#Tech4Women. Yo soy Anita, soy una mujer, soy una migrante

Se oggi faccio l’imprenditrice è anche grazie alla mia storia di migrante. Ho conosciuto il mare aperto. E lì, ti piaccia o no, devi imparare a nuotare.

Yo soy Anita, yo soy una mujer, yo soy ebrea, yo soy albanese di nascita e italiana di adozione e formazione, perché sono stata una migrante.

Io, soprattutto, sono figlia della mia storia: figlia di due diaspore, quella ebraica della mia bisnonna prima e quella del mio popolo albanese dopo.

Sono molto onorata di essere stata la madrina di #Tech4Women, un evento organizzato da Techfugees che si distingue per il giusto impegno di riconoscere nella diversità un bene comune e nel buon senso l’unica strada percorribile affinché possano delinearsi nuove traiettorie capaci di includere e far crescere un’economia sostenibile e declinata al femminile.

Femminile, sì. Perché voi li vedete ogni giorno i migranti, questi esseri umani che il mondo della disuguaglianza e della iniquità sta spingendo verso il nord. Vedete ogni giorno come la questione stia generando un problema strutturale nei rapporti tra Italia e Francia, tra Italia e Germania, tra Italia e Unione Europea. La maggior parte sono maschi. Dai luoghi delle rivolte, della guerra civile e delle dittature scappa soprattutto il genere maschile. La percentuale di femmine è davvero molto bassa. Perché le donne restano a casa, nelle zone di guerra, rimangono ad affrontare da sole quello che resta delle rivoluzioni, delle rivolte, delle persecuzioni, a ricostruire dopo la morte, a rinascere, aspettando magari un giorno il ritorno dei loro uomini.

Le donne che sono rimaste indietro assolvono da sole il compito di rifondare la società, di farla uscire dallo stato semi tribale o dittatoriale. Ma da loro, le più, che sono rimaste indietro, come da quelle che hanno osato attraversare il Mediterraneo giunge una nuova sfida: fare i conti con i luoghi comuni, con l’idea che siccome le cose sono sempre andate così, allora nulla potrà mai cambiare.

Perché una volta che anche prendessero la via del mare, c’è da fare i conti con la traversata e quello che ti aspetta sull’altra sponda.

Penso a me, per esempio. Con una laurea in Filosofia presa in Italia da immigrata, le mie prospettive come lavoratrice erano davvero limitate. Come tanti giovani, concluso il percorso di studi, il mio lavoro, nei mesi successivi la laurea, fu quello di cercarmene uno. Ricordo centinaia di curriculum inviati, una parte infinitesimale dei quali, mi portò a dei colloqui di lavoro che in qualche modo finivano tutti alla stessa maniera: “sei troppo preparata”, oppure “ma che ci fa una ragazza come te qui”, o infine, ça va sans dire,: “Perché non ne riparliamo a cena?”.

Ed è così che mi sono trovata dinanzi all’urgenza di una decisione: se nessuno mi sceglieva, io dovevo scegliermi. E mentre cercavo di sapere di più su tutto, intanto, facevo tutti i lavori possibili: babysitter, badante, modella, cameriera, ripetizioni di latino e greco, interprete nelle fiere, traduttrice di testi (ovviamente dovendo anche combattere per essere pagata).

Mi è toccato capire che il meccanismo che teneva in piedi l’Italia si era inceppato. Non c’erano politiche per i giovani e, più nello specifico, per le donne. In breve, sembrava che le ragazze, per assicurarsi un lavoro, dovessero ogni volta svendersi al peggior offerente. Ebbi proprio la sensazione fisica di essere ancora in alto mare e che non avevo toccato terra.

Se oggi dunque faccio l’imprenditrice non è solo perché ho avuto più coraggio delle mie coetanee italiane, ma semplicemente perché ho conosciuto il mare aperto. E, in mezzo al mare, ti piaccia o no, devi imparare a nuotare.

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