Cultura

Governare l’odio

Come ebrea post-moderna non posso che appoggiarmi a due pilastri sicuri: la Torah e Freud. Qualche giorno fa, in un’occasione di campagna elettorale, mi era stato chiesto di parlare dell’odio. Avrei voluto declinare l’invito, che pure mi onorava, e dirmi impreparata sulla materia. Invece, per quanto mi sentissi piuttosto lontana da un certa dilagante suscettibilità per la quale il valore umano sarebbe sempre commisurato ai torti che abbiamo, o che crediamo di avere subito, ho dovuto confessare a me stessa di essere piuttosto versata nella materia.  Intanto perché, in quanto ebrea, appartengo al popolo sicuramente più odiato della storia, dai tempi dei faraoni fino a quelli dell’imbianchino viennese e oltre. E poi perché, come immigrata albanese a Cepagatti, provincia di Pescara, posso raccontare tutta una serie di aneddoti dei quali oggi sorrido ma sui cui ricordo di aver versato più di qualche lacrimuccia da bambina. Ma, dunque, che cos’è l’odio? Soprattutto, quand’è che cominciamo a odiare? Ora, se fra i lettori ci fossero anime candide che ritengono l’odio un sentimento tardivo, una indispettita reazione alla mancanza d’amore o di cura che ci affligge solo dopo aver subito un torto, ebbene, io credo che si sbaglino. L’odio nasce un po’ prima di scoprire che Babbo Natale non esiste. Come ebrea post-moderna, diciamo così, non posso che appoggiarmi a due pilastri sicuri: la Torah e Freud.  Per Freud l’odio ha a che fare con la scoperta stessa dell’oggetto, con la prima grande ferita narcisistica costituita dalla scoperta che non è tutto Io, ma che c’è qualcosa là fuori: il mondo, insomma, quel complesso intreccio di stimoli e frustrazioni che il bambino comincia a scoprire sin da subito. L’odio sarebbe quindi secondo Freud il modo stesso della nostra prima capacità di conoscere, di fare esperienza. Del resto, se ripesco fra i ricordi sempre più sbiaditi del mio passato di studentessa di filosofia, trovo che nella relazione fichtiana fra Io e Non-Io entra sempre in gioco quello che il filosofo tedesco chiama Anstoss: un’irritazione, uno stimolo urticante che dà il via. Il calcio di inizio, insomma, visto che Anstoss vuole dire anche questo. Certo, che il mondo, in principio, si conosca nell’odio, non è una prospettiva rassicurante. Perché se così è, l’odio ci appare allora come un sentimento primigenio, connaturato all’uomo. Semplicemente inestirpabile. La questione dunque è come possiamo farci i conti, come possiamo conviverci. Soprattutto, come questa prima modalità del conoscere e del rapportarsi al mondo possa di volta in volta essere disciolta in altro, neutralizzata, per così dire. E qui mi torna in mente la storia di Miriam e Aron, che sparlavano di Mosè, che aveva sposato Sefora, una donna madianita. E a Miriam e Aron, Sefora non piaceva. Non per qualcosa che dipendesse da lei, per una sua colpa, ma proprio in quanto donna madianita. Senza girarci intorno, insomma, secondo loro Mosè non avrebbe dovuto sposare una donna di colore. Ora, la cosa interessante, è che per questa professione di odio, proprio Miriam, colei cioè a cui secondo la Torah si deve la salvezza matrilineare del popolo di Israele, viene punita dal Signore: si ammala di lebbra e viene “esiliata” dall’accampamento. Mosè allora intercede per lei, chiede al Signore che la guarisca. Mosè insomma non ricambia Miriam con la stessa moneta. Così Miriam dopo sette giorni guarisce dalla lebbra dell’odio e viene riammessa nell’accampamento. La morale della storia è sin troppo semplice, ma è bene esplicitarla: l’odio fa peggio a chi lo prova che al soggetto contro cui si scaglia. Ed è, per giunta, una malattia contagiosa. Così infatti l’odio fa male al Faraone, a cui ha indurito il cuore. E l’odio professato dal Faraone fa male agli stessi Egiziani, molti dei quali ne sono stati infettati. Tanto che al Deuteronomio tocca ricordare che l’odio va maneggiato con cura e dispensato il meno possibile: “Non odiare l’egiziano perché foste stranieri nella sua terra”. E tocca invece all’Esodo stabilire di chi sia la responsabilità della persecuzione, senza che agli Ebrei possa venire in mente di fare di ogni erba un fascio: “Allora sorse un nuovo Re, che non aveva conosciuto Giuseppe”. Sembra un dettaglio da niente, ma non lo è: il nuovo Re non aveva conosciuto Giuseppe. Suona quasi come una circostanza attenuante. E qui la morale si fa più fine, più densa di implicazioni che interrogano la coscienza. L’odio fa male a chi lo prova ancor più che a chi ne è bersaglio, dicevo. Ma la nostra difesa dall’odio consiste allora, ogni volta, nel mostrare un accesso alla conoscenza dell’Altro che passi per una via diversa dall’irritazione causata dalla primigenia ferita narcisistica insita nel conoscere stesso. Nel presentare, con pazienza e ogni volta, Giuseppe al nuovo Re. Ogni volta, con pazienza, presentarsi da capo. Così, insomma, mi chiamo Anita Likmeta. Sono una cittadina italiana, nata in Albania. Ho imparato, con fatica, una lingua, la vostra, che adesso è diventata  la mia. Quanto ho ricevuto, oggi, sono qui a restituire.

Scutari: culla della cultura albanese.

Questa rubrica nasce con il desiderio di raccontare attraverso immagini e parole l’Albania. Siccome molti di voi mi scrivono per chiedermi informazioni sulle città da visitare, sulle tradizioni, sulla cucina, i costumi, le tradizioni e soprattutto sulle spiagge, ho pensato di dedicare un post alla settimana per raccontarvi un po’ di più del Paese che mi ha dato i natali. Parto dal nord dell’Albania, e la prima città che merita assolutamente attenzione è Shkodër, o meglio conosciuta con il nome di Scutari. Scutari. Scutari è un comune di 135 612 abitanti e prefettura omonima. La città è situata a nord ovest del Paese, tra le sponde del Lago di Scutari, vicino al fiume Drin, Buna e Kir e le Alpi dinariche. Scutari è considerata la culla della cultura albanese, la Firenze dei Balcani. Fondata tra il V-IV secolo a.C., si pensa che la città fosse abitata già dall’età del bronzo. Successivamente vi si stabilirono gli Illiri e nel 168 a.C. la città fu la protagonista della terza e ultima battaglia della guerra illirica che pose fine al regno di Genzio. Successivamente i romani fecero di Scutari un importante punto di snodo per il commercio e dopo la morte di Teodosio il Grande, Scutari venne compresa nell’Impero romano d’Oriente, fino al VII secolo quando l’imperatore Eraclio cedette la città ai serbi. Il dominio dell’Impero Ottomano. Per Scutari si susseguirono decenni e secoli di dominazioni: Bulgari, Bizantini, Serbi fino ai Veneziani e quest’ultimi fortificarono il castello cittadino e redassero gli Statuti di Scutari. Nonostante ciò, dopo la morte di Skanderberg, l’eroe nazionale albanese, la città si trovò a scontrarsi duramente contro gli ottomani, i quali ebbero la meglio persino contro i Veneziani, che dopo mesi di dura lotta in Albania, abbandonarono la città ritirandosi. Il dominio ottomano in Albania è durato 4 lunghi secoli, nei quali Scutari ebbe un ruolo fondamentale per il commercio, vista la sua posizione geografica strategica. Nel 1867 la città venne riconosciuta come un sangiaccato ed eretto al rango vilayet. Le guerre balcaniche. Durante il periodo delle guerre balcaniche , la città venne assediata dalle truppe montenegrine e serbe per poi essere liberata il 23 aprile 1913 quando gli ottomani si arresero ai Montenegrini. Nonostante il Regno di Montenegro Serbia avesse mire sulla città, la Conferenza di Londra riconobbe Scutari come una città del Principato d’Albania. Ma presto la città cadde nuovamente nelle mire espansionistiche del Montenegro, il quale, subito dopo la prima guerra mondiale, assediò la città fino a quando, nel 1916, l’esercito austroungarico si prese la città. Scutari venne presa dalle truppe dell’Intesa il 30 ottobre 1918. Oggi, sono accorpati alla città di Scutari i comuni di Ana e Malit, Velipojë, Postribë, Rhethinat, Gur i Zi, Berdicë, Dajç, Shalë, Pult e Shosh. Monumenti. Castello di Rosafa. Il castello di Scutari, o il castello di Rosafa, venne costruito nel IV secolo a.C ed è considerato il monumento più importante e si trova in collina alle porte della città. Cattedrale di Scutari. La cattedrale “Kisha e Madhe” (ovvero Chiesa Grande), venne visitata dal Papa Giovanni Paolo II nel 1993 e rappresenta per i cattolici un punto centrale della vita cittadina. L’orologio inglese. Il lord inglese Paget promosse l’opera finanziandola con ingenti fondi al fine di donare alla città un nuovo punto d’incontro. Il lord aveva come obiettivo quello di diffondere il protestantesimo e per farlo optò per la costruzione di un castello medievale, che ricordava l’Albania feudale, al fine di incoraggiare la cittadinanza ad un’attiva partecipazione. Altri monumenti importanti sono la Cattedrale ortodossa della Natività di Gesù, la Chiesa di San Francesco, il Santuario della Madre del Buon Consiglio, Moschea di Piombo, Moschea di Parrucë, Moschea Ebu Beker, Ponte di Mes, Teatro Migjeni e il Museo Marubi.

#CoronavirusStories: ritorno al futuro.

Mi chiamo Zeralda Daja, ho 23 anni, sono nata in Italia ma i miei genitori sono albanesi. Sono una laureanda in Scienze Umanistiche all’Università di Urbino, e sono madre di una splendida bambina. Tutto ciò che so dell’Albania lo devo ai miei genitori che ogni volta mi raccontano gli anni vissuti li, prima che emigrassero per l’Italia. Mia madre e mio padre spesso mi narrano quei giorni in cui il caos imperversava nella vita di tutti i cittadini albanesi, nella loro piccola comunità. Mi raccontano che avevano paura di vivere quelle giornate che sembravano fossero interminabili. Lunghe attese per sapere cosa stesse succedendo, cosa avrebbero fatto, dove sarebbero andati. Mi dicono che nessuno aveva risposte. Poi ci sono state le emigrazioni di massa, ma ormai quei fatti sono storicizzati. Non trascurare le piccole buone azioni, pensando che non sono di alcun beneficio; anche le piccole gocce di acqua alla fine riempiranno una grande nave. Non trascurare le azioni negative solo perché sono piccole; per quanto piccola possa essere una scintilla, può bruciare un pagliaio grande come una montagna. Buddha Un mese fa pensavo alla mia tesi di laurea, avevo appena incontrato la mia relatrice per concordare alcune pratiche, andavo tranquillamente dai miei genitori per pranzare le domeniche, come da rito famigliare. Passeggiavo con mia figlia per tutto il paesino assaporando i primi giorni di primavera tra le margherite e i fiori di ciliegio appena nati. Organizzavo le mie giornate tra impegni e commissioni, ma poi ad un tratto tutto è cambiato. State a casa, limitate i contatti, uscite solo per necessità. Messaggio che vari enti nazionali riportano sulle tv. Non comprendevo la dimensione delle cose, d’altronde nessuno in quelle ore aveva chiaro ciò che stava accadendo e i danni che questa crisi avrebbe e sta tuttora comportando. Trovai rifugio nelle mie parole accettando una situazione che è paradossale, quasi inaccettabile. In fondo, la vita a volte fa brutti scherzi, quando ti prepari a viverla, ti scombussola i piani. Una vecchia storia per me, un po’ come quella che i miei genitori vissero in Albania, tanti anni fa. I nostri nonni, i miei genitori, i libri di storia narrano delle guerre, ma io non ricordo nessuna guerra nella mia giovane vita. Allora mi chiedo, sono queste le nuove guerre? La guerra ha i suoi protagonisti ed antagonisti, ma in questo scenario di morte e di sospensione dei diritti civili, mi chiedo chi sia il nemico. L’uomo, la natura, un virus o la grande paura. Da qualche parte ho letto che il pianeta si sta vendicando: come a dire basta ai soprusi, alle deforestazioni, all’inquinamento in atto. E come se ad un certo punto tutto il sistema di valori occidentali fosse messo in discussione, e quindi crollato. Eppure tutti lo dicono, tutti lo pensano: dobbiamo utilizzare questo tempo in quarantena per riflettere sulle nostre vite, sulle nostre relazioni, sulle nostre abitudini. Quando ci illudevamo che i rapporti virtuali fossero più importanti di quelli reali, sulle vite di tutti irrompe un protagonista: un virus che ci costringe a vivere ammassati nei rispettivi metri quadri, e solo ora comprendiamo il valore della comunione con il prossimo. Ora realizziamo il valore di uno sguardo o quello di un abbraccio. Quando il razzismo e le ideologie estremiste iniziavano a prevalere nei rapporti umani e l’egocentrismo di una nazione non accettava rivali, il virus ci dimostra che di fronte alla vita e alla morte siamo tutti uguali, e molto lentamente si iniziano a vedere i segni di solidarietà fra popoli. O forse le prime alleanze di un futuro scenario geopolitico. Un gesto di solidarietà lo abbiamo visto alcuni giorni fa quando il premier albanese Edi Rama ha inviato in Italia 30 medici per aiutare l’ospedale di Brescia e Bergamo, le due città più colpite dall’emergenza Coronavirus. È vero che tutti sono rinchiusi dentro le loro frontiere e anche Paesi ricchissimi hanno girato la schiena agli altri ma forse esattamente perché noi non siamo ricchi e neanche privi di memoria, non ci possiamo permettere di non dimostrare all’Italia che gli albanesi e l’Albania non abbandonano mai l’amico in difficoltà. Oggi noi siamo tutti italiani e l’Italia deve vincere questa guerra. Edi Rama, Primo Ministro albanese Per quanto possa costringermi a trovare il perché di questa situazione, per quanto possa fare riflessioni in merito alle tematiche che stiamo affrontando come nazione, come Europa, non ho risposte. Ciò che posso dire è per quanto la normalità, la quotidianità, e persino la vita mediocre di tanti di noi fossero noiosi da digerire, oggi è quello di cui ho più bisogno. Le relazioni sono anche un atto fisico, in luoghi fisici, e senza di essi siamo birilli che stanno in piedi con la giusta distanza per essere abbattuti da qualsiasi essere che impugna una palla per tirarcela addosso, per poi fare strike facendoci cadere. Quando venivano messe in dubbio persino le guerre e gli eventi passati, considerandoli come troppo esagerati o addirittura inventati, ecco che ti ritrovi in guerra. Questa volta non con armi, trincee, nucleari ma contro un virus, un essere sconosciuto invisibile che ti minaccia e ti rende insicuro, dubitando di te stesso e di chi ti sta intorno. Perché la guerra rende insicuri, un’insicurezza di cui non te ne accorgi finché non ne sei dentro. Quando le nazioni innalzavano muri, chiudevano le frontiere, arriva un virus che ci costringe a velocizzare quel processo ma per la ragione opposta: difendere il prossimo. Quei confini con quei Paesi che ancora crediamo alleati. La sensazione che provo è quella di impotenza, colpa, minaccia, paura e di perdita. Questa parte della storia ci informa che siamo tutti sulla stessa barca, che chiunque può essere colpito, sia il povero che il ricco. Questa crisi ci accomuna, questa battaglia potremmo vincerla insieme soltanto se ognuno di noi si responsabilizza e si prende cura del prossimo. Forse quello che avevamo perso di vista è proprio il concetto del prendersi cura, perché la diffidenza che una certa propaganda politica ci aveva incitato ad avere ci ha condotti a non percepire più l’altro, dove l’altro siamo tutti noi.

Lorenzo Marsili: Un’altra Storia è possibile. L’Utopia diventa realtà!

Montalianamente, inizio dicendo ciò che questo libro non è e non vuole. Non è un libro ideologico, o meglio, non è un libro fazioso costruito su granitiche certezze che vengono fatte cadere una dopo l’altra sulla testa del lettore per spaventarlo e convincerlo a dire sì, è tutto vero. Non è una prosa poetica e non contiene favole ben scritte ma impalpabili, esteticamente impeccabili ma vuote come certe acconciature cotonate e laccate ad oltranza. Non è un libro che vuole farci ingurgitare pozioni magiche e panacee, non somiglia né ad una lunga predica né ad una di quelle televendite a metà strada tra l’Oroscopo del mago cialtronescamente improvvisato e l’elisir di lunga vita che fa campare fino a centoventisei anni e fa anche ricrescere i capelli. È un libro (e finalmente siamo al segno più, alla pars construens) che ci racconta una storia vera, documentata. Una storia di cui tutti noi siamo personaggi, siamo parte integrante della vicenda e dell’azione ed ogni gesto, ogni scelta, che lo vogliamo o meno, ha un peso sulla trama, la influenza, la orienta, la determina. Queste pagine ci dicono, anzi ci fanno vedere, tramite i racconti e i resoconti basati su fatti oggettivi, dati e statistiche, che mentre il presente si crogiola nella sabbia melmosa di minuscole beghe di potere per una sedia in più e mentre i politici si azzuffano, verbalmente e non solo, in misere sfide all’Ok Corral, il mondo, letteralmente, crolla. Fisicamente e metaforicamente. Si sfaldano i ghiacciai e franano i terreni, collassano i mercati e le finanze di intere nazioni, si dissolvono modi di vita, di convivenza, di solidarietà tra esseri umani. E loro litigano per un selfie o per un aggettivo scritto in un tweet.  Qualcuno potrebbe dire, lasciamoli nel loro brodo. Lasciamo che si azzannino tra di loro e sbraitino e sbavino, tanto alla fine escono di scena uno dopo l’altro. Atteggiamento psicologicamente comprensibile ma estremamente deleterio e con un micidiale effetto boomerang. È qui che entra in ballo il titolo del libro, La tua patria è il mondo intero. Ci è utile come punto di riferimento, è la nostra stella polare mentre scorriamo le pagine. Serve sia a ricordarci costantemente la nostra posizione sia a tracciare una rotta, la sola possibile. Se la nostra patria è il mondo intero, non possiamo lasciarli nel loro brodo. Non possiamo osservare il mondo come spettatori distratti o come turisti per caso. Perché non c’è un altro luogo dove andare, non c’è un continente diverso, ancora vergine, inesplorato. Siamo noi questo mondo, questo attimo che viviamo. E il nostro mondo e il nostro tempo sono il risultato di una lunga serie di azioni e reazioni che si sono susseguite nel corso dei secoli, sono ciò che è stato generato e plasmato dagli uomini che hanno osato dire e pensare che le cose non potevano restare come erano, e che loro, i potenti, non potevano essere lasciati a divorare e ad avvelenare un brodo che in realtà non è il loro. Non è facile estrapolare brani da questo libro. Non perché non ve ne siano di rilevanti, ma, piuttosto, per il problema contrario: ogni pagina ha un peso, una rilevanza su un discorso che si estende gradualmente, partendo da apparenti dettagli che in realtà assumono una funzione esplicativa (e anche una forza emozionale) che li colloca in primo piano e così via, in un alternarsi costante di riferimenti e notizie che arricchiscono il discorso senza mai appesantirlo, senza diventare orpelli o ornamenti. Dopo il titolo del libro, non ci troviamo di fronte ad un paragrafo bensì ad un’immagine: la foto del Giardino Zoologico di Berlino. Veniamo informati immediatamente dopo che il Giardino è stato “aperto al pubblico nel 1906. Il cancello d’ingresso unisce colonne ioniche e inferriate belle époque a motivi tradizionali e a una pianificazione cinese dei giardini. Cinque anni più tardi, nel 1911, la dinastia dei Qing viene deposta da una rivoluzione popolare. La nuova Repubblica cinese sancisce il tramonto di tremila anni di storia imperiale”. I due elementi che emergono da questo primo impatto con il libro sono essenzialmente due: l’apparato iconografico, espressione visiva della volontà di documentarsi e di documentare, e, sul piano del contenuto, la descrizione immediata, tramite un esempio concreto, del tema, del focus del volume: il cambiamento, la trasformazione, costante, universale, nel tempo e nello spazio. “Ci troviamo, tutti quanti – sostiene Marsili – nel Giardino Zoologico di Pechino. Chi in una gabbia più grande, chi in una più piccola, chi in una gabbia più comoda, chi in una più sfortunata. Ma tutti quanti alla mercé di una straordinaria trasformazione storica, economica, morale e culturale che non siamo più noi, nessuno di noi, a guidare e governare. È un mondo divenuto colonia di se stesso, incapace di scegliere in autonomia e costretto ad inseguire eventi che paiono emanare da un oramai inesistente centro imperiale”. Il libro è diviso in capitoli, ciascuno a sua volta suddiviso in paragrafi o sottosezioni, contraddistinte da un titolo, quasi sempre sintetico, essenziale, sia nella forma che nella sostanza. C’è la determinazione, il desiderio sincero, di rendere la comunicazione schietta, sincera. Se ogni interazione dialogica è una partita a scacchi, o un incontro di scherma o di lotta libera, tra un’opinione e un’idea contrapposta, tra una visione del mondo e quella contraria, orientata da e verso prospettive altre, qui si tende a rendere il gioco più leale possibile, vige la regola aurea del fair play.  Non è un thriller, questo libro. O meglio non ci vuole spaventare per il gusto di farlo, così, per mero divertimento e gusto dello spettacolo. Assomiglia, piuttosto, ad una docufiction, i cui personaggi sono gli eventi e in cui gli eventi sono le decisioni, spesso tragiche, prese da personaggi messi al potere da un regista incapace o in malafede, o da milioni di registi ignari, tragicamente disinformati: “Oramai sappiamo non solamente che i cambiamenti climatici sono reali – prosegue Marsili – ma che da questi dipendono l’organizzazione e la sopravvivenza stessa della comunità umana. È evidente come nessuno Stato nazionale sia in grado di affrontare e governare tale sfida. Ma c’è di più. È lo stesso sistema internazionale ad accelerare il cammino verso il disastro. Non solamente, come è ovvio, perché le strutture di governo basate su accordi fra Stati sovrani, ciascuno con i propri interessi di breve periodo e le proprie gelosie, appaiono sempre più incapaci di affrontare comunemente una sfida planetaria di questa portata. Ma perché proprio il sistema degli Stati nazionali produce una folle rincorsa alla ricchezza e al potere che rende le nostre società e il nostro concetto di sviluppo tragicamente dipendenti dalla distruzione del mondo”. La distruzione del mondo. È giusto riflettere con adeguata cura e lentezza su queste parole. Non possiamo e non dobbiamo lasciarle scivolare via frettolosamente come i troppi slogan da cui siamo bombardati quotidianamente. Il punto è questo: fermarsi a riflettere e combattere prima di ogni altra cosa contro la tendenza alla disinformazione. Comoda per chi la impone e la nutre, perché gli consente di lasciare le cose come stanno, conservando poltrone comode e lussuose, e comoda anche per chi la subisce, per chi la ingurgita come un pastone insapore che però riempie lo stomaco e consente di dedicarsi a cose più lievi, più effimere, pensieri usa e getta. La posizione di Marsili è chiara, ben definita, appassionatamente esposta e sentita dal profondo delle sue convinzioni. Ma, è giusto ripeterlo, non si ha mai l’impressione di addentrarsi in discorsi deliberatamente avvolti da una di quelle foschie artificiali e artificiose tipo set cinematografico anni Cinquanta. Marsili (ed è questo uno degli aspetti di maggior rilievo del libro), le nebbie, semmai, tende a diradarle, a dissolverle. Espone parole che spesso sono cose, dati di fatto, anche nel senso letterale del termine. Attinge a piene mani alla Storia, ai discorsi registrati e trascritti degli uomini di stato, dei leader, dei ministri, di chiunque si sia trovato, in vari secoli, ad avere in mano le leve del potere, della programmazione economica e sociale, delle scelte fondamentali per le nazioni, i popoli, e il pianeta. Quel “mondo intero” che torna, ineluttabile, davanti ai nostri occhi e sulle nostre spalle di emuli involontari di Atlante. Alcuni libri, saggi e romanzi ma non solo, descrivono il cataclisma, in atto o in potenza, ma lasciano che sia il lettore a identificare la causa o un possibile sbocco, una qualche soluzione. A seconda di chi legge verrà chiamato in causa il Fato (che gli antichi germanici consideravano non meno forte degli dei) oppure qualche forma di Provvidenza. Non è questo, per fortuna, che fa questo libro. L’autore si espone in prima persona, ci mette la faccia ed ha il coraggio non solo di evocare la parola Utopia ma di dichiarare che tale Utopia a ben vedere è una realtà ed è la sola strada praticabile, rebus sic stantibus. La grande scommessa che abbiamo di fronte non è, solamente, quella di modificare un sistema economico e politico ingiusto, produttore seriale di miseria e ineguaglianza. Non è, semplicemente, quella di cambiare alla radice un modello di sviluppo che espelle sempre più persone dal diritto ad una vita degna e che sta portando il nostro pianeta al collasso. Ma è tornare a correre alla velocità della luce. È riuscire a inserire la politica, e la democrazia, dietro il dispiegamento delle ali del futuro. Dove si trova la radice di questo drammatico scarto di velocità? Si trova nella contraddizione fra una storia oramai mondiale e una politica rimasta ancorata alla dimensione nazionale. Ricucire lo scarto significa superare idee, pratiche e abitudini che ci trasciniamo dietro da centinaia di anni. È questo il punto, il nocciolo del libro. Passare da una dimensione nazionale della politica e del pensiero ad una dimensione che vada oltre, che superi tali ristretti e ormai antistorici confini. A sostegno della sua tesi, nel punto culminante della sua esposizione, Marsili cita Ernest Bloch il quale in The Utopian Function of Art and Literature afferma che: “Ciò che si è perso […] è molto semplicemente la capacità di immaginare la totalità come qualcosa che potrebbe essere completamente differente […]. La mia tesi a riguardo è che ogni persona, nel suo profondo, che lo ammetta o meno, è cosciente che ciò potrebbe essere possibile o potrebbe essere differente. Non solamente che potrebbero vivere senza penuria e probabilmente senza ansia, ma che potrebbero anche vivere come uomini liberi. Ma al tempo stesso, l’apparato sociale si è indurito e ritorto contro le persone, e così, tutto ciò che appare ai loro occhi come una possibilità raggiungibile, come la possibilità evidente di una soddisfazione, si presenta a loro come radicalmente impossibile”.  Si inizia da questo assunto, da ciò che sembra, o che qualcuno vuole fare apparire, impossibile, per poi arrivare al coraggio del salto, dello scarto, della trasformazione. Nel contesto specifico, così come nel libro nella sua totalità, Marsili parte dal nodo fondamentale dell’ecologia per poi arrivare a considerazioni di respiro più ampio: “Superare gli ovvi limiti di un’azione esclusivamente nazionale a favore del clima significa in prima battuta costruire un movimento globale capace di cambiare il senso comune sulla crisi climatica. Per quanto importanti saranno le azioni che alcuni Paesi o l’Unione Europea nel suo complesso potranno prendere, sappiamo bene che i cambiamenti climatici non verranno risolti in un Paese, neppure nel più importante”. Da qui, questo libro costruito tessera per tessera come un mosaico, o come un libro giallo di Simenon, giunge non solo a darci la visione d’insieme, svelando o ribadendo il movente, il delitto e i colpevoli, ma anche a suggerire uno scenario diverso possibile, ed è questo l’elemento di novità, il valore aggiunto.  Viviamo un momento storico particolare, in cui le categorie della modernità, prima fra tutte quella dello Stato nazionale, si squagliano dinnanzi ai nostri occhi. È un momento di incertezza, di insicurezza e di rabbia, come lo è ogni momento in cui sembrano mancare una direzione, un appiglio e un punto fermo. Ma è anche un momento di straordinaria opportunità. Il momento in cui torna possibile iniziare …

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Albania durante gli anni '70.

Albania 1970: le donne e il comunismo.

Mi chiamo Ismete Selmanaj, sono una cittadina italo-albanese. Sono nata a Durazzo, e come tanti miei connazionali sono emigrata in Italia nell’ormai lontano 1992, subito dopo la caduta del regime comunista di Enver Hoxha. Messina è la città che mi diede ospitalità in quegli anni bui, nella città siciliana sono nati e cresciuti i miei tre figli. Sono trascorsi più di 25 anni da quei fatti terribili che videro protagonista il mio Paese, il mio popolo, e solo oggi riesco a focalizzare in maniera nitida quel passato di cui sono stata testimone. Il partito sceglieva per me, per noi, per tutti noi. Ognuno di noi aveva un destino prestabilito, un destino che lo Stato sceglieva, e che noi tutti dovevamo compiere per il bene della collettività. Ho sempre amato la letteratura, e quando frequentavo il ginnasio in Albania ho scritto poesie e racconti riuscendo a vincere anche concorsi letterari. Ho smesso la mia passione per intraprendere gli studi universitari che il partito scelse per me. Durante il regime comunista nessuno dei giovani aveva la possibilità di compiere una scelta libera. Il partito sceglieva per me, per noi, per tutti noi. Ognuno di noi aveva un destino prestabilito, un destino che lo Stato sceglieva, e che noi tutti dovevamo compiere per il bene della collettività. Lo Stato decideva di quanti ingegneri, fisici, matematici, chimici, biologi, architetti, scienziati, economisti, pittori, e giornalisti avesse bisogno. Era chiaro a tutti che il regime focalizzava la sua attenzione sulle materie tecniche, mentre quelle umanistiche erano quasi del tutto ignorate. Gli scrittori che non si allineavano alle volontà del Partito venivano perseguitati, esclusi, denigrati, abbandonati. Lo Stato dava molta rilevanza al numero degli scrittori presenti sul territorio, quelli che obbedivano, gli scrittori del regime, venivano idolatrati, premiati affinché la loro opera fosse un encomio al regime stesso. Gli scrittori, che oggi definiremmo borderline piuttosto che non si allineavano alle volontà del Partito, venivano perseguitati, esclusi, denigrati, abbandonati in una specie di oblio. Questi scrittori venivano addirittura minacciati, oppressi dal regime molti di loro si suicidavano poiché era l’unico modo per manifestare il loro dissenso. In tutto questo quasi nessuno menziona le condizioni della donna albanese, del suo ruolo nella società, e io di questo voglio parlare. Mi chiamo Ismete Selmanaj e sono l’autrice di “Verginità Rapite”, e della storia di Mira, la protagonista del romanzo, che vi voglio raccontare.  

Vins Gallico - Fabio Lucaferri, La barriera, Fandango, Roma, 2017

“La barriera” il romanzo sull’inconsistenza della nostra mente.

Il primo e decisivo passo compiuto da Vins Gallico e Fabio Lucaferri è l’umanizzazione: far capire che in questo libro non si parla di numeri, di statistiche, di esempi astratti e proiezioni su grafici teorici. Non si parla neppure di personaggi letterari. Si parla di uomini, esseri umani. In quest’ottica i dettagli, le minuzie, le caratteristiche in apparenza inconsistenti, le fragilità, i vizi, le manie, gli oroscopi, gli ascendenti, il gioco del calcio, i luoghi e le cose, contribuiscono a definire una persona, a fare da specchio, facendoci identificare per analogia o per contrasto, dando forma a un riflesso in cui possiamo e dobbiamo guardarci. Da queste infinite tessere differenti si delineano i contorni di un mosaico: il mondo così com’è. Sarebbe bello poter dire che è così solamente nella finzione, ma è proprio questo il nodo, la sfida e il senso di questa narrazione. C’è una data precisa, il 2029. Indicata con chiarezza, su un’agenda ipotetica ma ineludibile. Una data che appare lontana, eppure conosciamo i ritmi e le cadenze del tempo: quel traguardo è a un passo. C’è la descrizione di un pianeta che è una polveriera, e un solo luogo ancora conserva una parvenza di ordine e vivibilità: il più ricco e potente d’Europa, la Germania. Si salva dal caos imperante, ma a quale prezzo? Cosa si è costretti a pagare in termini di libertà e dignità umana per avere protezione? Lo sfondo del romanzo è quello descritto in questo breve sunto, arricchito da intrecci ulteriori di vite e destini e dal vibrare di trame sotterranee, intrighi, astuzie e controastuzie, corruzione, scontri, fughe, ostacoli e macchinazioni di ogni genere. Mentre ci si muove rapidissimamente da un episodio all’altro, si assimila gradualmente, potremmo dire nel sudore della tensione e della rincorsa, il messaggio sottotraccia, la verità nascosta ad di là della barriera, anche narrativa: il futuro apocalittico descritto nel romanzo in gran parte lo stiamo già vivendo. Lo intravediamo, ci viene tatuato addosso una goccia alla volta, ogni volta che in televisione all’ora di cena assistiamo a quelle trasmissioni inesorabilmente mandate in onda ogni singolo giorno Ferragosto compreso. Quelle in cui ci dicono, scrivendolo a caratteri cubitali sullo schermo del piccolo-grande-fratello, che siamo minacciati, che verremo schiacciati e che ci ammazzeranno tutti se le porte, tutte quante, non le chiudiamo. Se non ci chiudiamo. Per rendere questo senso di oppressione il romanzo adotta un ritmo che non lascia respiro: è la versione narrativa di un film d’avventura, con attraversamenti di terre desolate, città e confini, nuotate da campione olimpionico, corse di velocità e di resistenza, centometristi e mezzofondisti. Ma il vero protagonista, muto ed eloquentissimo, è lo sfondo: il mondo, il solo luogo che abbiamo, il giardino recintato a mo’ di gabbia. Il linguaggio è rapido, frenetico ma preciso. Nessuna frase è buttata là solo per fare conversazione, nessun dettaglio è meramente descrittivo. Tutto è finalizzato a fornirci i dati essenziali di un manuale di sopravvivenza, un docufilm girato a ritmi serrati in cui si mostrano mosse e contromosse, lo scontro tra le regole annichilenti del potere e la volontà di restare vivi. I diritti naturali nello scenario descritto non sono più garantiti, devono essere riconquistati in una corsa da maratoneta e il premio finale, i diamanti da salvare, sono la dignità e la libertà. Gli aguzzini qui sono molto meno appariscenti di quelli descritti nel film di John Schlesinger con Dustin Hoffmann e Laurence Olivier. Sono burocrati in apparenza scialbi, e questo li rende perfino più temibili. In questo romanzo si arriva a far sì che siano le vittime a dover anelare di essere marchiati. Il tatuaggio, l’identity matrix, è la meta per cui si è disposti a fare di tutto. Ci si getta da soli nella gabbia camuffata da luogo stabile e sicuro. Si procede nel libro, guardandosi anche alle spalle: la Germania, il Muro, Schindler’s List, Le Vite degli Altri e mille istantanee immagazzinate nella memoria riprendono vita e si intrecciano ad un futuro che è ipotesi più che plausibile e a un presente che è già dato di fatto vissuto. In un circolo che avvolge e soffoca: con la burocrazia che uccide la dignità senza neppure sporcarsi le mani. I capitoli del libro sono nomi di persona, luoghi e date. Quasi a confermare che ciò che ancora conta è l’equazione spazio-tempo, la possibilità di continuare a conservare la nostra identità a dispetto del mutare delle epoche e dei luoghi. O, meglio, saperla conservare lottando giorno dopo giorno per l’evoluzione, la sopravvivenza della specie autentica, quella specie umana che è costretta a difendere il proprio diritto alla diversità, al pensiero autonomo, alle scelte fondamentali, non ultime la sete di giustizia e di amore. Moltissimi sono i riferimenti a situazioni che conosciamo bene e con cui interagiamo quotidianamente. Nel 2029 ci sarà ancora Facebook e ci saranno i tatuaggi, ma diventeranno macabre immagini di una gigantesca schedatura collettiva. Ci sarà ancora il sesso. Ma quello descritto nel libro è rapido e quasi incolore. La passione e la gioia sono al di là della barriera. Una delle sensazioni che le pagine trasmettono è che si potrà tornare ad assaporare tutto davvero fino in fondo solo quando la corsa per la sopravvivenza potrà essere interrotta. Coerentemente, nel libro c’è poco spazio per le divagazioni “liriche” e perfino per le pause descrittive. La solo poesia possibile nel contesto raffigurato è quella dei gesti, degli sguardi rapidi d’intesa, come quelli dei naufraghi, dei fuggiaschi. Come quelli delle spie, gli infiltrati in un mondo nemico. Le occhiate rapide di chi si riconosce affine ma non può fermarsi, per non destare attenzione. La Germania del 2029 ha lineamenti in comune con quella nazista, ma anche con parenti insospettabili, la Calabria del secolo scorso e con lei il Meridione attuale e tutte le mafie di ogni genere e tipo, ad ogni latitudine. Berlino è la scenografia ideale, per questa narrazione di impronta cinematografica, rapida, intensa. La Berlino di questo romanzo è una città senza cielo, riflessa nei colori scuri di un passato di ferro e di sangue, ma anche nei vetri lucidati a specchio dei palazzi altissimi e dell’arte solenne e geometrica che atterrisce e attrae, inglobando corpi e menti nelle sue strade e nelle immense periferie livide. La bellezza è cupa. Non è morta ma deve essere risvegliata. Nel momento in cui torneremo ad essere armonici, aperti e davvero liberi, ritroveremo anche le luci, i riflessi fascinosi del sole del nord. Con abilità e in modo quasi subliminale vengono messi in atto parallelismi fondamentali. L’anno descritto si colloca a distanza di un secolo esatto da quello della grande crisi finanziaria, dal crollo di Wall Street e dell’economia globale. Il futuro è adesso e il passato è uno spettro che ancora si aggira nelle case, negli uffici, nelle officine. La Germania del 2029 ha lineamenti in comune con quella nazista, ma anche con parenti insospettabili, la Calabria del secolo scorso e con lei il Meridione attuale e tutte le mafie di ogni genere e tipo, ad ogni latitudine. Leggendo questo libro si respira a fondo, si è coinvolti anche noi in una corsa vitale, nel senso letterale del termine. La posta in palio è la più preziosa, il nostro diritto a restare umani, con tutto il bene e il male che ciò comporta, con il libero arbitrio, la capacità di riconoscerci affini a chi è diverso da noi. La sfida è ardua, lo scopriamo pagina dopo pagina. L’unico spiraglio è quello offerto dal riferimento all’ideogramma orientale che esprime il concetto di “crisi” facendo riferimento simultaneamente all’idea di pericolo e a quella di opportunità. Ciò che viene descritto e collocato in un futuro prossimo è profezia che già sconfina nella realtà. La vicenda narrata ci prepara, ci invita a mantenere tonici i muscoli delle gambe e del cuore fin d’ora, anzi, proprio ora, nel presente su cui possiamo agire, mutando noi stessi, per poter guardare negli occhi il nostro volto in un volto altro, arrivato da qualche luogo del pianeta di fronte a una Barriera che esiste, ed esisterà, solo se avrà consistenza nella nostra mente. www.ivanomugnaini.it

Gazmend Freitag.

Gazmend Freitag: sogno il mio Kosovo unito all’Albania, sotto un’unica nazione.

Gazmend Freitag è un artista, un pittore per l’esattezza. Nato e cresciuto in Kosovo, nel 1990 dovette abbandonare gli studi in Giurisprudenza, tutte le scuole vennero chiuse in quel periodo, a causa della guerra e dei continui attacchi da parte dell’ex Jugoslavia. A soli 22 anni, Gazmend Freitag si trasferì in Germania, dove ci rimase per una decina d’anni, per poi emigrare di nuovo, e questa volta a Linz, in Austria. E lì, nella famosa e antica Linz, centro del Sacro Impero Romano dal 1489 al 1493, Gazmend ha ricominciato la sua nuova vita, senza dimenticare il suo sogno di rientrare nella sua terra e trovare finalmente il Kosovo unito all’Albania, sotto un’unica nazione. Gazmend Freitag, ci racconti qualcosa di lei, delle sue origini. Sono albanese, classe 1968, sono nato a Pataçan i Poshtëm, in Kosovo. Sono il terzo di cinque fratelli.  Com’è stata la sua infanzia, che ricordi ha? Ho avuto una infanzia molto felice. Sono cresciuto in un ambiente familiare accogliente e numeroso, insomma una tipica famiglia contadina. Avevamo tre case con grandi giardini, un cane, alcune mucche e due grandi cavalli. I miei familiari erano viticoltori.  In che anno avete abbandonato la vostra città natia, che ricordo ha di quel periodo?  A causa della chiusura dell’Università del Kosovo, dove io studiavo Legge, dalla politica aggressiva dell’ex Jugoslavia, decisi di emigrare in Germania. Era il 1990, e io avevo 22 anni.  Come sono stati i primi anni da emigrato? Inizialmente ero molto affranto e il mio pensiero era rivolto sempre alla mia terra natia, nutrivo la speranza di ritornarci a breve termine per completare i miei studi, ma così non è stato. A Balingen conobbi una ragazza tedesca, ci sposammo e vissi con lei per dieci anni, poi il nostro matrimonio finì e io mi trasferii a Linz in Austria, dove vivo solo e mi occupo principalmente di arte figurativa.  Perché sceglieste Linz?  Scelsi questa città perché ci abita il mio quarto fratello Sabedini, il quale è un dottore e qui ha il suo studio. Mi piace la città che è attraversata dal fiume Danubio, la sua natura, il suo carattere multiculturale. La città di Linz è molto presente nei miei lavori, in qualche modo mi sento parte di questa città. Oggi siete un’artista molto apprezzato, qual’è il tema che amate maggiormente?  Sono sincero, non c’è un tema che amo in maniera particolare. I ritratti della mitologia albanese, le figurazioni e i paesaggi della mia terra mi hanno toccato nel mio percorso. Oggi, sono molto interessato alla natura pacifica e al nudo. Il mio interesse per il nudo invece è nato grazie ad Annelies Oberdanner, professoressa di arte all’Università di Linz, che io ho frequentato nel 2013 e 2014. Quanto è presente il Kosovo nei suoi lavori? Il Kosovo è sempre presente nei miei lavori. Giorno dopo giorno sento nell’anima il bisogno di dipingere i miei ricordi nel Kosovo e in Albania, che considero allo stesso modo la mia patria. Penso che sia un processo naturale. Le pitture ad olio “Ura e gurit në Prizren – Il ponte di pietra a Prizren” è stato molto apprezzato dal pubblico, il quale conosce i miei lavori, quella collezione privata appartiene oggi ad un albanese molto benestante che abita a Vienna.  Ha mai pensato di far ritorno in Kosovo?  Con la mente torno in Kosovo e in Albania ogni giorno, ma sono trascorsi quasi 3 decadi da allora e io mi trovo ancora in diaspora. Forse un giorno, io tornerò.  Secondo lei, quali sono i lati positivi e negativi del Kosovo? Sono trascorsi 30 anni e naturalmente il Kosovo e l’Albania sono cambiati, questo è un fattore positivo. Per valutare i fattori negativi dovrei viverci.   Sono molti i giovani che stanno emigrando dall’Albania e dal Kosovo alla ricerca di un futuro migliore, come vedete questo fenomeno? Trovo che la gioventù albanese e kosovara sia meravigliosa, come trovo naturale il loro desiderio di misurarsi con il mondo fuori, per capire e per crescere, per completarsi e rinascere dalle ceneri di un passato troppo ingombrante.  Crede che l’Albania sia pronta per entrare nell’Unione europea? Sì. L’Albania è l’Europa. Gli europei possono imparare dalle vicissitudini e quindi dal passato degli albanesi. Gli albanesi, questo popolo abbandonato, un popolo di pace e democratico, ospitale e fedele.  Cosa pensa invece del futuro del Kosovo in Europa? Credo che il Kosovo come l’Albania entreranno nella grande famiglia europea. Sono convinto che ciò avverrà molto presto. Che rapporti ha con il Kosovo e i kosovari? Sono molto legato al Kosovo e ai kosovari. Oggi, grazie ad internet e ai social network come Facebook ho ritrovato molti amici  e conosciuto molte persone con storie simili alla mia sia dal Kosovo che Albania.  Cosa la colpisce maggiormente ogni volta che rientra in Kosovo e in Albania? Se devo dire la verità, in 27 anni sono tornato in Kosovo soltanto una volta, nel 2003, dove ho avuto la possibilità di visitare anche l’Albania, realizzando così il mio sogno da bambino nel vedere la terra dell’eroe Skenderbeu, piuttosto Naim Frasheri, Migjeni o del grande maestro Ibrahim Kodra. Non ho mai conosciuto in Europa una terra bella, misteriosa, con una natura potente quanto l’Albania. È stato amore a prima vista.  La lingua dell’arte apre le porte della comunicazione.  Cosa pensate della politica in Austria, soprattutto delle posizioni in merito all’immigrazione? La politica è una giostra poco interessante per me. Gira sempre su stessa, è nella sua natura non vedere davvero gli altri. È veloce, irrequieta. Ti divora dentro se cerchi di capirla, e anche quando la capisci. Ciò che posso dire è che l’Austria è una nazione vicina alle tematiche dell’immigrazione e gli austriaci si sono sempre prodigati ad aiutare, forse in Europa se ne parla poco ma chi vive e viene a visitare l’Austria lo capisce subito. Poi, l’Austria e l’Albania sono legati da rapporti storici.  Come vede e vive lo stato dell’arte oggi?  La pittura è cibo spirituale e come tale è fondamentale. La lingua dell’arte apre le porte della comunicazione.  Chi sono gli artisti che amate maggiormente? Il genio Leonardo da Vinci, Picasso, Ibrahim Kodra e Lucian Freud sono tra gli artisti che ho amato e che mi hanno ispirato.  Crede che i giovani albanesi e kosovari emigrati saranno capaci di fare la differenza in Kosovo come in Albania? Io posso parlare per me che sono qui, perché non faccio distinzione tra il Kosovo e l’Albania. Il sogno di noi kosovari è sempre stato quello di unirci finalmente all’Albania ed essere finalmente un’unica nazione. Forse, prima o poi, questo avverrà.  Sta preparando una nuova esposizione? Se sì, dove? Attualmente sto curando la mia esposizione all’Ambasciata albanese a Vienna. Ho una offerta per una nuova esposizione personale in Albania per l’anno 2018, ma il progetto è ancora in fase embrionale per cui non posso espormi troppo.  Faleminderit shumë Gazmend.

Vito Acconci.

Vito Acconci: una vita oltre la performance!

Ho sempre amato l’arte per la sua capacità di suscitare nelle persone sentimenti come lo stupore, la rabbia, la gioia, pathos e perfino l’indifferenza. Vito Acconci, italoamericano nato nel Bronx, è stato un poeta ed un artista concettuale nonché assoluto pioniere della body e video art. I suoi lavori esprimevano l’esigenza di interpretare il disagio contemporaneo ed il malessere esistenziale. Acconci è scomparso alcuni giorni fa, per l’esattezza il 28 aprile, all’età di 77 anni.   Fare performance, oggi, non ha più senso. Non serve a nulla e non capisco le ragioni di chi le fa. Non posso farti alcun nome perché non conosco nessuno. Ignoro totalmente l’arte di questi giorni. L’arte è diventata un business per pochi, roba da ricchi. A me interessa essere al centro di qualcosa, e con l’arte non è più possibile, mentre invece è qualcosa che può accadere facendo architettura e design. Creando nuovi spazi architettonici riesci ad arrivare a tutti. Vito Acconci in questi anni, descrive con la sua camaleontica espressione artistica, la travagliata forma dell’Io nell’epoca postmoderna. Il debutto dell’artista, nella prima metà degli anni Sessanta, fu principalmente caratterizzato dall’interesse per la poesia introspettiva e totalmente innovativa, votata a una spazialità della scrittura, dove azionava parole come oggetti in movimento. La sua poesia, venne infatti definita “minimalista” poiché esplorava la scrittura come atto esteriorizzato del sé. Negli anni Settanta Acconci cambiò direzione “per definire il suo corpo nello spazio” con un alto grado provocatorio. Nacquero così le sue prime performance, tra cui la Claim (1971) e la Seedbed (1972) dove instaurava e intrattieneva uno stretto e prolungato contatto con il proprio corpo, stimolandolo e sfregandolo per cercare di abbandonarlo, di staccarsene, trovando nell’eiaculazione una possibile via di allontanamento. La corporeità, secondo Acconci, sopravvive come entità astratta, mezzo di sofferenza, e parallelamente di liberazione. L’ architettura non riguarda lo spazio ma il tempo. Negli li anni Ottanta fondò lo Studio Acconci dove l’espressione artistica prese una dimensione più ampia, nacquero quindi progetti volti all’intesa tra arte architettura e design tramite il coinvolgimento attivo dei sensi del visitatore. Lo stile borderline di questo grande artista, racconta un arte tormentata ed eccentrica che contempla il bizzarro, trasformando le sue opere in creazioni autentiche ma nello stesso tempo provocatorie. Tutti i progetti di Acconci tramutano ogni regola architettonica,  valorizzando spazi pubblici e privati e dando  un senso esistenziale anche agli “esclusi”. E se è vero che non esiste futuro senza passato, Acconci con il suo processo creativo ci ha lasciato un’ esperienza profonda della riappropriazione umana dell’identità intima di ogni individuo. Quello che mi fa vivere è questo: l’idea di offrire una sorta di situazione che dia alla gente  una duplice scossa… che potrebbe portare le persone a vivere in modo diverso. The Museum of Modern Art

Stavri Bezhani

Figlia mia, la dittatura dei comunisti non sa chiedere scusa.

È cosa universalmente nota che nelle famiglie albanesi si parli di comunismo e di Enver Hoxha, il dittatore che ha tenuto l’Albania per 45 anni nel più assoluto isolazionismo, portando il paese ad una miseria con la quale ancora oggi, in un modo o nell’altro, bisogna fare i conti. Ed è per questo che io e mio padre molte volte finiamo per parlare del comunismo, dell’Albania della dittatura, quella che mio padre ha vissuto in prima persona e che quindi è in grado di raccontarmi. Sentirlo parlare della sua vita, lui che ora ha 54 anni, mi aiuta a capire che clima si respirava a quei tempi, quando io ancora non ero nata. Ho quindi deciso di fargli qualche domanda sulla dittatura comunista, e di raccogliere la sua personale testimonianza che potete leggere di seguito. Quand’è stato il momento esatto in cui hai capito che vivevi in una dittatura? I dubbi sono sorti quando sentivo le storie che mi raccontava mia madre, anche se comunque a quell’età non potevo veramente rendermi conto della situazione. Che storie ti raccontava?  Raccontava di quando si sono rotti i rapporti con la Cina. Era il 1976, io avevo 13 anni. Mia madre aveva molta paura ma nei miei confronti cercava di mostrarsi forte, mi rassicurava, dato che ero un bambino sensibile. Mi diceva che eravamo un popolo forte, che il partito era forte; insomma, mi faceva la morale. Avevo un po’ di paura ma, come ho detto prima, non riuscivo a capire veramente. È stato al terzo anno di università, nel 1984, che ho davvero capito che qualcosa non andava. In primo luogo vedevo che c’era molta repressione: tutti avevano paura di tutti, nessuno esprimeva le proprie opinioni per paura che altri sentissero e andassero a riferire ai professori o a esponenti del partito. In secondo luogo vedevo che alcuni professori facenti parte del partito erano completi idioti. Non tutti i professori erano così, ce n’erano tanti di ben preparati, ma di quelli che facevano parte del partito, quelli che insegnavano per lo più storia del partito, marxismo-leninismo ed economia politica, erano completamente ignoranti, in tutti i sensi. Ed erano questi stessi a dettare legge nell’istituto. In terzo luogo, quando andavo a trovare mio zio che lavorava in fabbrica (nel kombinat, più propriamente un insieme di fabbriche) vedevo che molte persone si registravano e tornavano poi a casa. Dato che avevo studiato economia con risultati ottimi, mio zio mi raccontava che continuavano ad alzare il tasso di produttività; per esempio, se un operaio faceva 16 pezzi e guadagnava 1000 lekë, la prossima volta la fabbrica alzava il tasso a 20 per far guadagnare poi sempre lo stesso salario. Facevano quindi in modo che l’operaio rimanesse sempre allo stesso punto. La produttività aumentava, anche con l’aiuto delle macchine, ma la paga rimaneva la stessa di prima. Io in questo vedevo una grande contraddizione. E la più grande contraddizione erano quelli che non lavoravano e prendevano comunque la loro paga. Un’altra cosa che mi pareva difettosa era che in alcuni quartieri nella città in cui studiavo, alcune persone ascoltavano la radio di Zagabria e la musica slava e venivano sorvegliati e perseguitati dalla sicurezza e dalla polizia e odiati dalla gente. Loro alla fin fine erano persone come le altre, ascoltavano solo della musica. Insomma, capivo che qualcosa non andava, che quel sistema non aveva vita lunga, ma su cosa sarebbe successo in futuro non avevo la più pallida idea; si sarebbe fatta una guerra, ci sarebbe stata una rivoluzione? Questo io non l’avrei capito nemmeno più tardi. Vedevo anche che l’economia della campagna diminuiva sempre di più a causa del processo di collettivizzazione del 1981 che doveva in teoria arricchirci ma che in pratica ci rese ancora più poveri. Qual è stato invece l’aspetto più positivo della dittatura, se ce n’è stato uno? La parte positiva era che non c’era droga. Un’altra cosa che mi piaceva, nonostante il sistema fosse dittatoriale, era che fino ai 18 anni non era permesso fumare e se lo facevi l’opinione ti condannava. Non solo le ragazze non dovevano fumare ma neanche i ragazzi. Fino ai 18-20 anni soltanto forse il 5 per cento dei ragazzi fumava, le ragazze men che meno, per loro era impossibile. Nemmeno l’alcol era permesso. Un’altra cosa positiva era che quel sistema ha fatto un grande sforzo per portare avanti un programma di educazione, anche se questo non andava fino in fondo ed era fortemente influenzato dal partito. Il regime aveva dato molto valore all’educazione, nonostante questa fosse imbevuta di ideologia. Tutti andavano a scuola e questo processo ha aiutato a ridurre il tasso di analfabetismo del paese. E l’aspetto più negativo? Durante un conflitto per, esempio, mettiamo che io nell’età che ho adesso fossi negli anni 80, potevo uccidere una persona e la condanna non la soffrivo solo io ma tutta la mia famiglia. Se io andavo in prigione, per esempio, tu e la mamma venivate deportate ed isolate in un posto sperduto, dovevate presentarvi ogni giorno alla polizia locale, dovevate lavorare nei campi, i lavori più pesanti, vi veniva sottratto il diritto all’educazione. Quindi dici che l’aspetto più negativo era che i famigliari di un condannato dovevano anche loro ingiustamente soffrire di una colpa che non era la loro? Sì, se uccidevo qualcuno dovevo andare in prigione io, non la mia famiglia. Accadeva solo in casi di omicidio oppure anche per altri crimini? L’omicidio è l’esempio più semplice. Se qualcuno voleva fuggire e oltrepassare il confine tutta la famiglia veniva internata. C’era poi la persecuzione politica, le infrastrutture erano poco sviluppate, la gente non poteva muoversi liberamente. Mi ricordo che una volta mi dicevi che la cosa peggiore che la dittatura ha fatto è stato instillare il dubbio e il sospetto all’interno delle stesse famiglie. Sì, esatto, anche fra moglie e marito. Quali conseguenze ha avuto la dittatura nella vita delle persone? In quel periodo c’era una tale concentrazione di ideologia all’interno del sistema scolastico, a partire dalle elementari fino all’università, che appesantiva il programma. Tutto era ricondotto a queste materie: storia del partito, marxismo-leninismo, economia del partito. E la fedeltà al partito veniva valutata dai professori in base a quanto eri bravo in queste materie. Quindi gli studenti bravi, quelli che studiavano tanto, impiegavano un sacco del loro tempo per studiare quelle materie, perché alla fine ne avrebbero ricavato un guadagno. Potevi ricevere valutazioni negative anche se in matematica e fisica eri eccellente. L’appesantimento dovuto a queste materie, che allora si dicevano “sociali”, ma che in realtà erano pura ideologia, faceva in modo che persino chi usciva dalle università non fosse veramente padrone della materia per cui aveva studiato. Perché avevano perso tempo con quelle altre materie. Noi poi non conoscevamo per nulla il concetto di proprietà. Ogni cosa apparteneva allo Stato e lo Stato lo organizzava. I contadini nelle campagne non avevano terra, eccetto per un piccolo orticello di pochi metri quadri, e tutto il resto del terreno era della cooperativa, era in comune. Noi l’idea della proprietà non ce l’avevamo. E la conseguenza di questo è che quando il sistema è cambiato noi non sapevamo cosa fare, nessuno aveva messo da parte qualche risparmio. Anzi, la maggior parte dei contadini, che al tempo erano il 70 per cento della popolazione, è ritornata a vecchi metodi di produzione della terra. La cosa quindi più negativa è che il sistema ci ha lasciati impreparati una volta che la dittatura era finita. Anche solo negli anni novanta le costruzioni erano ispirate al modello russo, fatte senza isolamento termico, senza alcun tipo di cosa, solo cemento e mattoni e null’altro. E per quanto riguarda te personalmente, che conseguenze ti ha lasciato il regime? Io avevo il desiderio di continuare gli studi come economista in campo agricolo o industriale, oppure come ingegnere, ma non mi potevano far fare quello che volevo. Era lo Stato a decidere dove saresti andato. Dato che mi avevano messo a fare l’insegnante di matematica e fisica, io questo lavoro alla fine lo facevo anche controvoglia. Altra conseguenza nella mia generazione era che noi vedavamo il mondo in bianco e nero, in due colori, amici e nemici. Ancora oggi ci sono conseguenze di questa cosa in Albania. Vedi per esempio il Partito Democratico, dove si sono raggruppati tutti quelli che non volevano Enver Hoxha, secondo il modo di pensare che abbiamo. Noi vediamo le cose in bianco e nero, non rispettiamo l’opinione altrui, vogliamo tutti avere la stessa opinione. Questa è la cosa più negativa, l’io. Io devo comandare, io so, io faccio, si farà come dico io perché solo io so. Non ci sono opinioni contrarie, non c’è dialogo. E questo conflitto c’era anche nelle famiglie. Noi famiglie non sappiamo dialogare. Non conosciamo la tolleranza. Altra cosa, non conosciamo la parola “scusa”. La mia generazione non conosce la parola “scusa”. Tu pensa, io ho cambiato quattro volte mestiere nella mia vita, prima economista, poi insegnante, commerciante ed infine muratore. Al liceo mi sono impegnato in economia e sono stato uno dei più bravi allievi usciti dalla scuola di Berat. E lo Stato, invece di prepararmi come economista, mi ha fatto fare poi l’insegnante. Era un ç’organizim i organizuar (una disorganizzazione pianificata), come si dice qua in Albania. Non far specializzare una persona come me, che eccelleva in quella materia, era una disgrazia di quel regime. Quando il sistema è cambiato ho iniziato a fare il commerciante, qua in Italia poi ho fatto il muratore. Insomma, poi le conseguenze secondarie e terziarie sono molte. Ma la più importante era questa, l’assenza di dialogo in famiglia, che c’è ancora oggi e fin quando ci sarà la mia generazione questa cosa non sparirà.

Piccolo Cafè

Michele Casadei Massari: il sogno americano del “Piccolo Café”.

Michele Casadei Massari, classe 1975, nasce in Romagna, a Riccione per la precisione. Ben presto si accorge della sua passione per la cucina, passione trasmessagli dal nonno Gigi, figura determinante nel percorso di vita di Michele, il quale ha vissuto a Bali, in Asia, prima di approdare nella Grande Mela soltanto otto anni fa. L’ascesa di Michele a New York è avvenuto in un breve lasso di tempo grazie alle sue capacità e al suo ottimismo nell’affrontare le nuove sfide che la vita gli presenta davanti. Michele è Founder ed Executive Chef del Piccolo Café che conta ben quattro locali a Manhattan oltre a vantare della collaborazione con i più prestigiosi clienti nella moda oltreoceano. L’American Dream di Michele Casadei Massari aggiunge nei prossimi mesi un altro e importante traguardo con l’apertura di un nuovo locale, La Lucciola. Michele, a che età è nata la tua passione per la cucina e perché? Lo ricordo lucidamente, avevo 6 anni e ammiravo il nonno Gigi, il mio cuoco preferito di sempre. Il vecchio viaggiava tutto il mondo con l’atlante e amava spendere i meritati giorni di inizio pensione nella sua cucina economica a legna, a Monterado nelle Marche.  Lo guardavo mentre se ne stava seduto sulla consumata e pizzichina impagliatura della sedia a corredo del solido legnoso tavolo bianco. Lo studiavo nei suoi riti; pulire i tordi, bollire le bietole, pulire le patate, lavare la trippa, fare la cresca, spurgare le lumache e bollire le vongole e infine, filtrare con cura la sabbia. In quel mio piccolo tempo, i giorni scorrevano spensierati, mentre l’amore di mio nonno mi avvolgeva come una coperta, la sua onestà, il suo essere ligio e dedito al lavoro mi rassicuravano facendo crescere in me la consapevolezza dell’uomo che sarei divenuto. Per il nonno la cucina era sinonimo di famiglia, eravamo noi, ero io. Il nonno aveva delle mani bellissime, le più pulite ed eleganti mani da uomo che io avessi mai visto, e con quelle mani tagliava e sminuzzava con rigorosa attenzione tutto, utilizzando coltelli affilatissimi e di epoche eterne, tutti del passato. Nonno Gigi credeva solo nella cottura a legna, diffidava del gas. Nonno Gigi era pulitissimo, era paziente. Quando avevo nove anni cucinai per la prima volta per mia madre e il suo compagno e quella per me fu l’inizio della mia carriera. Devo tutto al nonno, l’uomo con il quale trascorsi i miei giorni migliori, la mia infanzia.   Che percorso di studi hai compiuto?  Mi sono iscritto al corso di Farmacia e l’ho frequentato per un breve periodo, poi sono passato a studiare Medicina, una mia grande passione, ancora oggi compro e leggo libri di genetica. Ecco, il mio percorso di studi universitari è stato scoordinato perché ero distratto, avevo la testa altrove. Sono sempre stato una persona indipendente per cui ho scelto di tuffarmi subito nel mondo del lavoro, avrei voluto portare a termine gli studi in Medicina se non altro per rendere felice il babbo, al quale chiedo venia in questa intervista. Tuttavia devo dire che la passione per le materie scientifiche, come la Fisica o Chimica, spesso incrocia e si coniuga con il mio mestiere di Chef. C’è stato un periodo in cui mi dedicavo a studiare l’uso del sale nella sua composizione ma soprattutto di comprendere cosa fossero e come andassero trattati i grassi, le temperature e le bizzarre forme ed evoluzioni delle proteine, poi gli zuccheri e la loro irreversibilità alle alte temperature. Insomma, io non smetto mai di studiare perché trovo irresistibile il progresso della nostra materia. La cucina e le sue tecniche, gli utensili, l’equipments e le strategie, sono per me la parte affascinante e meravigliosa del mio piccolo mondo, del mio Piccolo Café.  Quando e qual’è stato il motivo per cui hai deciso di lasciare l’Italia?  Non l’ho mai deciso e né mi sono incoraggiato, l’ho semplicemente colto e poi perseguito con tenacia e ardore, ho afferrato l’opportunità e mi sono lanciato. Sono uno testardo e paziente con l’arte del mettermi in gioco, ora lo rifaccio con la mia nuova sfida che è il ristorante La Lucciola. Perché hai scelto New York? Perché volevo un mercato, una piazza, un teatro eclettico, multirazziale e poliedrico, perché pensavo e lo penso tutt’oggi che il viaggio, l’avventura che avrebbe costituito sarebbe stato il vero premio e traguardo di questa sfida, e che sarebbe stato comunque un forte bagaglio di esperienza e sopravvivenza. Raccontami la storia del “Piccolo Café”, com’è nato?  È nato sullo sdraio di una estate calda in Sardegna. Pensavo e ripensavo crogiolandomi su queste domande: cosa mi piace, cosa so fare e cosa posso fare ovunque io sia? La risposta mi venne naturale: me stesso sempre. Ospitare, cucinare, accudire, ascoltare, incontrare, raccontare, vendere, leggere, e quindi condividere. Optai per un atto eccezionale in accordo con la domanda e la risposta, ossia di fare la prima caffetteria tradizionale italiana ever a Union Square durante il mercatino di Natale in uno spazio di un metro quadrato. Mi parse l’idea vincente, l’ho voluto tanto per cui detto e fatto! È molto difficile riuscire ad entrare e stabilirsi negli U.S.A per motivi di lavoro. Tu, di quale visto ti sei avvalso?  Mi sono avvalso del visto E2.  Com’è stato il primo periodo? Quali le difficoltà? È stato molto stimolante, difficilissimo ma allo stesso tempo esaltante. Non capivo nulla, ero curiosissimo e mi mettevo sempre nella condizione di ascoltare ed approfondire. La Grande Mela dove tutto era possibile, il più grande “Blue Ocean” di sempre. Non conoscevo nulla di questo mercato e quindi ero estremamente sereno, eccitato e ottimista, quest’ultimo è un mio tratto caratteriale perché credo in tutti e in tutto quello che faccio, sempre. Le difficoltà oggettive furono metriche, ambientamento e orientamento fisico e culturale, capirsi anzi intendersi in tutto al meglio, inserirsi e sincronizzarsi con i luoghi e le persone, ottenere e avanzare, fare i passi giusti. Dal punto di vista lavorativo, pensi che i rapporti siano più facilitati rispetto all’Italia?  Non saprei, perché sono sempre io, sarei sempre io, approccerei comunque il lavoro con lo stesso stimolo e idealismo. Mi sveglio da sempre pieno di voglia di fare e mi pare ci siano sempre opportunità, credo nelle idee e nella loro velocissima attuazione, amo l’Italia e ne sono fierissimo, quindi la vedo sempre come una opportunità e un mercato in continua evoluzione. Trovi che ci siano più opportunità di lavoro?  In questo preciso momento non credo, forse c’è più velocità e pragmatismo, ma vivo a NY , l’America è grande e tanto diversa da NY e non solo NY, credo che qui ci sia meno pregiudizio sull’impresa e che ci sia una atteggiamento di rewarding culturale sincero, mirato al risultato e al perseguimento che stimola e spinge a fare e rifare sempre di più, sbagliare e ricominciare. Spesso la tua domanda la pongo ai giovani italiani che spesso incontro in questa città e le risposte sono molto cambiate oggi rispetto agli ultimi anni. Il governo Obama ha rappresentato il cambiamento, l’entusiasmo, il cambio generazionale e finalmente la risposta all’America “bianca” che oggi torna ad inquietare.  È più facile aprire un’attività in U.S rispetto all’Italia? Potrei non essere aggiornatissimo ma direi che in linea di massima è più facile qui dove tutto è fattibile on line e con l’assistenza gratuita. Come si vive nell’America Trumpiana?  Sto rinnovando in questi giorni il mio visto, quindi mi è facile risponderti: con attesa e speranza e con cauta osservazione. Cosa ne pensi delle politiche dell’immigrazione attuate dal nuovo governo di Donald Trump? Non le ho ancora capite, ma sono certo che questo Paese, ma soprattutto questa città è fatta di diversity, di mix, di tanti desideri, di tante religioni, di talenti e propulsione e qui, a New York, tutto si unisce e si armonizza in questo melting pot razziale e culturale con osmosi naturale. Ad oggi, consiglieresti ad un giovane di trasferirsi per cercare lavoro in America? Consiglierei per ora di attendere e capire al meglio e il prima possibile le direttive per i visto e le concrete opportunità e limitazioni, quindi prima lo studio e l’idea, poi sì, attuandosi velocemente e con ambizione. Pensi mai di rientrare in Italia? Per ora no, e non permanentemente, solo perché qui non ho ancora finito, mi sento di aver appena iniziato. Come ti accennavo prima, sto aprendo un nuovo locale, il quinto, che si chiama La Lucciola. E poi, sai, rientro spesso in Italia, anche ora grazie a te attraverso questa intervista. Ascolto moltissima musica italiana, leggo i giornali e grazie alla nostre magnifiche radio italiane e le loro app (adoro i podcasts) seguo con interesse le vicende politiche del nostro Paese.   Come vedi l’Italia vivendo fuori? Bellissima, colta, intellettuale, sensata, coraggiosa, educata, audace, dialettica e autentica, si capisce che la amo tanto? Per i giovani che ti stanno leggendo in questa intervista, nella tua attività ci sono posizioni aperte?  Visti e nuove o modificate regole di immigrazione permettendo, assolutamente sì, soprattutto ora che stiamo aprendo il nuovo locale.  Dove mandare le candidature?  recruitment@piccolocafe.us Grazie Michele per avermi rilasciato questa intervista e in bocca al lupo nella tua avventura Made in USA.