Interviste

Gianluca Maria Tavarelli: Il “Giovane” Montalbano sono io!

Gianluca Maria Tavarelli, classe 1964, è uno sceneggiatore, un regista cinematografico e televisivo torinese. Tavarelli esordisce al cinema nel 1994 con il film “Portami Via”. Nel 2000 con una piccola produzione realizza il suo secondo film “Qui non è il paradiso” e tre anni dopo si impone al pubblico e alla critica con “Liberi” film in cui esordisce un giovanissimo Elio Germano. Nel 2006 dirige “Non prendere impegni stasera” con cui ha vinto il premio Wella al festival di Venezia. Dopo un lungo tempo torna al cinema nel 2014 scrivendo e dirigendo “Una storia sbagliata” interpretato da Isabella Ragonese, Mehdi Dehbi e Francesco Scianna. Il film prende il nome dall’ultimo singolo ufficiale di Fabrizio De André, pubblicato nel 1980. Il cinema di Tavarelli è sociale, intimista e speciale. In un’intervista al giornale Internazionale disse che per lui “è fondamentale andare nei posti e guardare le cose e le persone, per poi poterle raccontare in un film”. Tavarelli è anche un regista che si presta alla televisione dirigendo miniserie come Paolo Borsellino, Maria Montessori – Una vita per i bambini e Aldo Moro – Il presidente. Nel 2012 la Rai realizza il prequel de “Il Commissario Montalbano” interpretato da Luca Zingaretti. La fiction, tratta da alcune raccolte della serie letteraria di Montalbano e firmata Andrea Camilleri e Francesco Bruni, narra di un Salvo Montalbano in giovane età. Il 14 settembre alle ore 21:10 “Il Giovane Montalbano”, interpretato da Michele Riondino, ritorna con la seconda serie su Rai Uno. Gianluca presentati in breve al pubblico. Gianluca Maria Tavarelli è un giovane regista, perché fortunatamente nel campo della regia si è sempre giovani, che si è diviso tra un cinema un po’ d’essay e la televisione. Come regista mi sento in un certo senso young perché mi sono fatto da solo. Io vengo da Torino, il mio papà lavorava in banca e mia madre faceva la casalinga. Iniziai la mia carriera negli anni ottanta e a Torino non c’era niente almeno dal punto di vista cinematografico. Insomma iniziai proprio con il famoso Super8, con il fai da te a casa senza aver frequentato scuole ma con una grande voglia di fare. Oggi si ha l’impressione che i giovani non conoscano la parola “sacrificio” inteso proprio come sacer facere ossia rendere sacro oppure profanamente come rinuncia a qualcosa in vista di un fine. Io ho fatto per anni la spola Torino Roma. Ricordo lucidamente in quegli anni quando prendevo due volte alla settimana il treno di seconda classe che partiva alle 7.50 e arrivava a Roma alle 4 del pomeriggio. Io vivevo con i miei allora e non mi potevo permettere di trasferirmi nella capitale per cui ero spesso ospite da un amico. In quei tempi c’era Leo Benvenuti, un grande sceneggiatore del cinema italiano che ha firmato film come “C’era una volta in America” con Piero di Bernardi e collaborato con Sergio Leone, Vittorio De Sica, Mario Monicelli, Pietro Germi, Mauro Bolognini, Nanni Loy, Carlo Verdone e molti altri registi italiani del XX secolo, il quale ogni settimana riuniva un gruppetto di giovani all’Anac in cui raccontava aneddoti e leggeva i nostri progetti. Ecco ho cominciato con lui e poi grazie a degli amici a Roma ho incontrato Gianluca Arcopinto, un produttore che mi produsse un cortometraggio e successivamente anche il mio primo lungometraggio. Insomma è stato tutto un susseguirsi di incontri ma soprattutto grandissima voglia di mettersi in gioco e il passaggio a Roma è stato quello che mi ha permesso negli anni ovviamente, considerando che il tempo in questo mestiere è relativo, di esordire al cinema con lungometraggi e di impormi all’interesse del pubblico e critica. Infatti, parlando di pubblico e critica, nel 2003 tu realizzasti il film “Liberi” ambientato in Abruzzo tra Montesilvano e Pescara e in qualche maniera hai scoperto Elio Germano. Effettivamente prima di “Liberi” Elio aveva fatto qualche piccolo ruolo e posso dire che è stato proprio questo film, il suo primo lungometraggio, a lanciarlo anche se devo dire che già da allora si intuiva la potenza interpretativa di Germano. Tra l’altro lo scegliesti anche nella miniserie “Paolo Borsellino” in cui interpretava il figlio. Si esatto. L’anno dopo interpretò Manfredi nella miniserie per Mediaset. Elio è una persona serissima, un talento straordinario con una grandissima coerenza sia nella scelta dei ruoli al cinema che televisione. Un cavallo di razza. Si assolutamente. Era ed è un vincente ma anche per lui è stato un tragitto tutto in salita che lui ha percorso con grande pazienza e intelligenza. In fondo questo è un mestiere in cui nessuno ti regala nulla. Poi, nel 2007, è arrivata la miniserie, sempre per Mediaset, Maria Montessori – una vita per i bambini, interpretato da Paola Cortellesi, che ti ha permesso di farti conoscere al grande pubblico. In quel tempo facevo quasi sempre cinema e avevo deciso di dirigere per la televisione solo biografie. Feci quindi Paolo Borsellino, Maria Montessori e subito dopo Aldo Moro. Insomma ho sempre optato per scelte serie, rigorose e che fossero un servizio al pubblico e non lavoretti fatti come si suol dire con la mano sinistra (ride). Poi nel 2012 è stato il turno di Il Giovane Montalbano. Prima di arrivare a Il Giovane Montalbano parliamo appunto dei giovani. Tu sei un regista che si distingue per la sensibilità a tratti molto femminile e per aver toccato temi delicati come il divorzio, la separazione, la precarietà dei valori ecc. Cosa pensi dei giovani di oggi? Sai mi è difficile stabilire delle categorie. Credo che i giovani si assomiglino in tutti i tempi. Certo che con il cambiare del periodo storico uno si adatta, ad esempio negli anni settanta c’era una iper-politicizzazione e i giovani ci si identificavano uniformandosi mentre oggi i ragazzi sembra abbiano un cervello super velocizzato e sanno tutto del mondo della tecnologia, dei geni dell’era digitale, quando io alla loro età giocavo semplicemente con i soldatini. Le generazioni dei giovani si adattano nel bene e nel male a quello che è la stagione storica. Ognuno singolarmente fa le sue scelte e corre il suo tempo per cui non è una questione di categoria. Invece trovo che oggi cinematograficamente i giovani abbiano delle armi in più. Con pochi soldi puoi costruirti Cinecittà homemade, puoi comprarti delle ottime macchine da presa, farti la color correction a casa ecc. La tecnologia ha reso più democratica la possibilità di fare film mentre una volta il cinema era per le elite. Questo è vero ma oggi il problema non è la produzione ma la distribuzione. Questo purtroppo è l’anello debole. È sempre più difficile entrare nelle sale e avere la possibilità di avere una buona distribuzione che faccia conoscere il tuo progetto ma io continuo a credere che le cose vadano fatte senza preoccuparsi troppo di dinamiche come per esempio la distribuzione, questo non può essere un deterrente, un freno oppure un motore che ti spinge verso progetti più fruibili alla massa. Cosa pensi di questa polemica da parte degli attori giovani e non che accusano i registi di scegliere sempre gli stessi personaggi piuttosto di utilizzare per i provini director casting talvolta incapaci e spesso non del tutto imparziali. Questo purtroppo credo sia vero. Il cinema e la televisione italiana va un po’ a mode, voglio dire che non spesso molti si pongono il problema se quell’attore sia più o meno bravo per quel ruolo piuttosto si punta sul fatto che se uno ha guadagnato la copertina di Vanity Fair allora comincia ad essere richiesto poiché si pensa possa portare pubblico in sala o in televisione. Ma questo può essere pericoloso perché si sa che le mode vanno e vengono e se oggi sei fruibile magari domani potresti non esserlo più per cui cadere nel dimenticatoio. Usi direttori casting per i tuoi film? No. I casting li faccio personalmente con la mia aiuto regista Barbara Daniele e trovo importante far lavorare i giovani. Infatti in Il Giovane Montalbano sono quasi tutti volti sconosciuti al grande pubblico. [youtube https://www.youtube.com/watch?v=XdFxhjHTiEc?feature=oembed] Parlando di grandi nomi che portano spettatori, a te è toccata la sorte di portare sul piccolo schermo Il Giovane Montalbano. Una scelta azzardata per i dirigenti Rai ma anche per te che hai accettato la fatica e la sfida considerando la grandissima popolarità di cui gode Zingaretti. In questa versione vediamo i panni di un giovane Salvo interpretato da un bravissimo Michele Riondino che tra l’altro è un attore che si sta facendo largo nel cuore del pubblico italiano. Da quando mi proposero il progetto accordammo tutti che non era possibile e tanto meno funzionale riportare lo stesso Montalbano di Zingaretti che tra l’altro non ha bisogno di remake considerando il successo della serie. Qui abbiamo optato per un Montalbano più vicino ai romanzi di Camilleri e al modo in cui lo racconta. I romanzi di Camilleri sono molto corali e noi abbiamo volutamente deciso di lasciare questa coralità ma soprattutto allineare fisicamente tutti i personaggi sullo stesso piano rispetto alla narrazione. Poi come il titolo stesso dice in questa serie gli attori sono tutti giovani da Michele Riondino ad Alessio Vassallo e a Beniamino Marcone insomma un cast di trentenni e questo io l’ho trovato molto bello e stimolante, e considerando il fatto che mettere degli sconosciuti trentenni, a parte Riondino, in un progetto così importante da prima serata dimostra che forse non c’è bisogno di ricorrere agli stessi personaggi “noti e da copertina” per garantirsi il pubblico. Si può notare che tu sei un vero talent scout per gli attori. Vincesti la sfida su Elio Germano e ora su Michele Riondino. (Ride) Credo che dovrebbe essere la priorità di chiunque scommettere sui giovani piuttosto sulla novità. Trovo sia noioso ripetersi piuttosto chiamare gli stessi attori o gli stessi tecnici. È importante rinnovare a partire dal direttore della fotografia fino al tecnico del suono.  Scoprire è scommettere sul futuro. Quali sono le novità nella seconda serie de “Il Giovane Montalbano”? Paradossalmente questa serie è molto più bella dell’altra perché dal punto di vista narrativo abbiamo avuto meno problemi, mentre nella prima serie la maggior parte delle puntate era dedicato alla presentazione dei personaggi che altrimenti il pubblico non conosceva, in questa tutte le puntate sono concentrate sul giallo, sulle vicende personali, sulle storie orizzontali insomma una serie, questa nuova, molto ricca dal punto di vista della narrazione. Poi devo dire che stavolta ci siamo anche divertiti perché ci conoscevamo e sul set c’erano meno pressioni ma soprattutto ho potuto osare di più tecnicamente a partire dalla fotografia che è meno classica. In generale posso dire che abbiamo raggiunto una maturità che fa de “Il Giovane Montalbano” un prodotto più contemporaneo ma senza tradire quello spirito che lo caratterizza da sempre. Insomma saremmo tutti incollati davanti alla TV lunedì 21 settembre. A proposito ci sono personaggi nuovi in questa serie? Dunque devo dire che in questa serie abbiamo 140 ruoli. Dato che Montalbano fa queste indagini molto popolari in ogni puntata avremo almeno dieci nuovi personaggi. Poi di nuovo c’è un personaggio femminile con cui Michele intreccia una storia, diciamo che incrocia la sua vita con questa donna. Abbiamo appena assistito alla settimana della 72° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia. Cosa pensi di questa edizione? Chi pensi siano i vincitori? Devo essere onesto, per cui ti dico che sinceramente ne so poco, sono rientrato in Italia qualche giorno fa. Mi hanno parlato molto bene di questo regista russo Aleksandr Sokurov e non vedo l’ora di vedere il suo film. Poi a tutti i film italiani faccio i miei migliori in bocca al lupo. So che il film L’attesa di Piero Messina è stato accolto molto bene e poi c’è il mio amico Luca Guadagnino, insomma staremo a vedere… Qual è l’attore su cui scommetti oggi? Alessio Vassallo è una promessa. Un attore che farà parlare molto di sé. Non dico Riondino perché è una scommessa già più che vinta sarebbe come scommettere oggi sulla Juve che vince lo scudetto (ride). Ecco questo è molto divertente. Un regista d’autore come te è un grandissimo fan …

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Federica Fracassi: a Venezia con Bellocchio.

Non so se sono un’attrice, una grande attrice o una grande artista. Non so se sono capace di recitare. Ho dentro di me tante figure, tante donne, duemila donne. Ho solo bisogno di incontrarle. Devono essere vere, ecco tutto. Anna Magnani Laureata in Filosofia della scienza, formatasi alla Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano, Federica Fracassi è un’attrice raffinata, sensibile alle nuove drammaturgie e acuta interprete di opere visionarie. Il suo lavoro è un’intensa e minuziosa ricerca sia sui personaggi che sui testi da interpretare. Protagonista assoluta nel panorama del teatro di ricerca è fondatrice assieme a Renzo Martinelli (regista teatrale) di Teatro “i” a Milano. Federica in questa intervista ci parla soprattutto delle sue esperienze in ambito cinematografico, un mondo che le si è dischiuso solo recentemente.  La incontro in esclusiva per YOUng nella sua casa a Milano per parlare della sua presenza alla 72° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia con il film “Sangue del mio sangue” di Marco Bellocchio. Ti va di presentarti in breve? Sono un’attrice che ha una carriera teatrale ventennale, ma che si è affacciata al cinema solo negli ultimi anni con ruoli minori aiutata dall’incontro fortunato con registi di grandissimo spessore. Il teatro è ed è stato la mia vita, ma mettermi a nudo davanti ad una macchina da presa mi incuriosisce e rapisce. Il cinema crea un rapporto eterno con il tempo mentre il teatro ti chiede una presenza sempre vigile al continuo mutamento della relazione con lo spettatore. Il cinema è oggi e rimane per sempre, il teatro è oggi per chi ha la volontà di sedersi a osservarlo. [youtube https://www.youtube.com/watch?v=Uio-S8ERBpU?feature=oembed] Quando hai iniziato a fare teatro? Il teatro è stato una scommessa, mi ci sono avvicinata senza sapere cosa fosse. Io vengo dalla provincia, da un paese, Cornaredo, molto vicino a Milano. Ebbi l’occasione sin dall’adolescenza di esibirmi con spettacoli di danza classica. Fui molto colpita dalla mia emozione sul palco e cominciai ad accarezzare il desiderio di raccontare storie davanti a degli spettatori. Da sempre ho amato la letteratura classica come Shakespeare, Ibsen, Checov, Dostoevskij, Joyce, Mann, Goethe, Faulkner fino ai tanti autori contemporanei che ho divorato e portato in scena. Raccontami il tuo percorso accademico formativo? Fui ammessa alla “Scuola Civica d’Arte Drammatica Paolo Grassi” di Milano a diciannove anni e da lì partì il mio percorso. Se ci penso non avevo strumenti al provino ma ricordo lucidamente che gli esaminatori furono colpiti dal mio entusiasmo e addirittura dal vestito bluette che scelsi per interpretare Miranda ne “La Tempesta” di Shakespeare. Parallelamente iniziò la mia collaborazione con Renzo Martinelli (non il regista cinematografico ndr.) che ci portò a fondare una compagnia e a costruire una nostra carriera nell’ambito del teatro di ricerca. Nacque da questo incontro il Teatro “i” che ha all’attivo dieci stagioni e che co-dirigo assieme a Martinelli e Francesca Garolla. Questo percorso mi ha permesso di essere sempre protagonista sia in scena che nelle scelte dei testi che talvolta io stessa ho scritto: un lavoro da officina. Paradossalmente appena ho sentito che la sala del Teatro “i” era avviata ho cominciato ad aprirmi alle collaborazioni con registi esterni, mossa dal desiderio di confrontarmi con nuovi linguaggi. Quando fu il momento in cui comprendesti che il teatro, e successivamente il cinema, sarebbe stata la tua strada, la tua vita? Già a diciannove anni avevo chiaro il mio desiderio. Alla fine degli anni novanta con la mia compagnia feci uno spettacolo “La Santa”, scritto da Antonio Moresco, che venne scelto da Mario Martone come rappresentativo, insieme ad altri sei lavori, dell’anno del Giubileo. Il Teatro di Roma produsse lo spettacolo che mi vedeva protagonista e così passammo dalle prove al Centro Sociale “Leoncavallo” al palco del Teatro Argentina. Ecco lì compresi che volevo essere non una semplice teatrante ma un’attrice. Sei considerata un’attrice eclettica e sei molto apprezzata. Condividesti nel 2011 il premio UBU con Mariangela Melato. Raccontaci quel momento. Devo precisare che la Melato e Monica Vitti sono sempre state le mie attrici italiane di riferimento e quindi la mia emozione fu inenarrabile. Di quella serata con Mariangela porto con me bellissime immagini e ricordi anche se è stato tutto troppo veloce e purtroppo il destino non ci ha dato una seconda opportunità. Ricordo che mi promise che sarebbe venuta a vedermi in scena ma era già ammalata e il resto è cronaca. Beh considerando i tuoi lavori paradossalmente quella notte ci fu uno scambio di testimone… (Federica arrossisce) Non esageriamo, stiamo parlando di Mariangela Melato. Certo, ma tu sei Federica Fracassi. Parliamo del film di Marco Bellocchio che ti vede co-protagonista assieme ad Alba Rohrwacher alla 72° Festival del Cinema di Venezia. Cosa ci puoi raccontare? Senza dubbio è uno dei film più intimi di Marco Bellocchio. Girato interamente a Bobbio, il paese di “Pugni in tasca”, “Sangue del mio sangue” narra di Federico, un giovane uomo d’armi, che viene sedotto come il suo gemello prete da suor Benedetta che verrà condannata ad essere murata viva nelle antiche prigioni di Bobbio. Nello stesso luogo, secoli dopo, tornerà un altro Federico, sedicente ispettore ministeriale, che scoprirà che l’edificio è ancora abitato da un misterioso Conte, che vive solo di notte. Io e Alba siamo due nobildonne che accolgono Federico e gli danno ospitalità in paese. Essendo due donne sole, che non conoscono il mondo, siamo vittime di turbamenti che non riusciamo a codificare. Com’è stato lavorare con Marco Bellocchio? Marco Bellocchio è geniale. È un regista capace di mettere a proprio agio l’attore ma soprattutto di guidare alla perfezione un intero set. Non è la prima volta che lavoro con lui perché già nel 2012 ebbi l’occasione di recitare in “Bella Addormentata” e poi nel cortometraggio, che non è ancora uscito, “Pagliacci” nel 2013. Quello che posso dire di Marco è che lavorare con lui è un piacere, da attrice non mi sono mai sentita giudicata ma piuttosto spronata a trovare i gesti e le parole giuste. È un grande: solo i grandi riescono a dire tutto con espressioni essenziali. Cosa pensi del Cinema Italiano? Credo che il cinema italiano oggi possa vantare grandi autori e registi di qualità ormai affermati a livello internazionale. Grazie anche alle nuove tecnologie, che permettono di girare a costi più gestibili, si stanno affacciando al cinema nuovi talenti. Mi capita sempre più spesso che mi piacciano opere prime forse anche perché leggo in questi lavori una maggiore libertà espressiva. I giovani registi sono paradossalmente più liberi da vincoli produttivi e questa è forza, in un paese dove sempre più spesso c’è un atteggiamento produttivo che ricerca il consenso senza rischiare e quindi non dà la possibilità alle idee più alternative di avere un libero sviluppo. Qual è il regista di cinema con il quale hai trovato più affinità? Innanzitutto devo dire di essere stata molto fortunata perché ognuno dei registi che mi ha diretta mi ha dato indicazioni e immagini precise che mi hanno permesso di incidere con efficacia sul ruolo che avrei dovuto interpretare. L’incontro con tutti loro è stata un’esperienza importante e fondamentale nella mia crescita in campo cinematografico. Ma se proprio devo sbilanciarmi… con Marco Bellocchio ho sviluppato un’affinità profonda dettata anche dal fatto che ho avuto più di una possibilità di collaborare con lui. Tu sei stata alla scorsa edizione del Festival del Cinema di Venezia nella “Sezione Orizzonti” con il film “La Vita Oscena” di Renato De Maria tratto dal romanzo di Aldo Nove. Con De Maria inventammo assieme le due apparizioni del mio personaggio, fu per me molto importante prendere parte a questo progetto sia per il profondo rapporto che mi lega ad Aldo Nove e sia per l’energia visionaria di Renato De Maria, anche se per il mio ruolo si trattava soltanto di un cameo. Sei protagonista assoluta nei migliori teatri italiani, ma capace di accettare ruoli minori nel cinema. Quando finirà questa gavetta? Quando vedremo finalmente la tua meravigliosa capacità interpretativa sul grande schermo? I miei amici si burlano di me dicendomi che di questo passo rientrerò perfettamente nella categoria delle attrici che vengono riconosciute dal grande pubblico a ottant’anni quando uccidono le rivali per sfinimento (Federica ride). Ovviamente sono speranzosa di avere l’opportunità finalmente di avere un ruolo da protagonista al cinema. Quali sono i tuoi prossimi impegni dopo il Festival? Dal 3 novembre sarò in scena al Teatro Sociale di Brescia e poi al Teatro Franco Parenti di Milano con “Mephisto” tratto dal romanzo di Klaus Mann per la regia di Luca Micheletti. È una mise en scène, una riflessione sull’ambizione dell’attore e sulla sua incapacità di prendere posizione nella vita e nella società. Da febbraio invece riprenderò la tournée di “Euridice e Orfeo” di Valeria Parrella per la regia di Davide Iodice con Michele Riondino e infine continua il mio impegno nel progetto “Innamorate dello spavento” scritto da Massimo Sgorbani e prodotto da Teatro “i”. Saremo in scena al Teatro Elfo Puccini e al Teatro India di Roma. Grazie Federica e “tanta merda” dai lettori di YOUng. di Anita Likmeta su YOU-ng  

Il Pomigliano Jazz Festival è Eco-logico.

C’è una regione bellissima in Italia, la Campania, un cuore che batte a ritmo di Jazz. A dodici chilometri ad est di Napoli e a nord del Vesuvio si estende un territorio fertile e pianeggiante; Pomigliano d’Arco. Polo industriale tra i più grandi ed influenti del sud Italia nell’area di Pomigliano sono presenti lo stabilimento Gian Battista Vico di Fiat Chrysler Automobiles, il centro Elasis, lo stabilimento dell’Alenia Aermacchi e quello dell’Avio. Negli anni sessanta il comune di Pomigliano ospitava il primo aeroporto della Campania. Ma Pomigliano non è solo centro industriale ma negli ultimi anni la città ha presenziato uno dei Festival Internazionali più importanti nel mondo appunto Il Pomigliano Jazz Festival. Nato nel 1996 il Festival ha ospitato artisti jazz del panorama italiano ed internazionale dando vita nel corso degli anni ad una etichetta discografica. Itinera, e ad una Fondazione, la Fondazione Pomgliano Jazz. Tra gli artisti che vi hanno partecipato nel corso degli anni possiamo nominare Herbie Hancock, Dave Holland, Candy Dulfer, Dee Dee Bridgewater, Roy Hargrove Crisol, Paolo Di Sabatino quartet, Enrico Pieranunzi trio e Ada Montellanico, Lester Bowie, Tiziana Ghiglioni, Giovanni Amato, Art Ensemble of Chicago, Paolo Fresu, Furio Di Castri, Don Moye, Zezi, Antonio Onorato, Elvin Jones, Pietro Condorelli, Bosso quintet, Roberto Gatto quintet, Chick Corea trio, Don Moye sextet, Joshua Redman quartet, Roy Haynes, Kenny Garrett, Rosario Giuliani quartet, Avishai Cohen, Mario Biondi, Rita Marcotulli, Vinicio Capossela, Nils Petter Molvaer, Lee Konitz, Archie Shepp, Benny Golson fino a Ludovico Einaudi. La lista degli artisti sarebbe lunghissima ma noi di YOUng vogliamo conoscere ciò che il Pomigliano Jazz Festival ha in serbo per il 2015 e così in esclusiva per i nostri lettori incontriamo il direttore artistico del Festival, Onofrio Piccolo. Onofrio, presenti al pubblico di YOUng il Pomigliano Jazz Festival. Il Festival è una sfida che dura da vent’anni ed è stata partorita da una grande passione per il Jazz. In una periferia di una città industriale come Napoli sentimmo che c’era il bisogno di mettere una piccola istituzione culturale per il territorio che ha portato grandi benefici e nel giro di pochi anni il Pomigliano Jazz è divenuto uno dei Festival internazionali a cui hanno partecipato artisti di fama mondiale. Noi siamo partiti da questo piccolo comune ma negli anni abbiamo adottato una formula itinerante ingruppando all’interno del nostro lavoro tutto il territorio campano. Il festival è diventato una porta di scambio tra il territorio e il movimento nazionale ed internazionale portandoci a co-produrre progetti importanti con produzioni originali e soprattutto il festival è riuscito ad accomunare il pubblico con il progetto di una guida all’ascolto piuttosto che i laboratori e le attività per i bambini. Il festival da un lato rappresenta un grande momento per la promozione del territorio evidenziando i beni culturali e i siti archeologici della regione ma soprattutto la capacità di costruire sul territorio la dinamica sociale di avvicinare le persone in una realtà pubblica di respiro internazionale. La periferia è stato l’argomento centrale nel dibattito politico negli ultimi tempi. L’Italia è un paese di borghi e comuni e la periferia è officina importante per i portatori di cultura. La periferia è fondamentale perché capace di partorire la novità. Le realtà alternative culturali vengono sempre dalla periferia. La periferia non è un luogo dormitorio come molti pensano ma vivo ed attivo tuttavia c’è bisogno, oggi più che mai, di inventare e creare produzioni culturali e realtà sociali portando all’auge le energie che un determinato territorio possiede. Perché avete scelto come tema il Jazz? Abbiamo scelto il Jazz per due ragioni; il primo perché è una nostra forte passione e poi perché questo genere musicale più di ogni altro, oggi, rappresenta la parte positiva della globalizzazione in quanto ha la capacità di unire energie, culture e tradizioni diverse senza prevaricare o colonizzare l’altro. Noi quest’anno coinvolgiamo anche Archie Shepp all’interno di un progetto sulle musiche tradizionali della Madonna dell’Arco e che si terrà proprio all’interno del Chiostro della Madonna dell’Arco. Cosa ci aspettiamo da questo Festival del 2015? Preciso che è molto importante l’integrazione con i luoghi pubblici dove si terranno gli eventi. Dopo l’annunciato concerto di un grande ospite come Goran Bregovic che si terrà all’Anfiteatro Romano di Avella ci sarà uno spettacolare esibizione sui bordi del Vesuvio, tra il cratere e il golfo di Napoli. Il pubblico presenzierà ad un concerto acustico seduti a terra in comodi cuscini. La protagonista assoluta la musica napoletana tradizionale e brasiliana rivisitata in chiave jazz da Maria Pia De Vito, Enrico Rava e Roberto Taufic. Un altro progetto importante si farà all’interno dello scavo di Villa Augustea di Somma Vesuviana con il concerto di Enrico Pieranunzi e Gabriele Mirabassi, poi nelle Basiliche Paleocristiane di Cimitile si esibiranno Steve Coleman & Five Elements. Nel 2013 il Festival ha conosciuto oltre la sezione estiva anche quella invernale. Anche quest’anno ci sarà questo sdoppiamento? No. Quest’anno non siamo riusciti a far fronte ad una possibile sezione invernale a causa di mancati finanziamenti e di programmazione ma stiamo lavorando, invece, ad una mostra sui vent’anni del Pomigliano Jazz Festival. Il Pomigliano Jazz Festival nasce in collaborazione all’Umbria Jazz Festival. C’è ancora questa unione? Dunque ci avvalemmo della collaborazione dell’Umbria Jazz Festival solo agli inizi. Tuttavia abbiamo ottimi rapporti con loro. L’edizione del 2013 ha invece puntato a ridurre l’impatto ambientale agevolando la raccolta differenziata, il risparmio energetico e l’utilizzo di materiale di riciclo per gli allestimenti. Anche quest’anno abbiamo optato di seguire la stessa politica adottata nel 2013. Quest’anno abbiamo anche fatto un accordo con il Bla Bla Car cercando di usare meno macchine possibile per arrivare a Pomigliano. Ogni anno cerchiamo di inserire iniziative che vanno nell’ottica di ridurre l’impatto ambientale che il Festival produce. Per noi è un fatto simbolico ma cerchiamo in qualche maniera di incidere sulla mentalità e sulla cultura delle persone. L’Italia sta tornando ad essere protagonista nel panorama culturale internazionale e centro d’interesse dei grandi artisti e questo fatto lo evidenzia anche il Pomigliano Jazz Festival che ogni anno porta in scena grandissimi nomi. Cosa vi aspettate da Pomigliano Jazz Festival 2015? Noi speriamo nella continuità del nostro lavoro e ci auguriamo in un’attiva fidelizzazione da parte del pubblico. Il Pomigliano Jazz Festival è diventato un evento atteso e questo per noi è una grandissima soddisfazione. Grazie direttore. di Anita Likmeta su YOU-ng

Nella terra dei fuochi brucia anche l’arte.

DIRETTORE DEL MUSEO CAM DI CASORIA MINACCIATO DI MORTE Area metropolitana di Napoli. Casoria. Territorio di camorra. CAM Contemporary Art Museum di Casoria. Due settimane fa scompare nel nulla una prestigiosa opera di due tonnellate dell’artista giapponese Kaori Kavakami. L’opera era stata concessa a fini espositivi dal museo stesso alla Villa Comunale di Casoria. Antonio Manfredi, l’artista napoletano che ha fondato e dirige a tutt’oggi il museo, ha ricevuto gravi minacce di morte a seguito della denuncia che ha sporto per la sparizione dell’opera, minacce che preoccupano moltissimo noi di YOUng. Antonio era già stato attenzionato in passato per delle provocazioni che il museo aveva lanciato contro la camorra, e che qui è padrona indiscussa del territorio. Noi di YOUng preoccupati che queste minacce possano avere anche delle conseguenze concrete lo abbiamo raggiunto per farci raccontare da lui stesso come sono andate le cose. Prima cosa Antonio: esiste un pericolo concreto per la tua vita? Questo non sono io a doverlo stabilire, ma la magistratura, e soprattutto a poterlo dichiarare. Posso dire questo: io non ho paura per la mia vita, io ho paura per ciò che può avvenire alle opere di questa collezione. Ovviamente essere soli e abbandonati aiuta la camorra ad infiltrarsi e ad attaccarti. Ci racconti i fatti accaduti alla Villa Comunale di Casoria. Questo è l’epilogo di tante battaglie a Casoria. Subito dopo la fondazione del museo, sei mesi dopo, le organizzazioni camorristiche cominciarono con le intimidazioni. Sono dieci anni di guerre continue. Noi non abbiamo mai ricevuto finanziamenti pubblici anche perché io ho sempre creduto che a Casoria ci fosse la necessità di un museo che muovesse un critica mirata alla società e di conseguenza non può essere finanziata da essa, cioè una realtà statale. Da qui abbiamo iniziato a promuovere quella che può essere chiamata “arte cronaca”. Tu sei un’artista ma anche un imprenditore dell’arte e sei riuscito a fare un museo importante in un luogo in cui pochi avrebbero azzardato scommettere. Io sono un uomo che ha sempre viaggiato e dieci anni fa accettai questa sfida speranzoso di fare qualcosa di importante nella mia città, questo paese, che era un paese dormitorio diviso tra Napoli e che conduce a Caserta. Casoria è una città fragile che Roberto Saviano inserisce “nel triangolo di Gomorra”, la terra dei fuochi di svariati clan. Io iniziai proprio da questo fatto: esattamente con una mostra sulla camorra e chiaramente la cosa non passò inosservata tanto che cominciai a ricevere le prime chiamate da strani personaggi che mi intimavano a “stare tranquillo”. Ma queste telefonate anonime da chi potevano essere fatte, chi potrebbe essere interessato a mandarti via? Allora mi preme adesso fare un appunto e cioè che è molto importante comprendere la mentalità della camorra o del camorrista. Qui bisogna ora sottolineare la fragilità della sottocultura della violenza. Ci sono molte cose che non funzionano a partire dal contrabbandiere che utilizza il nostro spazio Enel per nascondere le stecche di sigarette alla Finanza e che poi venderà incurante della presenza dei carabinieri i quali non possono fare nulla. A cento metri dal nostro spazio vengono raccolti i ragazzi africani che arrivano dai barconi di Lampedusa e vengono presi poi dai caporali per poi essere portati nelle campagne a raccogliere pomodori, patate ecc., così come le ragazze africane che vengono avviate alla prostituzione. Ecco quando un museo, come il CAM, inizia a fare mostre internazionali avente come protagonista questi temi ecco allora inizi a dare fastidio, a scombinare le carte, ad attrarre attenzione, a far puntare i fari. Chi sono gli sfruttatori di queste ragazze che vengono avviate alla prostituzione? Lo sfruttatore è la camorra. Tutte queste ragazze sono schiave di organizzazioni criminali. Ti faccio un esempio sulla mia azione di sabotaggio alla camorra: due anni fa ebbi un incontro organizzato dai giornalisti tedeschi perché in una delle mie proteste scrissi una lettera ad Angela Merkel in cui esponevo la mia richiesta di asilo politico culturale, e questo avvenne all’indomani di una chiamata minatoria poiché il museo rischiava assieme alle duemila opere di artisti internazionali, e con questo atto volevo togliere la bandiera italiana mettendo quella tedesca, cosa che ho fatto successivamente. Chiaramente di questa mia posizione se ne occuparono i giornali di tutto il mondo e dunque per tornare al mio invito a questo convegno, dove erano presenti direttori di musei internazionali i quali si vantavano di avere ottimi contatti con le amministrazioni e di conseguenza a ricevere i finanziamenti ma soprattutto finanziamenti privati da industrie private come i commercianti locali. Io esposi un concetto molto semplice e cioè che apprezzavo ciò che questi colleghi facevano al nord ma il discorso per me al sud si presenta diverso: se io chiedo finanziamenti privati devo fare attenzione alle società che potrebbero essere infiltrate dalla camorra. La stessa amministrazione comunale che mi avrebbe dovuto finanziare all’epoca l’inaugurazione del Museo era sotto pressione di organizzazioni camorristiche. È chiaro a tutti che non è semplice organizzare e organizzarsi in realtà culturali nell’hinterland napoletano. Poi quando si mina l’incolumità della persona qui finiamo nella cronaca. Perché un museo come il tuo a Casoria? Io credo che un museo d’arte contemporanea come il CAM in un luogo come Casoria non avrebbe motivo di esistere se non fosse innanzi un luogo dove i giovani si possano incontrare e in cui possano essere fecondati dalla bellezza a una vita di valori umanistici e al rispetto della legge, e a cui gli adulti bisogna che diano il loro sostegno per fargli aprire gli occhi. La cultura è l’unico strumento per combattere questa sottocultura della violenza. Per tornare alla nostra vicenda ecco posso raccontare che fu a Sarajevo che ricevetti la chiamata da un vigile urbano, mio amico d’infanzia, che faceva servizio presso la villa comunale in cui noi abbiamo allocato una decina di sculture e questo per entrare nel circuito urbano dei giovani e delle famiglie per non far apparire questo museo come una navicella spaziale atterrata a Casoria ma come un luogo d’incontro per la popolazione e tra la popolazione. Tra queste sculture date in accomodato d’uso c’era anche l’opera “Rinascita” della famosa artista giapponese Kavakami, un’opera imponente di due tonnellate. Ecco il mio amico mi riferisce che nella villa comunale era scomparsa l’opera di Kavakami lasciandomi sconcertato. Il vigile si informa per comprendere cosa fosse successo per poi arrivare alla verità e cioè che la scultura era stata spostata, senza alcuna autorizzazione del sindaco, senza la mia autorizzazione che sono il responsabile e neppure quella dell’assessore, in un deposito di scuolabus a duecento metri dalla Villa Comunale. Il mio amico cerca di entrare nel deposito ma una persona che si trovava lì lo informa che la scultura poteva essere stata venduta come ferro vecchio. Una struttura monumentale venduta come ferro vecchio: incredibile! Cosa hai fatto dopo aver saputo la notizia? Tornai alla Villa Comunale dove non c’erano operatori, anche se tecnicamente ce ne sarebbero una decina pagati, e feci un videoche poi ho consegnato ai Carabinieri e ai media come Repubblica piuttosto che il Corriere.it. E da qui è partita la persecuzione di chiamate anonime e minatorie alla mia persona. Quali sono stati i provvedimenti da parte delle istituzioni a seguito della tua denuncia? Guarda onestamente ho dovuto aspettare. Solo ieri ho avuto una chiamata di solidarietà da parte dell’amministrazione o meglio piuttosto di qualche assessore, mentre devo dire che non c’è stata nessuna presa di posizione da parte dall’amministrazione comunale. Poi sono riuscito finalmente a comunicare con un giovane comandante dei carabinieri della stazione centrale di Casoria il quale si è preso la responsabilità di avviare una inchiesta. Fino ad oggi non si arrivato a nessuna conclusione se non le chiamate minatorie mosse alla mia persona che ho assolutamente denunciato. Dove pensi sia finita la scultura? La cosa incredibile è che siamo in città e non in campagna e questa scultura imponente non è così semplice spostarla perché si tratta di due tonnellate di ferro. Prima dicevi che hai scritto una lettera alla Cancelliera tedesca Angela Merkel in cui hai esposto la tua richiesta di asilo politico culturale. Cosa è seguito dopo? Ovviamente la Merkel non mi ha risposto per ovvi motivi istituzionali ma immediatamente l’ambasciatore e il console tedesco a Napoli mi hanno contattato chiedendomi di organizzare una mostra sulla camorra a Berlino dal titolo“Maybe”. Io e i miei collaboratori siamo partiti per Berlino e lì abbiamo incontrato altri artisti tedeschi con i quali abbiamo organizzato la mostra. In questa occasione io presentai l’opera che avevo già portato alla Biennale di Venezia nel 2011 in cui ero stato invitato come artista. L’opera che avevo realizzato era una struttura di dodici pannelli a dimensione umana sulla quale avevo raffigurato i dodici latitanti più pericolosi d’Italia tra mafia, camorra e ‘ndrangheta come il latitante di Casoria Pasquale Scotti che è stato arrestato il 26 maggio 2015 a Recife in Brasile. L’opera che realizzai impegnava lo spettatore ad attraversare questi volti di latitanti che io avevo stampato su dei busti di persone normali proprio per avere un confronto diretto con la nostra coscienza; voglio dire che la mafia, la camorra e la ‘ndrangheta è intorno a noi, è dentro noi. Dove si trova quest’opera? Ecco dopo il fatto Merkel e miei innumerevoli tentativi per salvare il museo ho mosso una provocazione e cioè quella di bruciare e distruggere la mia opera. Cosa significa Antonio che la mafia, camorra e ‘ndrangeta è intorno a noi, è dentro noi? Ecco io penso che la mentalità criminosa è insita in tutti noi. Il far finta di non vedere la realtà delle cose e non solo il fare affari con chi sappiamo già è ammanicato con un certo tipo di sistema, basta guardare quello che la ‘ndrangheta combina in Lombardia o la camorra nel Lazio. Questo riguarda tutti e lo vedo quando devo chiedere finanziamenti pubblici, ma preferisco di gran lunga chiedergli ad un privato che ama semplicemente l’arte e che non è colluso, ma devo stare sempre molto attento perché chiunque potrebbe essere ammanicato o magari solo un pagatore del pizzo e questo mi creerebbe problemi. Ovviamente la cosa non riguarda tutti poiché il 90% dei napoletani è brava gente ma all’interno di questo 90% c’è un 70% di queste persone che finge di non vedere o capire, che ha paura di assumersi la responsabilità della vigilanza civile. Anche perché ecco come succede a me poi resti da solo in prima linea, con la tua semplice vita. Il far finta di non vedere rende complici. Certo perché ti rende facile preda dei collaboratori del male. Il punto rimane che quando un direttore di museo, quale io sono, decide di mostrare l’africano non più come schiavo piuttosto la donna non più come merce venduta ma che inizia a fare mostre politiche ecco a quel punto ti ritrovi, come a me è successo, di vedere i cancelli del tuo spazio chiusi a catenaccio da qualcuno che agisce nell’oscurità, accompagnato da una scritta “ti chiuderemo” che è un ipermessaggio, anche quest’esperienza è davvero accaduta. O Piuttosto chi ti dice che a Natale ti regalerà un bel cappotto in cachemire che magari al nord ha un significato letterale ma da noi a Napoli s’intende un cappotto di legno, una bara insomma. La partecipazione alla mancata responsabilità da parte dei cittadini e parlo di quel 70% che decide di rimanere in silenzio, abiurando completamente una presa di posizione. Queste persone che abdicano alla criminalità la loro sovranità nella “res publica” sono il virus della società, la parte infetta. Come si reagisce ad una società malata? Ecco torniamo a quello che io chiamo sottocultura della violenza. A me dà fastidio il contrabbandiere di sigarette eppure sta lì nonostante possano passare dinanzi alla Finanza piuttosto che ai Carabinieri. Nessuno li ferma. Nessuno fa nulla. Sottocultura è l’erbaccia e le buche per strada, la spazzatura ovunque ecc. Sono le piccole cose che sono sbagliate e che hanno portato ad un disfacimento completo della società e lì ti rendi conto che devi agire in qualche maniera ma purtroppo si …

Nella terra dei fuochi brucia anche l’arte. Leggi tutto »

Intervista a Kiki Picasso, l’artista comunitario.

Kiki Picasso, nato Christian Chapiron (classe 1956), è un fumettista, pittore e videografo dell’ambiente underground francese. Alla fine degli anni settanta assieme a Loulou Picasso, Olivia Clavel e Lulu Larsen e con il gruppo di azione artistica Bazooka, di cui è il teorico, venne considerato un cane sciolto e shaker dell’avanguardia. Bazooka intervenne soprattutto nella stampa con le illustrazioni, fumetti, clip e copertine di dischi con mezzi artigianali. Kiki Picasso era in quell’epoca considerato un’artista situazionista e dadaista. Prese parte al giornale “Liberation” fin quando venne licenziato poiché il suo pensiero non era allineato alla linea editoriale del giornale. Quest’epoca si decifra nell’effervescenza dell’era dell’immagine e della comunicazione, l’esecuzione di “connesso” post-punk e gli inizi della creazione di video. È l’era delle prime radio libere, degli attivisti e degli anticonformisti. Si presenti al pubblico italiano. Chi è Kiki Picasso? Chi sono? Dunque io sono un pittore, un fumettista e nello stesso tempo mi occupo di disegni animati da molto tempo grazie ai primi computer che permettevano di farlo e questo mi ha portato a curiosare nel mondo dei video di cui ultimamente mi occupo tantissimo utilizzando particolari decorazioni che rispecchiano la mia arte. C’era un’epoca in cui mi firmavo “Kiki Picasso tutto prima dell’arte” che voleva significare che ero pronto a tutto ma pronto al nulla. Mi fa sorridere mio figlio Kim (Kim Chapiron, acclamato regista francese e co-fondatore del collettivo Kourtrajmé assieme a Romain Gavras, quest’ultimo figlio del regista greco-franco Costa Gavras) quando cerca artisticamente di adattarsi alle mie opere personali. Cos’era Bazooka? Eravamo degli studenti, eravamo giovanissimi, tutti sotto i vent’anni. In quegli anni pazzeschi eravamo innamorati e appassionati, tutti, dei fumetti, il Comics americano con Robert Crumb, Richard Vance Corben e tutta questa valanga di fumettisti che influì tantissimo sul nostro modo di vivere e percepire l’arte ma anche il tempo che stavamo vivendo. Scoprimmo le droghe, il sesso, la violenza. Tutti i giovani vivevano quel periodo come una totale liberazione e la cosa non riguardava più solo una classe elitaria ma tutti in maniera globale.  Mi devo onestare che io ho amato quegli anni e me ne sono approfittato di tutto quello che accadeva e lì conobbi dei compagni, studenti anche essi, e decidemmo di fondare Bazooka, un giornale di cui mi sono appassionato perché potevo liberare il mio desiderio di creare arte, insomma Bazooka era soprattutto un concetto che riprendeva i valori che quell’epoca partorì e finalmente vedemmo in esso una possibilità. Si narra che in quegli anni si mise nei guai sia con l’estrema sinistra e sia con l’estrema destra. Dunque noi ci ritrovavamo nei giornali tipo “Liberation” il quale era in quell’epoca libertario, anticonformista e autogestito e naturalmente lo difendevamo. Per tornare alla domanda posso dire che io, come altri artisti, cominciammo a fare dei fumetti che venivano considerati una provocazione e questo ci portò ad avere dei problemi perché la gente non comprendeva il nostro messaggio, non avevamo una collocazione esatta ma dovevamo fare il nostro lavoro ed esprimerci senza i condizionamenti politici nonostante le conseguenze che la nostra posizione avrebbe potuto comportare. Tuttavia posso oggi considerare quegli anni un periodo di passaggio. A proposito di provocazione, all’arte, secondo lei, bisogna concedere tutto? La provocazione è un diritto dell’artista? Cosa pensa dei fatti di Charlie Hebdo? Con i fatti di Charlie Hebdo si è appurato di quanto la gente sia sensibile e questo non necessariamente è un male ma qui stiamo giocando su altri livelli e sto parlando della manipolazione della sensibilità e della coscienza collettiva e questo ci porta a fare molta attenzione almeno per quanto mi riguarda poiché la società vive una fragilità emotiva che ha destabilizzato i rapporti in ogni comunità. Si evince dal suo pensiero un allineamento concreto al pensiero di Bauman quando definì la società in uno stato emotivo “liquido”. Quindi può affermare oggi che i fatti di Charlie Hebdo stanno condizionando la sua arte? Non è esatto dire questo. Io ho cominciato a fare attenzione molto tempo prima. Sottolineo molto tempo prima. Dunque abbiamo raggiunto il limite, le famose colonne di Ercole. Cosa pensi ci sia dopo? Non so se è il caso di parlare di limiti ma questi fatti sicuramente mi hanno portato a riflettere su ciò che la mia arte provoca nelle persone quindi una risposta violenta. Le azioni e movimenti artistici a volte divengono atti per smarrirsi e si aspetta che l’artista divenga in qualche maniera un sorta di martire per perorare la sua causa e trovo che questo sia un limite e cioè che il piacere di creare, che a volte giustamente può anche far paura, diventi il motivo irragionevole di uccidere e di mettere alla gogna la libertà del prossimo. Lei era amico con alcuni dei fumettisti, collaboratori di Charlie Hebdo? Certo. Wolinski è stato uno dei primi ad avermi pubblicato. Poi Cabu e Charb, È tremendo. Terrificante. La morte. Possiamo dire che oltre le colonne di Ercole forse non ci sia spazio per la libertà dell’individuo o del prossimo. In Italia Giulietto Chiesa ha messo in discussione la veridicità dei fatti accaduti a Charlie Hebdo sostenendo che potrebbero essere solo propaganda e che quella tragedia potrebbe avere una versione che al pubblico viene oscurata. Ma io non credo a questo. Non credo a questo pensiero complottista e se così fosse deve essere dimostrato. Lo so che la gente cerca una illuminante risposta ma dobbiamo attenerci ai fatti. La sua arte, molto provocatoria, si esprime in colori eccentrici che spesso violano la vista. Cosa la ispira? Trovo l’ispirazione grazie alle persone con le quali lavoro e collaboro ed è per questo che non ho mai voluto fare esposizioni sia che fossero individuali piuttosto che collettive. Ho bisogno di essere motivato sicuramente dall’ambiente. Quindi il mio lavoro è al servizio di un gruppo già costituito come la collaborazione con i giornali a cui integro le mie immagini oppure per delle organizzazioni politiche per le quali preparo la cartellonistica oppure per i film di propaganda. Io vengo illuminato dall’eccitazione di queste persone. Parliamo del Cirque Electrique. Sono tre anni che lei prende parte a questo movimento artistico che viaggia ormai tutta la Francia. Il Cirque Electrique si differenzia dagli altri in quanto non rispecchia l’immagine tradizionale che noi abbiamo del circo. Oggi addirittura lei fa il presentatore. Perché questa scelta? Cosa è il Cirque electrique e chi sono i suoi personaggi? È un progetto autogestito con una logica libertaria, sperimentale dove storie e persone si incontrano. Anche la questione della sicurezza viene messo in discussione sul piano artistico. Una provocazione. Ci sono artisti internazionali e riconosciuti che hanno un loro bagaglio personale, una storia e un forte desiderio di mettersi in gioco. Per esempio c’è il Festival di Chalon a cui abbiamo partecipato dove gli artisti si sono esibiti in questo grande giardino e successivamente abbiamo assistito allo spettacolo dei giocolieri di fuoco e in seguito abbiamo concluso con la musica che ha fatto da sfondo alla magnifica cornice in questa meravigliosa cittadina quale è Chalon. Il circo come paradigma della società. Il circo è la “mise en scene” dell’arte. Ma certamente. Se pensiamo al teatro e al fatto che l’artista possa prendersi giogo del pubblico e come risposta otteniamo solo il sorriso e quindi l’assenza di presa di posizione certo che possiamo parlare di un paradigma. Cosa pensi dell’arte oggi? Dunque lo stato dell’arte oggi cosa dire? Interessi delle gallerie dei musei, poca spontaneità. A me annoia. Oltre i musei e le gallerie rimane la realtà underground. Dove io mi trovo. Mi piace la logica del confronto e trovo questo geniale nel Cirque Electrique. I giovani di oggi sono condizionati da diversi punti di riferimento. Mi viene in mente Londra nel 1990 quando divenne il centro culturale europeo. Lo stesso oggi accade a Berlino. Pensi che siano i giovani a condizionare o siano essi condizionati dalle politiche per la massa. Non conosco bene Berlino però posso parlare di fusione di Festival infatti il Cirque Electrique è stato invitato a quattro di questi eventi. Poi per quanto riguarda le politiche di massa certamente sia l’estrema destra che quella sinistra hanno a loro modo finanziato delle realtà culturali. Per esempio in Germania l’estrema sinistra condiziona maggiormente poiché strutturata da più di vent’anni. A me piace la fusione, l’incontro, la musica da quella elettronica al rap e trovo questo caos, dove partecipano in settantamila persone, geniale e d’ispirazione. Oggi, quali sono gli artisti francesi che trova interessanti? Gli artisti che io amo di base sono i miei amici. Per esempio amo tantissimo il mio amico Tanino Liberatore, piuttosto amo l’arte del mio amico Loulou il quale fa parte del collettivo Bazooka e con il quale ho lavorato molto. La scena politica condiziona l’arte quindi gli artisti? In qualche maniera io amo mettere la mia arte al servizio di una causa e la causa politica è sempre quella portante. Purtroppo oggi molti fanno politica senza appassionarsi al senso profondo di essa oppure altri che prendono il lavoro con leggerezza come un qualsiasi cittadino che va in ufficio, sbriga i suoi impegni e se torna a casa incurante della sua posizione. Ciò non può accadere per esempio con gli acrobati del Cirque Electrique a cui prendo parte. Gli artisti si preparano ogni volta che vanno in scena che sia l’esibizione in mattinata piuttosto la sera la prestazione deve essere all’altezza dell’aspettativa del pubblico. Ecco non accade questo, come spesso notiamo, nella scena politica ma nonostante ciò gli eventi che si susseguono li trovo illuminanti come la religione. Lei è credente? Non sono credente ma lavoro per delle organizzazioni politiche molto precise di cui non condivido totalmente le convinzioni. Trovo che la scena politica internazionale di oggi rispecchi molto i colori della sua arte quindi violenta. A proposito della violenza, cosa pensa della legalizzazione delle droghe? Io sono completamente a favore della legalizzazione delle droghe. Trovo che la legalizzazione possa uccidere finalmente il traffico illegale e forse questo sarebbe un modo anche per responsabilizzare ognuno di noi. Ognuno si prenda la responsabilità delle proprie scelte e credo che le persone non siano stupide anzi i fatti ci dimostrano che sono sensibili. Lei crede in questo? Ma certamente. Talvolta perdersi è una strada per trovarsi e questo può avvenire per quanto riguarda le droghe piuttosto che la religione. L’emigrazione. Cosa pensa del fatto che il suo paese, la Francia, abbia negato il passaggio per entrare nei confini francesi agli immigrati che provenivano da Lampedusa. In Italia abbiamo l’impressione di essere abbandonati, nessuno ci viene in aiuto che si tratti della Francia piuttosto della Germania o la comunità europea. L’emigrazione è una possibilità per tutti oppure un problema di cui lavarsi le mani come i governanti dei nostri Paesi fanno? Io affermerei adesso un pensiero forse utopico e cioè vorrei che la gente comprendesse che i nazionalismi, le frontiere rientrano oggi in una logica contradditoria e anche stupidotta. Ci accusano a noi fumettisti e pittori di essere pericolosi ma io trovo pericolosi coloro che si ostinano a disegnare e a rafforzare con la logica l’idea del confine. Ma i confini sono stati dipinti con il sangue dei martiri qualcuno le potrebbe rispondere. Lo accetto, ma che senso avrebbe oggi parlare di patriottismo?! Crede nell’Europa? Credo nell’Europa culturale ma non quella economica. Comunque io amo l’idea della comunità per cui sono pro-comunitario. Amo ancora di più il folklore. Cosa pensa della situazione che vive la Grecia? Trovo che sia una tragedia di per sé ma io filtro tutto come se fosse uno spettacolo, cruento ma sempre uno show. Pensiamo alle immagini che ci vengono addosso ecco io trovo che questo bombardamento visivo viene subito dimenticato dal pubblico perché lo stomaco della massa è assuefatto e dunque sempre bisognosa di altre immagini che sostituiscano in gravità la precedente esperienza visiva. Possiamo definirlo Le Cirque Mediatique. Esattamente. Noi non viviamo il dolore del giovane di vent’anni che ha attraversato su un barcone il Mar Mediterraneo ma percepiamo solo per un attimo attraverso l’immagine deumanizzata la sua condizione ma subito dopo ce ne dimentichiamo proprio perché le immagini …

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Nesli: il buono, il brutto, e il cattivo sono io!

Francesco Tarducci, classe 1980, in arte Nesli è uno delle certezze musicali del panorama musicale italiano. Nato a Senigallia, presto si appassiona alla musica. Scrive melodie e parole ispirandosi a quelle basi musicali rap r’n’b, soul libere dagli schemi ma successivamente lo affascina anche il panorama Brit, le sonorità anni ’70 e ’80 punk e rock. La scrittura rappresenta per il “cantautore” marchigiano una necessità, per combattere ed accrescere il proprio viaggio nella musica e quindi nella vita.  “Andrà tutto bene” l’ultimo album dell’artista è un rock roots ermetico e quindi essenziale. Una frase, quella del titolo dell’album, forse sovraesposta ma incoraggiante, e di coraggio Francesco Tarducci ne ha da vendere. Parlando del tuo nuovo singolo “Buona fortuna amore” associ alla parola amore la parola pagana fortuna. Ci spieghi questo connubio? Il concetto di amore come sacralità e il concetto di fortuna come benedizione vanno a braccetto qualche volta almeno nell’immaginario comune. Bisogna contestualizzare, cioè potresti avere ragione ma, io vengo da una realtà semplice e i titoli vanno presi per quello che sono nella loro semplicità, che non significa banalità. Quali sono i temi che ti hanno portato a scrivere il tuo nuovo album? Diciamo che il tema principale, il comune denominatore, è il rapporto uomo-donna: due fidanzati, padre figlia ecc. ovviamente con una visione autobiografica e personale. Il buono, il brutto e il cattivo. Molti ti definiscono il rapper buono del panorama musicale italiano. Ti ritrovi in questa definizione? Sentirei più mia la definizione di “il buono, il brutto e cattivo”. Sono tutte e tre gli aggettivi, forse. Io vivo i miei testi, e sono attraversato dalle esperienze di cui canto, perciò quello che ne esce è una libera interpretazione. In Andrà tutto bene si ha la percezione che il tuo viaggio personale interiore sia combattuto; da una parte si avverte una specie di resa e dall’altra una spiccata combattività. Stai cercando redenzione? Domanda tosta. Dunque la mia redenzione è legata un po’ al concetto di libertà. Certo è che quando vivi la felicità la prima cosa non è quella di narrarla ma appunto la vivi. È uno stato di tensione umana che ti porta ad indagare e addentrarti nei meandri degli stati d’animo cercando di tirare fuori quella radice chilometrica che ti porta a dire “Perché faccio così? Perché ripeto lo stesso schema da sempre?” È una domanda che si son posti tutti: “Perché io faccio così?” E allora giù con la ruspa nella tua storia a quattro mani per tirare fuori quella radice chilometrica che poi ti permetterà di rinascere. E allora “Andrà tutto bene”. Una frase rassicurante. Cosa è il coraggio per te? Quali le tue paure? Per me il coraggio è avere la capacità di rischiare tutto: può essere un’idea, un credo, una militanza verso una parte e talvolta il coraggio può essere visto anche nei caratteri della follia. Mentre credo che la mia più grande paura, anche rispetto alla morte, sia la malattia. Ti definisci un dark ottimista, una specie di poeta punk. Ti senti un po’ il Jim Carroll nella scena musicale italiana? Se sì il tuo essere radicato per cui non conformato a quali principi e valori fa riferimento? La libertà, il valore più grande. Non per ripetermi ma la libertà raccoglie in sé tutti quei principi che i miei genitori mi hanno trasmesso. Per quanto riguarda il punk direi che è più un’ attitudine che io ho alla vita. Ecco, il punk può essere un sinonimo di coraggio per ciò che rappresenta. Il concetto di punk è mettere in discussione se stessi nelle relazioni con gli altri, ma soprattutto punk è quel “gnothi seauton” socratico e poi Virgiliano, che portò Enea a conoscere se stesso in funzione alle sue radici e al suo destino. Credi che i vari talenti che imperversano nel panorama italiano televisivo e che promettono sogni su misura e quindi conformati siano il male? Riguarda i talent ho solo un’osservazione da fare che però non è un pregiudizio. Dunque se questi talent venissero realizzati una tantum e non fossero una ripetizione anno dopo anno forse gli stessi talent ricaverebbero più forza come strumento scout alla ricerca di nuove e giovani leve da proporre. Che rapporto hai con i social network? Un rapporto morboso che mi rende a-social nella real life (ride). Io sto molto attento a quello che succede in rete. I social mi hanno aiutato molto nello sviluppo del mio progetto musicale. Mi ha fatto conoscere ai più indistintamente dalla fascia d’età. Mi piace mantenere il contatto vivo con il mio pubblico che amo e mi segue. Tu sei senigalliese trapiantato a Milano. In qualche maniera anche tu hai fatto una immigrazione a breve distanza. Che impatto hanno sul tuo inconscio i barconi che sbarcano a Lampedusa? Il mio viaggio è abbastanza triste di per se perché non c’è decentralizzazione. Io sono emigrato per lavoro. Basterebbe che la decentralizzazione si ridistribuisse ai livelli più bassi o regionali della stessa organizzazione centrale per creare più opportunità per tutti. Milano, a partire dalla moda, musica e arte è il top delle città. Una città mitteleuropea ieri e oggi un canale di possibilità per coloro che la attraversano e vivono. Dunque alla base la mia partenza fu triste ma mirata alla ricerca del mio “io” come ruolo nel mondo. di Anita Likmeta su IlGiornaleOff

Parag Khanna: il futuro geopolitico dell’Europa e l’immigrazione.

Parag Khanna, indiano-americano, classe 1977, è la giovane certezza della geopolitica mondiale. Singolare figura di studioso globetrotter è l’autore di studi accurati e brillanti, in bilico tra reportage approfondito e avvertita analisi politico-economica. Libri come I tre imperi, Come si governa il mondo (entrambi editi da Fazi) e L’età Ibrida (con Ayesha Khanna, Codice edizioni) sono preziosi per chi voglia farsi un’idea di dinamiche geopolitiche complesse in modo non episodico e non inutilmente polemico, ma con attenzione ai fatti. In I tre imperi ha sostenuto che il ruolo geopolitico dell’Europa è ancora determinante, eppure la sensazione attuale è che, almeno culturalmente, al momento l’Europa si trovi in una empasse: non riesce a integrare i flussi migratori, non incide sui conflitti geopolitici. Sembra più che il campo di battaglia per l’esplosione di fondamentalismi, vedi tragedia Charlie Hebdo… Premesso che anche i grandi imperi, a volte, soffrono di impotenza, io invece credo che l’Europa sia ancora importante. Quanto più mobilità, fusione di industrie, aree commerciali interne, una popolazione che cresce demograficamente, conterrà, quanto più l’Europa potrà crescere ancora. Se l’Europa restasse culturalmente e geo-politicamente limitata a Inghilterra, Francia, Italia e Spagna, rischierebbe di diventare molto debole. Con l’eccezione della Germania che è la più grande economia che c’è nel vecchio Continente. Se invece diventasse un’entità di trenta paesi includendo l’Ucraina, tutti i paesi balcanici (i quali hanno stretti rapporti economici con la Turchia per la tratta commerciale e industriale) allora potrebbe diventare significativa economicamente. L’Europa ha il più grande Prodotto Interno Lordo in tutto il mondo. Come piazza commerciale è come investimenti è ancora leader. Il metro di misura che determina l’importanza dell’Europa non riguarda le elezioni in Francia o l’attacco a Charlie Hebdo etc. Lo Stato islamico sembra un enorme elemento di destabilizzazione di tutto il Medioriente. Come si ridisegnano i conflitti di forze nell’area? Non è esatto dire questo. L’Isis è la quinta o la sesta tra i maggiori fattori di destabilizzazione negli ultimi venticinque anni. Già nell’Iraq di dieci anni fa successero cose destabilizzanti, ma possiamo guardare più indietro. All’invasione dell’Iraq nel Kuwait nel 1990, o alla rivoluzione islamica nel 1979 in Iran. Ma il principale evento destabilizzante rimane l’invasione Usa in Iraq nel 2003. L’Isis è il sintomo di un profondo cambiamento, e bisognerà creare una nuova mappa la quale sarà molto dinamica in quanto nei prossimi anni ci saranno altri gruppi come l’Isis, come Al Qaeda oppure i ribelli siriani, ci saranno gruppi etnici d’assalto, i curdi che vivono in un territorio non definito. Per cui ci vorrà tempo per avere una stabile mappa geo-politica, e magari questo avverrà fra cinque, dieci o vent’anni. Ma una cosa certa è che questa mappa non è più quella disegnata nel 1960. Ritiene che il nucleare all’Iran possa essere un effettivo pericolo in particolare per Israele? Non credo che il nucleare all’Iran possa costituire un pericolo. Ma la richiesta di Netanyahu magari è fondata su una paura reale considerando i rapporti storici intercorsi fra i due paesi. Gli Stati Uniti non hanno bisogno di farsi dire da Israele se l’Iran dovrebbe o meno avere il nucleare. Giustamente Netanyahu fa gli interessi del suo paese. Ovviamente nessuno può sapere o preventivare ciò che L’Iran potrebbe successivamente fare con il nucleare. Le aree di tensione Oriente-Occidente sembrano corrispondere a quelle che nella tradizione sapienzale venivano chiamate “le torri del diavolo”: una sorta di linea di fuoco che dalla Siberia passa per il Medioriente arrivando fino in Africa centrale. Anche in una prospettiva puramente razionalistica non è inquietante che le linee di frattura geopolitiche euroasiatiche si assestino su queste coordinate? C’è un arco di instabilità che parte dalla Siberia fino al Medioriente o Africa dell’est dove ci sono fondamentalismi, falsi Stati, povertà, sottosviluppo. Credo che “Il grande gioco” sia una grandissima analogia rispetto a quello che sta succedendo oggi. Ma io scrissi I tre imperi su come vincere il grande gioco costruendo nuove vie della seta. Come possiamo vedere, la Cina sta guidando l’Asia e gli investimenti, e di questo ne stanno godendo sia l’Italia che l’Inghilterra e tanti altri grandi paesi.Costruire nuove vie della seta vuol dire godere di nuove infrastrutture che possono connettere l’Europa all’Asia attraversando l’Africa dell’est. Quali sono i paesi secondo lei leader nel campo dell’innovazione? Ci sono molti parametri per misurare l’innovazione e qualche volta la si confonde con l’invenzione. L’invenzione è qualcosa dove gli Stati Uniti ed Europa sono leader, ma innovazione in termini di adattamento non è solo tecnologia: riguarda anche l’ambiente e il governo. L’innovazione è la città ed è lì che si sviluppa come a Londra, Parigi, Singapore la città dove vivo. L’America è leadernell’innovazione ma investe in Asia in quanto qui ci sono i mezzi e le strutture per farlo. In Hybrid Reality lei sostiene che il bilancio dell’innovazione ha sostituito il bilancio del potere militare come misura di potenza nazionale. Lo crede ancora? Assolutamente sì e lo trovo un concetto molto più vero oggi rispetto a ieri. Per esempio le ricerche e lo sviluppo asiatico deriva dal fatto che qui si investe moltissimo sul creare delle proprie tecnologie, perché non vogliono essere dipendenti dell’Occidente. Nella generale irritabilità socio-economica, frutto anche dello spostamento dei popoli migranti qualcuno ha teorizzato la necessità dei confini, delle frontiere per localizzare i conflitti. Per esempio Regis Debray in Elogio delle frontiere. Cosa ne pensa? Credo che la situazione potrebbe risolversi se l’Europa investisse in Africa. Questo farebbe sì che questi popoli rimangano nei loro paesi. Ricordo quando vivevo in Germania che c’erano dei giovani studenti turchi come me che rientrarono nel loro paesi perché videro la possibilità di crescita. Ecco, credo che se ci fossero finanziamenti la situazione potrebbe minimizzarsi. Se i popoli potessero vedere una possibilità di crescita nei loro paesi credo che non emigrerebbero. E come si può investire considerando le tensioni politiche in questi paesi? Mi spiego. Dimitris Avramopoulos, commissario dell’Unione europea agli Affari interni e alle politiche sull’immigrazione, ha dichiarato che “per affrontare alla radice il problema dei flussi migratori, l’Unione europea deve cooperare con i paesi di origine dei migranti, anche se a volte si tratta di dittature”. Qualche anno fa si diceva che non si poteva parlare con l’Iran e che non si poteva fare business con loro e che non si poteva parlare con Gheddafi. Ecco io credo che questo non abbia senso. Questi territori sono influenti, hanno potere e noi dobbiamo comunicare con loro. Dobbiamo trovare una via di comunicazione. Lei ci credeva davvero alle primavere arabe che oggi si stanno rivelando una grandissimo flop? Credo che le rivoluzioni abbiano bisogno di un loro tempo per spiegarsi e qualche volta le cose devono andare male per poter andare meglio. Credo che le primavere arabe fossero inevitabili. Quando i paesi crescono nella corruzione, nella povertà e nella privazione è normale che alla fine qualcosa accade. Per esempio in Egitto la gente non ha più paura dei loro leader di protestare per strada. Il collasso in Siria non è una sconfitta delle primavere arabe. Come vede l’Italia sul piano politico internazionale? L’Italia come ogni paese di media grandezza sta diventando sempre meno influente considerando il prodotto interno lordo. Ogni paese ha bisogno di capire quali sono i suoi prodotti di nicchia per poter crescere e questi possono essere per esempio il design e l’artigianato in generale e questo porterebbe l’Italia ad avere un grande impatto a livello internazionale. Credo che l’Italia si stia organizzando e ho visto ciò che sta facendo Renzi e lo trovo una buona idea quella di trovare nuove strade per le collaborazioni economiche. Papa Francesco. Crede che sia una figura che potrebbe influenzare la scena geopolitica internazionale? Il Vaticano non ha importanza politicamente se non per chi vive in Italia. La voce di Papa Francesco è benvenuta ma non ha potere nell’influenzare le politiche globali. Infine il Kenya? Guardi io credo che le religioni siano solo un pretesto nelle cause delle guerre ma i veri motivi sono soltanto il potere economico e conquista del territorio. Non esistono altri motivi. di Anita Likmeta su IlGiornaleOff

Cevoli: l’Italia di adesso? Come quella della Grande Guerra.

Paolo Cevoli, classe 1958, è un personaggio con una storia speciale.  Il buffo e improbabile assessore romagnolo che abbiamo conosciuto a Zelig nell’ormai lontano 2002 ha cambiato pelle diverse volte.  Figlio di una famiglia di albergatori e laureato in Giurisprudenza,Cevoli fino a 44 anni, ha lavorato  come manager. Nel 2002 ha debuttato, quasi per caso, nella trasmissione televisiva Zelig(l’assessore romagnolo di cui si parlava all’inizio), finché, nel 2005, ha abbandonato il suo lavoro “vero” per dedicarsi esclusivamente al teatro e alla televisione. Alla passione artistica non si comanda. Soldato Semplice è il suo debutto alla regia. È il 1917 e siamo nel pieno della Grande Guerra. Gino Montanari è un maestro elementare romagnolo, ateo, anti-interventista e donnaiolo. A causa delle sue idee ed i comportamenti libertini, viene costretto dal preside ad arruolarsi volontario nonostante l’età della leva abbondantemente superata. Arrivato al fronte viene destinato ad un piccolo avamposto in Valtellina come eliografista: il suo compito è trasmettere segnali morse con la luce del sole. Gino non ha nessuna esperienza di montagna e di vita militare; i primi incontri con i suoi compagni e con il Tenente sono all’insegna delle vessazioni e delle prese in giro. La guerra passa in secondo piano e lascia il ruolo da protagonista ad un intreccio di vite umane che mettono in scena le  tipicità dell’Italia di quegli anni. Il protagonista si trova a convivere con ragazzi che provengono da tutte le parti d’Italia tra cui un ragazzo del ‘99 di Capri, analfabeta, che gli farà da assistente. Raccontare cose “serie” e positive facendo ridere è la passione e la caratteristica di Paolo Cevoli. Soldato Semplice è un film particolare con una meravigliosa fotografia, una recitazione asciutta. Ottimo debutto alla regia. Sig. Cevoli ci parli di questa sua nuova impresa. Il film doveva essere uno spettacolo teatrale. Doveva far parte di un ciclo di spettacoli che faccio per il teatro dove interpreto personaggi minori in un contesto storico importante, come quando portai in scena la storia del cameriere di Rossini, la storia del cuoco dell’Ultima cena e adesso sto facendo la controfigura di Mussolini. Poi un mio amico, Marco Preti, alpinista documentarista un giorno mi disse “Perché non fai il film?” ed eccomi qui. Il patacca che fa il film. Siamo nel 1917, la Grande Guerra, e Soldato Semplice è stata la storia dei tanti giovani italiani che partirono per il fronte… La domanda che mi sono posto è stata: “cosa abbiamo noi italiani che ci unisce e che ci differenzia dagli altri?” E la risposta è stata immediata. Siamo un popolo generoso con una grande capacità di leggerezza e autoironia, caratteristiche che forse gli altri popoli non hanno davvero. La grande commedia all’italiana aveva proprio questa caratteristica di raccontare la guerra, la fame, la miseria accompagnandolo con quel aspetto comico e buffo che è propriamente di noi italiani. La Grande Guerra ieri e il crollo degli ideali, dell’unità, e dei valori, oggi. Mi potrebbe tracciare un suo pensiero in merito? Mio nonno, che aveva vent’anni durante la grande guerra, faceva l’eliografista e ricordo quando mi dicevadella grande confusione che si viveva in quel tempo. Fui colpito dal racconto della paura delle armi segrete, dei gas, eccetera. Ecco, quello era un periodo di grande confusione in cui l’Italia non aveva ancora una sua identità, e con Caporetto si è toccato il fondo: da lì si poteva solo ripartire.  Caporetto più che una ritirata è stata una disfatta. Ecco cercando di tracciare una linea posso dire che forse ciò che ci accomuna a ieri è sempre la confusione e mancanza di coscienza collettiva nazionale, come popolo. Come vive lei l’Italia oggi? Siamo un paese e popolo pieno di risorse. Dalle realtà delle piccole imprese a quella dei Comuni noi abbiamo una capacità di interpretare la vita con ironia che altri non hanno. Ecco l’anima critica del film è questo austriaco che dice “voi avete sperperato il patrimonio dei vostri padri che era l’impero, noi siamo figli di un impero, quello austriaco, e voi non fate altro che lamentarvi” e a quel punto il mio personaggio si ribella rispondendo che “noi abbiamo qualcosa che voi non avete, non so bene neanch’io cos’è ma noi ce l’abbiamo e voi no!”. L’Italia è un paese in cui investire? Io ho due figli, uno di 24 anni e l’altro di 26, che hanno viaggiato, fatto stage e ora sono ritornati perché io credo che viviamo nel paese più bello del mondo e credo che il mondo ha bisogno dell’Italia.  Siamo un paese giovane dal punto di vista politico e il nostro passato sotto questo profilo è quasi assente. Siamo un paese in cui si deve investire e si può crescere. Siamo ancora dei bimbi che devono imparare a crescere insieme. Soldato semplice è l’uomo bambino che va in guerra ma in realtà non sa cosa realmente lo sta aspettando. Esattamente. È la storia di tutti noi. I suoi prossimi impegni? Ad ottobre debutterò in teatro con lo spettacolo in cui interpreto il garzone di Michelangelo Buonarroti e mi piace molto il progetto perché è ambientato nel Rinascimento. In soldato semplice lei è interprete e regista, in quale veste si trova meglio? Guardi, la vita mi ha spesso sorpreso. All’età di 44 anni ho abbandonato tutto per intraprendere questa strada artistica che non garantiva e sono passato casualmente dal palco di Zelig ieri fino a questo film oggi. Ecco, mi sento come un bambino che deve crescere e questo fanciullino che mi pascolo dentro è la mia sintesi spirituale. di Anita Likmeta su IlGiornaleOff

Carlo Freccero: Fazio-Bignardi e i nuovi modelli della televisione.

Se vuole fare l’intervista fra quindici minuti sono alla Stazione Centrale. Ho la partenza per Genova alle 21.10 Il tempo di mettermi le scarpe, prendo la metro e corro. Freccero mi accoglie nell’atrio della stazione. Cerchiamo un luogo dove sederci, meno inquinato dai rumori degli altoparlanti. Al bar ordiniamo una coca cola e un caffè al ginseng. Il cameriere gli fa presente che è la quinta volta che lo serve mentre tiene un’intervista… A “Che tempo che fa” ultimamente ci sono stati almeno tre casi in cui il modello Fazio ha mostrato qualche limite. L’intervista con la Ferilli, quella con Madonna, quella con Noel Gallagher. C’è la sensazione che la messa in scena “faziana” funzioni bene quando gli ospiti sono i soliti della compagnia di giro… Voglio fare il Dott. House della situazione e quindi esaminare il problema. Il programma di Fazio è il programma cardine di Rai 3,che fa il 40 o il 50%della pubblicità. Fazio, quest’anno ha reinventato alcuni elementi, andando in onda di sabato per un’ora affiancato a Gramellini. Ha introdotto il tavolo nello scenario. Tutto perfetto quindi? Puntualizzo che non sono qui a fare da ufficio stampa a Fazio. Ma è oggettivamente in una posizione di forza Anche con la Ferilli? Ma, così hanno detto, il contrasto è stato tutto un gioco. Un contrasto con quella precedente della Bellucci. La Ferilli naturalmente giocava anche sul fatto che sono colleghi perché fa lo stesso talk show sulla Agon Channel di Becchetti con il programma “Il Contratto”.  Fazio si è messo in qualche modo a recitare (tra l’altro da giovane ha fatto l’attore) e questo chiaramente crea uno spaesamento perché non puoi variare nella stessa puntata l’intervista. Fazio usa tre registri: quando c’è l’intellettuale lui diventa serio, diventa la coscienza politica del paese. Poi ha i suoi amici comici con i quali gioca. E infine si mette a fare l’attore con certi personaggi. Be’, a volte come dicono in tanti Fazio sembra un po’ troppo attore. Troppo flessibile e compiacente… Forse l’aspetto un po’ eccessivo di Fazio è che passa da “estrattore”a “inserito”, cioè per esempio il fatto dellasassicaia con Madonna, o fa l’amicone con un altro ospite… La cosa che ha creato un po’ di sconcerto è che Fazio faccia la mise en scéne, come con Madonna. Secondo lei, quello di Fazio, è un modello di comunicazione che alla fine risulta provinciale, periferico, rispetto alle grandi star? A parte Che tempo che fa, non c’è un sabato sera, non c’è un varietà o un luogo dove gli artisti internazionali possano passare, e questo mette Fazio in una posizione di forza. Fazio non ha concorrenza. Ma forse il “fazismo” è ugualmente in declino. Fa pensare che il Sanremo di Carlo Conti abbia battuto, come ascolti, quello di Fazio… Il Sanremo di Fazio voleva essere in qualche modo autorale invece quello di Conti è stato proprio un festival tradizionale, in una parola: “renziano”. Un Sanremo standard che si esprime con ospiti come la famiglia italiana che aveva dieci o dodici figli. Veramente c’era anche Conchita Wurst, la drag queen con la barba… Ma è andata in onda dopo mezzanotte, in fascia consentita… Cosa ne pensa del fatto che i talk show normalmente definiti “populisti”, come Quinta Colonna di Del Debbio, stiano ottenendo più successi di quelli “alti”, per esempio quello di Formigli? Dunque il talk politico populista è molto interessante perché fa pendant con il Sanremo trasversale e consensuale di Conti. Sono l’altra parte dell’Italia. Il talk populista ha successo perché si traduce in dare la parola a chi non è rappresentato nel ceto medio televisivo. E sarebbe? Al conduttore, in quei casi, non interessa dare la parola al politico, al giornalista o all’esperto, ma al popolo. Parla lo stomaco affamato in cui tutti si riflettono. Per esempio Del Debbio ha una cartina geografica delle periferie che gli serve per spiegare una politica che non lavora mai per gli esclusi e da qui la voce dei disadattati. Del Debbio che può  difendere il benzinaio e farlo diventare un American Sniper di Clint Eastwood, una specie di eroe. Il modello di Del Debbio è una specie di arca di Noè dove a prua ci sono i protagonisti mentre a poppa c’è il conduttore che si rifà al grido del popolo. Lo fa anche Paragone ma in maniera diversa.  Invece, per esempio, dalla Gruber ci sono gli opinionisti, i protagonisti della politica, quelli più vicini alla carta stampata. Ma, alto livello per alto livello, perché Daria Bignardi non fa più ascolti? Daria si è annoiata. La sua nuova identità è nello scrivere. E’ chiaro che la Bignardi non vuole più fare la televisione e oggi lei riesce soltanto quando in studio intervista le sue amiche, tipo la Gabanelli e compagnia. Ha insomma la sensazione che si stia instaurando un nuovo canone “pop” (Conti, Del Debbio) meno snob, più populista (ma forse più concreto) e in definitiva più adatto ai tempi delle felpe di Salvini. Che la nuova “medietà” popolare stia cambiando prospettiva? Conti è Rai Uno, è consensuale, non esclude mai nessuno. Piglia e lavora sulla centralità della curva di Gauss, lavora sulla maggioranza, il suo è un messaggio indifferenziato. Come dicevo è come Renzi, è democristiano e non è detto che sia una cosa completamente negativa. Di cosa ha bisogno oggi la televisione secondo lei? Nell’informazione l’Italia ha uno svantaggio: la politica estera non passa. Se pensiamo alla storia in Tunisia che è passata soltanto perché ci sono morti italiani, una cosa davvero terribile. Io noto che per gli altri paesi la politica estera è fondamentale. La politica nazionale alla fine stanca. Senza una politica internazionale non abbiamo avversari e rimaniamo sempre dentro i nostri confini ed è lì invece che diventiamo periferici, lontana dalla dimensione del villaggio globale in cui viviamo. È un dramma che Renzi sia l’unico protagonista dei talk show. Qual è un personaggio che trova come promessa nel panorama televisivo italiano? Alessandro Cattelan. Tra i giovani è quello che stimo maggiormente. Ecco anche lui gioca a fare l’intrattenitore e lo fa anche bene dal momento che è passato dalla conduzione dei Talent fino a fare l’attore in “Ogni maledetto Natale”. di Anita Likmeta su IlGiornaleOff