Interviste

Dastid Miluka

Dastid Miluka: l’artista che dipinge l’Albania!

Dastid Miluka è un artista albanese, un pittore per l’esattezza. Dastid, nelle sue creazioni, ama giocare con i suoi personaggi attraverso un gioco di luci e ombre che sono rappresentativi della realtà. Una parata di immagini contrastanti, colori sgargianti, luci e movimento esplorano il teatro della vita, che trova l’equilibrio nel riflesso dei sogni e degli spettri di Dastid. Dastid vive a Bruxelles, e su Anita.tv racconta il suo percorso partendo dalle sue origini, per poi parlare del viaggio che lo ha condotto fuori dai confini della sua madre patria. Dastid, raccontaci qualcosa di te. Dunque, sono nato a Tirana nel lontano 15 settembre del 1974.  Che ricordi hai della tua infanzia? Ho avuto una infanzia felice, ne ricordo la pienezza e la ricchezza di quel periodo. Quando parlo di “ricchezza” non mi riferisco alla ricchezza monetaria, poiché in quel periodo tutte le famiglie albanesi erano “uguali”, nel senso della condivisione della ricchezza che “apparteneva” al popolo, o almeno questo auspicava il principio della dittatura comunista, mi riferisco ad un altro genere di ricchezza. Io, fortunatamente, ho avuto la possibilità di vivere e di conoscere almeno tre diverse realtà di Tirana e questo mi ha permesso di venire a contatto con diverse realtà sociali che mi hanno dato, di conseguenza, l’opportunità di accrescere la mia sensibilità verso le tematiche sociali che noi bambini di quel tempo affrontavamo. La mia è stata un’infanzia felice, piena.  In quale periodo hai abbandonato l’Albania, e quali ricordi rimembri? Ho lasciato Tirana dopo gli anni ’90 per poi vivere alcuni anni in Grecia. Successivamente, sono rientrato in Albania e dopo un periodo, abbastanza lungo, nel 2003 ho deciso di trasferirmi a Bruxelles, in Belgio. Il mio percorso di vita non è molto diverso rispetto ai miei connazionali, che come me, si sono imbarcati nell’avventura sognando un destino migliore, fuori dai confini albanesi. È chiaro che lasciare indietro la propria terra, la propria città, i propri cari, è un coltello al cuore, ma tu sai che sei forzato ad andare avanti, a lottare. Un sentimento che difficilmente abbandona il mondo interiore, riaffiora ripresentandosi nella sua asprezza, e come se non bastasse, a quest’ultima si aggiunge l’insicurezza di questa lotta per la sopravvivenza; in un Paese straniero con l’impossibilità di darsi risposte sui mille perché che ridondano la mente. Credo che ogni albanese che ha vissuto e fatto il viaggio può comprendere la dimensione delle mie parole.  È stato un viaggio solitario? No. Mi sono trasferito in blocco con la mia famiglia.  Come hai vissuto i primi anni da immigrante? Non so se esiste qualcuno che può raccontare di aver vissuto i primi anni meravigliosamente! Ovviamente non do per scontato che non ci siano le eccezioni. Tuttavia, i miei primi anni non sono stati facili, anzi. È come nascere di nuovo, ripartire da zero, costruire daccapo. La città, la lingua, la cultura, i modi di dire e di fare del popolo ospitante, la loro storia. Ri-familiarizzare con i nuovi amici e integrarsi sono una serie di processi e impedimenti che bisogna necessariamente attraversare.  Parliamo del mondo del lavoro. Ti sei subito inserito? Inizialmente dovevo imparare la lingua, senza dubbio è il primo ostacolo da superare in una terra straniera. Successivamente ho svolto diversi lavori che non avevano attinenze con il mio mestiere di oggi. Come ho specificato prima, bisogna sempre attraversare un processo prima di mettersi in gioco esponendo le proprie capacità, il proprio talento, oppure, nel mio caso, l’arte. Perché hai scelto Bruxelles? Mio padre già viveva a Bruxelles da diversi anni, quindi ho deciso di fermarmi lì. Quì, ho conosciuto i musei e le possibilità che questa città mi poteva offrire e che senz’altro nell’Albania di quegli anni non avrei potuto trovare. Bruxelles mi ha rapito con il suo surrealismo. È una città che ha una grande tradizione nell’arte, soprattutto nell’arte figurativa. Bruxelles è una città mitteleuropea e questo facilita la possibilità di muoversi su diverse e interessanti piazze europee come ad esempio Parigi, Londra, Amsterdam ecc. Per non parlare che Bruxelles sta conoscendo una rinascita per quanto riguarda le arti figurative e questa fa sì che la città sia attraente sotto molti punti di vista.  Possiamo dire che oggi sei un artista molto apprezzato in Europea. Nel tuo lavoro, qual è il tema che ti sta più a cuore? Sono diversi i temi che la mia sensibilità abbraccia; certamente sono molto colpito dall’umanità, nel senso più stretto delle sfaccettature dalle attitudini alle abitudini degli uomini. Credo che queste tematiche sono la centralità del mio concepire l’arte. Ho un modo del tutto personale nel sfiorare questi temi e che nel tempo ho imparato a definire con più precisione. Per me è molto importante ricercare quei sentimenti già elaborati lungo il processo della creazione, e i rapporti che si stabiliscono attraverso i personaggi oppure le differenti situazioni in cui si trovano. È un lavoro che insegue l’altro, come uno spirale storico. Mi percepisco come un cassiere o un coordinatore della ciclicità che si riferisce ad ognuno inseguendo un filo conduttore. Mi piace lasciarmi andare e selezionare liberamente, e fidarmi del mio istinto originale per poi continuare a sviluppare l’idea fino al suo completamento. La mia è una creazione tempestiva che assume diverse forme. Per me è importante liberarmi nel processo della creazione, per comunicare le mie opere al pubblico.  Quanto c’è dell’Albania nel tuo lavoro? Penso che c’è sempre. Mi considero un artista molto legato alla Patria. Mi sono allontanato dall’Albania in un’età dove il carattere come individuo e artista era ben definito per cui ho conservato tutto dentro di me. Impossibile allontanarmi dalle mie radici, anche non volendo le radici incidono sulla visione di chiunque concepisce arte, in ogni sua forma.  Hai mai pensato di far ritorno in Albania? Senz’altro, non escludo mai l’idea di tornare a vivere nel mio Paese.  Secondo te, quali sono i lati positivi e negativi dell’Albania? C’è molto da discutere su questa domanda ma cercherò di precisare alcuni punti: ciò che trovo di molto positivo in Albania è la natura. Tra i tratti che contraddistinguono l’Albania è la ricchezza naturale che l’intero territorio possiede, a partire dalla flora e alla fauna. Per non parlare poi dei prodotti agricoli. Queste peculiarità possono essere fondamentali per il processo dello sviluppo turistico e per la crescita economica, che ad oggi è il problema principale. Certamente c’è molto da fare in questo luogo traumatizzato dalle scelte politiche, economiche e sociali effettuate nelle ultime due decadi. Voglio valorizzare ciò che in questi ultimi anni è stato fatto e penso che c’è un cammino positivo considerando le soluzioni ai molti problemi che abbiamo ereditato dal passato e queste vanno affrontate e regolate come tutte le altre. È necessario affrettare i tempi per cavalcare l’onda di questo periodo storico che certamente vede i Balcani come un punto chiave nelle politiche internazionali, e in questo l’Albania può rivelarsi il punto strategico.  Come avrai notato c’è un malessere nei giovani che vogliono espatriare che si esprime  soprattutto nei Paesi del Sud Europa. Lo stesso problema è sentito anche in Albania. Come lo interpreti questo desiderio?  È evidente che questo è una tematica molto delicata che ci riguarda tutti a livello europeo. È chiaro che l’interesse di emigrare per studiare o trovare possibilità lavorative migliori è un diritto che dovrebbe appartenere a tutti. Penso, che in Albania, questo tema è molto sentito a causa del caos socio-economico  attraversato in questi ultimi anni che noi continuiamo a chiamare come “una fase di transizione” che sfortunatamente sta andando un po’ per le lunghe. Bisogna distinguere la capacità di movimento che possono avere i giovani europei rispetto ai giovani albanesi che vengono limitati a causa di scelte politiche che ridimensionano il fenomeno permettendo così, ancora oggi, viaggi illegali  causando una piaga molto grande rispetto allo scenario che si potrebbe prospettare se ci fossero politiche economiche d’integrazione con la possibilità di individuare e di reinserire i giovani nel mondo del lavoro con possibilità di crescita. Credo che questa tematica dovrebbe essere la priorità nella politica del governo attuale, e di quelli che verranno.  Credi che l’Albania, ad oggi, risponde ai canoni per entrare nell’Unione Europea? Non mi va di esprimermi in merito, perché non sono un esperto in materia. So che bisogna raggiungere degli obiettivi per poter accedere ed essere alla stessa altezza dei Paesi membri. Tuttavia, credo che l’Albania è in Europa e questo non solo dal punto di vista geografico, penso che il futuro dell’Albania e degli albanesi non può che andare verso l’Europa.  Che rapporti hai con l’Albania, ma soprattutto con gli albanesi di oggi? Il mio legame con l’Albania è spirituale. Lì ho la famiglia, parenti e amici, per i quali cerco di essere sempre presente, quando posso. Cosa ti colpisce ogni volta che torni in Albania? L’energia, la vitalità.  Nel 2016, l’Albania ha perso uno dei suoi più grandi attori. Bujar Lako. Come hai vissuto questa perdita e che legami avevi con lui? È una grandissima perdita per l’arte, per il cinema  albanese. Io appartengo a quella generazione che è cresciuta con i suoi film, che fanno parte, ormai, della memoria di tutti, indelebilmente. La cinematografia albanese ha avuto una grande fortuna nell’aver avuto, e poter ad oggi annoverare, un grande attore come Bujar Lako. Film come “Gjeneral gramafoni”, oppure “Udha e shkronjave” non sarebbero risultati uguali se non ci fosse stata la meravigliosa interpretazione  di questo grande maestro. Credo che Bujar Lako ha lasciato una eredità molto grande all’arte albanese e sono convinto che egli sarà un punto di riferimento per molti in futuro.  Di cosa ti stai occupando ora, stai realizzando una nuova esposizione in Europa? Sono in procinto di lavorare su un nuovo ciclo di opere che porterò in esposizione. Si tratta di un processo che richiede diversi mesi, un suo tempo insomma. Fino ad allora preferisco rimanere in silenzio e non pronunciarmi, almeno fine alla fine di questo nuovo ciclo. 

Enkland Hasa, Ph. Carlo De Mitri.

Ekland Hasa: il pianista che veniva dal mare.

Chi è Ekland Hasa, da dove viene?  Sono un pianista nato il 15 novembre 1966 a Tirana. Qual è stato il tuo percorso di studio?  Il mio percorso parte ovviamente a Tirana in Albania dove ho frequentato il liceo artistico Jordan Misja dove ho avuto come docente Pranvera Xhiorxhi, per poi proseguire gli studi all’Università delle Arti a Tirana dove ho avuto l’onore di avere come professoressa la grande Anita Tartari.  In cosa ti sei specializzato? Fondamentalmente io sono un pianista, un interprete del pianoforte. Ho scritto anche delle opere stile pop, ho realizzato una colonna sonora e alcune romanze vocali ma nonostante ciò non riesco a definirmi un compositore. Scrivere musica ed essere un compositore sono due cose diverse per me. Ultimamente ho lavorato molto facendo il maestro sostituto che significa essere un preparatore di cantanti lirici.  Sei figlio d’arte, ho letto. Diciamo che la mia famiglia mangia pane e musica! Mio padre faceva parte del corpo di ballo al Teatro dell’Opera a Tirana, mentre mia madre è una violoncellista. Mio fratello Redi è uno dei violoncellisti più richiesti al mondo, infine mia moglie che è una cantante lirica.  Insomma, non siete una famiglia silenziosa… Ah ovviamente non posso non menzionare mio figlio il quale, seguendo le orme della famiglia ma questo senza essere mai condizionato da noi, studia musica ed è molto appassionato del melodramma.  Quali sono stati i tuoi Maestri principali nel percorso che hai fatto in Albania? I miei maestri in Albania sono stati Lali Gabeci, Pranvera Xhiorxhi ed Anita Tartari e Ludwig Hoffman che aveva un suo gruppo artistico. Tutti loro hanno lasciato in me un’impronta indelebile. Se posso essere fiero di chi sono diventato oggi certamente il merito va a questi maestri che ho appena elencato.  Beh, diciamo anche alla tua forza di volontà, si può dire.  (sorride) La tua storia è speciale, tu come molti, durante gli anni ’90, sei emigrato in Italia. Cosa ti ricordi di quel periodo?  Sono partito per l’Italia insieme ad un gruppo di artisti con permessi regolari. Me lo ricordo molto bene quel giorno. Era il 15 di novembre del 1991, il giorno del mio compleanno. Urca se faceva freddo! Mi sentivo spaesato, ma non ricordo di aver avuto paura, ricordo l’ansia, quella maledetta agitazione che mi attanagliava dentro. I secondi erano ore, i minuti settimane, le ore mesi. Un viaggio che non finiva più. In compenso con me c’erano compagni di viaggio che conoscevo bene. Kledi Kadiu, Ilir Shaqiri, Gaqo Cako e altri colleghi artisti i quali festeggiarono il mio compleanno regalandomi sorrisi e pacche sulla spalla perché tutti quelli notte guadavamo l’un l’altro negli occhi coscienziosi e decisi che in Albania non avremmo fatto più ritorno. Un viaggio doloroso, quello di tutti noi, ma indispensabile. L’Albania degli anni ’90 era un Paese invivibile.  Sei partito solo? Io all’epoca partii con la mia fidanzata che poi è diventata mia moglie. Hai scelto di fermarti in Italia, eppure un talento e professionista come te poteva correre verso Paesi più fecondi, più redditizi. Perché questa scelta? Semplice la risposta: l’Italia era il Paese più vicino a noi. Un Paese molto simile sotto il profilo geografico climatico ma poi molto diversa dal punto di vista culturale e mentalità. Oggi mi rallegro quando penso che le cose sono cambiate nel giro di 26 anni.  Hai trovato subito lavoro nella tua professione oppure hai faticato facendo altro nei primi anni?  Grazie ad alcuni amici, ai quali sarò grato per sempre, trovai lavoro subito. Iniziai a dare lezioni private di pianoforte. Poi, in quel periodo, cominciai a suonare tanta musica Jazz, un genere che a me era sconosciuto perché non accettato durante il Comunismo in Albania. Il Jazz è stato bandito in Albania per tanto tempo, ricordo molto bene quando alla undicesima manifestazione della canzone albanese vennero bloccati coloro che volevano presenziare con questo genere. Tempo addietro mia moglie mi fece capire che forse avremmo dovuto proporre questo genere, almeno fare il tentativo, al Teatro Nazionale di Tirana. Presi coraggio, grazie anche alla meravigliosa donna che ho accanto, e preparai un concerto e per mio stupore la cosa ebbe un successo enorme. Mi sono appassionato tantissimo al Jazz tanto che l’ho suonato per anni imparando moltissimo dai grandi jazzisti italiani, senza dimenticare ovviamente il mio primo amore: la musica classica.  Ormai è noto a tutti che tu, oggi, sei uno delle certezze di Albano Carrisi, come è stato il vostro incontro?  Ho conosciuto Albano Carrisi nei primi anni del 2000. Un mio amico, un violoncellista, mi disse che Albano stava cercando un bravo insegnante per sua figlia Cristel. Il mio amico mi chiese se fossi interessato al lavoro. Ovviamente, d’impulso, accettai subito! Ora ti racconto una cosa.  (Ekland si mette a ridere) Ho rischiato di cadere dall’albero e di farmi male sul serio quando Albano venne in concerto in Albania. Cosa che non avrei dovuto fare e che non rifarei mai per nessuno.  (E continua a ridere) Ero un ragazzo. Insomma, ricordo che mi sono presentato a casa di Albano e lui con modi molto discreti mi chiese di suonare e fargli sentire qualcosa del mio repertorio classico. Mi sedetti davanti al pianoforte, e quando la mia mano prese da se ad accarezzare quel meraviglioso strumento da cui fuoriuscirono le prime due note Albano mi fermò e mi disse: “Quando puoi iniziare a impartire lezioni a Cristel?”.  Negli anni, in Italia, ti sei affermato diventando uno dei pianisti più stimati e amati sia dal grande pubblico che dall’ambiente underground e quello d’êlite. Cosa pensi quando ti fermi a ricordare il viaggio che ti ha portato fino a qui? Quali i dolori? Quali le speranze?  Io rifarei tutto quello che ho fatto. Non è semplice realizzarsi nel campo musicale, per non parlare di riuscire a mantenersi anche economicamente con quello. Credo però che con la costanza, l’umiltà e la perseveranza ognuno può penetrare il proprio l’obiettivo. Per me fare il musicista è un’esperienza di vita bellissima, non c’è nulla al mondo a cui posso paragonarlo. Per me non c’è nulla di più bello di quello regalarmi attraverso la mia arte alle persone, credo sia l’obiettivo di chiunque faccia questo mestiere. Dico sempre che l’artista è un poveraccio che fa la vita da ricco! Come vedi l’Albania oggi? Pensi mai di ritornare a viverci? In una parola “work-in-progress”. L’Albania è un Paese in evidente crescita economica e culturale, ogni volta che faccio ritorno per lavoro la trovo sempre più diversa, poi non so effettivamente come è viverci in pianta stabile.  E degli albanesi, cosa ne pensi? Trovo che gli albanesi che sono emigrati negli anni ’90 continuano a conservare nella loro intimità familiare i valori della cultura albanese, mentre quelli che sono rimasti li trovo un po’ cambiati, alcuni nel bene e altri peggiorati.  E l’Italia. Come vivi oggi il Bel Paese?  Sento spesso dire che l’Italia era un Paese bellissimo negli anni 60’ e ’70 e ’80, mentre oggi, come tanti Paesi europei, si trova a far fronte a problematiche che riguardano un po’ tutti i Paesi dell’Eurozona. Poi credo che ogni periodo di difficoltà è anche una  grande possibilità per crescere, imparare e magari scoprirsi più forti.  Sei Direttore di un piccolo ma importante Teatro a Lecce. Raccontaci questa esperienza?  Devo precisare: ho diretto il teatro dal punto di vista artistico ma ho avuto anche l’occasione di organizzare diversi spettacoli da sovrintendente culturale. È una responsabilità enorme, ma come dicevo prima, in Italia oggi è tutto molto difficile a causa di una burocrazia asfissiante, quando si tratta di scadenze e magari salti o ti dimentichi ritardando di un giorno finisci che devi pagare la mora ma quando si tratta che devi percepire un compenso dalle istituzioni può accadere di aspettare anche quasi due anni. Questo non aiuta, non ti motiva a fare sicché comprendo le ragioni di coloro, giovani e non, che tentano la fortuna in Paesi più elastici e propensi ad aiutare a far crescere il cittadino.  Che rapporto hai con i tuoi connazionali? Sono molto fortunato perché ho avuto l’occasione di coltivare le mie amicizie sin dall’adolescenza, oggi molti di loro sono riusciti a realizzarsi nella vita, nell’arte e questo non può che rendermi molto felice. L’amicizia per me è un grande valore e mi sento amato almeno quanto amo e credo che sia questo il senso più profondo della vita.  L’Albania ha perso una delle sue icone più grandi. Bujar Lako. Voi eravate molto amici. Come hai saputo e come vivi la sua scomparsa?  Bujo! Parlare di Bujar Lako mi è estremamente difficile. Io ho avuto legame molto importante, molto forte, con la famiglia Lako in quanto sua moglie Mira Lako è stata la mia prima insegnante di solfeggio nonché amica di mia madre.  Bujo non era solo amico mio, ma era l’amico di tutti gli albanesi. Bujo era onesto, sensibile, professionale, amabile, umano, rispettoso, un talento immenso. Bujo viveva per la sua arte, amava sua moglie Mira e suo figlio Bojken, la sua famiglia. Ci sentiamo tutti un po’ orfani senza di lui, ma io credo che Bujo è e rimarrà sempre nei paraggi, ad osservare come era solito fare, a scrutare le vite degli altri, a vegliare su di noi. Attraverso i suoi film vivremmo sempre la sua grandezza e umanità, la profondità di questo grandissimo artista.  Ci puoi raccontare un episodio di vita con lui che ti porterai per sempre nel cuore? Ricordo l’ultima voce a Lecce, parlammo per ore e ore della cinematografia e lui che attraverso la sua magnetica voce mi raccontava di aneddoti, di storie, di Robert De Niro, di Al Pacino e tantissimi altri. La cosa che mi colpì in quella conversazione fu quando mi raccontò che non aveva mai preso parte alla Prémiere di un suo film perché non riusciva a reggere l’emozione.  Quali i tuoi progetti nel futuro prossimo? Ti vedremo di più in concerti oppure teatri?  Con il beneplacito del buon Dio continuerò a fare concerti in giro per il mondo finché potrò. Quest’anno, per esempio, lavorerò in Giappone, in Cina, in Europa e naturalmente in Albania che continua a darmi grandi soddisfazioni come quella del concerto dei “Tre Tenori” organizzato da Tullumani Produksion. Prossimamente rientrerò in patria, su invito del nostro grande tenore di fama mondiale Josif Gjipali,  per un concerto in onore del decimo anniversario dell’ospedale americano a Tirana. Infine, cosa si augura per il futuro Ekland, un uomo che può dire di avere avuto due vite, diviso tra Oriente e Occidente. Mi auguro la felicità, spero di poter continuare a fare il mio mestiere, mi auguro di regalare pace e sorrisi ai miei spettatori. 

Antonio Ferraro - Shambles

Antonio Ferraro: il rapporto fra influencer e brand e la startup Shambles

Sei giovane, sei campano, una laurea triennale alla Università degli Studi del Sannio-Benevento e un Master degree in Economia e Direzione Imprese alla Luiss Guido Carli. Stagista presso la Banca del Mezzogiorno e successivamente hai lavorato nell’area di programmazione comunitaria in Invitalia, ma questo non ti ha fermato dal coltivare e lavorare al tuo sogno che hai in tasca: shambles media. Raccontaci un po’ di te ma soprattutto di Shambles. Come sei riuscito ad avviare il progetto? Chi ti ha aiutato economicamente all’inizio? Sul mio percorso hai già detto tutto tu. Ho avuto la possibilità di conoscere le dinamiche del sistema universitario sia pubblico che privato e di lavorare in una grande realtà aziendale come Invitalia. E nonostante mi trovassi benissimo con il Team di Lavoro e l’Azienda in generale, ho preferito lasciare per dedicarmi a tempo pieno a Shambles. Evidentemente non avendo le competenze per sviluppare una piattaforma mobile, ho ricercato una software house in grado di accompagnarmi in questo percorso. Dopo varie ricerche e cambi in corsa, ho trovato un’azienda di sviluppo con cui c’è stata sintonia fin da subito, tant’è che a breve entrerà anche nella compagine societaria. Per quanto riguarda il finanziamento del progetto, ci ho creduto in prima persona investendo i risparmi accumulati con il mio lavoro in Invitalia. Inoltre hanno creduto ed investito in Shambles, mio fratello Danilo ed i miei amici Saverio Marro e Marcello Befi. Ed ora che Shambles non è più soltanto un progetto su carta ma un prodotto che inizia ad avere i primi utenti e clienti, stiamo cercando nuovi finanziatori con l’obiettivo di continuare a crescere. Anche per questo motivo da un mese è entrato in società una figura esperta come Jacopo Paoletti che ci farà da advisor e si occuperà dell’Area Marketing. Passando a parlare invece del contenuto del vostro Progetto, ci spieghi cos’è Shambles e come funziona la Piattaforma? Siamo una community di social influencers e brandlover che lavora insieme per  creare contenuti autentici per i brand. Con la nostra innovativa piattaforma mobile diamo la possibilità ai nostri influencer di modificare le proprie foto con il logo del brand che intendono condividere ed un testo orginale, creando così delle vere e proprie immagini pubblicitarie. Le foto, così modificate,  vengono condivise su Shambles, che è anche un social network, e sui principali canali social. Instagram e Facebook su tutti.  È aperta a tutti? In questo momento sì, ma sono in cantiere diverse novità, tra le quali rientra, probabilmente, l’implementazione di un sistema ad inviti per mantenere elevata la qualità dei contenuti condivisi. Ci sono piattaforme app che assomigliano a Shambles? Anche se in maniera diversa rispetto a Shambles, ci sono diverse piattaforme che si propongono di mettere in contatto brand ed influencer. E questo è un bene perché significa che c’è mercato. Noi puntiamo tanto sulla nostra community e sul nostro editor photo che stiamo continuando a migliorare con l’obiettivo di dare la possibilità ad i nostri utenti di realizzare contenuti unici. Perché un’azienda dovrebbe trovare interessante questo nuovo modo di fare pubblicità? Potrebbero contattare, come già fanno, direttamente gli influencer. E’ vero, possono farlo. Ma questo è comunque un lavoro che gli porta via tempo. Invece rivolgendosi a noi, potranno contare su una community già selezionata. Ed è proprio la community, in questo momento, ad essere il nostro valore aggiunto. Facciamo un lavoro certosino, quasi ossessivo nella selezione dei nostri influencer. Ci concentriamo molto sulla qualità dei contenuti condivisi e sulla reach che riescono a garantire. Quindi le aziende che si rivolgono a noi hanno piena garanzia sulla qualità dei contenuti e sulla reach che questi conseguiranno. Un’altra curiosità riguarda la tipologia di contenuto condiviso. Perché brandizzare le foto? Su Social come Instagram, l’attenzione dedicata ad un singolo post non è altissima e l’utente che lo visualizza potrebbe perdersi nei vari elementi e dettagli catturati nell’immagine condivisa. Invece, una foto con all’interno un logo ed un testo colorato oltre ad essere più divertente e stimolante per la creatività di chi il contenuto dovrà generarlo, mette in primo piano l’azienda condivisa. In sostanza, crediamo che questo tipo di condivisione possa avere maggiore impatto nei confronti non solo del singolo utente che visualizza il post, ma anche nei confronti dell’influencer che condividendo un post con il logo ed un claim originale, inizia a sentirsi pienamente identificato con il brand. Ci sono già delle aziende che hanno accettato di entrare nel mondo Shambles Media? Sì, Stiamo avviando diverse collaborazioni. Con alcuni brand si sta creando anche un rapporto di lungo periodo. Ci tengo a ricordare la nostra prima collaborazione con Salvatore Martino, fondatore di President Fashion. Un marchio che sta crescendo rapidamente sul panorama nazionale e non solo. La pagina instagram @by_president_1 è oggi popolata da molte foto condivise dai nostri influencer. Questo dimostra di come il Brand abbia apprezzato il lavoro nostro e dei nostri influencer. Un’altra collaborazione che mi fa piacere raccontare è quella con Splesh Tee. Un marchio estroso, che a me piace definire frizzante. Uno splesh di colore e creatività, esattamente come il suo logo. Con i ragazzi di Splesh ci siamo trovati subito perché, oltre a condividere l’età e l’esperienza universitaria, condividiamo la volontà di provare a crescere nel nostro Paese. Appunto. Fare impresa in Italia non potrebbe costituire un limite? Certamente il nostro Paese offre poco. Però questo potrebbe rappresentare un vantaggio per noi. Noi giovani siamo abbandonati a noi stessi, con poche possibilità di lavoro e ancor meno possibilità di carriera. Quindi non avendo alternative valide in ambito lavorativo, fare impresa diventa quasi una necessità per poter crescere e contribuire a far crescere un’Italia, che nel frattempo lavora, spero inconsapevolmente, per tapparci le ali. Tornando agli Influencer, avrei una piccola curiosità. Cosa risponde a chi critica questa nuova figura, ritenendola superficiale ed eccessivamente orientata alle apparenze? Credo che la bellezza vada condivisa e che chi ha la capacità di produrre contenuti carini in grado di suscitare emozioni positive, abbia il diritto-dovere di condividerlo con la comunità. Nel periodo di Test di Shambles ho avuto la fortuna di conoscere molti dei nostri influencer. Sono persone tutt’altro che superficiali. Ad esempio Mattia Caon è studente di Economia alla Cà Foscari di Venezia e nel tempo libero studia da fotografo e modello. Condividendo i suoi lavori sulla sua pagina Instagram, dà la possibilità al suo seguito di apprezzarli e lasciarsi ispirare. O anche MariaRosaria Veropalummo, segreteria in uno studio commercialista, che sogna di diventare la prossima Chiara Nasti. Le star Televisive sono sempre esistite. Che male c’è quindi nel sognare di diventare una star del Web? Un’altra curiosità riguardo al vostro nome. Perché Shambles? Sono un appassionato lettore dei libri di Seth Godin. In uno dei suoi libri, “Quel pollo di Icaro”, c’è una frase che mi ha colpito molto: “Le rivoluzioni producono un Caos totale. Ed è proprio questo a renderle rivoluzionarie.” E visto che consideriamo il nostro progetto una piccola rivoluzione nel campo della comunicazione digitale, abbiamo voluto chiamarlo Shambles che in italiano significa, appunto, Caos. Concludiamo con le più classiche delle domande, come ti vedi fra 10 anni? Rispondo con la più classica delle risposte: sinceramente non lo so. Quello che spero è di vedermi ancora a lavorare in Shambles, come e dove non fa molta differenza per me. 

Marika Marangella

Marika Marangella: storia di una instagramer di successo.

Giovane, brillante, laureata in Scienze della Comunicazione a Bari, Marika Marangella è una dei volti più belli ed interessanti dell’Italia che vuole cambiare, nonché una delle star più promettenti di uno dei social network più in voga del momento: Instagram. Marika, raccontaci un po di te, partendo dalle tue origini. Che dirti, sono nata e cresciuta a Taranto, la città dei due mari, 23 anni fa. Quale è stato il tuo percorso di studio? Tra i tasselli fondamentali del mio percorso di studi, non posso non citare quella che per me è stata l’esperienza formativa più importante, cioè l’aver preso parte al progetto Erasmus. Ho studiato per 6 mesi presso l’Université Paris Sorbonne vivendo in quella che ho sempre visto come la città dei miei sogni, Parigi. Tornata dall’Erasmus mi sono laureata in Scienze della Comunicazione, meno di un anno fa, presso l’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” con una tesi in Culture Letterarie e Visuali Anglo-Americane dal titolo: “Appunti di storie in(quadrate): dalla Street Photography alla Mobile Photography” e, attualmente, frequento un Master Executive in Digital Marketing for Tourism and Events Management presso la Bologna Business School. Quando è stata la prima volta che ti sei iscritta ad un social e come hai vissuto l’esperienza online? La mia prima iscrizione ad un social è avvenuta nel 2008, creando il mio attuale profilo Facebook. Inizialmente ho vissuto l’esperienza come un “rimanere in contatto con”, quindi ho cercato di mantenere i contatti piuttosto che crearne dei nuovi, per la creazione di nuovi ho sempre preferito l’offline.   Sei una delle Instagramers più seguite nel panorama italiano, quando è nata questa tua passione? Nel Dicembre 2013 ho creato il mio profilo Instagram, ma ho iniziato a farne un uso assiduo e ragionato da Luglio 2014, che lo indico come il mio anno 0. L’iscrizione ad Instagram è avvenuta quasi per sbaglio, complice un’amica ed un contest fotografico su Facebook. Passati i primi mesi di “rodaggio” ho capito le potenzialità ed ho iniziato a navigare nella sezione esplora del social, che mi ha permesso di scoprire gran parte dei miei attuali “followers”. Ho iniziato a frequentare i primi Instameet pugliesi e parigini, ho vinto qualche contest locale sia in Puglia che a Parigi e poi, a giugno 2015, la grande sorpresa… Sono stata inserita da Instagram nella lista dei “Suggeriti” cioè tra gli utenti più ispiranti, crescendo in maniera esponenziale in un paio di settimane. Finito l’Erasmus, sono tornata in Italia, e sono entrata a far parte di Instagramers Italia, diventando Local Manager della Community degli @Igers_Taranto. Nel frattempo, ho iniziato a prendere parte ad alcuni Instagram Tour e a collaborare con le prime aziende come Influencer e/o Ambassador. Come vivi il rapporto con i tuoi followers? Cerco di interagire con gran parte di loro. Sicuramente, come nella vita offline, con quelli con cui c’è più affinità si è istaurata una vera amicizia e si cerca di vedersi il più possibile, con altri complici le distanze ci si tiene in contatto quotidianamente e digitalmente sperando di incontrarsi, prima o poi. Quali sono le componenti per diventare una instagramer di successo? Sembrerà banale, ma “essere se stessi” lo indicherei come la chiave del successo e come elemento fondamentale per costruirsi un vero seguito. Senza dubbio, l’occhio fotografico aiuta nella realizzazione di un buon contenuto visual e nella crescita in termini di numeri, likes e followers, ma dietro il like e il follow c’è la persona. Quale è il tuo rapporto con la fotografia?  Per me la fotografia è la possibilità di raccontare qualcosa con un’immagine, dalla quotidianità ad un progetto visivo strutturato. La tua pagina pullula di foto meravigliose realizzate dalla tua sensibilità nell’osservare i luoghi, le persone, gli oggetti. Pensi che i social potranno in futuro diventare il miglior spazio dove sponsorizzare i territori e i vari brand? Assolutamente sì, soprattutto nel caso delle destinazioni turistiche. Un buon uso dei social è importante per mantenere ed attrarre nuovi e vecchi clienti, ma anche per la diffusione dei valori del brand o della destinazione. Puntare sul personal branding può rivelarsi redditizio nel tempo? Nel tuo caso lo è diventato? Sì, se ben fatto. Nel mio caso non lo considero redditizio, ma sicuramente mi ha permesso di capire meglio i meccanismi legati al Sé in era digitale ed in ottica business. Come vedi i social network, nel tuo caso Instagram, in futuro? Instagram sta cambiando molto velocemente ed è sempre più legato a Facebook anche in termini di funzionalità. In futuro vedo Instagram molto più incentrato sul contenuto video che su quello fotografico. Pensi mai di lasciare la tua Puglia, o l’Italia?  Ho lasciato la Puglia un paio di giorni fa, ma non a titolo definitivo. In futuro vorrei lasciare l’Italia e tornare in Francia, magari a Parigi. Secondo te, può un/una influencer contribuire su una tematica come l’immigrazione e darne una sua visione attraverso uno scatto? Direi: DEVE. Quando si ha la possibilità di interfacciarsi e di raggiungere un gran numero di utenti, prendere una posizione su tematiche difficili come quelle dell’immigrazione o comunque essere portatore sano di contenuti culturali usando lo strumento digitale ed in questo caso uno scatto, è un’opzione di crescita e confronto che l’influencer dà a se stesso. Personalmente sono molto legata alla tematica per motivi accademici. Ad esempio, ad ottobre 2016, ho avuto la possibilità di visitare la mostra World Press Photo a Bari, durante un evento igers ed in quell’occasione la visione delle foto vincitrici ha generato in me il bisogno di esprimere il mio pensiero visivamente, realizzando così una foto. Scatto che per l’impatto visivo generato, il giorno dopo l’evento, è stato citato da gran parte della stampa locale (La Repubblica Bari, ANSA Puglia, ecc…).   Quali sono i tuoi progetti? Quali i tuoi sogni? I miei progetti sono interamente legati al mio sogno di ritornare in Francia. Grazie Marika, che le stelle ti accompagnino nella Ville Lumiére.

Elay Ile

Elay Ile: in Azerbaijan l’arte rimane nascosta.

Elay è un pittore, viene dall’Azerbaijan, una terra lontana che una volta veniva chiamata l’Albania Caucasica. Vive e lavora Milano. Sull’immigrazione dice “Penso che non debbano esistere nazioni che impediscano ad un essere umano di andare alla ricerca della propria felicità.” Elay raccontaci qualcosa di te, dove e quando sei nato? Sono nato il 18 settembre del 1985 in Nakhcivan, una piccola città in Azerbaijan.  La tua famiglia? Ho una famiglia meravigliosa. Siamo in cinque, i miei genitori sono professori di letteratura e mia madre è anche una pianista. mio fratello maggiore è un traduttore di lingua inglese, mentre il fratello più piccolo è uno psicologo. Insomma le discussioni in famiglia non possono che essere molto colorate.  Quando hai partorito l’idea di abbandonare il tuo Paese? Quando mi diplomai all’Accademia delle Belle Arti a Baku nacque in me la necessità e l’interesse di conoscere meglio il movimento dell’arte in Europa, e poi cercavo una galleria dove poter fare una esibizione dei miei lavori  figurativi “monocolori’ i quali non sono accettati a Baku. Decisi che Milano era la città giusta dove studiare arte, la trovo una città moderna. Quindi nel 2013 cominciai a frequentare l’Accademia delle Belle Arti a Brera, dove mi sono formato.  Cosa ne pensa la tua famiglia di questa scelta? I miei genitori mi hanno sempre lasciato libero di fare le mie scelte, questo è stato molto importante per me. L’unico problema per noi è il fattore lontananza, questo è un aspetto difficile perché mi ha cambiato nel modo di vivere la vita, è tutto molto difficile ma in compenso il mio lavoro mi gratifica molto. Come sono stati i primi anni da immigrante? La solitudine è il lievito della creatività se sai maneggiarlo. Con molta difficoltà ho trovato un workshop economico a Milano, molto lontano dal centro, dove vivo e dove sviluppo i miei lavori.  Quando sei arrivato in Italia iniziasti gli studi in Accademia, come facevi per sostenere la tua vita? Facevi lo studente lavoratore? Sì, studiavo all’Accademia dove frequentavo il corso di pittura. Voglio precisare che ho avuto un sostegno grazie ad un amico a Baku, il quale mi ha sovvenzionato gli studi il primo anno e poi dal secondo anno ho fatto domanda per la borsa di studio che poi ho vinto. Ad oggi sto cercando di trovare opportunità di lavoro al fine di sovvenzionare il mio continuare a fare arte.  Perché hai scelto di vivere in Italia? L’Italia per me è la culla dell’arte, i più grandi artisti dell’arte, a partire dall’antichità alla società moderna, sono italiani.  Dopo i tuoi studi, hai iniziato a fare esibizioni, pensi di voler realizzare uno nel tuo Paese? Forse un giorno, perché no! Vorrei fare una sola esibizione dei miei lavori artistici per provare che il tempo e il luogo giocano un ruolo importante per constatare il vero valore di un lavoro artistico o di uno stile intellegibile. Ma credo che, generalmente l’arte nella società da dove provengo non è pronta ad accettare “lo stile nascosto” oppure i lavori “figurativi monocromatici”. Quanto è presente l’Azerbaijan nei tuoi lavori? La maggior parte dei miei dipinti consistono in ritratti e corpi. Ho sempre dipinto uomini, ogni genere umano, ogni etnia può essere il focus della mia attenzione.  Pensi mai di far ritorno in Azerbaijan? Per la creatività l’Italia è molto conveniente. A volte sento la mancanza di incontrare la mia famiglia e questo è la ragione per cui saltuariamente rientro nel mio Paese.  Quali sono secondo te le cose belle e brutte del tuo Paese? Dunque, la prima cosa bella che mi viene in mente è che siamo un popolo molto amichevole e questo è il valore più importante per la nostra nazione. Dall’altro canto, il lato negativo è che il mio popolo non è capace di creare una società moderna. Sono ancora fermi alla vecchia ideologia.  Viviamo il periodo delle immigrazioni di massa, tu come lo vivi personalmente?  Penso che non debbano esistere nazioni che impediscano ad un essere umano di andare alla ricerca della propria felicità. Ma allo stesso tempo penso che l’immigrazione è una tragedia considerando che uomini e donne sono forzati ad abbandonare le loro amate terre dove erano già felici, prima delle guerre.  Che relazione hai con il tuo Paese e i tuoi connazionali? Ho lasciato tanti amici indietro, ci teniamo in contatto attraverso internet che ci dà la possibilità di parlare e di ricordarci come eravamo. Il mio Paese è una pagina nostalgica della mia infanzia.  E cosa pensi ogni volta che rientri nel tuo Paese? Onestamente cerco di trascorrere più tempo possibile con la mia famiglia ma poi penso subito che devo rientrare in Italia perché ho sempre esibizioni da preparare.  Quali sono i tuoi progetti futuri?  Ho deciso di vivere in Italia, sto lavorando a molti lavori artistici, esibizioni da preparare. Il mio obiettivo è quello di contribuire a dare una nuova visione della società in cui viviamo. 

Edison Balla

Edison Balla, giovane promessa dell’arte made in Albania.

Edison Balla, giovane promessa dell’arte made in Albania, classe 1997, racconta in questa intervista i suoi inizi di carriera, i suoi maestri, i suoi sogni ma soprattutto dipinge attraverso le sue parole l’Albania odierna, un quadro in continuo movimento.  Edison, raccontaci chi sei? Dove sei nato e quando? Sono nato  a Tirana, in Albania, il 14 gennaio 1997. Inizialmente ho vissuto a Shijak, in provincia di Durazzo; successivamente quando iniziai gli studi liceali mi trasferii a Durazzo, dove ho vissuto per quattro anni, insomma fino a compimento del mio percorso scolastico. Infine, a Tirana dove mi sono iscritto all’Accademia delle Belle Arti.  Qual è stato il tuo percorso di studio?  Come vi dicevo, ho frequentato la scuola elementare nella piccola provincia. Alcune persone, inclusi amici e parenti, quando videro che io nutrivo la passione per il disegno e la pittura, non esitarono ad incoraggiarmi e per questo scelsi di iscrivermi al liceo artistico “Jan Kukuzeli”, dove, per quattro anni, ho avuto l’opportunità di perfezionarmi nell’arte della scultura. Questi quattro anni, molto proficui per me, sono stati fondamentali per la mia crescita, oggi continuo a proseguire i miei studi nell’Accademia delle Belle Arti indirizzo scultura e ceramica.  In cosa ti sei specializzato? Dopo aver sperimentato un pò di tutto al liceo, mi sono specializzato nella lavorazione della ceramica, anche se la pittura è una passione che non morirà mai in me, tanto che, qualche tempo fa, mi ha portato a Capri, in Italia, ad esibirmi e a concorrere assieme ad artisti internazionali. Per me la parola “specializzazione” vuol dire poco, non è congrua a quella che è l’intendimento creativo per un artista. Personalmente alcune idee le percepisco molto di più tridimensionali mentre altre le preferisco vedere come un “telaio”.  Puoi raccontarci un pò meglio la storia della tua famiglia d’origine? Le origini della mia famiglia sono di Tirana, mio nonno lavorava, in passato, come Capo anticriminalità organizzata a Durazzo, fu per questo motivo che noi ci trasferimmo ad abitare a Durazzo, la città che mi ha cresciuto e influenzato anche nella mia identità artistica. La mia famiglia è gente semplice ma grandi lavoratori, i quali hanno realizzato le loro aspirazioni nel pieno rispetto della dignità, attraverso sacrifici.  Cosa ne pensano i tuoi familiari di questa tua scelta?  I miei familiari, inizialmente, non erano d’accordo con la mia scelta perché intraprendere un percorso artistico in Albania può presentare molti ostacoli, specialmente per un giovane come me, quindi è stato molto difficile convincerli, ma la mia tenacia e il mio lavoro li ha portati a pensare che forse dovevano darmi la possibilità di misurarmi con il mio talento e andare fino in fondo. Ad oggi, dopo un percorso di traguardi raggiunti, almeno accademici, i miei genitori sono felici per me, e anzi, mi incoraggiano.  Quali sono stati i tuoi Maestri principali nel percorso che hai fatto in Albania, e quali gli artisti che ti hanno ispirato? Diciamo che sono stati i professori del liceo ad aver profondamente inciso nel mio modo di concepire e fare arte, ma c’è stata una persona in maniera speciale ad aver fatto la differenza per me, la pedagoga Florina Shani, alla quale sono grato e per la quale nutro grande rispetto. Poi, gli artisti che maggiormente hanno influito in me sono Lucian Freud, Rene Magritte, Egon Schiele.  Cosa ti ispira nel tuo lavoro? Nel mio lavoro trovo l’ispirazione nella natura, nella psicologia, mi piace pensare agli aspetti intimi della persona; l’uomo che tutto costruisce e tutto distrugge, il mondo emozionale.  La tua storia è quella di un ragazzo che è nato esattamente nel periodo post anarchico, post guerra civile, insomma sei un Millennians balcanico, come vive un ragazzo come te l’Albania di oggi?  Un giovane d’oggi in Albania deve combattere ancora di più per raggiungere gli obiettivi che si prefissa. In Albania puoi trovare eccellenze in ogni campo per cui il livello di concorrenza è altissimo per non parlare della lotta di classe sociale piuttosto quella politica, e infine economica. Personalmente trovo interessante quando l’ambiente diventa competitivo perché mi porta a migliorare.  Cosa pensi dell’immigrazione? Penso che l’immigrazione  è necessario per conoscere nuovi orizzonti e per misurarsi con nuovi mondi, oltre il proprio. Per quanto riguarda le famiglie, invece, a volte è una scelta incondizionata per tentare la fortuna e costruirsi una vita migliore altrove. Certo, è molto triste pensare di lasciare la patria natia a causa delle difficoltà e dello Stato che non sovvenziona e incentiva con contributi le famiglie. Ma spesso, l’emigrazione si rivela un viaggio molto interessante.  Pensi mai di voler lasciare l’Albania per andare altrove? E se sì, dove ti piacerebbe andare e perché? Sì, l’ho pensato. Per me sarebbe interessante vivere in un altro Paese per sviluppare al meglio le mie possibilità. Ho pensato a Capri, ci sono stato, come vi dicevo, e l’ho trovato molto bello sotto ogni profilo. Mi è piaciuto la gente, il clima, ma soprattutto è un luogo che ispira molto. Onestamente ho sempre amato l’Italia, per la sua cultura e per le possibilità che questo Paese può dare ad un artista. Certo, non escludo a priori gli altri Paesi.  Cosa, secondo te, manca ancora all’Albania?  Penso che in Albania manchino le possibilità affinché un artista possa svilupparsi al meglio, questo perché da noi non si respira ancora un’aria internazionale. Poi, cosa ancora più importante, in Albania manca la capacità di integrare il vecchio con il nuovo. Non ci sono ancora politiche d’integrazione atte a riequilibrare le lotte sociali che viviamo nel Paese.  I tuoi genitori ti raccontano quegli anni? E i tuoi lavori sono condizionati dalla tua storia? No, i miei lavori non sono condizionati dai fattori storici. I miei lavori rappresentano me e quello che io penso, oggi.  Cosa pensi degli ambienti accademici in Albania? Quello che posso dire è che il livello accademico in Albania è molto buono anche se ancora non ci misuriamo con gli standard che l’Unione Europea propone.  Secondo te, il mondo dell’arte è sovvenzionato dalla classe politica albanese? Voglio essere onesto: penso che la politica albanese raramente degna di uno sguardo il mondo dell’arte, ciò a cui noi assistiamo ogni giorno è la messa in scena dei personalismi individuali. Una cosa vergognosa!  Come vedi l’Albania oggi?  L’Albania è un Paese bellissimo, io attualmente vivo qui, anche se incontro molte difficoltà, come le incontrano tutti gli albanesi che ogni giorno nel loro piccolo tentano di fare la differenza con grandi sacrifici.  E degli albanesi, cosa ne pensi? E dei tuoi coetanei?  Io osservo e vedo che i miei connazionali sono spaesati, increduli insomma in una grande difficoltà storica. Personalmente sono fortunato perché sono circondato da artisti e vivo in un ambiente dove pullulano le idee nonostante manchino i fondi. I miei coetanei invece, li vedo pietrificati, passivi e demotivati. Come interpreta un giovane come te le derive totalitariste e ultranazionaliste che in molti albanesi sono presenti? Penso che l’Albania, oggi, sia il nodo da sciogliere per capire molte dinamiche che ancora non sono chiare perché é mancante dal punto di vista delle fonti storiche, non c’è un’unica voce ufficiale. Io sono orgoglioso del mio Paese quanto di essere albanese. Spero soltanto che i politici inizino a mettere da parte i loro personalismi per poi indicarci una strada percorribile per il bene comune.  Pensi che l’Albania e gli albanesi siano pronti per entrare nell’Unione Europea, oppure pensi che questa scelta non è opportuna in questo periodo storico? Penso che non siamo pronti relativamente. In Albania abbiamo ancora problemi di politica interna, come le tasse oppure il debito pubblico nazionale. Qui, manca il lavoro. La domanda che io mi pongo spesso è come possiamo essere pronti per sottometterci a delle nuove leggi da parte dell’Unione Europea quando ancora siamo incapaci di decidere la direzione basilare da prendere, in questo piccolo Paese.  Che messaggio vorresti dare ai quei giovani artisti, albanesi e non, che in Italia e nel mondo ti leggeranno attraverso le tue parole in questa intervista? Il messaggio che io posso lasciare agli artisti e giovani albanesi non è soltanto quello di lavorare per quello in cui eccelliamo e amiamo ma, di farsi forza e combattere per nutrire quell’ego professionale al fine di incamminarci verso il futuro che da oggi si chiamerà anche Albania.  Quali sono le tue speranze, i tuoi sogni?  I miei sogni hanno a che fare con l’arte. ovviamente. E proprio su questo sto lavorando ad una esposizione a Capri, in Italia, assieme a mio cugino Renato Balla, il quale è un fotografo. Nell’esposizione ci saranno i miei quadri accompagnati da installazioni visive. Insomma, posso dire che i miei sogni, ad oggi, in parte si stanno realizzando anche se la strada da fare è ancora molto lunga e non mancano le difficoltà, ma in queste difficoltà incontro persone, giovani e non, che abbracciano le mie speranze e questo è il più bell’abbraccio perché mi incoraggia a fare meglio ma soprattutto mi motiva a lottare per portare fuori, attraverso il mio lavoro, la mia Albania, il mio popolo.  E siamo all’ultima domanda per te, giovane Sig. Balla, se potessi scegliere il tuo colore preferito per dipingere il mondo quale sceglieresti? Il mio colore preferito è il nero. Per me è il colore che contiene dentro tutti gli altri colori, tutti i colori primari sono dentro. Poi, è così che filtro il mondo in quanto penso che il nero, senza l’accezione negativa che gli affibbiano, è il colore simbolo dell’umanità, dell’universo, la vita, la morte, la luce, la passione, il mistero, l’emozione.  Grazie Edison, che la tua arte possa danzare al ritmo dei sogni più belli, di quelli che un giorno ti fanno dire “C’era una volta un mondo…” e poi magari di fronte si trovano un quadro, il tuo. Edison Balla.

La mia intervista integrale per Gazeta DITA.

Intervista di Entela Resuli su Gazeta DITA Anita, dove sei nata e quando? Sono nata a Durazzo l’8 novembre 1985.  Come è stata la tua infanzia, che ricordi hai? Come vi dicevo, sono nata a Durazzo, ma da subito i miei genitori mi hanno mandata dai nonni a  Rrubjekë, un piccolo paese dell’entroterra albanese, i quali mi hanno cresciuta per 11 anni. Che ricordo hai della tua partenza per l’Italia? È stato un giorno particolare, un pomeriggio di fine maggio. Mia madre mi venne a prendere dai nonni. Come ho scritto nel mio articolo sul giornale italiano “Il Fatto Quotidiano”, la cosa che mi porto nel cuore di quel giorno, furono le parole di mio nonno, il quale nel sentire la mia frase “Nonno, me ne vado. Vado in Italia”, mi fece una carezza e mi disse “Brava, diventa una brava bambina italiana.” Lo abbracciai, senza sapere in quel momento che quella sarebbe stata l’ultima volta in cui lo avrei visto. Chi c’era con te? Arrivata a Durazzo, ci preparammo alla partenza. Ero con mia madre, mia sorella e mio fratello, e insieme ci imbarcammo in direzione di Bari. Quel giorno, al porto di Durazzo, c’era un gran caos. Anarchia totale. Ricordo la paura che avevamo tutti. Ricordo che spesso parlavamo di quel gommone che era partito alla volta di Otranto, dove oltre 100 connazionali avevano trovato la morte durante la traversata nel Canale di Otranto. Insomma, con i cuori stretti in un pugno, ci affidammo tutti alla sorte. Come sono stati gli anni da emigrante? I primi anni in Italia sono stati molto difficili. La mia fortuna è stata che mia madre era in regola con i documenti. Lei, insieme a mia sorella di 4 anni e mio fratellino, che allora aveva soltanto 9 mesi, partì con la prima nave del 1991. Quindi aveva avuto modo di conoscere l’Italia e di inserirsi lavorativamente. Faceva e tuttora fa la sarta. Per me è stato molto difficile l’inserimento a scuola in Italia. Ero sbalordita nel vedere la differenza di trattamento che i docenti avevano nei confronti degli allievi. In Italia, l’alunno ha sempre ragione, mentre in quell’Albania, dove ero cresciuta io, la ragione era solo del maestro, il quale spesso si sfogava picchiandoci duramente, e spesso aveva torto. La mia scuola albanese era così articolata: la prima, la quinta, la sesta e l’ottava elementare, prendevano le lezioni la mattina, mentre la seconda, la terza e la quarta prendevano lezioni il pomeriggio. Credo che fosse composta così perché non c’erano abbastanza classi per soddisfare tutti. Io ero la comandante di tutte le classi del pomeriggio.  Ricordo un giorno in particolare. “Shkolla ga-ti-tu! Komandantët e klasave të marrin nxënësit brenda.” In fila indiana tutti si avviarono in un silenzio reverenziale. Poi entrò lui, il maestro. Ricordo che aveva le mani tozze, era appena rientrato da Tirana; a noi alunni ci avevano detto che lui andava spesso nella Capitale, perché lavorava in politica. Non so per certo se era la verità (o solo un modo per darsi un tono), ma quell’uomo ci faceva paura, a tutti.  Noi studenti albanesi, più o meno, siamo passati tutti sotto le mani unte di quel maestro, ma quello che ne ha sofferto di più fu Ceni, un ragazzo ribelle ma nello stesso tempo fragile. Quel giorno era la mia ora. Il maestro mi chiese di distribuire i compiti in classe. Composta, mi alzai e diedi il compito con il voto ai miei amici. Quando mi avvicinai alla mia compagna di banco, vidi che aveva preso un 5 meno, anche se non aveva fatto neppure un errore. Allora mi avvicinai alla cattedra e chiesi al maestro spiegazioni, spiegazioni che conoscevamo tutti; la mia amica era povera e non sempre aveva vestiti puliti e quindi veniva denigrata. Lui si ritrasse, era disturbato e con la faccia stanca. Mi chiese di sedermi al mio banco, e che il mio compito era finito. Ma io non volli mollare. Gli chiesi di cambiarle il voto, altrimenti avrei strappato il registro di classe. Lui sorrise. Io tremavo. Ci fissammo per qualche istante, e comprendendo che lui non avrebbe cambiato posizione, presi fiato e lo sfidai strappando il foglio. Uno schiaffo potente arrivò dritto in faccia, e mi fece cadere all’indietro. Dalla paura mi pisciai addosso. Il fiocco rosso che avevo tra i capelli, volò contro il muro. Lui si alzò dalla cattedra, e mi trascinò in quel corridoio buio per poi prendermi a pestarmi senza pietà. Urlai con tutte le forze, ma nessuno mi soccorse. Silenzio.  “Sei una parassita” disse.  “Bolscevico!” gli urlai contro.  Quel giorno tornai a casa piena di lividi, e il sangue che mi usciva dal naso. Spesso nelle mie notti più buie, mi torna in mente quell’episodio; quell’uomo di cui ricordo ancora il nome. Allora insegnava alla scuola elementare di Rrubjekë. Si chiamava Abdyl Zeza. Spero davvero che non ci siano più persone così nelle scuole albanesi, come in quelle di tutto il mondo.  Nel frattempo hai fatto le scuole in Italia, che percorso di studi hai scelto? Ho finito le scuole medie in un piccolo paese, Cepagatti, in provincia di Pescara, e mi sono iscritta al Liceo Classico. Successivamente scelsi di intraprendere la strada accademica, e venni presa all’Accademia d’Arte Drammatica di Roma “Corrado Pani”, dove mi sono specializzata in drammaturgia e regia teatrale.  Successivamente, dopo gli studi, mi presi un anno libero per capire cosa avrei dovuto fare della mia vita, e mi misi a lavorare; facevo la cameriera in un ristorante in Via dell’Anima, vicino a Piazza Navona a Roma, la cui proprietaria era albanese. Mi resi subito conto che il mondo del cinema e del teatro in Italia, era una realtà troppo compromessa per me. Qui, per accedere al sistema dello spettacolo, devi fare provini “speciali” per cui io non ero e non sono mai stata disposta a scendere a compromessi. Ho sempre avuto la sensazione che una donna che viene da realtà di sofferenza, da un paese in smobilitazione, che ha subito atrocità di ogni tipo, è una donna che può essere facilmente succube, che si può addomesticare, magari anche soltanto con la commiserazione. Se poi una donna compiace il desiderio di certi uomini, può essere vista inconsapevolmente, in certi casi, come un trofeo di caccia in una società ancora a trazione “testosteronica”. In tutto questo c’è un “ma” dovuto all’intelligenza che una donna può avere, e questo può spiazzare e rendere furioso il misericordioso ominide di turno.  Così nel 2009 mi iscrissi alla Facoltà di Lettere e Filosofia specializzandomi in Scienze Storiche (Storia medievale, moderna e contemporanea), e diedi la tesi “Albania – Italia 1922/1943” discussa con il Prof. Emerito in Relazioni Internazionali, Giancarlo Giordano. Poi da lì la mia vita cambiò.  Perché hai scelto questa facoltà? L’indirizzo in Storia e Filosofia non fu casuale, ovviamente. Della prima ne avevo bisogno per capire le mie radici ma soprattutto per comprendere chi fossi, della seconda, Filosofia, mi servivo per dare la giusta interpretazione ai fatti che avevo vissuto; e poi ho fatto il liceo classico, per cui avevo una buona base, grazie alla conoscenza della lingua latina e greco antico.  Adesso di cosa ti occupi? Ho scritto per testate giornalistiche importanti in Italia, come Il Fatto Quotidiano, con Marco Travaglio, che nel 2013 era il vicedirettore e oggi direttore, piuttosto che al The Huffington Post di Lucia Annunziata, o per la pagina culturale de Il Giornale, il quotidiano fondato da Indro Montanelli. Ho scelto personalmente di rendermi indipendente, e così alla fine ho aperto un mio Blog che onestamente non credevo che in così poco tempo avrebbe riscosso così tanto consenso nell’opinione pubblica italiana e albanese. Penso che il mondo dell’editoria stia cambiando faccia, e per questo che ho scelto di mettermi nella posizione più comoda, di dire ciò che voglio diventando io stessa l’editore. E la cosa funziona. La gente legge e si avvicina. Il mio blog non è supportato da nessun finanziamento privato, né in forma pubblicitaria e né in forma di contributo economico, e questa è la mia linea editoriale e di pensiero che voglio seguire nel tempo per non condizionare mai la mia libertà di espressione.  Sei anche inserita nei media italiani, scrivi puntualmente per The Huffington Post, di quale tematica vi occupate maggiormente? Io mi occupo di geopolitica internazionale e di politiche d’immigrazione e d’integrazione. Scrivo di storie come quella del piccolo Aylan, Adnan il ragazzo scappato dal Kashmir, ecc., e poi ho avuto l’onore di intervistare nomi come il geopolitico di fama mondiale Parag Khanna o l’autore televisivo ed esperto di comunicazione Carlo Freccero, ecc. Quanto è presente l’Albania nei tuoi scritti? Beh, mettiamo una cosa in chiaro: io parlo molto dell’Albania e anzi, l’anno prossimo uscirà un mio saggio storico che tratta del periodo pre Hoxha, mentre tra la fine del 2017 e inizi 2018, uscirà il mio primo romanzo che sarà pubblicato da un grande editore di cui per ora non posso fare il nome; sarà ambientato in parte in Albania. Dunque, come dicevo l’Albania è un Paese molto particolare, e la sua storia può essere da monito per comprendere le verità dinamiche che ci vengono trasmesse dalle segreterie di Stato dei vari Paesi Europei. L’empasse politica in cui l’Europa versa a causa del fattore immigrazione, può trovare un’interpretazione con i fatti accaduti negli anni ’90 in Albania. Ciò che sta accadendo oggi nel mondo, non è altro che una ripresentazione dello scenario di quel periodo. In quegli anni l’Europa, o per meglio dire l’Italia, aveva assaggiato in piccola parte una realtà, l’immigrazione di massa, che oggi, possiamo dire stia cambiando la faccia del mondo. Io credo che questo, ancora oggi, non è altro che la punta dell’iceberg rispetto ai scenari che ci si presenteranno in futuro.  Hai mai pensato di fare ritorno e vivere in Albania? Onestamente non ci ho mai pensato seriamente, ma non lo escludo neanche a priori. Oggi vivo a Londra con mio marito, e per ora faccio un po’ avanti indietro per motivi di lavoro. Secondo te, quali sono i lati positivi e negativi dell’Albania? Dunque, l’Albania ha una posizione strategica per le politiche internazionali. Lo aveva durante la seconda guerra mondiale e ce l’ha tutt’oggi. L’area geografica vulnerabile fa sì che i riflettori siano sempre accesi su questa parte dei Balcani, un po’ per la situazione irrisolta che c’è nel Kosovo e un po’ perché la realtà multi-religiosa che ha da sempre caratterizzato l’Albania, e di cui dobbiamo essere invece orgogliosi, viene vista da certi ambienti destrorsi in Europa, come un elemento di fragilità, e quindi instabilità.  Molti giovani vogliono espatriare dall’Albania, cercano una vita migliore all’estero, cosa ne pensi di questo desiderio? Questa è una realtà che viviamo anche in Italia, mi rallegra, se così posso dire, constatare che non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Siamo un po’ tutti esterofili. Ci sono due tipi di emigrazione giovanile: i giovani professionisti che si vedono costretti a partire perché si sentono ignorati e umiliati da politiche che non avvalorano il loro talenti, e giovani non specializzati che vedono nell’emigrazione l’unica chance per tentare la sorte e trovare una vita migliore altrove.  Nel frattempo abbiamo letto l’intervista/incontro tra te e Bujar Lako, come e perché l’hai fatto? Le cose andarono così: nel 2012 vivevo in Francia, avevo finito di scrivere la mia sceneggiatura; così avevo iniziato a pensare alla parte più difficile: trovare i fondi per realizzarlo. Un mio caro amico, pianista e compositore molto amato in Italia, Ekland Hasa, mi telefonò chiedendomi se poteva girare la mia sceneggiatura via mail a Bujar. Ovviamente accettai. Devo essere onesta: io non avevo idea della fama che Bujo godeva in Albania, ero troppo piccola quando sono partita per cui quando lui mi telefonò ero felice, ma non lo vivevo come una fan. Quindi l’incontro fu davvero naturale. Avevo di fronte un uomo che non si comportava come una star, anche se di fatto lo era. Bujo era una persona riservata, educata, sapeva ascoltare il prossimo, ed era sempre garbato con tutti.  L’hai definito con il termine di “papà”, perché?  Dunque, ricordo che il …

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Bujar Lako

Bujar Lako: quel padre che non ho avuto.

“Pronto? Ciao Anita.” “Buongiorno Sig. Lako, che piacere la sua chiamata.” “Chiamami Bujo, per favore. Ho letto la tua sceneggiatura e l’ho trovata bellissima, poetica e non ho potuto non amare il personaggio di Ibrahim, il ruolo che hai pensato per me. Allora ci vediamo l’8, ti vengo a prendere all’aeroporto. La mia è una macchina piccola, ti dispiace se ti vengo a prendere con quella?” mi chiede. “Ma no, figurati, anzi, grazie mille per la tua disponibilità.” Venerdì 8 giugno 2012, dopo quasi 15 anni che avevo lasciato il mio Paese natale, decido di fare ritorno in Albania. Quando la portiera dell’aereo si apre, mi si stringe lo stomaco per l’emozione. Le gambe mi si muovono con fatica. Mi affaccio dall’uscio della carlinga ed il profumo mi avviluppa in un abbraccio, silenzioso. Sono tornata a casa. Poi, con la mia piccola valigia mi avvio verso la dogana, di quella linea invisibile che ci divide dall’UE. “Ecco, la mia carta d’identità” dico al poliziotto. Lui mi guarda, e mi fa un sorriso. Poi con un tono di voce basso, mi dice “Bentornata signorina Likmeta.” Nell’atrio dell’aeroporto mi guardo intorno. Non vedo nessuno che conosco, tuttavia le facce mi suonano come familiari. “Anita, sono qui. Girati!” una bellissima voce, mi chiama. È lui, Bujar Lako. Gli vado incontro, lui mi abbraccia paternalmente, ma io sono molto timida e ancora troppo incredula di essere tornata nello stesso Paese dal quale, tanti anni prima, ero scappata. “Bujo, grazie per essermi venuto a prendere. Sei molto gentile.” “Non potevo lasciarti sola.” ed io, sempre più timida, accenno ad un sorriso, seduta accanto alla sua macchina color arancio. Poi, la strada verso la capitale. Abbasso il finestrino, e osservo tutti quei cartelloni. Tutto è così diverso qui. “È cambiato, vero?” mi chiede lui. “Non è più come te lo ricordi, immagino.” aggiunge. Con le lacrime agli occhi, accenno un “sì”. Allora lui, mi appoggia una mano sulla testa, come fanno i padri con le loro figlie, il padre che io non ho mai avuto. Rimane in silenzio, aspettando che io dica qualcosa. “Mi si stringe il cuore se ti vedo così. Dai che stasera ti porto a mangiare cibo albanese, la cucina italiana la mangerai quando rientri a Roma.” Arrivati in centro a Tirana, lascio la valigia in albergo, per poi scendere di nuovo e andare a fare un giro per la città. Ci fermiamo ad un Bar in centro. Ci sediamo. “Un succo di frutta per me.” dice Bujo al cameriere, “lo stesso, grazie” chiedo al cameriere. “Allora, dimmi un po’: sei appena tornata dalla Francia, ti stai laureando, mi hanno dette cose belle di te.” mi dice sorridendo. “Faccio quello che mi piace, non sempre è facile. Come questa sceneggiatura.” gli dico, e mentre cerco di scrollarmi l’imbarazzo, una sagoma di uomo ci raggiunge. “Eccolo, lui è il grande Dritan Huqi, un giovane produttore che stimo molto.” dice Bujo, con gli occhi pieni di fierezza per il suo amico. “Allora Dritan, dovresti leggere la sceneggiatura di Anita, è piena di poesia. Sarà un bel film. Il mio ruolo è quello del nonno della bambina, la protagonista. Dai Anita, leggi una piccola parte, ti prego.” Apro la sceneggiatura, e vado a leggermi la parte finale del film, che è un monologo. Passano circa 5 minuti, e quando alzo la testa chiudendo l’ultima frase del monologo, Bujo ha gli occhi pieni di lacrime. Poi la sera scende su Tirana, quando la preghiera dell’Imam suona il suo rituale in tutta la città. Sabato 9 giugno 2012. Sono le 7 del mattino, e io sono già nel bar dell’albergo a fare colazione. Bujo mi raggiunge, ha portato con sé un grande libro. “Eccoti, questo è un libro che hanno pubblicato, e dove è riportata tutta la mia carriera.” dice lui mentre me lo autografa. “Allora facciamo così, scriverò anch’io qualcosa qui accanto, perché mi voglio ricordare di questo giorno per sempre.” gli dico, e prendo a scrivere. Bujo mi porta a vedere il teatro Nazionale di Tirana, poi tutto il Boulevard, le viuzze della città. Sono meravigliata nel vedere case che cadono a pezzi, accanto ai palazzi magnifici. “Io penso che c’è ancora molto da fare qui in Albania. Personalmente credo che la diaspora albanese darà comunque i suoi frutti, vedrai che nel tempo molti rientreranno portando con sé le loro esperienze e capacità. Io credo che l’Albania giocherà sempre un ruolo importante nella politica estera. Così lo é stato nel passato, e continuerà ad esserlo.” dice Bujo. “Non é semplice pensare di rientrare per me, come non lo credo lo sia per tutti gli altri. Ognuno di noi si è costruito una vita altrove, e ricominciare daccapo sarebbe traumatico per me; ho investito tutta la mia vita ad integrarmi in Italia, e l’ho fatto non soltanto attraverso la cittadinanza che ho appena acquisito, ma proprio ho incorporato quella cultura, l’ho fatta mia. Il mio modo di ragionare è frutto del mio viaggio in Italia e poi in Francia.” rispondo. “Lo capisco. Ma sai Anita, prima o poi, nella vita, si ritorna sempre da dove si è partiti. Si torna sempre a casa.” dice lui, e poi scuote la testa, burlandosi di me. La giornata continua tra discussioni politiche accese, e le storie di grandi attori. Poi Bujo convince il suo amico Dritan ad accompagnarci fino al paese dove sono cresciuta. Arriviamo a Maminas; la strada è completamente diversa, saliamo verso Bilalas fino ad arrivare a Rrubjekë. Scendo dalla macchina. “Bujo, non posso andare senza portare un mazzo di fiori.” Bujo si aggira per la piazza, e assieme, troviamo un piccolo negozio che vende dei fiori, anche se di plastica. Felice di aver trovato quel piccolo dono, mi avvio verso il cimitero, mentre Bujo e Dritan rimangono fuori ad aspettarmi. Sono rapita da un fiume di lacrime nel vedere quel camposanto abitato da così tante persone che avevano riempito con la loro presenza la mia infanzia. Dopo 15 minuti circa, poggio i fiori sulle tombe dei nonni, e raggiungo la macchina. Dritan si mette alla guida, Bujo gli è seduto accanto mentre io sono sul sedile posteriore; ancora non riesco a smettere di piangere mentre ricordo i miei nonni. Raggiungiamo Lalsi dove pranziamo. Qui, a Lalsi, è pieno di palazzi in costruzione; vedo il mare, e si mangia benissimo. Finito di mangiare, Bujo vuole che andiamo anche a Durazzo. Si sta facendo buio, ma lui me lo aveva promesso, e non vuole venire meno alla sua parola. Durazzo. È sera. Piena di gioventù, la città è completamente diversa rispetto a come l’ho lasciata io nel 1997. Un lungo giro, e siamo pronti per rientrare a Tirana. Ho viaggiato per la prima volta sull’autostrada Tirana-Durazzo: non ci sono più le buche che ricordavo. Ad ogni chilometro che faccio, vedo fabbriche, soprattutto italiane. Durante il viaggio, Bujo mi racconta un po’ la storia post anni ’90. Bujo non si stanca mai di ripetere quanto importante sia la democrazia e il viaggio verso la Comunità Europea; non lo ritiene una opzione, ma l’unica possibilità credibile da percorrere per un Paese come l’Albania. Bujo crede nell’integrazione, nel multiculturalismo, crede nel viaggio dell’individuo come l’unico modo per vincere se stessi. Una volta raggiunta Tirana, vengo accompagnata in albergo. “Allora, fai un buon viaggio di rientro. Poi ci sentiamo con calma per parlare del film. Continua ad essere come sei, e sorridi più spesso, perché sei bella; non nasconderti. Per qualsiasi cosa, Bujo c’è.” mi dice, e poi mi stringe in un abbraccio eterno. Vado a dormire. Al risveglio, sono le 5 del mattino, chiamo un taxi che poi mi porta all’aeroporto. All’arrivo in dogana, il cellulare vibra, un messaggio: “Cara Anita, grazie per essere venuta fino a qui. Ho apprezzato ogni momento che abbiamo trascorso in questi due giorni. Leggere la tua sceneggiatura, mi ha aiutato a capire la persona che sei. Lo so che potrei sembrare fuori luogo, ma io credo che ogni uomo avrebbe voluto avere una figlia come te. Sei in gamba e talentuosa; sei piena di luce. Non cambiare mai. Ognuno di noi ha i suoi demoni da combattere, le sue partite da vincere, la sua vita da compiere, ma ti prego, e te lo chiedo da padre, non lasciare mai che la vita ti indurisca. Continua a lottare, perché tutto andrà bene.” Buon viaggio a te Bujo, e grazie per essere stato per me, in tutti questi anni, il padre che non ho mai avuto.

Ghapios Garas, imprenditore egiziano, fondatore in Italia di un’azienda che fattura 7 milioni.

L’arte di arrangiarsi funziona in Egitto come in certe zone d’Italia. E così al Cairo – se vuoi un computer o un cellulare e non puoi permettertelo nuovo – tanto vale andare su un prodotto ricondizionato. Cioè riparato dopo un’avaria. Ghapios Garas è un imprenditore egiziano, naturalizzato italiano, consapevole che la domanda di beni elettronici a basso costo sarà sempre più alta. Usato sicuro, insomma. E per questo ha dato vita ad un’azienda, qui da noi in Italia, che deve la sua fortuna anche a una denominazione indovinata: “Simpatico Network srl”. Ecco la storia di questo imprenditore d’importazione. Il signor Garas frequenta al Cairo l’Istituto dei Salesiani di Don Bosco. Nel 1990 decide di trasferirsi in Italia per studiare Scienze Politiche alla Università Statale di Milano e poi Economia alla Bocconi. Qui in Italia conosce sua moglie di origine finlandese – i poli opposti del mondo che si attraggono – dalla quale ha due figli che oggi hanno 11 e 14 anni. Considerando le spese ingenti per sostenere gli studi, il signor Garas abbandona le sue ambizioni universitarie buttandosi così nel mondo del lavoro. Gli anni a seguire sono duri, fatti di sudore e precarietà fino al 1996 quando il signor Garas si prende un periodo di pausa di sei mesi per riflettere. Si rifugia in una scuola di studi biblici negli Stati Uniti. Rientra in Italia nel 1997 e, nel 2000, conosce l’anno della svolta. Apre la “Simpatico Network Srl”, che ora è tra i leader in Italia nella vendita di computer e prodotti informatici ricondizionati. Garas inizia la sua attività con 10 computer portatili acquistati negli Usa nel 2001, oggi l’azienda spedisce circa 40.000 prodotti all’anno. Vanta un fatturato di circa 7 milioni di euro l’anno con 15 dipendenti, italiani e stranieri. La “Simpatico Network Srl” vende a privati, ad altri rivenditori, ad enti pubblici. Signor Garas, lei crede che l’immigrazione sia un  punto di forza per far crescere l’economia in Italia? Decisamente gli immigrati rappresentano una risorsa qualora il governo  promuovesse la piena integrazione sia sotto il profilo dell’istruzione sia nell’inserimento nel mondo del lavoro. Spesso si sente dire che lItalia è un Paese difficile se non addirittura xenofobo. Lei ha riscontrato difficoltà ad integrarsi? Il Bel Paese, come tutti, ha i suoi problemi. Negli anni della mia permanenza in Italia non ho mai sofferto discriminazioni. Trovo che si faccia, spesso, un abuso della parola razzismo. Sono moltissimi i giovani in cerca di lavoro, che cosa la colpisce leggendo un curriculum vitae? Sono colpito da coloro che seppur laureati con ottimi voti presso prestigiose università si sono impegnati in lavori umili. L’azienda “Simpatico Network Srl” offre tirocini ai studenti delle scuole superiori per aiutarli ad inserirsi nel mondo del lavoro. Inoltre i diplomati in istituti tecnici possono inviare il loro curriculum all’indirizzo e-mail dell’azienda.

Non solo Cuba Libre: la storia cubana ancora sconosciuta.

Chi è Guido Mina di Sospiro? Autore di romanzi e saggistica. Scrivo in inglese, vivo a Washington, D.C.; sono pubblicato, in traduzione dall’inglese, in dodici lingue, fra cui l’italiano. La sua storia è in linea con il tema più sviscerato di oggi: l’immigrazione? Lei, si sente un emigrato? In un certo senso, sì. Anche se allora non avevo modo di saperlo, ho lasciato Milano all’apice degli anni di piombo, poco dopo l’attentato alla stazione di Bologna. Un’emigrazione volontaria a un’università in California. Un altro mondo, allora, un’altra dimensione. Ma ho tante anime, parlo varie lingue. Quando la musica era centrale nella vita dei giovani, mi sono sentito a casa nella Los Angeles e Berlino Ovest degli anni ottanta (da Los Angeles ero corrispondente per riviste musicali italiane e tedesche); nella Miami ancora priva d’italiani degli anni novanta; nell’Athenum Club di Londra così come nella Plaza de Santa Ana, nel Barrio de Las Letras, a Madrid. Mi piace la definizione ufficiale che mi è stata appioppata qui in America: sono un “residente alieno”, ma capace di trovare, in posti molti diversi tra loro, patrie adottive multiple. È anche vero che se la Milano che lasciai fosse stata quella di oggi, probabilmente non me sarei andato. Allora Milano era una specie di zona di guerra. Quando ha capito che la scrittura sarebbe stata la sua ragione di vita? Quando sono passato dal corsivo allo stampatello perché non riuscivo più a leggere quanto avevo scritto. Nei numerosi suoi viaggi, un giorno ha incontrato una bellissima donna cubana, oggi sua moglie, la compagna di vita. Può raccontarci il vostro incontro? A Los Angeles, ad un party dato da un persiano in onore del fidanzamento fra Lady Diana e il principe Carlo. Noi due, esuli di altre terre, ci siamo trovati in fondo al mondo, in riva al Pacifico—lei nata all’Avana ma cresciuta a New York; io nato a Buenos Aires ma cresciuto a Milano. Che immagine si è fatto di Cuba? Ho vissuto diciassette anni a Miami immerso nell’esilio cubano di oltre un milione di persone. Ho imparato da loro lo spagnolo, tanto che lo parlo con  l’accento cubano. E via via ho scoperto un mondo del quale non si parla. “Via via” perché gli esuli cubani preferiscono sempre parlare del presente e del futuro, e non fanno i nostalgici, nonostante abbiano perso la loro patria, la perla della Antille, come la chiamava il poeta Rúben Darío. Cuba, e L’Avana in particolare, erano un posto da sogno, non per niente l’ultima colonia che la Spagna fu costretta a cedere, perché la migliore. Dopo la devastazione della seconda guerra mondiale, poi, L’Avana era meglio di qualunque capitale europea. Letterati, scienziati, scacchisti, musicisti—tutti di livello mondiale. E poi la famosa, o secondo altri infame, parte mondana, con i suoi night clubs sfarzosi, case da gioco, orchestre, ballerine, cantanti e così via. Come avete vissuto in famiglia la morte di Fidel Castro?  La premessa è che i genitori di mia moglie, così come altre centinaia di migliaia di esuli cubani, non hanno mai più messo piede nella loro madre patria, e quindi la morte del nonagenario Castro non cancella l’amarezza dell’esilio, i drammi della diaspora — con le famiglie stravolte da coloro che restavano e coloro che partivano — e gli sforzi fatti per ripartire, in esilio, da zero. Detto ciò, c’è stato comunque un sollievo e un senso di liberazione, anche se al potere rimane il fratello. Una settimana dopo la morte di Castro, l’Occidente sembra si sia dimenticato di chi davvero era Fidel Castro. La sua morte inevitabilmente l’ha inserito nell’iconografia del Novecento.  Conosco troppo da vicino la storia di Cuba. Se Cuba ha avuto la rivoluzione è perché, a differenza di tutta l’America latina, aveva una classe media, la quale, inizialmente, appoggiò i barbudos. La classe media (ho parlato con molti di loro, a New York, Miami, Madrid, Parigi) voleva far cadere Batista e andare direttamente alle elezioni. Invece si ritrovarono presto in pieno regime comunista – con le tipiche fucilazioni sommarie; prigionia e tortura (e anche morte in molti casi) per i dissidenti; perfino i campi di concentramento per chi, ingenuamente, faceva domanda ufficiale per andare in esilio. Ho raccolto, senza cercarle, testimonianze di gente umile che pure chiese d’andarsene e finì nei campi di concentramento; sono cose raccapriccianti che non si sanno e che fanno venire a mente Se questo è un uomo. Fra le tante, la storia di Pablo. Una mattina, quando abitavo a Miami, vado dal mio solito barbiere a Westchester, a pochi chilometri a ovest, un quartiere in cui su trentamila abitanti il novanta per cento è di madrelingua spagnola. Ernesto, mi dicono, non c’è. “Allora torno domani,” ma Pablo mi fa cenno di sedermi. È un vecchio dall’aspetto mite con un sorriso a tutto denti. Dà per scontato che io parli spagnolo. Mentre mi mette il grembiule dice, “Lavorare ancora alla mia età, ma guarda un po’…”. Aggiunge, “Fa niente, lavorare mi piace. È che a Cuba ero conducente d’autobus la mattina presto, portavo i bimbi a scuola, e poi barbiere fino alle due del pomeriggio.” “E dopo le due?” “Andavo a un bar lungo il malecon (il lungomare dell’Avana), a giocare a domino con gli amici, ciarlare, bermi il cafecito, fumare puros. Non guadagnavo un granché, ma mi bastava. Qui in America è dura: devo pagare il mutuo della casa, le rate della macchina, le bollette, le tasse, tutto è caro, e se non lavoro ogni giorno, non ce la faccio”. M’ha coperto il volto con un cencio intriso d’acqua calda. “Allora,” da sotto il cencio, “se ci stava bene, perché l’ha lasciata, Cuba?” “¡Ay, compadre!” e sospira mentre toglie il cencio e mi spennella la schiuma da barba sul viso. “Subito dopo la rivoluzione, tutti i professionisti hanno lasciato Cuba. Io no, perché mai? Los barbudos erano dalla mia parte, ne eravamo convinti. Poi, ogni mese, ce ne combinavano una. Non eravamo ricchi, tutt’altro. Ma la casetta che avevamo fuori città, i nostri nonni, genitori e i miei fratelli, ce la confiscarono, e ci assegnarono invece un appartamento di due stanze: eravamo in undici a casa! S’andava da un sopruso all’altro, ma guai a protestare. Allora nel 1965 feci le carte per uscire da Cuba, regolarmente.” Comincia ora a radermi. Sono alla mercé d’un ottuagenario, ma il tocco è leggero, una vita di pratica. Riprende: “Da allora cominciarono a chiamarmi gusano (verme), anche i vicini, non credo per convinzione, ma per paura. Le autorità mi dissero che avrei avuto le carte in un anno e mezzo, ma a una condizione.” “Quale?” “Dovevo andare in un campo di concentramento e tagliare canne da zucchero gratis per diciotto mesi. Però non ci davano da mangiare. Allora nascondevamo una canna da zucchero tagliata a pezzi sotto la camicia. Certe guardie ci scoprivano e ci picchiavano a sangue. Altre chiudevano un occhio, ¡que dios los bendiga! Di notte in cella le masticavamo per ore, per ciucciarne lo zucchero. Di mattina eravamo morti di sonno, e ancora di fame, ma se non lavoravamo, altre botte. Certi non ce la facevano; svenivano, o per sfinitezza, o per le botte ulteriori che prendevano. Altri li pestarono così tanto che li portarono via come sacchi di cipolle, e non li vidi mai più”. Continua a rasarmi con la leggerezza d’una farfalla. Riprende il racconto: “Finalmente passò l’anno e mezzo, mi lasciarono partire, e arrivai qui senza un centesimo in tasca. Poco dopo cominciarono a cadermi i denti. Nel giro di due anni li persi tutti. Gracias, ¡Fidel!” “Ma come, se ha un bellissimo sorriso?” “A forza di lavorare, me li sono fatti impiantare tutti, anno dopo anno. Ho finito sei anni fa, a settantasei anni. L’ultima dentista da cui andavo è una salvadoregna che lavora nel proprio garage. Non mi sono mai potuto permettere un dentista ufficiale. Ma sono contento, qui a Miami ho conosciuto mia moglie, siamo sposati da quarant’anni e rotti, una santa donna”. Il Presidente Nixon definì Castro “un tipo naif, ma non necessariamente un comunista” mentre Castro nei suoi discorsi americani sosteneva la rivoluzione definendola come “umanista” promettendo allora libere elezioni piuttosto la difesa della proprietà privata. La storia poi ci ha consegnato altri racconti. Cosa è rimasta di Cuba? Era una meraviglia. Vi sono molti documentari in rete di Cuba negli anni trenta, quaranta e cinquanta che mostrano un’opulenza incredibile, a tutti i livelli. Adesso, dopo oltre cinquantanni di regime comunista, è devastata quanto Haiti. Il comunismo, si sa, ha bisogno della miseria per perpetuarsi, così come la mafia. Cosa pensa accadrà post Castro? Sarebbe bello, dopo l’uscita di Raul Castro dalla scena, vedere il ritorno della democrazia e la ricostruzione dell’intero paese nel rispetto dell’enorme patrimonio architettonico sparso per tutta l’Isola. Ma forse sono idee utopiche. Sua moglie, la sua famiglia, pensano di fare ritorno in quel paese che li costrinse a chiedere rifugio?  No. Genitori e zii, non ci sono più, se non due zie che stanno perdendo la memoria. Tutte le proprietà, perdute. I cugini sono sparpagliati per il mondo: due in Guatemala, due in Florida, uno a Singapore a insegnare storia dell’arte presso un’Università; il fratello di mia moglie, a New York City, e lei con me a Washington. In Prima che sia notte Reinaldo Arenas racconta il periodo di Fulgencio Batista e successivamente il suo arruolamento tra i ribelli che volevano abbattere il regime. Arenas, protagonista dei processi farsa e delle fucilazioni sommarie, definisce quella rivoluzione come ipocrita. Nel 1980, Castro permette l’espatrio dall’isola agli “indesiderabili” del regime (omosessuali come Arenas, malati di mente e criminali). Arenas riesce a scappare nonostante la sommossa creatasi a causa dell’invasione da parte di alcuni cubani dell’ambasciata del Perù cambiando il suo nome da Arenas in Arinas. Prima a Miami, poi New York, e poi l’Europa dove si sente addosso la maledizione della voce di Cassandra, nessuno gli crede. I suoi racconti pubblicati in Francia servivano quella élite ipocrita che alle parole giustizia e verità avevano optato scegliendo sinonimi come legittimo e autenticità, perché così anche loro spingevano la loro notte un po più in là.  È così, è molto triste. Abbiamo in casa un tavolo pitturato da Carlos Alfonzo, arrivato a Miami da Cuba nel 1980 durante l’esodo di Mariel. Lavorava come verniciatore/pittore di mobili vintage ad Antares, un negozio di mobili insoliti. Faceva la fame, come tanti altri Marielitos. Poi divenne famoso, ma morì a quarant’anni di AIDS, nel 1991. Tantissimi altri Marielitos erano “indesiderabili” secondo il regime di Fidel non perché fossero criminali; molti erano dissidenti, od omossessuali. Il nostro factotum a Miami, Pedro, era persona di assoluta fiducia, già l’autista privato del generale Ochoa in Angola. Ochoa fu fucilato a Cuba nel 1989 per “tradimento” e smercio di droga. In realtà, pare che i fratelli Castro lo fucilarono per coprire il loro coinvolgimento nel traffico di droga ad alto livello. Nel mio romanzo Sottovento e sopravvento (leggi anche…), che uscirà in Italia il prossimo maggio, offro inter alia uno “spaccato” dell’Avana durante i secondi anni ottanta visto con gli occhi della protagonista femminile Marisol, che era stata depositata, appena neonata, in un canestro sugli scalini dell’ambasciata statunitense la notte del golpe, e in seguito adottata da una coppia di New York. Comunque, da cubano d’adozione, voglio essere ottimista: lo spirito dei cubani è indomabile, tanto che nemmeno il comunismo è riuscito a sopprimerlo. Non posso che augurarmi che in un futuro prossimo la perla delle Antille diventi, effettivamente, Cuba Libre.