Politica

Immigrazione

Il nuovo Olocausto si chiama immigrazione, ed avviene nel Mar Mediterraneo.

Accade in tutto il mondo: i migranti oggi sono ammassati in veri e propri campi di concentramento, costretti dietro dei muri. I primi vent’anni del Duemila non sono poi tanto diversi da quelli del Novecento.   di Anita Likmeta su Linkiesta Non vi racconterò la mia storia, perché sarebbe uguale alla storia dei milioni di migranti che scappano dalle proprie case, dalla propria terra, a causa delle dittature, delle guerre e della povertà. Sarebbe soltanto un eco retorico e autoreferenziale, e probabilmente l’ennesimo. La storia dell’albanese sfortunato, partito sulla nave Vlora, che alla fine ce l’ha fatta. Ma non sarebbe reale, e non sarebbe vera, e soprattutto non renderebbe giustizia agli incontabili morti di questi anni, a cui abbiamo taciuto persino la storia. Eppure anche la mia storia potrebbe essere l’esempio perfetto di quello che accade oggi nel Mondo. Sono una migrante, proprio come quegli egiziani, libici, somali, etiopi, siriani, messicani: i migranti del Mondo che oggi sono ammassati in dei veri e propri campi di concentramento, costretti dietro dei muri, che a guardarli sembra che i primi anni venti del Duemila non siano poi tanto diversi da quegli anni Venti di inizio Novecento. Sono semplicemente una delle migliaia di persone, non rifugiati politici, non profughi di guerra, non clandestini, non richiedenti asilo, non migranti economici, che è riuscita a sopravvivere e a concludere quel viaggio. Sono cioè solo fortunata. Badate bene, non etichette, sto parlando di persone, che anni fa hanno attraversato un confine, magari il mare, sperando di trovare in un’altra parte del Mondo, nel mio caso in Europa, una speranza di una vita migliore, rispetto allo scenario di morte o disperazione che lasciavano. Perché negli anni Novanta la mia terra era diventata un posto pericoloso in cui vivere. Perché in ogni parte del Mondo, quando la gente è ridotta alla fame, è disposta a tutto, fino a piegare l’aria all’odore del piombo. Oggi però ho una nuova casa: l’Italia. Certo, non dimentico la mia Patria natia, ma ne ho anche una adottiva, che fra alti e bassi è riuscita a darmi un’opportunità. In ogni parte del Mondo, quando la gente è ridotta alla fame, è disposta a tutto, fino a piegare l’aria all’odore del piombo. Ma i migranti oggi sono ammassati in dei veri e propri campi di concentramento.   Non è stato un percorso facile da affrontare, nemmeno quello dopo quel viaggio: in Italia ho conosciuto anche il razzismo, il sessismo, i luoghi comuni sui migranti in genere, e nel mio caso quelli sugli albanesi, ma ho conosciuto anche la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’Uomo e delle libertà fondamentali, la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e la Dichiarazione universale dei diritti umani; cioè ho scoperto che come persona avevo dei diritti inalienabili, cioè che avevo diritto ad esserci, e che non mi poteva essere negato. Ma soprattutto in Italia ho avuto la possibilità di scegliere di studiare, di scegliere un percorso di vita, di scegliere uno stile di vita: in Italia ho scoperto che potevo avere un mio pensiero, e che poteva essere idealmente diverso da tutti, libero e critico, che potevo esporlo nei modi e nei metodi che ritenevo più opportuni, nel rispetto di me stessa e degli altri. Mi ha permesso di essere oggi qui, come giornalista, e raccontarvi questa storia. Forse voi non ci pensate, forse chi nasce qui pensa che sia davvero normale essere liberi, intendo liberi davvero, e che sia sempre così e ovunque. Ma no, non lo è. Ed essere migrante ti permette di apprezzarlo in un modo nuovo, unico. Di respirare l’aria e sentirne davvero l’odore. Perché se oggi sono qui a raccontarvi tutto questo, è davvero grazie a questo viaggio. Sono milioni i migranti che sono partiti, che partono, e migliaia quelli che non sono mai arrivati, e che non arriveranno mai a destinazione. Essere qui stasera, per me, è un onore e un privilegio, ma lo sarà fino in fondo, solo se rispetterò la memoria di chi è stato meno fortunato di me; magari perché un gommone è affondato, magari perché ucciso ancora prima di partire, magari perché non aveva i soldi per pagarsi lo scafista di turno. Voi forse non ci pensate, ma sta succedendo anche in questo momento, e c’è un’Anita, su quel confine, a cui stanno impedendo di pensare, di parlare, di realizzarsi, di vivere, di esistere. Di non essere, solo perché non si è nati in quella parte di Mondo che s’illude di meritarselo più degli altri. In Italia ho conosciuto anche il razzismo, il sessismo, i luoghi comuni sui migranti in genere. Ma ho conosciuto anche la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’Uomo e delle libertà fondamentali, ho scoperto cioè che come persona avevo dei diritti inalienabili. Vedete, quando muore un cittadino occidentale, a Parigi come a New York, vengono eretti memoriali, vengono intitolate piazze e strade, si riempiono giustamente i giornali e i telegiornali con la cronistoria della vita di ciascuna di quelle persone; ma quando muore un migrante, beh, allora si tace. E quel silenzio è assordante quanto il senso di colpa che cerchiamo di nascondere. Quell’individuo, senza nome, senza documento, a cui è negata persino la Storia, è spesso solo un numero su una bara: il Migrante Ignoto, quello che abbiamo visto sfilare in tutti questi anni a Lampedusa, e che si è perso in quel grande cimitero blu che è diventato il Mar Mediterraneo. Perché le nostre torri gemelle, quelle europee, sono oggi in fondo al Mare Nostrum; nostro perché degli albanesi, degli italiani, dei francesi, degli spagnoli, dei greci, nostro perché di tutti noi europei. Negli anni Novanta, la guerra e l’anarchia sconvolsero il mio Paese, l’Albania. Una volta erano gli italiani a lasciare la propria terra, le proprie case, i propri affetti, nella speranza del sogno americano; ieri lo era l’Albania dei barconi, di chi attraversava l’Adriatico verso l’illusione del sogno italiano. Ma questo è accaduto tante altre volte, anche altrove, in tempi e Paesi diversi: qualcuno che lasciava la propria miseria, in cerca di una speranza. È accaduto, e accadrà ancora. Perché i migranti non sono quelli che vengono a rubarvi il lavoro, a occuparvi le case, ad approfittare di questo o quell’altro. I migranti, sono anche Anita. Persone, come voi e come me, che hanno diritto ad una speranza, ad un sogno, ad una vita. E spero che dopo stasera, prima di dire quella parola razzista che non andrebbe mai detta, ve lo ricorderete.

Gëzim Hajdari

Gëzim Hajdari: storia del dissidente fra Albania e Italia.

Gëzim Hajdari, ci racconti un po’ di lei, delle sue origini, della sua famiglia.  Sono nato nel 1957, in Darsìa. (Lushnje), in Albania, in una famiglia di ex-proprietari terrieri e commercianti, i cui beni sono stati confiscati durante la dittatura comunista di Enver Hoxha. Negli anni ’30 la mia famiglia possedeva due negozi nel pieno centro della città di Lushnje, una macchina, centinaia di ettari di terreni, boschi e bestiame. Mio padre a sedici anni si unì alla Resistenza partigiana. Dopo la guerra studiò a Tirana come geometra-ragioniere. Ha lavorato per alcuni anni presso l’ufficio del catasto di Lushnje, città dove è nata anche mia madre. Nur è una donna semplice e generosa come la madre terra. È cresciuta con le suore italiane, che avevano il convento vicino a casa sua. I suoi genitori lavoravano come agricoltori. Sono molto legato a Nur, che è sempre presente nella mia opera. Quando mio nonno, Velì Hajdari venne dichiarato kulak, i dirigenti del Partito comunista decisero di licenziare mio padre. La casa di mio nonno veniva frequentata dai dervish, membri della confraternita mistica dei bektashi, di cui faceva parte anche la mia famiglia. Per il resto della sua vita mio padre ha lavorato come pastore di buoi della cooperativa comunista ricevendo a fine mese dallo Stato i soldi che bastavano solo per comprare il pane quotidiano. Ogni mattina, quando andava nei campi, nel sacco, insieme al desinare, Nur gli metteva un romanzo da leggere. Era un grande lettore, amava i classici russi, francesi e inglesi. Nelle notti invernali ci raccontava le saghe che aveva letto durante la giornata. Attorno al caminetto, in silenzio, noi bambini ascoltavamo rapiti. Spesso, ci commuovevamo al suo raccontare. Alla luce pallida della candela ci lacrimavano gli occhi. Il racconto più struggente fu la storia di Anna Karenina. Una volta mia madre gli disse, mentre asciugava il volto, «Basta Rizà con questi romanzi, i figli si commuovono». Ma egli non smise mai di raccontare ciò che leggeva di giorno mentre pascolava i buoi. Ogni sera ci sedevamo attorno al caminetto, aspettando con impazienza di ascoltare una nuova saga. Il resto della mia vita appartiene alle lotte per la libertà e per la democrazia del mio Paese, denunce contro i crimini della dittatura comunista di Hoxha e contro gli abusi e le speculazioni dei nuovi regimi mascherati, disillusioni, minacce di morte, fughe, esili, condanne al silenzio da parte della mafia politica e culturale di Tirana; più di dodici anni di mestieri diversi come manovale per sopravvivere, sia in Patria che in Occidente, studi infiniti, viaggi in Africa, in Asia e nel sud del mondo testimoniando diverse e dimenticate realtà, spesso rischiando anche la vita. Lei ha iniziato giovanissimo a comporre poesia, come è nata questa passione? Ho iniziato a scrivere al primo anno delle medie, all’età di undici-dodici anni. La persona che mi ha fatto innamorare della la poesia è stato mio nonno paterno e poi mio padre, il quale recitava a noi bambini, prima di dormire, i canti epici dedicati ai guerrieri leggendari quali «Mujo», «Halil», «Gjergj Elez Alia» e  «Aikuna piange il figlio Omero». Mentre della la lirica popolare mi fece innamorare lo zio di mia madre Selìm. Quando frequentavo le medie nella città di Lushnje, spesso dormivo dai miei nonni materni. Questo accadeva quando faceva brutto tempo e non potevo tornare nel villaggio. Allora preferivo trascorrere la notte presso i miei nonni anziani. Mio nonno era molto affezionato a me, diceva a mia madre che assomigliavo a lui. Suo fratello Selìm aveva fatto il nizam, così venivano chiamati in turco i soldati albanesi che combattevano per conto della Sublime Porta di Istanbul, durante il dominio degli Ottomani nei Balcani. Egli aveva combattuto in Iran e Iraq per diversi anni. Non si sposò, visse il resto della sua vita con i ricordi degli anni del nizam. Ogni persona che incontrava gli raccontava la sua vita da soldato nei deserti lontani. I suoi racconti mi affascinavano molto. Spesso Selìm, dopo avermi raccontato dei lunghi viaggi per i deserti, degli addestramenti faticosi, delle battaglie feroci con i nemici dell’impero Ottomano, della morte dei suoi commilitoni, iniziava a cantare con una bellissima voce dei canti che raccontavano di tutto questo. Ho portato sempre con me l’amore per i canti dei nizam. Finché un giorno decisi di tradurre questo patrimonio inestimabile del popolo albanese in italiano. Il volume «I canti dei nizam / Këngët e nizamit» è stato pubblicato nel 2012 da Besa Editrice.           Quali sono stati i primi autori che ha letto e quali quelli che hanno lasciato un’impronta su di lei?  Le opere degli autori che ho letto mentre frequentavo le medie e i primi anni del Ginnasio sono: «Le Quartine» di Omar Khayam; «Il Gulistan» di Saadi Shiraz; «Anna Karenina» di Tolstoj, i racconti di Čechov; le liriche di Puskin, Sergej Esenin ed Éduard Bagrickij; «Il Demone» di Lermontov; «Foglie d’erba» di Walt Whitman; «I quartieri del mondo» di Jannis Ritsos; «Decameron» di Boccacio; «Il De rerum natura» di Lucrezio; «L’inferno» di Alighieri; «La Saga dei Forsyte» di Galsworthy; i racconti dello scrittore indiano Krishan Chander; «Il rosso e il nero» di Stendhal e le liriche di Heinrich Heine. Questi grandi autori, tradotti magistralmente in albanese, hanno segnato per sempre il mio destino di poeta. Come ha vissuto la relazione con la sua passione durante gli anni del regime? Gli anni del regime di Enver Hoxha albanese rimarranno sempre un mistero per me, ma anche per gli albanesi. Nessuno di noi sapeva quello che accadeva nel cuore del potere comunista, per non parlare poi dei campi di internamento e delle prigioni. Nulla trapelava al di fuori delle mura dei recinti della dittatura del proletariato. E forse nulla si saprà dato che l’altra metà della verità storica si nasconde negli archivi segreti, ormai ‘ripuliti’, dai regimi post comunisti di Tirana. Quindi un poeta come me viveva tra passione per la poesia e il terrore. Quando si inaspriva la lotta di classe, la mia famiglia veniva etichettata come nemica del partito comunista, invece quando la lotta di classe viveva un periodo di ‘pausa’ riuscivamo a vivere. Sono testimone vivente di molti arresti: “In nome del popolo siete in arresto!” da parte del Sigurim, la polizia politica del regime. Dopo ogni cittadino arrestato, la gente sussurrava: “Chissà a chi toccherà domani!”. Si poteva finire dietro le sbarre anche per una ‘parola’, per una ‘metafora’ oppure per un ‘sogno’. Io avevo come compagno di banco nel Ginnasio Jozef Radi, figlio dell’intellettuale Lazer Radi, perseguitato politico, il quale viveva nel campo di internamento di Savër, Lushnje. Davanti al mio Ginnasio di tanto in tanto, passavano i carri militari carichi di uomini, donne e bambini deportati. Venivano da tutte le parti del Paese, per passare il resto della loro vita nei lager della mia città. Mentre furgoni con i finestrini bloccati dalle sbarre, portavano i prigionieri politici. Sono state le letture dei classici che mi hanno ‘salvato’ e, allo stesso tempo, temprato la mia consapevolezza di poeta nei tempi bui della storia albanese. Mentre il paesaggio brullo e mistico della mia provincia collinosa di Darsia mi dava un po’ di conforto negli anni della mia gioventù. Quando avvenne la scelta di abbandonare l’Albania? Quali furono le ragioni che la spinsero a tale scelta? Nell’inverno del 1991, sono stato tra i fondatori del Partito Democratico e del Partito Repubblicano della città di Lushnje, partiti d’opposizione, e fui eletto segretario provinciale per i repubblicani nella suddetta città. Sono cofondatore del settimanale di opposizione Ora e Fjalës. Più tardi, nelle elezioni politiche del 1992, mi sono presentato come candidato al parlamento nelle liste del PRA, ma non venni eletto. Nel corso della mia intensa attività di esponente politico e di giornalista d’opposizione, ho denunciato pubblicamente e ripetutamente i crimini, gli abusi, la corruzione economica e culturale, nonché le speculazioni della vecchia nomenclatura di Hoxha e della più recente fase post-comunista. Anche per queste ragioni, a seguito di ripetute minacce subite, sono stato costretto, nell’aprile del 1992, a fuggire dal mio Paese. Del resto, capì che il cosiddetto cambiamento democratico albanese non era altro che un gioco sporco deciso già a tavolino. La vecchia nomenclatura comunista di Enver Hoxha, con l’aiuto dei ‘poteri oscuri’ dall’oltre Oceano, si sono impossessati di nuovo del potere politico, economico e culturale del Paese delle aquile. I cosiddetti ex-perseguitati politici durante il comunismo, invece di fondare un loro partito, per aprire la strada ad un cambiamento radicale dell’amministrazione, della società e dello Stato,  preferirono dividere il potere e le ruberie con i loro boia. È così che è stato ucciso definitivamente il sogno della libertà, della vera democrazia e della sovranità dell’Albania. Come sono stati i primi anni da emigrante? I primi anni in Italia sono stati molto duri. Avevo trentacinque anni e dovevo iniziare da zero. In tasca non avevo nessun centesimo, prima di partire da Durazzo avevo in tasca i soldi del biglietto solo di andata. Avevo perso tutto. Sconfitto. Per sopravvivere ho dovuto lavorare come pulitore di stalle, zappatore, manovale, aiuto tipografo. E nel frattempo frequentavo un’altra facoltà in Lettere Moderne alla Sapienza di Roma pagando tutte le tasse universitarie, oltre l’affitto di casa e da mangiare. Era l’inizio degli anni ’90. L’Albania a quel tempo si identificava con le prostitute, con gli assassini, i ladri, stupratori. Un poeta come me dove essere tre volte più bravo dei suoi colleghi italiani e quelli che provenivano da altri Paesi. Le domande provocatorie nei miei confronti in quanto uomo di cultura e cittadino albanese erano all’ordine del giorno. Inoltre dovevo scrivere sia in albanese che in italiano dato che non avevo lettori albanesi. Le prime raccolte poetiche le ho pubblicate di tasca mia. Non conoscevo nessun editore italiano. Ci voleva denaro e tempo per andare a contattare degli editori nelle grandi città. Io lavoravo dalla mattina e rientravo a casa la sera e non potevo fare nulla. È il caso di raccontare un fatto triste che mi è accaduto durante i primi mesi in Italia. A quel tempo facevo dei lavori saltuari come manovale, i datori di lavoro a volte mi pagavano, a volte no. Nei primi mesi trovai rifugio presso alcuni miei connazionali. La casa dove loro risiedevano era stata offerta dal Comune, quindi non pagavano affitto. Questi signori all’inizio mi hanno ospitato, poi un giorno mi cacciarono di casa. Li ho pregati di stare ancora qualche settimana affinché trovassi un lavoro che mi poteva permettere di affittare una stanza, ma nulla da fare. Mi ricordo che andavo in giro per la città bussando casa per casa chiedendo lavoro, ma appena le persone sentivano la parola ‘albanese’, chiudevano la porta dicendomi: “Vada via, siete dei ladri e criminali!”. Forse avevano ragione, nei primi anni ’90 gli albanesi occupavano le prime pagine della cronaca nera sui giornali e dei media italiani. Finché un giorno ho trovato lavoro come manovale presso una piccola ditta edile. Finalmente sono riuscito a trovare alloggio in un rudere disabitato da mezzo secolo dove l’affitto era basso. Perché sceglieste di vivere in Italia? Ho scelto l’Italia perché i nostri popoli hanno condiviso lo stesso destino durante la storia. L’Italia è stata sempre la grande porta che ha collegato l’Albania con il resto dell’Europa. E poi la lingua e la cultura italiana mi è stata sempre molto familiare. Non dobbiamo dimenticare che la letteratura albanese è nata in latino. Quali erano allora i rapporti che aveva con la classe intellettuale italiana, come fu l’accoglienza? I primi anni per me sono stati anni di fatica enorme, sofferenza e grande angoscia esistenziale. Non c’era tempo per fare “l’intellettuale“. L’intellettuale in Italia e all’estero lo facevano i poeti e scrittori del realismo socialista di Tirana, che insieme ai loro colleghi perseguitati fino a ieri durante il regime comunista, venivano nominati addetti culturali, ambasciatori, direttori della Fondazione Soros, oppure venivano ospitati nelle residenze di scrittura ovunque per Europa. Quei pochi poeti come me che denunciavano pubblicamente gli abusi, la corruzione e i traffici tra mafia e governanti, venivano etichettati come nemici dell’Albania.  Per me si trattava di lottare giorno e notte per …

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Melania Trump

La lettera che Melania Trump forse non scriverà mai.

New York, 8 novembre 2036 Cara Storia, sono Melania Knauss Trump, e all’imbrunire dei miei giorni, ti lascio le mie parole, perché i fatti sono già tuoi. Io, dal canto mio, sono sempre stata fuori tempo; le mie parole non ti sono conosciute, perché scelsi di essere ciò che volevi, sicché per principio non scelsi me. Scelsi perfino di addomesticare me stessa, per poi ritrovarmi come polvere nei tuoi libri. Mi sono arrampicata sui miei sogni, sono salita sulle passerelle di questo mondo, ho scalato le torri del potere. Ma quando ero sulla vetta, non ho più potuto nascondermi; ed è lì, che iniziò la discesa: la casa, che era bianca, finì; la torre, di cui porto il cognome, crollò; quell’infanzia povera, che con tante speranze lasciai, tornò il mio presente dall’altra parte del mondo. Sono stata disposta a essere qualcosa, per poter essere qualcuno. Ora tu mi chiedi, perché vuoti il sacco? Mi chiedi se sto cercando redenzione? Io almeno ho scelto di portare un cognome che non era il mio, stando a fianco alla scrivania del potente, e non ho accettato che qualcuna ci stesse sotto. Ma in fondo, oggi, chi se ne importa di questi piccoli dettagli; come Salomone, anche a me tutto appare vanità, per amore della mia vanità. Perché la mia vanità si formò nell’assenza della mia “non” identità. Non ho mai spiccato per qualità, ma sapevo che la bellezza è un dono, e io avevo capito bene che effetto faceva il mio corpo, che effetto facesse il mio sorriso quando posava per l’attenzione di chi mi offriva il suo valore per scambiarlo col mio. E ora tu hai anche il coraggio di presentarmi il conto? Mi dai la responsabilità di questo Mondo allo sfascio? Di questo Paese impoverito, economicamente e culturalmente? Ma è la mia vita ad essere povera e allo sfascio. Ho già pagato. Oggi nemmeno la plastica riesce a nascondere le pieghe che rigano il mio volto, e con cui ho già saldato il conto. Il mio passo è stato all’altezza della mia gamba, ma non abbastanza all’altezza del tuo appetito, perché il tuo palato raffinato si nutre soltanto delle storie dei puri, e per i quali sei disposta a farti vanto; ma io resto la virgola con cui spezzi i periodi, e per cui tu poi vai a capo. Gli antagonisti sono i veri depositari del sapere, perché accettano di portare sulla propria soma il peso concreto delle azioni, che vedono come vincitori morali i tuoi protagonisti, le cui vite tu trascrivi al fine di rendere quella storia un’azione morta; e tu, matrigna, pietrifichi quei uomini e donne rendendoli idoli, e i servi idolatri. Tu pensavi di svelarmi? Ma io con le parole che mi sono sempre negata oggi ti svelo. Per una cosa piego il capo: per non essere stata all’altezza della vita che si offriva di vivermi senza compromesso, e così che ho confuso la vita da sogno che speravo, con un reality show, ossia il sogno di qualcun altro. Melania Trump (forse)

Beppe Grillo

Beppe Grillo, il MoVimento 5 Stelle e i quattro amici al bar.

C’era una volta Beppe Grillo che riempiva i palcoscenici d’Italia. I suoi spettacoli erano esilaranti. Il pubblico lo ascoltava con attenzione, il pubblico rideva ad ogni sua battuta, ad ogni sua pausa e lo onorava con lunghi standing ovation ad ogni fine spettacolo. C’era una volta Beppe Grillo, un uomo che pian piano ingrassava, le sopracciglia diventano sempre più crespe e lo sguardo come un’aquila che va a caccia della sua preda. C’era una volta la preda, l’Italia berlusconiana, l’Italia montiana, l’Italia lettiana, l’Italia renziana e poi c’è Gentiloni. C’era una volta il MoVimento 5 Stelle che interpretava la voce dell’opposizione al potere, rappresentava Macht (potere) ed Herrschaft (potere legittimo). Il sociologo tedesco Max Weber, nel suo libro Economia e società, intendeva con il termine potenza “qualsiasi possibilità di far valere entro una relazione sociale, anche di fronte ad un’opposizione, la propria volontà, quale che sia la base di questa possibilità”; mentre con il termine potere legittimo invece “la possibilità di trovare obbedienza, presso certe persone, ad un comando che abbia un determinato contenuto”.  Quando in un Paese i soggetti deboli sono in continuo aumento il soggetto più forte riesce a far valere la propria volontà in ogni caso, perché attraverso il potere legittimo che si auto legifera il soggetto più debole accetta qualsiasi decisione che gli viene impartita dall’alto poiché le riconosce valide, legittime. La teoria di Weber incarna perfettamente il valore giuridico del MoVimento 5 Stelle, che nasceva come movimento sociale avvenuto attraverso il passaggio da gruppi chiusi a comunità politiche fino a raggiungere e finalmente riuscire a sposare il potere. Ed eccoci faccia a faccia con quello che tutti abbiamo sempre pensato: la forza d’opposizione al potere (in quanto identità) non può mutare la propria natura ambendo di essere in potere, perché il potere non sta mai all’opposizione, il potere è al potere. Il potere non rappresenta neanche le fonti dell’informazione anzi le finanzia dando voce a tutti, anche all’opposizione. Il potere non si misura con la divisione e la specializzazione dei compiti; il potere non si conforma ma serve la struttura gerarchica dell’apparato amministrativo; il potere non fa assunzioni con contratto; il potere non remunera in denaro il personale; il potere non separa gli uomini e i mezzi d’amministrazione; il potere non separa gli uomini e l’ufficio; il potere non regolamenta controllando l’apparato amministrativo. Il potere non necessita della legittimazione anche se lo consente in quanto esercizio politico. E poi ci sono loro, gli amici del bar: Raggi, Marra, Romeo e Frongia. C’erano quattro amici al bar, che volevano cambiare il mondo […] Eravamo due amici al bar uno è andato con la donna al mare […].

Non solo Cuba Libre: la storia cubana ancora sconosciuta.

Chi è Guido Mina di Sospiro? Autore di romanzi e saggistica. Scrivo in inglese, vivo a Washington, D.C.; sono pubblicato, in traduzione dall’inglese, in dodici lingue, fra cui l’italiano. La sua storia è in linea con il tema più sviscerato di oggi: l’immigrazione? Lei, si sente un emigrato? In un certo senso, sì. Anche se allora non avevo modo di saperlo, ho lasciato Milano all’apice degli anni di piombo, poco dopo l’attentato alla stazione di Bologna. Un’emigrazione volontaria a un’università in California. Un altro mondo, allora, un’altra dimensione. Ma ho tante anime, parlo varie lingue. Quando la musica era centrale nella vita dei giovani, mi sono sentito a casa nella Los Angeles e Berlino Ovest degli anni ottanta (da Los Angeles ero corrispondente per riviste musicali italiane e tedesche); nella Miami ancora priva d’italiani degli anni novanta; nell’Athenum Club di Londra così come nella Plaza de Santa Ana, nel Barrio de Las Letras, a Madrid. Mi piace la definizione ufficiale che mi è stata appioppata qui in America: sono un “residente alieno”, ma capace di trovare, in posti molti diversi tra loro, patrie adottive multiple. È anche vero che se la Milano che lasciai fosse stata quella di oggi, probabilmente non me sarei andato. Allora Milano era una specie di zona di guerra. Quando ha capito che la scrittura sarebbe stata la sua ragione di vita? Quando sono passato dal corsivo allo stampatello perché non riuscivo più a leggere quanto avevo scritto. Nei numerosi suoi viaggi, un giorno ha incontrato una bellissima donna cubana, oggi sua moglie, la compagna di vita. Può raccontarci il vostro incontro? A Los Angeles, ad un party dato da un persiano in onore del fidanzamento fra Lady Diana e il principe Carlo. Noi due, esuli di altre terre, ci siamo trovati in fondo al mondo, in riva al Pacifico—lei nata all’Avana ma cresciuta a New York; io nato a Buenos Aires ma cresciuto a Milano. Che immagine si è fatto di Cuba? Ho vissuto diciassette anni a Miami immerso nell’esilio cubano di oltre un milione di persone. Ho imparato da loro lo spagnolo, tanto che lo parlo con  l’accento cubano. E via via ho scoperto un mondo del quale non si parla. “Via via” perché gli esuli cubani preferiscono sempre parlare del presente e del futuro, e non fanno i nostalgici, nonostante abbiano perso la loro patria, la perla della Antille, come la chiamava il poeta Rúben Darío. Cuba, e L’Avana in particolare, erano un posto da sogno, non per niente l’ultima colonia che la Spagna fu costretta a cedere, perché la migliore. Dopo la devastazione della seconda guerra mondiale, poi, L’Avana era meglio di qualunque capitale europea. Letterati, scienziati, scacchisti, musicisti—tutti di livello mondiale. E poi la famosa, o secondo altri infame, parte mondana, con i suoi night clubs sfarzosi, case da gioco, orchestre, ballerine, cantanti e così via. Come avete vissuto in famiglia la morte di Fidel Castro?  La premessa è che i genitori di mia moglie, così come altre centinaia di migliaia di esuli cubani, non hanno mai più messo piede nella loro madre patria, e quindi la morte del nonagenario Castro non cancella l’amarezza dell’esilio, i drammi della diaspora — con le famiglie stravolte da coloro che restavano e coloro che partivano — e gli sforzi fatti per ripartire, in esilio, da zero. Detto ciò, c’è stato comunque un sollievo e un senso di liberazione, anche se al potere rimane il fratello. Una settimana dopo la morte di Castro, l’Occidente sembra si sia dimenticato di chi davvero era Fidel Castro. La sua morte inevitabilmente l’ha inserito nell’iconografia del Novecento.  Conosco troppo da vicino la storia di Cuba. Se Cuba ha avuto la rivoluzione è perché, a differenza di tutta l’America latina, aveva una classe media, la quale, inizialmente, appoggiò i barbudos. La classe media (ho parlato con molti di loro, a New York, Miami, Madrid, Parigi) voleva far cadere Batista e andare direttamente alle elezioni. Invece si ritrovarono presto in pieno regime comunista – con le tipiche fucilazioni sommarie; prigionia e tortura (e anche morte in molti casi) per i dissidenti; perfino i campi di concentramento per chi, ingenuamente, faceva domanda ufficiale per andare in esilio. Ho raccolto, senza cercarle, testimonianze di gente umile che pure chiese d’andarsene e finì nei campi di concentramento; sono cose raccapriccianti che non si sanno e che fanno venire a mente Se questo è un uomo. Fra le tante, la storia di Pablo. Una mattina, quando abitavo a Miami, vado dal mio solito barbiere a Westchester, a pochi chilometri a ovest, un quartiere in cui su trentamila abitanti il novanta per cento è di madrelingua spagnola. Ernesto, mi dicono, non c’è. “Allora torno domani,” ma Pablo mi fa cenno di sedermi. È un vecchio dall’aspetto mite con un sorriso a tutto denti. Dà per scontato che io parli spagnolo. Mentre mi mette il grembiule dice, “Lavorare ancora alla mia età, ma guarda un po’…”. Aggiunge, “Fa niente, lavorare mi piace. È che a Cuba ero conducente d’autobus la mattina presto, portavo i bimbi a scuola, e poi barbiere fino alle due del pomeriggio.” “E dopo le due?” “Andavo a un bar lungo il malecon (il lungomare dell’Avana), a giocare a domino con gli amici, ciarlare, bermi il cafecito, fumare puros. Non guadagnavo un granché, ma mi bastava. Qui in America è dura: devo pagare il mutuo della casa, le rate della macchina, le bollette, le tasse, tutto è caro, e se non lavoro ogni giorno, non ce la faccio”. M’ha coperto il volto con un cencio intriso d’acqua calda. “Allora,” da sotto il cencio, “se ci stava bene, perché l’ha lasciata, Cuba?” “¡Ay, compadre!” e sospira mentre toglie il cencio e mi spennella la schiuma da barba sul viso. “Subito dopo la rivoluzione, tutti i professionisti hanno lasciato Cuba. Io no, perché mai? Los barbudos erano dalla mia parte, ne eravamo convinti. Poi, ogni mese, ce ne combinavano una. Non eravamo ricchi, tutt’altro. Ma la casetta che avevamo fuori città, i nostri nonni, genitori e i miei fratelli, ce la confiscarono, e ci assegnarono invece un appartamento di due stanze: eravamo in undici a casa! S’andava da un sopruso all’altro, ma guai a protestare. Allora nel 1965 feci le carte per uscire da Cuba, regolarmente.” Comincia ora a radermi. Sono alla mercé d’un ottuagenario, ma il tocco è leggero, una vita di pratica. Riprende: “Da allora cominciarono a chiamarmi gusano (verme), anche i vicini, non credo per convinzione, ma per paura. Le autorità mi dissero che avrei avuto le carte in un anno e mezzo, ma a una condizione.” “Quale?” “Dovevo andare in un campo di concentramento e tagliare canne da zucchero gratis per diciotto mesi. Però non ci davano da mangiare. Allora nascondevamo una canna da zucchero tagliata a pezzi sotto la camicia. Certe guardie ci scoprivano e ci picchiavano a sangue. Altre chiudevano un occhio, ¡que dios los bendiga! Di notte in cella le masticavamo per ore, per ciucciarne lo zucchero. Di mattina eravamo morti di sonno, e ancora di fame, ma se non lavoravamo, altre botte. Certi non ce la facevano; svenivano, o per sfinitezza, o per le botte ulteriori che prendevano. Altri li pestarono così tanto che li portarono via come sacchi di cipolle, e non li vidi mai più”. Continua a rasarmi con la leggerezza d’una farfalla. Riprende il racconto: “Finalmente passò l’anno e mezzo, mi lasciarono partire, e arrivai qui senza un centesimo in tasca. Poco dopo cominciarono a cadermi i denti. Nel giro di due anni li persi tutti. Gracias, ¡Fidel!” “Ma come, se ha un bellissimo sorriso?” “A forza di lavorare, me li sono fatti impiantare tutti, anno dopo anno. Ho finito sei anni fa, a settantasei anni. L’ultima dentista da cui andavo è una salvadoregna che lavora nel proprio garage. Non mi sono mai potuto permettere un dentista ufficiale. Ma sono contento, qui a Miami ho conosciuto mia moglie, siamo sposati da quarant’anni e rotti, una santa donna”. Il Presidente Nixon definì Castro “un tipo naif, ma non necessariamente un comunista” mentre Castro nei suoi discorsi americani sosteneva la rivoluzione definendola come “umanista” promettendo allora libere elezioni piuttosto la difesa della proprietà privata. La storia poi ci ha consegnato altri racconti. Cosa è rimasta di Cuba? Era una meraviglia. Vi sono molti documentari in rete di Cuba negli anni trenta, quaranta e cinquanta che mostrano un’opulenza incredibile, a tutti i livelli. Adesso, dopo oltre cinquantanni di regime comunista, è devastata quanto Haiti. Il comunismo, si sa, ha bisogno della miseria per perpetuarsi, così come la mafia. Cosa pensa accadrà post Castro? Sarebbe bello, dopo l’uscita di Raul Castro dalla scena, vedere il ritorno della democrazia e la ricostruzione dell’intero paese nel rispetto dell’enorme patrimonio architettonico sparso per tutta l’Isola. Ma forse sono idee utopiche. Sua moglie, la sua famiglia, pensano di fare ritorno in quel paese che li costrinse a chiedere rifugio?  No. Genitori e zii, non ci sono più, se non due zie che stanno perdendo la memoria. Tutte le proprietà, perdute. I cugini sono sparpagliati per il mondo: due in Guatemala, due in Florida, uno a Singapore a insegnare storia dell’arte presso un’Università; il fratello di mia moglie, a New York City, e lei con me a Washington. In Prima che sia notte Reinaldo Arenas racconta il periodo di Fulgencio Batista e successivamente il suo arruolamento tra i ribelli che volevano abbattere il regime. Arenas, protagonista dei processi farsa e delle fucilazioni sommarie, definisce quella rivoluzione come ipocrita. Nel 1980, Castro permette l’espatrio dall’isola agli “indesiderabili” del regime (omosessuali come Arenas, malati di mente e criminali). Arenas riesce a scappare nonostante la sommossa creatasi a causa dell’invasione da parte di alcuni cubani dell’ambasciata del Perù cambiando il suo nome da Arenas in Arinas. Prima a Miami, poi New York, e poi l’Europa dove si sente addosso la maledizione della voce di Cassandra, nessuno gli crede. I suoi racconti pubblicati in Francia servivano quella élite ipocrita che alle parole giustizia e verità avevano optato scegliendo sinonimi come legittimo e autenticità, perché così anche loro spingevano la loro notte un po più in là.  È così, è molto triste. Abbiamo in casa un tavolo pitturato da Carlos Alfonzo, arrivato a Miami da Cuba nel 1980 durante l’esodo di Mariel. Lavorava come verniciatore/pittore di mobili vintage ad Antares, un negozio di mobili insoliti. Faceva la fame, come tanti altri Marielitos. Poi divenne famoso, ma morì a quarant’anni di AIDS, nel 1991. Tantissimi altri Marielitos erano “indesiderabili” secondo il regime di Fidel non perché fossero criminali; molti erano dissidenti, od omossessuali. Il nostro factotum a Miami, Pedro, era persona di assoluta fiducia, già l’autista privato del generale Ochoa in Angola. Ochoa fu fucilato a Cuba nel 1989 per “tradimento” e smercio di droga. In realtà, pare che i fratelli Castro lo fucilarono per coprire il loro coinvolgimento nel traffico di droga ad alto livello. Nel mio romanzo Sottovento e sopravvento (leggi anche…), che uscirà in Italia il prossimo maggio, offro inter alia uno “spaccato” dell’Avana durante i secondi anni ottanta visto con gli occhi della protagonista femminile Marisol, che era stata depositata, appena neonata, in un canestro sugli scalini dell’ambasciata statunitense la notte del golpe, e in seguito adottata da una coppia di New York. Comunque, da cubano d’adozione, voglio essere ottimista: lo spirito dei cubani è indomabile, tanto che nemmeno il comunismo è riuscito a sopprimerlo. Non posso che augurarmi che in un futuro prossimo la perla delle Antille diventi, effettivamente, Cuba Libre.

La fuga dal Kashmir di Adnan per salvarsi la vita.

Per salvarsi, ha attraversato la Libia, la Siria, la Turchia approdando in Italia dopo aver pagato 20 mila dollari ai mercanti di esseri umani. Ora – cameriere in un ristorante cinese del Milanese – è un uomo felice anche se una laurea in Fisica e Matematica autorizzavano ambizioni diverse. Adnan d’altra parte è consapevole che restare nel suo amato Paese – il Kashmir – significava andare incontro a morte sicura. Figlio di un insegnante e di una casalinga, Adnan militava nella Alleanza Nazionale per la liberazione del Kashmir. Il movimento è stato fondato da suo zio che, nel 2012, è stato assassinato: “Per capire il motivo – dice lui – converrebbe chiedere lumi ai servizi segreti del Pakistan. Nel Kashmir, possono candidarsi alle elezioni soltanto partiti politici che firmano un manifesto di fedeltà al governo pakistano”. I motivi che portarono Adnan ad arruolarsi nel movimento e a combattere sono chiari. Prima di tutto il Kashmir è un formidabile produttore di energia elettrica e fornisce tutto il Pakistan, mentre il 40% dei suoi villaggi sono privi di luce. Non c’è rete ferroviaria, nel Paese. Le scuole di base cadono a pezzi. Nelle università pakistane il numero chiuso vale solo per i cittadini del Kashmir. Su cento studenti di Ingegneria Medica, ad esempio, soltanto cinque sono del Kashmir. Successivamente alla morte dello zio, Adnan ha organizzato con altri militanti varie manifestazioni. È stato arrestato per tre volte fino a quando – sempre nel 2012 – è stato rapito da uomini incappucciati, imprigionato, interrogato per quindici giorni, picchiato, umiliato e gettato quasi esanime in un bosco. Salvo per miracolo, Adnan si è trovato di fronte a un bivio. Se il cuore gli diceva di continuare a combattere, la mente e soprattutto il padre gli hanno imposto un viaggio della salvezza verso la Gran Bretagna. Costo 20 mila dollari. Alla fine, i trafficanti di esseri umani hanno deciso – senza interpellarlo – di depositarlo in Italia dove gli è stato riconosciuto lo status di rifugiato politico. E di nuovo Adnan – mentre serve involtini di primavera in un ristorante cinese – si trova ad un bivio. Oggi che può viaggiare liberamente nei 28 Paesi dell’Unione Europea, sogna una vita migliore (anche perché la Cina è un altro storico nemico del suo popolo). Vorrebbe insegnare Fisica o lavorare nell’industria atomica, avendo tutte le competenze per farlo. Queste le ipotesi razionali. Ma il cuore di nuovo lo spingerebbe verso la militanza politica in favore del Kashmir. Il suo parere sull’immigrazione? Finché ci saranno nazioni in rovina, ci saranno uomini e donne e bambini costretti alla fuga. E posti più fortunati come l’Europa sono la mèta della loro disperazione. Solo se le grandi potenze mondiali si impegneranno per chiudere i focolai di crisi dei Paesi in disfacimento, si potrà arginare l’onda degli immigrati.

L’Albania “flat-tax” e l’immigrazione all’incontrario.

Settimana scorsa a DiMartedì, oltre ai grandi temi politici che riguardano il nostro bel paese, si è toccato il tema delle tasse. Il conduttore Giovanni Floris ha portato il pubblico italiano in un viaggio: in Albania. Ero in soprappensiero quando all’improvviso il mio orecchio captò immediatamente quell’accento cosi peculiare che riconosco nei miei connazionali. Alzando gli occhi, tre bellissime ragazze inquadrate e sorridenti che alle domande del cronista rispondevano in maniera anche un po naive con frasi “L’Albania è già in Europa” piuttosto “Tirana è troppo bella. Qui ci si diverte troppo”. Quel “l’Albania è già in Europa” mi rimembrò le stesse parole che il Primo Ministro Matteo Renzi disse all’incontro con il Primo Ministro albanese Edi Rama. Era il 2014. La visita di Renzi in Albania serviva per sponsorizzare l’inclusione in Europa del paese delle aquile. Matteo Renzi sottolineava l’importanza nel fare pressione al fine di portare a termine i negoziati. Inoltre nell’incontro, che sembrava più una rimpatriata tra vecchi amici piuttosto che visita di Stato, il Primo Ministro italiano sottolineò l’importanza fondamentale che l’Albania ricopre nelle sfide geopolitiche considerando che si trova nel cuore dei Balcani. Nel reportage che settimana scorsa è andato in onda su DiMartedì il punto che si metteva in luce erano proprio le tasse che in paesi come l’Albania oppure il Montenegro sono quasi del tutto inesistenti: le tasse in queste aree balcaniche vengono chiamate nel termine tecnico flat-tax ossia tassa piatta. Questa formula adottata in Albania, che è un paese in via di sviluppo, serve a sovvenzionare le aziende che siano esse piccole o grandi imprese allo scopo di una crescita esponenziale del paese. Il termine, coniato per la prima volta dall’economista americano Milton Friedman, si propone come un regime fiscale proporzionale e non progressivo qualora non fosse seguito da deduzione o detrazione quindi nonostante l’aliquota legale sia costante l’aliquota media della flat-tax rimane fissa. L’Albania, post comunista, post immigrazioni di massa del 1991 e ancora post guerra civile 1997, in pieno periodo d’immigrazione all’incontrario, si autofinanzia per promuovere il messaggio che attraverso la formula della flat-tax adottata dalla politica albanese le aziende autoctone oppure straniere possono avere la possibilità di aprirsi ad una facile eventuale crescita che altri paesi dell’Unione non offrono. Mi verrebbe da chiedere, a questo punto perché rientrare in Europa! Guardando le immagini andate in onda da Floris si poteva constatare de facto che la realtà non è proprio così, come viene raccontata. Vedere alle fermate degli autobus contadini, scesi dai villaggi che io conosco benissimo, vendere le loro galline, ti fa percepire di come il paese vive all’interno una forte dualità. Una povertà che la contemporanea Albania vuole celare, quegli anziani dalla pensione minima che sopravvivono ai carrelli del capitalismo occidentale sono da oscurare. Quegli anziani cresciuti con un’economia di tipo pianificato stile sovietico si trovano ora in forte disagio rispetto alla realtà a cui sono sottoposti. Ironico vedere quel vecchio privo di denti parlare con il linguaggio delle mani mentre indicava all’operatore di andarsene perché per loro non c’era più nulla da mostrare. Subito dopo, il video reportage metteva a fuoco le immagini, strumento al servizio della propaganda, di un locale della Tirana da bere: il Fusion. È nel limbo Fusion che le belli albanesi sorridenti e scosciate si accompagnano con i loro sorrisi e i loro corpi sinuosi mostrandosi alla società spettacolarizzata come merce Made in China mentre i maschi brindano a suon di Dom Perignon l’alba dei nuovi tempi dove l’umiliazione di un passato, che è dietro l’angolo, non è servito da monito nel generare una forte personalità pubblica. Quell’Albania, priva di una classe sociale media e dei sindacati, andata in onda a DiMartedì è una brutta copia di un’Italia le cui scelte politiche l’hanno definita come zona vulnerabile all’interno della comunità europea. L’occidentalismo a cascata, il desiderio di inclusione e di una cultura di appartenenza veicolata da una politica emotiva denudano l’Albania immobilizzandola ed esponendola a logiche geopolitiche che per ora sembra ignorare. di Anita Likmeta su The Huffington  Post

Parag Khanna: il futuro geopolitico dell’Europa e l’immigrazione.

Parag Khanna, indiano-americano, classe 1977, è la giovane certezza della geopolitica mondiale. Singolare figura di studioso globetrotter è l’autore di studi accurati e brillanti, in bilico tra reportage approfondito e avvertita analisi politico-economica. Libri come I tre imperi, Come si governa il mondo (entrambi editi da Fazi) e L’età Ibrida (con Ayesha Khanna, Codice edizioni) sono preziosi per chi voglia farsi un’idea di dinamiche geopolitiche complesse in modo non episodico e non inutilmente polemico, ma con attenzione ai fatti. In I tre imperi ha sostenuto che il ruolo geopolitico dell’Europa è ancora determinante, eppure la sensazione attuale è che, almeno culturalmente, al momento l’Europa si trovi in una empasse: non riesce a integrare i flussi migratori, non incide sui conflitti geopolitici. Sembra più che il campo di battaglia per l’esplosione di fondamentalismi, vedi tragedia Charlie Hebdo… Premesso che anche i grandi imperi, a volte, soffrono di impotenza, io invece credo che l’Europa sia ancora importante. Quanto più mobilità, fusione di industrie, aree commerciali interne, una popolazione che cresce demograficamente, conterrà, quanto più l’Europa potrà crescere ancora. Se l’Europa restasse culturalmente e geo-politicamente limitata a Inghilterra, Francia, Italia e Spagna, rischierebbe di diventare molto debole. Con l’eccezione della Germania che è la più grande economia che c’è nel vecchio Continente. Se invece diventasse un’entità di trenta paesi includendo l’Ucraina, tutti i paesi balcanici (i quali hanno stretti rapporti economici con la Turchia per la tratta commerciale e industriale) allora potrebbe diventare significativa economicamente. L’Europa ha il più grande Prodotto Interno Lordo in tutto il mondo. Come piazza commerciale è come investimenti è ancora leader. Il metro di misura che determina l’importanza dell’Europa non riguarda le elezioni in Francia o l’attacco a Charlie Hebdo etc. Lo Stato islamico sembra un enorme elemento di destabilizzazione di tutto il Medioriente. Come si ridisegnano i conflitti di forze nell’area? Non è esatto dire questo. L’Isis è la quinta o la sesta tra i maggiori fattori di destabilizzazione negli ultimi venticinque anni. Già nell’Iraq di dieci anni fa successero cose destabilizzanti, ma possiamo guardare più indietro. All’invasione dell’Iraq nel Kuwait nel 1990, o alla rivoluzione islamica nel 1979 in Iran. Ma il principale evento destabilizzante rimane l’invasione Usa in Iraq nel 2003. L’Isis è il sintomo di un profondo cambiamento, e bisognerà creare una nuova mappa la quale sarà molto dinamica in quanto nei prossimi anni ci saranno altri gruppi come l’Isis, come Al Qaeda oppure i ribelli siriani, ci saranno gruppi etnici d’assalto, i curdi che vivono in un territorio non definito. Per cui ci vorrà tempo per avere una stabile mappa geo-politica, e magari questo avverrà fra cinque, dieci o vent’anni. Ma una cosa certa è che questa mappa non è più quella disegnata nel 1960. Ritiene che il nucleare all’Iran possa essere un effettivo pericolo in particolare per Israele? Non credo che il nucleare all’Iran possa costituire un pericolo. Ma la richiesta di Netanyahu magari è fondata su una paura reale considerando i rapporti storici intercorsi fra i due paesi. Gli Stati Uniti non hanno bisogno di farsi dire da Israele se l’Iran dovrebbe o meno avere il nucleare. Giustamente Netanyahu fa gli interessi del suo paese. Ovviamente nessuno può sapere o preventivare ciò che L’Iran potrebbe successivamente fare con il nucleare. Le aree di tensione Oriente-Occidente sembrano corrispondere a quelle che nella tradizione sapienzale venivano chiamate “le torri del diavolo”: una sorta di linea di fuoco che dalla Siberia passa per il Medioriente arrivando fino in Africa centrale. Anche in una prospettiva puramente razionalistica non è inquietante che le linee di frattura geopolitiche euroasiatiche si assestino su queste coordinate? C’è un arco di instabilità che parte dalla Siberia fino al Medioriente o Africa dell’est dove ci sono fondamentalismi, falsi Stati, povertà, sottosviluppo. Credo che “Il grande gioco” sia una grandissima analogia rispetto a quello che sta succedendo oggi. Ma io scrissi I tre imperi su come vincere il grande gioco costruendo nuove vie della seta. Come possiamo vedere, la Cina sta guidando l’Asia e gli investimenti, e di questo ne stanno godendo sia l’Italia che l’Inghilterra e tanti altri grandi paesi.Costruire nuove vie della seta vuol dire godere di nuove infrastrutture che possono connettere l’Europa all’Asia attraversando l’Africa dell’est. Quali sono i paesi secondo lei leader nel campo dell’innovazione? Ci sono molti parametri per misurare l’innovazione e qualche volta la si confonde con l’invenzione. L’invenzione è qualcosa dove gli Stati Uniti ed Europa sono leader, ma innovazione in termini di adattamento non è solo tecnologia: riguarda anche l’ambiente e il governo. L’innovazione è la città ed è lì che si sviluppa come a Londra, Parigi, Singapore la città dove vivo. L’America è leadernell’innovazione ma investe in Asia in quanto qui ci sono i mezzi e le strutture per farlo. In Hybrid Reality lei sostiene che il bilancio dell’innovazione ha sostituito il bilancio del potere militare come misura di potenza nazionale. Lo crede ancora? Assolutamente sì e lo trovo un concetto molto più vero oggi rispetto a ieri. Per esempio le ricerche e lo sviluppo asiatico deriva dal fatto che qui si investe moltissimo sul creare delle proprie tecnologie, perché non vogliono essere dipendenti dell’Occidente. Nella generale irritabilità socio-economica, frutto anche dello spostamento dei popoli migranti qualcuno ha teorizzato la necessità dei confini, delle frontiere per localizzare i conflitti. Per esempio Regis Debray in Elogio delle frontiere. Cosa ne pensa? Credo che la situazione potrebbe risolversi se l’Europa investisse in Africa. Questo farebbe sì che questi popoli rimangano nei loro paesi. Ricordo quando vivevo in Germania che c’erano dei giovani studenti turchi come me che rientrarono nel loro paesi perché videro la possibilità di crescita. Ecco, credo che se ci fossero finanziamenti la situazione potrebbe minimizzarsi. Se i popoli potessero vedere una possibilità di crescita nei loro paesi credo che non emigrerebbero. E come si può investire considerando le tensioni politiche in questi paesi? Mi spiego. Dimitris Avramopoulos, commissario dell’Unione europea agli Affari interni e alle politiche sull’immigrazione, ha dichiarato che “per affrontare alla radice il problema dei flussi migratori, l’Unione europea deve cooperare con i paesi di origine dei migranti, anche se a volte si tratta di dittature”. Qualche anno fa si diceva che non si poteva parlare con l’Iran e che non si poteva fare business con loro e che non si poteva parlare con Gheddafi. Ecco io credo che questo non abbia senso. Questi territori sono influenti, hanno potere e noi dobbiamo comunicare con loro. Dobbiamo trovare una via di comunicazione. Lei ci credeva davvero alle primavere arabe che oggi si stanno rivelando una grandissimo flop? Credo che le rivoluzioni abbiano bisogno di un loro tempo per spiegarsi e qualche volta le cose devono andare male per poter andare meglio. Credo che le primavere arabe fossero inevitabili. Quando i paesi crescono nella corruzione, nella povertà e nella privazione è normale che alla fine qualcosa accade. Per esempio in Egitto la gente non ha più paura dei loro leader di protestare per strada. Il collasso in Siria non è una sconfitta delle primavere arabe. Come vede l’Italia sul piano politico internazionale? L’Italia come ogni paese di media grandezza sta diventando sempre meno influente considerando il prodotto interno lordo. Ogni paese ha bisogno di capire quali sono i suoi prodotti di nicchia per poter crescere e questi possono essere per esempio il design e l’artigianato in generale e questo porterebbe l’Italia ad avere un grande impatto a livello internazionale. Credo che l’Italia si stia organizzando e ho visto ciò che sta facendo Renzi e lo trovo una buona idea quella di trovare nuove strade per le collaborazioni economiche. Papa Francesco. Crede che sia una figura che potrebbe influenzare la scena geopolitica internazionale? Il Vaticano non ha importanza politicamente se non per chi vive in Italia. La voce di Papa Francesco è benvenuta ma non ha potere nell’influenzare le politiche globali. Infine il Kenya? Guardi io credo che le religioni siano solo un pretesto nelle cause delle guerre ma i veri motivi sono soltanto il potere economico e conquista del territorio. Non esistono altri motivi. di Anita Likmeta su IlGiornaleOff

Chi ha paura di una nuova guerra del Kosovo? Una riflessione dopo la partita Serbia Albania.

Ci sono svariati tipi di odio ma a noi interessa distinguere due categorie: l’odio reattivo e l’odio determinato dal carattere. L’eterno ‘film’ girato dai ‘registi’ serbi e albanesi è il risultato di una profonda ferita immutabile e storica verso la quale entrambi provano un sentimento di impotenza. Essi condividono la stessa struttura ossea che trova nel sentimento dell’odio reattivo (quello determinato da una ferita profonda) la sua peculiarità caratteriale. Voglio stilare in questa pagina una precisa cartella clinica di questi due ‘registi’ che, ammalati di tutti e due i sintomi sopra elencati, stanno crescendo nell’odio e nell’ostilità anche i loro figli. Figli che si sono ‘risvegliati’ anche attraverso la partita di calcio andata in onda il 14 ottobre 2014. Queste immagini possiedono nella coscienza collettiva balcanica un valore altamente evocativo che grazie al mezzo comunicativo, cioè la televisione o tutti i sistemi multimediali, viene potenziato. Ai produttori, cioè i mass media, piace tantissimo questo ‘film’ ed entrambi i ‘registi’ perché essi possiedono quell’odio, che è un sentimento innato e storico dei metteur en scéne. L’odio andato in scena nella partita di calcio tra Serbia e Albania è conseguenza di quell’odio reattivo, e quindi storico, che oggi ancora di più incita gli occhi più deboli – il popolo e la folla – ad odiare nel nome dell’odio. Innanzitutto dobbiamo sottolineare il soggetto, quindi il pomo della discordia, il Kosovo che è al centro dell’interesse dei metteur en scéne e dei ‘produttori’ di questi ultimi. Nessuno storico albanese o serbo o di qualunque nazionalità può definire l’appartenenza etnica del Kosovo almeno fino al VI secolo ma, molti storici hanno ritenuto che le antiche popolazioni della regione appartenessero allo stesso ceppo degli illiri cioè degli albanesi. Come sappiamo la questione è alquanto spinosa e irrisolta per molti motivi. Si potrebbe dire addirittura che le risoluzioni applicate negli anni sono molto fragili e che trovano un terreno fertile specialmente in un’epoca, come la nostra, che vive forti contrasti a causa dei crolli degli indicatori della macro e microeconomia europea e del desiderio di numerosi Stati di diventare autonomi. Nella partita di calcio si è visto tutto questo. Io sono albanese e sono molto delusa per la violenza sia da parte dei serbi che degli albanesi. Certamente risulterò impopolare presso il mio popolo ma io voglio comportarmi da storica e intellettuale che non può accettare la violenza gratuita mossa dai miei connazionali con quel gesto osceno del drone nel cielo serbo. Stando alle voci dei presenti pare che a finanziare tale operazione sia stato anche, Olsi Rama, il fratello del primo ministro Edi Rama che è stato trattenuto dalla polizia per una notte e poi rilasciato. Un gesto talmente violento nel suo significato più profondo che non necessita di troppe spiegazioni. Cari connazionali la critica è una pillola amara, ma pur sempre una medicina e sappiamo che due galli non possono stare nella stessa gabbia. E come dice un nostro vecchio proverbio ‘chi non ha cuore non ha neppure tallone’ ma una pietra pesante al suo posto. Ai Serbi, e soprattutto ai nazionalisti, rivolgo l’invito di fare pace con la storia. Non si può viverla solo per creare aforismi come questa frase di Aleksandar Baljak che dice: “Noi non sappiamo chi ha iniziato prima. Che poi è sempre la causa del conflitto” oppure “Moriremo tutti per questa idea. L’ennesima vittoria dello Spirito sulla Materia”. Se voi oggi siete così allora vi ritroverete completamente nella frase del vostro connazionale Zoran T. Popovic che sostiene: “Il leader è affetto da mania di persecuzione. Ha sempre la sensazione che i cittadini lo seguano”. Mi spiace deludevi ma in una realtà che va definendosi sempre più globale, tutto questo è appunto solo una sensazione. Ma io voglio credere che i serbi oggi non siano questi. Non voglio credere alla paura che i ‘produttori’ della nostra società finanziano. Non voglio credere che Albania e Serbia non arriveranno ad una soluzione più radicale e ad uno scambio culturale per l’interesse e l’ amore del futuro dei figli che verranno. In questa sacchiera vorrei non individuare né gli alfieri, né i re, né i cavalli ne prestare attenzione al fatto che siano neri o bianchi. Vorrei che ci fosse la capacità intellettiva e la forza spirituale di scegliere di cambiare e di porre fine ad una guerra e a quell’odio reattivo e quello determinato dal carattere che non mi appartiene personalmente. Sono speranzosa che non ci sia più bisogno di guide per un paese all’orizzonte. di Anita Likmeta su The Huffington Post

Rinascita dell’aquila a due teste (parte seconda).

(…) Possiamo dedurre che l’Italia come la Comunità internazionale hanno inciso nello sviluppo dell’economia albanese, ma è necessario sottolineare un fatto molto grave che dovrebbe farci riflettere, ossia quella dell’induzione al liberismo economico. Questo liberismo ha portato nella classe politica albanese la perdita di vista dell’interesse per il bene comune a favore della collettività capitalizzata. La classe politica italiana ha effettuato le stesse politiche di Mussolini, in quanto è più vantaggioso attivare politiche di sfruttamento piuttosto che riforme atte a modificare e a far crescere il paese sotto ogni profilo. Durante questa fase di invasione economica non si è provveduto al mantenimento di una rete sanitaria piuttosto che alla salvaguardia degli artigiani. L’Albania ha stretto rapporti con gli Stati internazionali al fine di ottenere fondi europei che puntualmente arrivano a Tirana, superando ogni altro paese dell’Est europeo, ma questi aiuti spariscono all’arrivo nella Capitale. L’incapacità della classe politica albanese di saper gestire le fonti economiche porta il settore pubblico ad essere pericoloso per le politiche internazionali. Ma nonostante queste dinamiche poco convenevoli è necessario sottolineare un altro aspetto fondamentale della realtà economica degli albanesi: le rimesse degli emigrati. Gli emigrati, di cui la maggioranza in Italia a seguire la Francia, la Germania e Austria etc., hanno sostenuto il processo di trasformazione delle città albanesi. Gli emigrati. grazie alla loro permanenza all’estero e al lavoro, sono riusciti a ricostruire le loro abitazioni in Albania dando decoro e trasformando radicalmente le città, ma soprattutto hanno investito con i mezzi moderni, e le loro attività imprenditoriali hanno influito fortemente nel settore economico. Grazie anche alla stabilizzazione della moneta albanese negli ultimi anni in Albania si può parlare di una vera primavera economica. Un risveglio potente, visibile nel numero delle imprese attive a Tirana ma va detto che questo è avvenuto anche tramite l’intervento di un processo economico informale dettato dalla poca chiarezza di alcune società imprenditoriali che agiscono borderline, cioè al limite della legalità. L’industria continua la sua crescita sempre in salita come anche il settore agricolo che tuttavia mantiene un ruolo fondamentale nell’economia albanese, nonostante quest’ultima ha visto un ridimensionamento del 70% in tutto il Paese. L’Albania, oggi, sta passando da un’economia di tipo pianificata a quella capitalizzata attraverso una struttura amministrativa che ha delle forti difficoltà nel sancire un processo evolutivo nel risanamento economico dovuto specialmente alle pressioni che vengono inflitte dalla classe politica al potere poco presente. Oggi in Albania il governo di Edi Rama sta attuando delle riforme sul piano politico al fine di provvedere un ingresso di maggiori investimenti e per far fronte, in special modo, al debito pubblico che nel 2012 ha superato registrando il 60% del Pil. Ma non sono i problemi economici a fermare il movimento di rinnovamento del Paese che ha portato un contro esodo degli albanesi che rientrano nella propria terra riprendendo in moto ciò che avevano abbandonato durante i tempi delle società piramidali. Da sottolineare il fatto che ad investire in Albania sono maggiormente società tedesche, olandesi, austriache e infine americane. Le società italiane che lavorano in territorio sono in numero minore e sicuramente rappresentano una realtà inferiore rispetto alle altre multinazionali. Inoltre l’Albania fa parte dell’organizzazione Nato per cui rappresenta un punto di svolta per l’occidente che necessita di mantenere gli occhi ben aperti sulla situazione Medio-Orientale. L’Albania, di nuovo, rappresenta un punto strategico tra l’Oriente e l’Occidente. Chiaramente la presenza delle truppe Nato dichiara l’appoggio incondizionato dello Stato albanese, ad un eventuale presa di posizione sul piano militare, agli americani. LEGGI ANCHE: – Il post precedente dell’autrice, Rinascita dell’Aquila a due teste (parte prima) Il lavoro svolto in precedenza dal presidente Berisha cioè quello dell’adesione dell’Albania alla Comunità Europea lo sta portando avanti anche il nuovo primo ministro Rama il quale trova questa necessità come un fondamentale processo evolutivo del paese. Appare chiaro, ritornando oggi nel paese delle aquile, che il panorama è mutato profondamente e in tempi velocissimi mai registrati da nessun altro paese. Ed è proprio questo cambiamento radicale che dovrebbe invitare i giovani, che hanno poca memoria o semplicemente più indaffarati a cercare una loro identità nel mondo piuttosto che ricostruire l’identità a partire dalle proprie radici, a riflettere. È interessante osservare un paese che indossava un tempo colori grigi possa oggi aver aderito così rapidamente alla capitalizzazione. È come se ad un certo punto una intera generazione avesse chiuso gli occhi e invece di guardare indietro, per comprendere la radice delle proprie origini che dovrebbe caratterizzare il tratto identificativo di un popolo, guarda disperatamente avanti per non affondare. L’Albania ha una sua storia molto particolare e tanto antica ma sembra che quella generazione dei barconi del ’91 abbia disconnesso con il passato, come succede oggi con i cinesi nei confronti della loro storia, rinnegando a se stessi la rimessa in discussione sul piano sociale e morale del ruolo che quella vecchia classe intellettuale ebbe in quel tempo e del ruolo che avrebbe dovuto assumere nella conduzione del paese e dei propri figli. Ma quella classe politica se ne è lavata le mani e a differenza di Ponzio Pilato che lo fece dinanzi a tutti in questo caso diventa una rappresentazione simbolica per dipingere un’azione illegale di coloro che hanno abiurato nel nome del terrore il loro grido. Trovo che sia, oggi più che mai, necessario fare un passo indietro, voglio dire che sarebbe più convenevole sedersi per comprendere e tirare fuori quella radice chilometrica per capire cosa è andato storto e per donarsi la possibilità di ricongiungere l’identità storica all’identità sociale odierna. Possiamo concludere dicendo che l’Albania oggi si presenta come un paese che non ha ancora sviluppato la transazione dall’economia pianificata a quella del libero mercato. Lo Stato albanese non ha ancora provveduto a sviluppare delle politiche sociali che possano fronteggiare le realtà più vulnerabili e questo è dovuto alla carenza di strutture istituzionali che sanciscono il pieno sviluppo delle formule di mercato. di Anita Likmeta su The Huffington Post