serbi e bosniaci musulmani. Ma se questo della strada è ancora un progetto teorico, tra Belgrado e Ankara gli accordi commerciali vanno a gonfie vele, con un volume che avrebbe sfiorato il miliardo di dollari nel 2016, secondo i dati OEC. I maggiori settori che legano i due Paesi al momento sono quello metallurgico, tessile e alimentare. Per quanto riguarda il Kosovo invece, la Turchia è, insieme alla Svizzera, il Paese straniero che più ha investito nel giovane Paese balcanico. È di opera turca l’autostrada che collega Prishtina all’Albania. Ma Ankara non si limita ad investire nello sviluppo infrastrutturale, bensì anche nel campo culturale, nel quale si è impegnata a ristrutturare diverse opere ottomane presenti sul territorio kosovaro, chiedendo inoltre di rivedere nei testi scolastici la descrizione dell’impero ottomano. Parallelamente alla politica voluta da Erdogan a Prishtina, c’è stata negli ultimi anni l’apertura di diversi istituti scolastici privati sul territorio, ad opera delle fondazioni vicine a Gülen, nemico numero uno di Erdogan, il quale continua a chiedere la chiusura di queste scuole, le quali sono state nel frattempo fatte costruire anche in Albania, Bosnia e Macedonia. Istituti che nel tempo sono diventati sempre più aperti al mondo internazionale, dove le èlite decidono di mandare i propri figli, come per esempio il presidente del Kosovo Thaçi. L’ultimo dei tre protagonisti è la Cina, l’unico Paese a non avere alcun legame identitario con la zona. Particolare di poco conto, in quanto i cinesi sembrano interessati esclusivamente a fare business. La destinazione principale delle loro attenzioni fino a questo  momento è stata la Serbia, dove il denaro di Pechino non è arrivato in forma di investimenti, ma di prestiti. La presenza degli asiatici viene vista come un fatto positivo sia per lo sviluppo, sia per avere un maggiore consenso sulla causa Kosovo. A giocare un ruolo determinante è la posizione geografica della penisola, che permette di fare da collegamento a quella che sarà la nuova via della seta. I cinesi sono interessati ad esportare il più possibile in Europa e per farlo, hanno bisogno dei migliori collegamenti. Ma le volontà della Cina non si fermano qui, in quanto sempre in Serbia, hanno già acquistato diverse aziende e programmano l’apertura di centri di produzione di beni cinesi. Politica questa, che potrebbe portare diversi vantaggi per Belgrado. C’è da considerare anche il rovescio della medaglia, perché se questo interesse ad investire nel territorio è una buona notizia, d’altra parte, le azioni cinesi sono caratterizzate da poca trasparenza, dall’assenza di appalti pubblici e del mancato rispetto degli standard richiesti dall’UE. Terreno fertile che permette al problema principale che affligge i Balcani di ampliarsi, ovvero la corruzione. Concentrandosi ora invece su quella data, il 2025, evidenziato da Juncker come possibile anno della svolta, viene da chiedersi quanto possa essere fattibile e plausibile un’entrata di tutti e sette gli Stati balcanici nell’UE. I problemi sono diversi e non di poco conto, per citarne alcuni, in Paesi come Albania, Bosnia e Kosovo, la popolazione pensa ancora a come lasciare la propria terra per cercare un futuro migliore in Europa. Il numero di richiedenti asilo albanesi nell’ultimo anno è diminuito, ma 22mila richieste sono ancora una cifra importante. In Bosnia invece, pare che nessuno voglia vedere il problema dello svuotamento del Paese, nell’ultimo anno sarebbero state 150mila le persone ad essersene andate. D’altro canto c’è invece la corruzione, immenso grattacapo per tutti i paesi. Poi vi sono le questioni politiche, come per esempio il miglioramento dei rapporti tra Prishtina e Belgrado, punto fermo richiesto da Bruxelles. Mentre l’Albania deve assolutamente trasformare in realtà la tanto attesa riforma della giustizia. Infine la Macedonia deve risolvere la questione che riguarda il suo nome, con la vicina Grecia. Da questa situazione di forte interesse per la zona balcanica potrebbero trarne beneficio gli investimenti che i tre attori esterni sarebbero pronti ad emettere, cifre importanti che l’Unione Europea al momento non è in grado di permettersi. Questa intrusione esterna sta allo stesso tempo allarmando Bruxelles, che vuole subito ricorre ai ripari per ritornare ad essere il protagonista principale nella penisola balcanica. I governi, dalla loro parte, dovrebbero impegnarsi nel risolvere i problemi interni e permettere alla popolazione di poter vivere stabilmente nella loro terra madre. Successivamente, con quella che potrebbe essere l’integrazione europea e gli investimenti turchi, cinesi e russi, i Balcani potrebbero seriamente rifiorire e diventare importanti in tutti i campi.

Bambino kosovaro che rovista nella spazzatura per cercare vestiti e avanzi di cibo.

Kosovo: l’indipendenza corrotta.

È il 17 febbraio 2008, quando a Prishtina il Parlamento kosovaro, riunitosi in una seduta straordinaria, dichiara la propria indipendenza dalla Serbia. Da ex regione autonoma della Jugoslavia, il Kosovo diventa uno Stato indipendente. La dichiarazione viene sottoscritta da tutti i deputati presenti in aula, eccezion fatta, ovviamente, per i rappresentanti della minoranza serba, i quali decidono di non presentarsi neanche. In aula viene esposta la nuova bandiera, su uno sfondo blu compare il profilo della nazione di colore giallo, sopra il quale vi sono sei stelle bianche che simboleggiano le sei comunità etniche presenti sul territorio: albanesi, serbi, turchi, bosniaci, rom e gorani. Un richiamo diretto all’Europa. Inoltre, per la prima volta in assoluto, viene intonato anche l’inno nazionale, che non prevede alcun testo. Il Kosovo entra ufficialmente nella Storia, diventando uno Stato indipendente. Il Kosovo è uno Stato orgoglioso, indipendente e libero. Hashim Thaci Trascorsi dieci anni dalla sua nascita, il piccolo Stato balcanico ha ricevuto, ad oggi, 115 riconoscimenti diplomatici come Stato indipendente. Andando nel dettaglio dei riconoscimenti, questi sono arrivati dal 58% degli Stati che fanno parte delle Nazioni Unite, per quanto riguarda invece l’Unione Europa, sono cinque i Paesi che non lo hanno ancora riconosciuto, e quattro sono membri della NATO. Col passare degli anni sono arrivati riconoscimenti importantissimi da enti internazionali, due su tutti, FIFA e UEFA, che hanno permesso agli atleti kosovari di partecipare a competizioni come le qualificazioni per il mondiale di calcio, le Olimpiadi di Rio de Janeiro del 2014, nelle quali è arrivata la prima, storica, medaglia d’oro. Conquistata dalla judoka Majilinda Kelmendi. E pochi giorni fa la bandiera kosovara ha sfilato anche alla parata d’inaugurazione dei giochi olimpici invernali che si stanno tenendo in Corea del Sud. Il caso della Catalogna ha fatto riemergere in molti l’attenzione sulla questione del Kosovo. Motivo principale per il quale da Madrid non è ancora arrivato il riconoscimento per Prishtina, in quanto dalla Spagna vedono una certa somiglianza tra la condizione catalana e quella kosovara. Proprio pochi giorni fa la Spagna ha ribadito alla Commissione Europea la propria visione sul Kosovo, dichiarando che “Il Kosovo non fa parte del processo di allargamento, ma va trattato come un caso particolare“. Occorre innanzitutto ricordare che la popolazione albanese del Kosovo è stata vittima di una guerra, 1998-99, nella quale l’intenzione di Milosevic era quella di fare della ex-regione autonoma parte della Serbia, liberandosi così della popolazione maggioritaria albanese, che ne costituisce il 90%. Fatti, questi, che non sussistono al momento a Barcellona e dintorni. Sulla dichiarazione di indipendenza kosovara si è dichiarata la Corte di giustizia internazionale, affermando che essa non viola né il diritto internazionale, né la risoluzione 1244, né tantomeno il quadro costituzionale vigente dal giorno della proclamazione stabilito dall’UNMIK. Lavoro della Corte che si è concluso in questo modo, senza che l’organo abbia dichiarato nulla per quanto riguarda il quesito se il Kosovo sia uno Stato legittimo, allo stesso tempo non ha dato alcun via libera agli altri stati per riconoscere Prishtina. Noi oggi siamo accettati da 115 paesi come Stato indipendente. Questo è un successo notevole. Ma per quanto riguarda la coesione interna, siamo ben lontani dalle aspettative. Albin Kurti Per la nascita del più giovane Stato d’Europa un ruolo decisivo e fondamentale, è stato quello degli Stati Uniti, sin dai tempi della guerra. Molto probabilmente il Kosovo non sarebbe sopravvissuto, senza l’intervento statunitense. Impegno che viene tutt’oggi ricordato dalla popolazione, con strade intitolate ad esponenti americani e la statua nella capitale in onore all’ex presidente americano Bill Clinton. Supporto nei confronti degli USA che non ha è diminuito neanche dopo l’elezione di Donald Trump. Posizione, quella di Washington, che però non è sempre stato di appoggio nei confronti di Prishtina e dintorni. Basti ricordare che prima del conflitto gli Stati Uniti consideravano l’Uçk (l’esercito di liberazione kosovaro) un’organizzazione terroristica, per poi cambiare idea e diventarne partner. Significativo cambio di rotta che venne chiarito dalle azioni di Washington nel piccolo Stato dopo la fine della guerra, con l’installazione di quella che è la base americana più grande del mondo, Camp Bondsteel, ben 955 acri di terreno. Successivamente è iniziata una politica di privatizzazione, che ha visto gli USA protagonisti di primo piano, i quali tentarono inizialmente di accaparrarsi la PTK, la società di telefonia pubblica del Kosovo, ma poi si tirarono indietro, senza però lasciarsi scappare altre occasioni come le risorse minerarie e l’oleodotto. Insomma, per gli americani la strada in Kosovo è sempre aperta. Quello della privatizzazione è un argomento cruciale per il destino del Kosovo, infatti, dal giorno dell’indipendenza, è stata adottata questa politica di vendita delle principali proprietà statali a prezzi di saldo, come se queste appartenessero ai politici, più che essere delle risorse per lo Stato e soprattutto per i cittadini. Teoricamente, laddove avviene una privatizzazione, la compagnia dovrebbe avere un miglioramento in termini di efficienza e produttività, cosa che però non sta avvenendo. L’investimento privato sembra essere diventata una scusa per poter vendere a prezzi più bassi e nei tempi minori possibili, in maniera tale che quei soldi finiscano nelle tasche degli uomini che si trovano al potere. Un processo che ha due problemi principali, il primo è la mancanza assoluta di ricerche o analisi per comprendere se la privatizzazione in un determinato caso, sia la scelta migliore; il secondo è il fatto che le caratteristiche e le differenze delle industrie e/o compagnie non sono state minimamente prese in considerazione. L’attenzione è stata data esclusivamente alle offerte degli acquirenti, per comprendere quale di queste sarebbe stata la più redditizia in termini di guadagno. Una politica che ha portato nelle casse dello Stato una cifra che si aggira intorno ai 400-500 milioni, la quale, teoricamente, sarebbe dovuta essere l’offerta per una sola delle proprietà statali. Ad oggi, la privatizzazione avrebbe dovuto portare 1-2 miliardi di euro nelle casse statali, e non la cifra irrisoria citata poc’anzi. Gli esempi più lampanti di questa politica sono le privatizzazioni della compagnia elettrica, venduta dal governo nel 2012 al gruppo turco Limak-Calik alla cifra di 26,3 milioni di euro. Una cifra irrisoria, ma che non è il punto più assurdo di questa storia, in quanto dal momento del passaggio in mano ai turchi, i cittadini kosovari hanno visto un aumento del costo della corrente elettrica e soffrono ancora di problemi con questa considerando che non hanno ancora la completa disponibilità giornaliera. E poi dell’aeroporto di Prishtina, dato in concessione per i prossimi venti anni alla cordata Limak & Airport de Lyon MAS, dal cui intervento sono previsti 100 milioni di investimenti e un allargamento di 25 mila metri quadri. Gli investimenti arrivati dall’estero in questi anni sono stati numerosi e piuttosto generosi, tanto per citarne qualcuno: Germania 292 milioni, Regno Unito 250 milioni, Svizzera 115 milioni, Slovenia 195 milioni, Austria 130 milioni. Soldi arrivati nonostante gli incentivi siano veramente pochi per investire in un paese caratterizzato da una costante instabilità politica, da un piccolo mercato domestico e da una corruzione altissima, il Kosovo si posiziona infatti al 95° posto su 197 Paesi presi in considerazione nella classifica di Transparency International. Un Paese che ha a disposizione un’enorme forza giovanile, la quale però tocca il 50% di disoccupazione. Un dato ancora peggiore è quello che riguarda le donne senza lavoro, ovvero l’80%. Numero condizionato anche da una mentalità retrograda, che vede la figura della donna soltanto come responsabile del mantenimento della casa e della crescita dei figli. Secondo il rapporto dell’agenzia statistica del Kosovo, lo stipendio medio netto nel 2016 era di 450 euro, 337 nei settori privati e 586 nei settori pubblici.Con la paga minima per gli under 35 di 130 euro e per gli over 35 di 170 euro. Per crescere economicamente il Kosovo dovrebbe concentrarsi sulle proprie infrastrutture, cercare di produrre il più possibile, per cessare di dipendere dalle importazioni. Migliorare il processo di privatizzazione, cercare di equipaggiare la propria gioventù con le abilità e le capacità richieste dal mercato. Lo Stato più giovane e uno dei più poveri d’Europa. La costante di questi dieci anni di vita è stata l’instabilità politica e la formazione di governi insicuri e incoerenti, uno su tutti l’ultimo di Ramush Haradinaj, il quale è passato dall’essere imprigionato in Francia su mandato di cattura da parte della Serbia, rischiando prima l’estradizione a Belgrado, per poi essere liberato e diventare Presidente del Consiglio dei Ministri, proprio grazie ai voti della minoranza serba, dopo che questi avevano ricevuto l’ok proprio da Belgrado. Impossibile trovare un filo logico e coerente a questa vicenda. Un Presidente del Consiglio che dalla sua dispone di 21 ministri e 82 sottosegretari e ha deciso di alzarsi il proprio stipendio a 3000 euro.  Gli ultimi tempi hanno visto una condotta rischiosa da parte delle forze al potere kosovare, le quali infatti si sono permesse di minacciare l’abrogazione della Corte Speciale per i crimini commessi dall’Esercito di Liberazione del Kosovo. Se c’era da dare un segnale che avessero qualcosa da nascondere, non avrebbero potuto fare di meglio. Sono stati 43 i deputati di maggioranza a votare la richiesta di una sessione straordinaria del Parlamento affinché fosse revocata la legge che creò la Corte nel 2015. L’intervento internazionale è stato immediato e ha permesso che la proposta venisse bloccata. Atteggiamento questo inaccettabile e spaventoso, come definito dall’Unione Europea. La classe politica sta giocando con il fuoco, in quanto sono ormai anni che non riesce a raggiungere ciò che gli è richiesto, come la definizione dei confini con il Montenegro, l’accordo di stabilizzazione con la Serbia e ora questa iniziativa non fa altro che attirare su Prishtina le ire degli attori internazionali, i quali hanno il coltello dalla parte del manico, questo è bene ricordarlo al governo Haradinaj. Dieci anni fa le speranze e i sogni erano tanti, ma poco di ciò che ci si augurava è accaduto. Il Kosovo rimane una questione che divide, a partire dalla sua indipendenza per finire alla situazione politica attuale, e soprattutto a come gli investimenti stranieri stiano conquistando il territorio, con il lasciapassare delle forze politiche. Quasi che un classe dirigente corrotta e con più di uno scheletro nell’armadio faccia comodo. Nel frattempo a subire tutto ciò, non può che essere la popolazione. Un numero altissimo di persone che negli ultimi anni ha tentato di lasciarsi alle spalle una situazione disastrosa, per cercare di costruirsi un futuro migliore in Europa, con tutte le difficoltà del caso considerando che un cittadino kosovaro necessita di un visto per poter uscire dai propri confini. Il sogno europeo è una vera e propria utopia, ed è un errore, in primis da parte di Bruxelles, dare anche la minima fiducia a Prishtina, in quanto la classe politica in questi anni non ha fatto altro che riempirsi il proprio portafoglio, lasciando in secondo piano la crescita e il miglioramento delle condizioni di vita. Dieci anni fa si urlava “New Born” e si festeggiava. Oggi le urla sono colme di rabbia e da festeggiare, è rimasto ben poco.

Oprah Winfrey.

Time’s Up: oltre le verità.

Il premio alla carriera dato da Hollywood Foreign Press Association ad Oprah Winfrey, ed il suo successivo discorso di ringraziamento, hanno segnato un momento importante nella notte dei Golden Globes di quest’anno. Un momento di cui si continua a discutere ancora molto. Addirittura c’è chi ha osato scherzando su una ipotetica corsa alla Casa Bianca. Ma andiamo con ordine. Durante la notte dei Golden Globe 2018, tenuto il 7 gennaio al Beverly Hilton Hotel di Beverly Hills, Reese Witherspoon introduce il Premio Cecil B. de Mille alla famosa ed amatissima Oprah Winfrey, per capirci meglio la Maria de Filippi della televisione americana. Durante il discorso, Oprah sottolinea l’importanza della rappresentazione delle minoranze nei media, proprio perché si ricorda di quando da ragazzina aveva assistito agli Oscar del 1964 che videro premiato come miglior attore protagonista Sidney Poitier, il primo uomo di colore ad aggiudicarsi la statuetta nella storia del cinema, tra l’altro in un’anno importante per il movimento dei diritti civili degli afroamericani negli Stati Uniti d’America. Raccontare la propria verità è lo strumento più potente che tutti noi abbiamo. Diciotto anni più tardi, la storia si ripete e  Poitier viene premiato con lo stesso premio, correva l’anno 1982. Il 2018 vede protagonista la Winfrey, e la signora della TV americana sa bene quanto questi momenti siano importanti ed incisive per le giovani donne nere, che come lei sognano ancora oggi dinanzi alla televisione. Una Oprah visibilmente commossa racconta nel suo elogio alle grandi figure del mondo black la storia di Recy Taylor, morta il 28 dicembre 2017, la quale nel 1944 era stata rapita, violentata da sei uomini bianchi armati per poi essere abbandonata  bendata sul ciglio di una strada, mentre faceva ritorno a casa dal gospel. Fu proprio Rosa Parks, che lavorava al NAACP (l’Associazione nazionale per la promozione delle persone di colore),  ad investigare sul suo caso; purtroppo però, gli uomini che la violentarono non vennero mai puniti. “Raccontare la propria verità è lo strumento più potente che tutti noi abbiamo” sostiene Oprah durante il suo discorso, evidenziando inoltre di come ci siano tantissime altre vittime di abuso sessuale di cui non si sapranno mai i nomi e che proprio attraverso il movimento Time’s Up che si prefigge di aiutare con un supporto economico le spese legali per tutte le vittime. Il discorso di Oprah Winfrey è stato quindi positivo, inclusivo anche nei confronti degli uomini, e con un messaggio di speranza per il futuro della società non solo americana ma anche quella di tutto il mondo. Durante la trasmissione dell’evento però, nell’account twitter di NBC, la rete che ha trasmesso la cerimonia, è comparso un tweet che riportava la scritta “Nient’altro che rispetto per il NOSTRO futuro Presidente. #Golden Globe” Il tweet è stato poi subito rimosso con la spiegazione da parte dell’emittente che si trattava di uno scherzo e che non era un commento politico. Ma poco importa, ormai il danno è fatto. Subito i giornali hanno preso a parlare di una futura corsa alla Casa Bianca di Oprah nel 2020 nonostante che durante il discorso la stessa Winfrey non avesse fatto cenno alla politica o ad una sua futura candidatura. Oprah insomma non ha dichiarato nulla in merito, ma sappiamo che due fonti anonime vicine alla magnate della televisione americana le hanno per mesi suggerito di candidarsi. Speculazioni a parte,  Oprah non si candiderà in politica. Dunque perché queste insinuazioni? Forse per preparare il pubblico ad una battaglia tra Oprah e Trump nel 2020? Il punto non è questo, piuttosto le sue parole che hanno trascinato e avvalorato il movimento #MeeToo , influenzando ed incendiando ancora il dibattito pubblico sul famoso caso Weinstein, e più in generale dei diritti civili per le donne. Il movimento #MeToo infatti prende piede dopo un famoso tweet dell’attrice Alyssa Milano che invitava le persone a rispondere con un “#meetoo” (anch’io) al suo tweet per dimostrare quanto questo problema delle molestie sessuali sia in realtà molto diffuso, e che non è solo prerogativa di Hollywood. If you’ve been sexually harassed or assaulted write ‘me too’ as a reply to this tweet. pic.twitter.com/k2oeCiUf9n — Alyssa Milano (@Alyssa_Milano) October 15, 2017 Ma bisogna ricordare, per dovere di cronaca, che questo movimento è stato istituito nel 2007 dall’attivista Tarana Burke, la quale  presenziava ai Golden Globe. L’organizzazione no-profit, Just Be Inc. aiuta le vittime di violenza sessuale. L’opinione pubblica italiana non è stata immune all’ondata di rinnovata consapevolezza su questo tema, e così anche da noi si è parlato di molestie sessuali sia dentro che fuori l’ambiente lavorativo. Il movimento #MeToo ha avuto il merito di smascherare finalmente moltissime persone potenti e autorevoli, o presunte tali, nel proprio settore che hanno goduto dell’impunità delle loro azioni soltanto grazie alla loro fama e alla loro influenza. Si è anche parlato di una caccia alle streghe, e questa affermazione ha una sua verità, nonostante alluda ad un immaginario un po’ troppo estremo. Condannare una persona  ancor prima che sia un giudice a farlo è piuttosto pericoloso per diverse ragioni: prima di tutto si perde quel fantastico concetto giuridico che si chiama presunzione di innocenza, una volta collegata la parola molestia, o anche solo si siano levate accuse di molestia sessuale ad una persona, la sua immagine, e molto probabilmente anche la sua carriera, vengono irreversibilmente distrutte. Capita spesso che leggendo una storia, di qualunque genere essa sia, ci si sia trovati a crederla, per quanto esagerata o “gonfiata” ci sia apparsa. Ebbene, accade però che quella storia era falsa, che era stata scritta senza verificare le fonti o che era stata messa in circolazione  in mala fede, in modo da avallare la visione politica del mondo di quell’autore, pur essendo consapevole della sua infondatezza. Ma ormai il danno è fatto, per quanto quel giornale possa pubblicare tweet di correzione al proprio articolo, ormai quella storia si è insediata nella nostra mente e nessuno si metterà a leggere la correzione dei fatti. La stessa cosa accade per queste accuse: una volta letto che una donna, spesso anche protetta dall’anonimato, accusa un attore di Hollywood per molestie, si chiude lì la faccenda e si associa il nome di quell’attore allo stupro e non ci si informerà più se magari quell’accusa era fondata, se le storie erano concordate o se un processo le ha condannato o meno. Bisogna fare attenzione a questo meccanismo mediatico e fare attenzione al materiale che leggiamo magari facendo fact-checking da soli e attuando un pensiero critico per ogni singola vicenda. In secondo luogo, condanna nell’immediato una persona, che probabilmente potrebbe anche risultare innocente, porta a sminuire gli episodi veri e supportati da prove di abuso e molestie sessuali, e a buttare tutte le storie in un unico calderone senza distinguere caso per caso la gravità delle azioni perpetrate, equivalendo così la gravità di uno stupro ad una barzelletta a sfondo sessuale detta inopportunamente al lavoro. Il problema delle molestie sessuali sul luogo di lavoro riguarda tutti. Questo sistema non è giusto per nessuno, uomini compresi. Le interazioni di tipo romantico o sessuale al lavoro esisteranno sempre, è inutile negarlo. Molte persone infatti trovano il proprio partner proprio durante le loro ore lavorative. Questo dibattito pone perciò moltissime domande: è giusto porre sullo stesso piano, dal punto di vista penale ed anche di condanna da parte dell’opinione pubblica, un commento indesiderato sull’aspetto di una persona ad una richiesta di favore sessuale in cambio di avanzamento professionale? Quanto è appropriata l’interazione sessuale o romantica sul luogo di lavoro? Credo che una forte comunicazione all’interno dell’azienda ed una dirigenza reattiva e sensibile, che sia in grado di accogliere dai dipendenti lamentele riguardanti comportamenti inappropriati da parte di una collega senza che questo temi una ritorsione o la possibilità di non essere creduto, sia fondamentale. Un intervento tempestivo potrebbe persino risolvere la questione. Ma la questione, in ultima analisi, è molto più culturale che altro. Agli uomini è sempre stato insegnato, sia direttamente che indirettamente, che è lui a dover fare il primo passo, a mandare segnali sessuali diretti. È lui il “predatore”,  è lui che dovrà insistere fino a quando quel “no” si trasformerà in un “sì”, e sarà quindi sempre lui che si prenderà le conseguenze del suo operato, che sia un rifiuto, a cui diciamocelo, noi donne siamo state abituate molto meno, oppure un’accusa di comportamento molesto a sfondo sessuale, se non sa intercettare il consenso dell’altra persona. Al contrario, alle donne è stato insegnato ad aspettare, ad essere “preda” e di conseguenza a mandare segnali sessuali indiretti, e persino quando vorremmo dire di sì, diciamo comunque no, perché non vogliamo sembrare troppo “facili”, qualsiasi cosa questo voglia dire. Ci prendiamo personalmente, quindi, molto meno rischi rispetto agli uomini, ma allo stesso tempo siamo noi, per la maggior parte, a determinare se un comportamento è molesto o no, ed è quanto basta per considerare quel comportamento molestia secondo la legge. Insomma, il discorso è complesso, ogni persona in campo si deve prendere le proprie responsabilità e gli uomini che abusano del proprio potere e status, imponendo anche in forma consensuale una donna a fargli dei favori sessuali, e più gravemente in forma non consensuale, danneggiano non solo la propria azienda, ma anche tutti gli altri lavoratori e lavoratrici che lavorano per lui che si vedono quindi tolta una possibilità di promozione leale e basata sul merito. Il problema delle molestie sessuali sul luogo di lavoro riguarda tutti. Questo sistema non è giusto per nessuno, uomini compresi.

“Where the crows would have sung”, Photo & Reportage Elton Gllava.

I bambini di Bulqizë: se qui non ci fosse stato il cromo, i corvi avrebbero cantato!

Non molti sanno che l’Albania è ricchissima di risorse minerarie quali nichel, carbone, rame e cromo, quest’ultima è in quantità e qualità molto elevata. L’Albania è stata sino al 1990 il terzo produttore mondiale mentre oggi è l’unico Paese dell’area europea che possiede giacimenti così rilevanti di cromo. Secondo l’AKBN (Agenzia Nazionale delle Risorse Naturali dell’Albania), la quantità di cromo presente sul territorio supera i 10 milioni di tonnellate. Inoltre, l’Albania, è tra i Paesi dell’area mediterranea a possedere i più importanti giacimenti di fosfato e bauxite, piuttosto le riserve lapidee. Ad oggi le attività estrattive vengono concesse dal Governo albanese a società private albanesi che fanno da ponte a quelle straniere. C’è una città in particolare in Albania, Bulqizë, al confine con la Macedonia dove la presenza di cromo è maggiormente elevata. Negli ultimi dieci anni le attività estrattive sono aumentate notevolmente, così come è aumentato il numero dei lavoratori morti sul luogo di lavoro. Ma è di un altro fatto di cui vi voglio parlare, e riguarda lo sfruttamento sul lavoro dei bambini. A Bulqizë le manifestazioni da parte della cittadinanza non mancano ma spesso queste voci vengono taciute, così come vengono taciute alla cronaca internazionale le responsabilità da parte del Governo albanese, piuttosto la mancata presa di posizione da parte delle Organizzazioni Internazionali per quanto riguarda i diritti civili e quelli del bambino. Elton Gllava, fotografo albanese che vive in Italia dal 1992, ha lavorato per quattro anni ad un reportage fotografico in cui ha denunciato le condizioni dei lavoratori, del territorio e soprattutto dello sfruttamento del lavoro minorile. Una città distrutta e ribattezzata dai suoi cittadini come la valle della morte. Le prospettive di vita di chi nasce in questo territorio sono bassissime a causa della presenza eccessiva del cromo esavalente. L’unica possibilità sarebbe quella di abbandonare la città ma le condizioni di miseria generale in cui vive quasi tutta la collettività hanno piegato questi uomini e i loro bambini al lavoro di estrazione in questi giacimenti dove molti sono coloro che trovano la morte. Nonostante Bulqizë sia un piccola città, che conta intorno ai 15 mila abitanti, la città è un punto cruciale per la ricerca e lo smistamento del cromo, grazie al quale le persone riescono a sbarcare il lunario ogni fine mese. Il 25%  del Pil albanese dipende da questa pietra, della quale vengono esportate 120.000 tonnellate l’anno, per un fatturato che si aggira intorno ai 42 milioni di dollari. Una cifra enorme, che teoricamente dovrebbe permettere a chi lavora nelle miniere di permettersi una vita piuttosto agiata, ma purtroppo non è così. Il salario dei minatori si aggira intorno ai 15 euro al giorno, cifra assolutamente insufficiente per badare a tutte le spese. Il cromo viene estratto e inviato a Durazzo, dove poi i grossisti lo vendono ad Europa e Cina. Questo  metallo viene utilizzato per creare l’acciaio inox o per cromare gli oggetti, dando loro quell’aspetto lucido. Se qui non ci fosse stato il cromo, i corvi avrebbero cantato. Gllava racconta attraverso le immagini le condizioni di vita dei cittadini, e quelle dei bambini che invece di vivere la loro infanzia e andare a scuola sono costretti a lavorare e aiutare i loro genitori. I bambini, come gli adulti, iniziano il turno di lavoro nelle prime ore del mattino. Nell’ultimo anno, i giornali albanesi hanno cominciato a evidenziare le problematiche che interessano l’area dei giacimenti ma senza trapelare fatti e dati che raccontano di una realtà drammatica in cui i diritti civili sono del tutto ignorati. I minatori albanesi hanno organizzato più volte manifestazioni in cui denunciavano le loro condizioni chiedendo più tutela alle istituzioni, l’aumento di salario e l’abbassamento dell’età pensionabile a 50 anni. Le proteste servono ai lavoratori per esprimere il loro dissenso al governo albanese invitandoli a prendere posizioni a riguardo di un settore che incide  in una percentuale importante sul Pil del Paese. I minatori non denunciano direttamente le morti sul lavoro poiché, come alcuni giornali albanesi sostengono, ricevono continue minacce di morte e ricatti. Elton Gllava è rimasto a stretto contatto con i cittadini di Bulqizë, instaurando con loro un rapporto di amicizia. Ne è nata così una mostra fotografica, dal titolo: “Dove i corvi avrebbero cantato”. Scelta questa, condizionata da una frase che un vecchio disse al fotografo aspettando il passaggio di un corteo funebre: “Se qui non ci fosse stato il cromo, i corvi avrebbero cantato”. Parole che danno ulteriore riprova di come questa pietra sia fondamentale per la gente di questa città e per lo stato albanese. Allo stesso tempo, fortunatamente, il lavoro onesto di professionisti Elton Gllava ci permette di comprendere a pieno la situazione ingiusta che la gente del posto e soprattutto i bambini stanno vivendo. L’auspicio è che le condizioni dei minatori possano migliorare, e che i bambini possano ritornare sui banchi di scuola, a fare ciò che dovrebbero fare a quell’età, ovvero studiare e sognare.

Anna Politkovskaja

Anna Politkovskaja, forte come la verità.

Il 7 ottobre scorso è stato l’undicesimo anniversario della morte di Anna Politkovskaja. La giornalista russa venne freddata a colpi di pistola mentre si trovava nell’ascensore dell’edificio nel quale abitava, a Mosca. Anna scriveva per il periodico indipendente Novaja Gazeta, e si era sempre impegnata per la difesa dei diritti umani, contro la deriva autoritaria del governo di Vladimir Putin e per la verità dei conflitti, come quello in Cecenia.  Questo suo impegno le era valso premi come il Global Award di Amnesty International e il premio dell’Osce per il giornalismo e la democrazia. Oltre a questi riconoscimenti però, la realtà che lei raccontava tramite il suo superbo lavoro, l’aveva resa la giornalista da screditare e da uccidere per i signori protagonisti delle sue inchieste.  Il processo nei confronti degli esecutori materiali dell’omicidio si è concluso tre anni fa, con condanne molto dure e due ergastoli. In tutto questo però, nessuno è stato in grado di capire chi fossero stati i mandanti. Di lei rimarranno i suoi libri-inchiesta come “La Russia di Putin”,  la sua tenacia e il coraggio di cercare sempre la verità, nonostante la piena consapevolezza che questo desiderio avrebbe potuto portare alla morte. Mentre il mondo ricordava e piangeva Anna, nove giorni dopo su tutti i media rimbalzava la notizia della morte della giornalista Daphne Caruana Galizia. Una fine inaccettabile per il modo in cui è arrivata, ovvero una bomba installata sulla sua auto, che è esplosa pochi istanti dopo che la cronista si era messa in moto. Che qualcuno la volesse morta non ci sono dubbi, ora il compito molto difficile per gli investigatori è capire chi siano stati i mandanti. La Galizia aveva partecipato all’importantissima inchiesta dei Panama Papers, la quale aveva rivelato anche la corruzione del mondo politico di Malta. Le sue ultime e più importanti rivelazioni, riguardavano proprio il primo ministro maltese, Joseph Muscat e due suoi collaboratori, che sarebbero coinvolti in vendite di passaporti maltesi e soldi ricevuti dal governo dell’Azerbaijan. Ma proprio il governo maltese ha dichiarato che chiunque sarà in grado di dare informazioni certe sull’accaduto verrà premiato con un milione di dollari. Forse, questo, un semplice modo per mostrarsi volenterosi di scoprire la verità, dopo le forti pressioni ricevute dai media internazionali. La ricerca della verità ha portato ad un’altra vittima, una persona che provava a svolgere il proprio lavoro nel migliore dei modi. Esattamente come stava cercando di fare Giulio Regeni in Egitto, prima che venisse torturato e ritrovato qualche giorno dopo sul ciglio di una strada ormai privo di vita. Un ragazzo di soli 28 anni, ricercatore alla Cambridge University, che si era trasferito al Cairo per portare avanti i suoi studi sulle attività sindacali egiziane. Anche lui, sicuramente, aveva scoperto qualcosa che non doveva essere saputo ed era diventato un personaggio scomodo. Una persona da uccidere prima che rivelasse la verità, una persona per la quale non si è ancora stati in grado di scoprire chi ne abbia voluto la morte. “Una verità, quella letteraria, che è nella parola non nella persona. La verità delle parole nel nostro tempo si paga con la morte. Ci si aspetta che sia così. Ti addestri la mente che sia così. Ne sono sempre più convinto. Sopravvivere a una forte verità è un modo per generare sospetto. Le verità della parola e dell’analisi non hanno altro riscontro che la morte. Sopravvivere a una verità della parola significa sminuire la verità. Una verità della parola porta sempre una risposta del potere se è efficace. Il potere è una parola generica e sgualdrinesca. Potere istituzionale, militare, criminale, culturale, imprenditoriale. E se questa risposta non viene, la parola della nuova verità non ha ottenuto scopo. Non ha colpito. E la prova del nove per aver colpito al cuore del potere è esserne colpito al cuore. Una reazione eguale e contraria. E feroce. O si porta una verità condivisa e tutto sommato accettabile. O si porta la verità delle immagini, quella delle telecamere o delle fotografie. Verità estetiche, verità morali supportate dalle prove. O non porti verità”. Roberto Saviano, Espresso, 27 aprile 2006. Fare il giornalista è diventato un lavoro pericoloso, nel 2016 ben 9 corrispondenti sono stati uccisi, 205 aggrediti, 347 detenuti o arrestati. Si sono verificati 178 rapporti di accuse e di denunce penali; 390 rapporti di intimidazione, come abusi psicologici, molestie sessuali, trolling / cyberbullying e diffamazione; i professionisti dei media sono stati oggetto di attacchi alla proprietà 143 volte; giornalisti o fonti sono stati bloccati 299 volte e il loro lavoro è stato alterato o censurato 102 volte. Questi sono i numeri agghiaccianti del report effettuato da Mapping Media Freedom. “Lo spettro delle minacce sta crescendo, la pressione sui giornalisti è in aumento e il diritto pubblico ad un’informazione trasparente è sotto assalto. Le persone che cercano di svolgere semplicemente il proprio lavoro, vengono bersagliate come mai prima d’ora. Queste tendenze non sono di buon auspicio per il 2017”. Hannah Machlin, responsabile del progetto Mapping Media Freedom. La libertà di stampa ha raggiunto il suo punto più basso nel 2016, solo il 13% della popolazione mondiale vive in un Paese dove vige un totale libertà per i media, mentre il 45% della popolazione risiede in Stati considerati not free, alcuni di questi sono: Azerbaijan, Crimea, Cuba, Eritrea, Corea del Nord, Siria,Turkmenistan e Uzbekistan. Mentre i Paesi nei quali si stanno riscontrando i maggiori declini della libertà di stampa sono: Polonia, Turchia, Serbia, Venezuela e Ungheria. Lo scandalo del governo Azero, che avrebbe pagato in questi anni fior fior di soldi ai media di tutto il mondo e la morte della giornalista Caruana Galizia, hanno sottolineato, in questo 2017, come il mondo dell’informazione abbia sempre di più un ruolo determinante nel mondo politico e si stia trasformando in un luogo pericoloso, dove chi decide di scrivere la verità muore.

Angela Merkel.

Angela Merkel, la Cancelliera d’Europa.

Nella giornata di domenica 24 settembre in Germania si sono svolte le elezioni politiche. I tedeschi sono stati chiamati a votare i nuovi membri del Bundestag e l’esito è stato quello previsto, ma solo per quanto riguarda il vincitore. Angela Merkel ha confermato le previsioni che la davano come favorita, conquistando il maggior numero di voti per la quarta volta consecutiva. Sono stati i numeri di queste elezioni la vera sorpresa, a partire dai partiti vincitori CDU-CSU, che hanno conquistato il 32,93% con 246 seggi, perdendo quindi una percentuale importante del 9% e ben 65 seggi in Parlamento. Al secondo posto l’SPD di Martin Schulz, considerato il grande rivale, che però non è stato assolutamente in grado di dar fastidio alla Cancelliera, fermatosi al 20%, ovvero il peggior risultato della storia del partito socialista. Molto scalpore ha destato il partito classificatosi sul terzo gradino del podio, l’AFD. Per la prima volta dalla seconda guerra mondiale, un partito di estrema destra ottiene seggi all’interno del parlamento tedesco, ben 94. I numeri sono abbastanza chiari, e non si può che parlare dell’ennesima vittoria di Angela Merkel. Capace di conquistare ancora, dopo dodici anni di governo la fiducia di un importante numero della popolazione tedesca. Questa volta però la dimostrazione di forza è minore rispetto alle elezioni precedenti. È stata lei la prima a mostrarsi delusa, in quanto si aspettava una vittoria schiacciante e ha immediatamente dichiarato che si impegnerà a capire i motivi che hanno portato un numero rilevante dei suoi elettori a cambiare idea. Discorso che si collega in maniera istantanea allo storico risultato ottenuto dall’AFD, il partito anti-establishment, contro l’Islam, l’integrazione europea e volenteroso di una migliore relazione con la Russia. Non bisogna commettere l’errore di pensare che in Germania sia scoppiata una voglia improvvisa di nazismo e razzismo. Il 13% dei voti raggiunti dal partito di estrema destra è  arrivato in gran parte della Germania dell’Est, dove sono stati stabiliti il minor numero di migranti, ma che rappresenta quella parte della popolazione che continua a sentirsi esclusa e dimenticata, nonostante siano passati ormai ben 27 anni dalla riunificazione tedesca. Un partito che però ha mostrato immediatamente le sue debolezze, in quanto nel giorno successivo uno dei leader storici, Frauke Petry, ha dichiarato che non farà parte del gruppo parlamentare. Inoltre, la volontà degli altri partiti è quella di isolare e impedire all’estrema destra di essere in grado di condizionare le scelte del Parlamento tedesco. Nonostante l’importante risultato raggiunto dall’AFD, sulla scia che ha portato alla Brexit e alla vittoria di Trump, non ci sono le basi che possano far pensare ad un ulteriore e maggiore successo del partito che incute così tanta paura fuori dai confini tedeschi. Secondo alcuni osservatori da queste elezioni sia la CDU e soprattutto la SPD ne sono usciti fortemente indeboliti, come mai era capitato negli ultimi 60 anni. Occorre ricordare come in passato rappresentavano la quasi totalità dell’elettorato, mentre oggi ne rappresentano, insieme, poco più della metà. La  sfida più grande che aspetta Angela Merkel è quella di creare una coalizione che le permetta di governare. Dopo il rifiuto di Martin Schulz, l’unica possibilità è quella chiamata Giamaica, per i colori dei partiti che andrebbero a formarla, ovvero CDU-CSU, FDP e i Verdi. Una coabitazione che potrebbe rivelarsi problematica, viste le diverse opinioni che i tre partiti hanno sui programmi e sulle politiche ambientali. Queste elezioni mostrano come anche la Germania, la locomotiva d’Europa, non è così forte e sicura come vuole apparire. La differenza sociale è stato uno dei temi scottanti, adottato da Martin Schulz nella campagna elettorale: “Tempo per più equità. Tempo per Martin Schulz”. Considerato il secondo maggior problema secondo la popolazione teutonica, dietro solo all’immigrazione. Nonostante la Germania sia un Paese molto ricco, con uno dei PIL più alti e con il tasso di disoccupazione più basso d’Europa, la disparità tra ricchi e poveri continua ad aumentare. Il 15,7 per cento della popolazione è considerato a rischio povertà, mentre il 14,7 è già povero. La ricchezza privata dei cittadini tedeschi è più bassa rispetto a quella degli italiani e francesi ed è anche la meno distribuita d’Europa. Basti pensare che il 40% della popolazione possiede meno dell’1% della ricchezza privata del Paese. Un dato curioso è il fatto che la Germania sia uno dei Paesi con la percentuale più bassa di persone che hanno una casa di proprietà, a dispetto dell’Italia, che si qualifica prima in questa classifica che riguarda l’Europa. Occorre sottolineare come uno degli aspetti più positivi dello Stato tedesco – ovvero la disoccupazione media che si aggira intorno al 5,5%- sia  “dopato”, in quanto vengono considerati occupati anche coloro che svolgono un minijob. Il minijob è un lavoro che permette di guadagnare fino a 450 euro lavorando al massimo una quarantina di ore al mese. Uno stipendio con il quale risulta impossibile vivere e che sarebbe l’ideale esclusivamente per i giovani studenti, permettendo loro di pagarsi gli studi. Il Financial Times riporta 7,5 milioni di tedeschi minijobbers. Se per i sostenitori questo tipo di mansione ha creato più possibilità lavorative, secondo gli oppositori sta rimpiazzando i lavori a tempo pieno. Per chi invece ha un impiego a tempo pieno, la probabilità che sia un Leiharbeiter è molto alta. Costui è un lavoratore che viene “affittato” da una Leihfirma – azienda che recluta persone – che molto spesso non è interessata a qualità o capacità del lavoratore, ma il cui unico obiettivo è riempire i buchi che le aziende hanno in quel momento. Quindi una persona stipula il contratto con la Leihfirma e non con l’azienda per la quale lavorerà. Ciò comporta che l’occupazione sarà sicuramente a tempo determinato, che la paga non potrà essere delle eccellenti, anche se esiste la possibilità che l’azienda possa decidere di assumere il lavoratore. Questa è un’ottima chance soprattutto per chi arriva in Germania e ha necessità di trovare immediatamente un lavoro per risolvere i problemi come residenza e assicurazione sanitaria oppure per i cittadini tedeschi con un livello basso d’istruzione. Anche in questo caso però i numeri sono in forte aumento, nel giugno dell’anno scorso erano un milione i leiharbeiter. Questo stratagemma conviene molto alle aziende, in quanto non hanno bisogno di spendere tempo e denaro necessario alla ricerca del personale e possono liberarsene immediatamente dal momento in cui non ne hanno più bisogno. Le Leihfirma assicurano l’entrata nel mondo del lavoro, ma non la permanenza. Riconquistare la fiducia dei tedeschi dell’Est, la gestione del flusso dei migranti, migliorare il sistema del lavoro e impedire all’estrema destra di crescere. Si prospettano quattro anni molto impegnativi per Angela Merkel.