Editoriale

La dittatura, un ballo in maschera

Compagno Hoxha, Ti scrivo perché è di questi giorni un dibattito che ti ha richiamato da quell’oblio nel quale la Storia sembrava averti relegato. Tuttavia lasciami dire subito che persino l’inizio di questa lettera è, per me, piuttosto problematico: ti chiamo “compagno” per un riflesso condizionato che mi deriva dall’infanzia, ma è certo che Tu non sei mio compagno, né io voglio esserlo per te. Meglio: diciamo che, per quanto mi riguarda, avendo avuto ogni valido motivo per disilludermi per sempre della bontà di qualunque ricetta politico-sociale ispirata ai dettami del leninismo, so già che se qualcuno pretende che tu lo chiami “compagno”, è perché, nonostante i migliori propositi, ha già congegnato per te una sofisticata macchina statale in grado di tenerti in vita umiliandoti un po’ ogni giorno. Soprattutto, compagno Hoxha, quello che ancora oggi mi infastidisce del sistema che rappresentavi era l’ipocrita credenza di aver raddrizzato il legno storto dell’umanità una volta per tutte, di aver creato una società di uguali che, in realtà, erano uguali solo sulle carte della burocrazia. Vi erano infatti i ricchi e i potenti, esattamente come nell’Occidente debosciato che tanto ti terrorizzava, e i contadini che si spezzavano la schiena nei campi per mantenerli tutti. Solo che, di ricchi e potenti, ce ne erano meno, ed erano più assoggettati al sistema di potere che rappresentavi, più pronti a chinare il capo per mantenere i loro privilegi. Ad esempio, l’aristocrazia ottomana, che di aristocratico aveva poco ma che tale si sentiva, mandava i figli a studiare all’estero per poi farli tornare in Patria a ingrassare le file dell’apparato (la maggior parte di loro, ha poi trovato il modo, dopo una rapida abiura, di riciclarsi nel mondo nuovo). Noi figlie di contadini del distretto di Durazzo, invece, andavamo a prendere l’acqua alla diga col somarello, scalze, alle sei di mattina. Credo sia per questo che noi figlie di contadini del distretto di Durazzo, non sentiamo affatto la tua mancanza, compagno Hoxha. Ed è sempre per questo, immagino, che siamo anche disposte a sopportare con più pazienza le storture del sistema liberale, le mille aberrazioni dell’Occidente, contentandoci di provare a raddrizzare un po’ quel legno storto di giorno in giorno, consapevoli che si tratta di un lavoro che non avrà mai fine. E anche se non siamo esperte di Filosofia politica, di macroeconomia o di sistemi complessi, noi figlie di contadini nullatenenti di Durazzo siamo semplicemente contente di non andare più in giro col somarello alle sei di mattina, nella neve, per prendere l’acqua alla diga. Soprattutto, siamo felici di non aggirarci per le strade di polvere di una campagna disseminata di centinaia di migliaia di Bunker che tu, compagno Hoxha, avevi eretto per farci capire che eravamo soli e in guerra contro un mondo al quale di noi, in realtà, non importava assolutamente nulla. Quelle centinaia di migliaia di bunker, compagno Hoxha, erano la reificazione della paura che avevi del popolo del quale dicevi di essere il supremo difensore. Erano il pervasivo monumento in cemento armato ai demoni della cattiva coscienza, tua e dei tuoi sodali. Vedi, Compagno Hoxha, sono venticinque anni che vivo lontana dalla mia Patria, in esilio in Italia.  Sono venticinque anni che mi cerco nelle parole degli altri perché in Albania, le parole, ce le aveva sequestrate tutte la Sigurimi. Ho sempre vissuto con il pensiero costante che all’imbrunire le silhouettes dei nostri fantasmi, quelli che non abbiamo mai scacciato, possano tornare, vestite di nuovo, di rosso o di bruno, animate ancora una volta di quelle migliori intenzioni a cui fanno finta di credere e di cui è invece lastricata la strada per l’inferno dal quale sono scappata venticinque anni fa. Certo è però che, se ti scrivo, è perché la Storia sembra adesso riproporsi come farsa (sì, Compagno, sto citando Marx): se penso ai tuoi piani quinquennali per l’energia, che realizzavano il sogno autarchico dell’autosufficienza, non posso non constatare che è quello che temiamo di dover vivere adesso per non aver realizzato in tempo un vero Green New Deal, per non aver diversificato le fonti di approvvigionamento, per aver confuso l’ecologia col rifiuto tanto velleitario quanto ipocrita della modernità in nome di ogni sorta di nostalgia romantica. Così alla fine ho imparato che non c’era alcun sol dell’avvenire nella tua Albania, compagno Hoxha, e sono dovuta scappare. Qui invece ho imparato che non esiste il sogno americano, e non esiste qui perché dubito che sia mai davvero esistito anche in America. Qui ho imparato che il capitalismo italiano è piuttosto familista e relazionale, ed è difficilissimo farsi ascoltare se anche tu non sei figlia di una qualche aristocrazia ottomana (o di quella che Carlo Emilio Gadda chiamava “la migliore società Assiro Babilonese”). Vivendo in esilio, ho però imparato che la mia libertà, come donna e essere umano, vale tutta la pena di una democrazia imperfetta come questa. Diciamolo meglio: non è certo il migliore dei mondi possibili questo. È soltanto il migliore fra quelli che mi è stato dato conoscere.

Le parole hanno un peso diverso a seconda di chi le usa

Io non sono uguale a voi, sono diversa. Ma sia chiaro: ciascuna di voi può dire lo stesso. Perché siamo tutte diverse per il bagaglio personale che ogni donna si porta con sé ovunque vada: nel lavoro, nelle comunità dove risiede, in una relazione. Io sono diversa intanto perché vengo da oltre mare e mi sono dovuta conquistare una cittadinanza in un paese, questo, che adesso è il mio paese, quello dove vivo, lavoro e nel quale pago le tasse: tutte le tasse. E tuttavia sono diversa anche oltre questa circostanza, perché nessuna di noi, e neanche io, può determinarsi soltanto sulla base delle esperienze che ha fatto, o magari ha subito. Piuttosto, sono le scelte che ha fatto a determinarla. Perché questo siamo: le nostre scelte, il prezzo che paghiamo per compierle. Le parole stesse che usiamo per esprimerle. Le parole. Come italiana che abita nel fashion district milanese ad esempio posso usare la parola “guerra” o “dittatura” in tutta libertà e leggerezza sui social, ma pure voglio ricordarvi che le stesse parole hanno un peso diverso a seconda di chi le usa: io la guerra l’ho vista quando avevo undici anni, in Albania, e lì ho visto anche la dittatura. Purtroppo, quando uso queste parole, so esattamente di cosa parlo anche se avrei preferito non saperlo. Così, ad esempio, conosco la differenza fra esibire il green pass per cenare in un ristorante al chiuso e tremare alla sola vista della polizia in un paese preda dell’arbitrio di uno psicopatico che fece costruire 170.000 bunker per difendersi dai demoni della propria ignominia. Conosco la differenza fra l’iperbole retorica, insomma, e la realtà della distruzione e dell’umiliazione sistematica degli esseri umani. Conosco cosa vuol dire nascere e crescere dalla parte sbagliata della storia e la fatica che si fa per attraversare il mare e arrivare dall’altra parte. Da questa parte, insomma, in cui si gode della libertà per cui altri e altre hanno combattuto. Altre che sono ormai lontane nel tempo e nel ricordo. Questa parte in cui si crede che la libertà, come bene ereditario, sia data una volta per tutte e in cui si fatica ormai a comprendere che se nessun conflitto sorto fra gli uomini è fra bene e mali assoluti, pur tuttavia, ogni volta, c’è una parte giusta dalla quale stare e una sbagliata da combattere. Vorrei allora concludere testimoniando che noi siamo qui, come donne, a fronteggiare le mille iniquità e le troppe storture di quella che è e resta la parte più giusta della storia.

Donne, il nostro tempo è arrivato: e non possiamo accampare scuse o voltarci dall’altra parte

Il progetto dell’Associazione “L’Abbraccio del Mediterraneo” si pone come obiettivo quello di creare una rete informata di donne che, collaborando e facendo informazione, sensibilizzano sul tema della violenza domestica e di genere. Il libro “100 Donne per Tutte”, primo frutto di questo lavoro, è una raccolta di autobiografie di donne che hanno raggiunto obiettivi importanti sul piano lavorativo. La rete che ne è nata successivamente è fatta di attività, collaborazioni e convegni al fine di educare al cambiamento e al concetto di rispetto e non violenza. Davvero ce ne era bisogno e credo si siano trovati i mezzi e i modi giusti per tornare a parlare di questi temi da una prospettiva nuova. Almeno, questo è il mio auspicio. A proposito di donne infatti, tanto è stato fatto ma tanto, lo sappiamo, resta da fare. Perché, se dobbiamo la nostra presenza qui a coloro che con spirito di intraprendenza e coraggio negli ultimi due secoli si sono opposte allo status quo che le relegava ai margini, e pur vero che il fatto stesso di esserci significa che restano ancora troppi vuoti da riempire: c’è ancora del marcio in Danimarca, diciamo così. Solo che, questa volta, non può essere lo spettro di un vecchio Re a investire il primogenito della missione di rimettere di rispondere alla domanda di giustizia che, per usare le parole di Shakespeare, ci pone davanti agli occhi “questo tempo scardinato” Ecco, questa volta dovrà essere invece lo spettro di Ofelia a parlare. Perché è chiaro che Ofelia ha subito una sorte persino peggiore di quella del lunatico principe di Danimarca, e sarebbe il caso di occuparsene seriamente. Ofelia, ne sono certa, tornerebbe allora a dirci che stavolta le donne lascerebbero volentieri agli uomini il compito di morire per amore, accontentandosi del trono di Danimarca. E non perché basti essere una donna per fare la differenza, o perché le donne abbiano da portare un tocco più gentile nell’amministrazione del potere, come spesso si sente dire, ma semplicemente perché hanno la forza, ovvero la formazione e la cultura necessarie, per assumersene la responsabilità. E una forza che ha finalmente coscienza di sé non può fare a meno di essere esercitata. Da questo punto di vista, ho trovato magistrale il discorso della Ferilli a Sanremo: perché, ci ha detto, dovrei essere qui come testimonial di un problema? Perché, insomma, non dovrebbe bastare la mia storia, quello che ho saputo fare? Perché, se mi permettete la perifrasi, dovrei iscrivermi in un paradigma vittimistico di qualche tipo per meritare la vostra attenzione? Non basta ciò che ho già dimostrato? Ecco, nel mio piccolo, io sono qui, arrivata in Italia a 12 anni, senza una lira e senza sapere una parola di italiano, in fuga da una guerra civile e da orrori che non potete neanche immaginare: se avessi perso tempo a piangermi addosso adesso dovrei ricorrere alla voce di qualcuno per dirvi quello che invece oggi posso dirvi con la mia, e con la massima serenità. Ovvero che il nostro tempo è arrivato, e non possiamo accampare scuse o voltarci dall’altra parte.

Kaja Kallas, Primo Ministro dell’Estonia, ha bruciato tutte le tappe divenendo una delle figure chiave della politica nell’Est Europa

Ultimamente si è parlato dell’est solo a proposito dei paesi dell’area Visegrád. Di quanto le loro politiche in tema di questione femminile e di migranti siano lontane dalle linee guida dell’Unione Europea. Ma l’Est Europa ci rivela anche delle sorprese, proprio in quell’area, i paesi Baltici, dove i dissidi territoriali, linguistici e politici, non sono mai mancati né possono ritenersi risolti. L’Estonia è un ex Paese dell’area Urss che oggi conosce una fase di potente emancipazione impersonata dalla figura di Kaja Kallas. Filo atlantista ed europeista convinta, la Kallas ha le idee chiare in termini di politica interna ed estera. Se dovessi votare per la donna dell’anno, ora che Angela Merkel si gode un meritato riposo, voterei sicuramente per Kaja Kallas. Leader del partito riformatore estone dal 2018, è stata eletta primo ministro a Tallinn a gennaio 2021. Il suo mandato è iniziato non senza difficoltà: oltre ai problemi derivanti dalla gestione della pandemia, la neo Premier ha dovuto dimostrare le sue capacità in termini di strategia politica, opponendosi alle pressioni di Mosca. Le mire espansionistiche della Russia sull’Estonia (indipendente dall’Urss dal 1991), per farla rimanere in posizione ancillare rispetto ai suoi interessi geopolitici, si sono fatte in questi mesi sempre più pressanti, complice anche la crisi dei migranti innescata da Lukashenko al confine con la Polonia. Ma anche su questo fronte la Premier estone sembra non scomporsi: attacca duramente la “matrigna” Russia rispetto alle sue mire in Ucraina, rivolgendosi a Putin con una fermezza di cui sembrano piuttosto difettare molti paesi del continente europeo. OPINIONI / L’Europa è in guerra (di A. Likmeta) Ma chi è davvero questa donna, ostile al Cremlino e decisa a raccontarci una nuova storia dell’Estonia e quindi dell’Europa? La Kallas è una figlia d’arte, se così si può dire. Suo padre, Siim Kallas, è stato membro del Consiglio Supremo dell’Urss, Direttore della Banca Centrale della Nuova Repubblica Indipendente Estone. È stato Ministro degli Esteri e Premier dal 2002 al 2003. Infine è approdato a Bruxelles, dove è stato Commissario Ue e Vicepresidente della Commissione Europea. La Kallas è inoltre nipote di Eduar Alver, fondatore della Repubblica nel 1918, mentre sua madre fu una delle tante deportate nei gulag siberiani, quando lei aveva appena 6 mesi. Una storia incredibile, e fortemente simbolica: la storia personale di Kaja Kallas incarna la storia nazionale di un paese dell’Est che fa di tutto per emanciparsi dall’influenza russa, cercando – e trovando – i suoi modelli di riferimento a Ovest. Così, per genealogia, carattere e intenzioni, la Kallas rappresenta la figura chiave per il contrasto alle mire espansionistiche di Putin in Europa. Non a caso, è stata proprio lei a posizionarsi con tanta decisione contro il North Stream, il gasdotto pensato per connettere la Russia alla Germania. La Kallas, che ha lo sguardo rivolto a Washington in funzione atlantista, ha da subito stigmatizzato il progetto coma la riedizione in chiave energetica del patto di Molotov-Von Ribbentrop. Un patto dove però l’Europa potrebbe, proprio per sudditanza energetica, dover derogare ai propri principi fondanti in cambio di forniture. Chiusi i rubinetti, insomma, una riedizione post-moderna del “generale inverno” potrebbe congelare i principi etici fondanti dell’Europa aprendo la strada al nuovo autoritarismo che avanza da Est. In definitiva, il Primo Ministro Estone, rappresenta allo stato attuale un piccolo ma indispensabile baluardo europeo contro l’involuzione politica del continente. Ella, forse unica fra tutti i leader europei, non si è mai lasciata intimidire. Forse perché la sua storia personale le ha insegnato a distinguere uno stratega, come, nel male, fu certamente Stalin, da un buon tattico, quale è sicuramente Putin. In altre parole, sa che un militare, finita la battaglia, è solo un uomo che cammina verso la fine dell’orizzonte degli eventi, accompagnato dal suo cappello.

La rabbia e l’umiliazione. La Pornografia Non Consensuale è la nuova piaga sociale

Rabbia, silenzio, e umiliazione. Oggi è la giornata per l’eliminazione della violenza contro le donne, e proprio oggi è opportuno parlare di una forma di violenza in aumento costante, dai numeri allarmanti. Una forma di violenza che è difficile combattere, è difficile accertare nella sua presenza concreta, ma di certo è sempre più diffusa. Sto parlando della Pornografia Non Consensuale (in inglese NCP, non consensual pornography), vale a dire la diffusione di foto e filmati a carattere pornografico senza che il soggetto abbia dato l’assenso. La conosciamo come “revenge porn”, la classica situazione in cui il fidanzato o il marito, abbandonato, mette online foto o filmati della propria ex. Molto spesso i filmati sono corredati da nome, cognome, profilo social della vittima. E le conseguenze sono devastanti: Secondo una ricerca Eurispes (2019) le vittime di “Revenge Porn” sono nel 90 per cento dei casi donne, con ricadute durissime sulla vita personale. Il 50 per cento delle vittime pensa al suicidio. Anche le conseguenze professionali sono pesantissime: oltre il 70 per cento dei candidati ad un posto di lavoro viene escluso a causa della web reputation. Secondo una ricerca del 2020 del servizio analisi della Polizia Postale In Italia il fenomeno è in aumento e sta raggiungendo picchi preoccupanti, con due episodi di revenge porn segnalati al giorno, e un migliaio di indagini in corso a fine 2020. L’associazione “Permesso negato”, che si occupa del problema, in una ricerca di questi giorni ha evidenziato che negli ultimi 12 mesi i gruppi Telegram dedicati allo scambio di questo tipo di materiale sono passati da 89 a 190. Raddoppiati. Si tratta di una vendetta simbolica – ma dalle tragiche ricadute pratiche- dell’uomo, del maschio, nei confronti della donna. Una versione moderna, hi tech (ma sappiamo che non c’è fenomeno contemporaneo che non abbia una sua chiave mitologica vera, forte e viva) del mito di Apollo che sputa sulle labbra a Cassandra, condannandola a non essere mai più ascoltata. Una forma di carachter assassination non meno reale di quella che a volte, purtroppo, avviene nei fatti. E non sono solo le donne a dover portare il peso dell’aspetto selvaggio, violento, del mondo digitale, che si rivela come una specie di nuova giungla pronta ad inghiottire i più deboli. Il revenge porn è solo una delle facce della pornografia non consensuale. Le altre sono, ad esempio, la “sextortion”, ovvero il minacciare di rendere pubblici i filmati e i video a meno che la vittima – donna, uomo, ma in particolare minore- non paghi un corrispettivo. Di questi giorni la notizia dell’arresto di un uomo a Scafati che individuava vittime -spesso minori disabili- si procurava con l’inganno foto intime e tentava di ricattarli. In altri casi la diffusione di materiale pornografico non consensuale avviene a semplice, ma non meno odioso, scopo di bullismo cibernetico. Il lato cyber-rape della nostra cultura esiste, insomma. Non se ne parla abbastanza, e non si fa abbastanza per contrastarlo. Anche se, di recente, il Garante della Privacy ha deciso di abbassare la soglia per possibili denunce anche ai maggiori di 14 anni, e ha costruito un protocollo di intesa con Facebook, Instagram, Whatsapp perché i video vengano fermati anche prima della loro diffusione online. Esistono anche realtà come ealixir.com, azienda specializzata in reputazione digitale, che consente, a chi ne faccia richiesta, di cancellare gratuitamente foto e video compromettenti. Sono iniziative necessarie e meritorie, ma non risolutive. Perché l’idea stessa di screditare o meglio “sputtanare” una vittima più debole usando il ricatto sessuale rappresenta non solo la faccia oscura di un’epoca, ma anche il lato oscuro di un’identità maschile sempre più incerta, oltre che un meccanismo antropologico – quello del debole che paga per il forte- ancora troppo consolidato in una società a cui piace definirsi progressista, ma che, evidentemente, non ha ancora scardinato meccaniche di dominazione tribali. Ancora siamo all’uomo che zittisce la donna. Nell’epoca in cui, con la morte di Dio, gli uomini sono diventati dei “gli uni per gli altri”, ciascuno può arrogarsi il diritto di sentirsi come il dio Apollo che zittisce la vittima umana. Lasciandola, come capro espiatorio, in balia del silenzio e della riprovazione generale. Rabbia dunque, silenzio e umiliazione.

L’Europa è in guerra

C’è una guerra in Europa. Una guerra nella quale a morire sono solo i migranti, scappati dalla parte sbagliata della storia e ammassati in migliaia al confine tra la Polonia e la Bielorussia. Stanotte è morto un bambino di un anno, assiderato nei boschi polacchi, mentre i suoi genitori erano feriti. Ora sentiremo le dichiarazioni commosse di tutti i capi di stato europei, esattamente come accadde con Aylan, il bambino morto sulle coste turche nel 2015. Una storia che si ripete e che affonda le sue radici nella perenne, sempre rinnovata guerra fredda tra USA e Mosca. Una storia antica, quasi un archetipo che torna allo scoperto ogni volta che le contingenze politiche e geopolitiche ne fanno affiorare la struttura. Come l’Ucraina, anche la Bielorussia è un paese cuscinetto della Russia, parte integrante prima dell’URSS e ancor prima dell’impero zarista. La storia si ripropone nell’estate 2020, quando in Bielorussia viene eletto Lukashenko, nonostante le fondate accuse di brogli elettorali. Da quel momento, i movimenti di liberazione bielorussa, come accadde in Ucraina e in Georgia, furono stroncati dalla Russia che ad oggi continua a elargire fondi e aiuti mantenendo vivo il governo Lukashenko, e mantenendo la Bielorussia all’interno della sua area di influenza. Mosca è riuscita dunque a creare uno stato cuscinetto che le è indispensabile non solo a fini difensivi, ma anche per mettere in atto la sua tattica di destabilizzazione in Europa. A questo fine, con l’aiuto della Turchia, la Russia ha favorito e permesso il trasporto di migliaia di migranti fino al confine con la Polonia. La morale di questa triste storia è che la lotta fra i due imperi, quello Russo e quello Americano, trova infine un punto strategico comune: indebolire l’Europa per avere campo libero negli scenari mediorientali. I governi destrorsi che tanto stanno destabilizzando l’Europa a Est, sono funzionali alla politica estera degli Stati Uniti, che cerca di sovrastare l’espansione russa verso quest’area avendo tutto l’interesse a contrapporre i nazionalismi esacerbati del Gruppo di Visegrad all’aggressività politico economica russa. In breve, mentre Mosca cerca di operare una politica di penetrazione in Europa, gli USA tentano di limitarne le manovre e di farla arretrare a Est. Come sempre, la partita si gioca naturalmente sulla pelle degli ultimi. Di questi paria della terra che si trovano schiacciati fra due fuochi, come scudi umani di cui in realtà a nessuno importa. In termini tattici l’Europa ha l’opportunità di gestire questa situazione utilizzando i Balcani Occidentali, ad esempio l’Albania che può diventare la chiave di volta n quest’area a tutti gli effetti europea, in grado di garantire un tempo sufficiente a distendere i rapporti e temporeggiare sulle scelte da intraprendere nelle prossime settimane e mesi. E poi è ora che l’Europa -tanto attiva a parole ma che non si è dotata di una politica comune sulla questione migrazioni- si dia da fare su un problema tragico e urgente. Fino ad ora l’Europa ha mostrato poca sostanza proprio sul terreno che dovrebbe appartenerle: quello dell’accoglienza, dei diritti, dell’attenzione agli ultimi. Nella grande, e spietata, partita geopolitica l’Unione Europea, fa la parte dell’inetto sveviano o musiliano, se non quella dell’assente beckettiano. Assistiamo dunque a una guerra di posizione e logoramento, che prende forma giorno dopo giorno, favorita dall’incapacità dell’Europa di contrapporre una politica estera comune e sostanziata da mezzi effettivi e deterrenti tali da scoraggiarne il perseguimento. Fa bene, il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli a commentare su Twitter: «Lo sfruttamento dei migranti e dei richiedenti asilo deve cessare, la disumanità deve cessare». È un appello e una presa in carico di responsabilità. Ed è ora che alle parole seguano i fatti.

#Tech4Women. Yo soy Anita, soy una mujer, soy una migrante

Se oggi faccio l’imprenditrice è anche grazie alla mia storia di migrante. Ho conosciuto il mare aperto. E lì, ti piaccia o no, devi imparare a nuotare. Yo soy Anita, yo soy una mujer, yo soy ebrea, yo soy albanese di nascita e italiana di adozione e formazione, perché sono stata una migrante. Io, soprattutto, sono figlia della mia storia: figlia di due diaspore, quella ebraica della mia bisnonna prima e quella del mio popolo albanese dopo. Sono molto onorata di essere stata la madrina di #Tech4Women, un evento organizzato da Techfugees che si distingue per il giusto impegno di riconoscere nella diversità un bene comune e nel buon senso l’unica strada percorribile affinché possano delinearsi nuove traiettorie capaci di includere e far crescere un’economia sostenibile e declinata al femminile. Femminile, sì. Perché voi li vedete ogni giorno i migranti, questi esseri umani che il mondo della disuguaglianza e della iniquità sta spingendo verso il nord. Vedete ogni giorno come la questione stia generando un problema strutturale nei rapporti tra Italia e Francia, tra Italia e Germania, tra Italia e Unione Europea. La maggior parte sono maschi. Dai luoghi delle rivolte, della guerra civile e delle dittature scappa soprattutto il genere maschile. La percentuale di femmine è davvero molto bassa. Perché le donne restano a casa, nelle zone di guerra, rimangono ad affrontare da sole quello che resta delle rivoluzioni, delle rivolte, delle persecuzioni, a ricostruire dopo la morte, a rinascere, aspettando magari un giorno il ritorno dei loro uomini. Le donne che sono rimaste indietro assolvono da sole il compito di rifondare la società, di farla uscire dallo stato semi tribale o dittatoriale. Ma da loro, le più, che sono rimaste indietro, come da quelle che hanno osato attraversare il Mediterraneo giunge una nuova sfida: fare i conti con i luoghi comuni, con l’idea che siccome le cose sono sempre andate così, allora nulla potrà mai cambiare. Perché una volta che anche prendessero la via del mare, c’è da fare i conti con la traversata e quello che ti aspetta sull’altra sponda. Penso a me, per esempio. Con una laurea in Filosofia presa in Italia da immigrata, le mie prospettive come lavoratrice erano davvero limitate. Come tanti giovani, concluso il percorso di studi, il mio lavoro, nei mesi successivi la laurea, fu quello di cercarmene uno. Ricordo centinaia di curriculum inviati, una parte infinitesimale dei quali, mi portò a dei colloqui di lavoro che in qualche modo finivano tutti alla stessa maniera: “sei troppo preparata”, oppure “ma che ci fa una ragazza come te qui”, o infine, ça va sans dire,: “Perché non ne riparliamo a cena?”. Ed è così che mi sono trovata dinanzi all’urgenza di una decisione: se nessuno mi sceglieva, io dovevo scegliermi. E mentre cercavo di sapere di più su tutto, intanto, facevo tutti i lavori possibili: babysitter, badante, modella, cameriera, ripetizioni di latino e greco, interprete nelle fiere, traduttrice di testi (ovviamente dovendo anche combattere per essere pagata). Mi è toccato capire che il meccanismo che teneva in piedi l’Italia si era inceppato. Non c’erano politiche per i giovani e, più nello specifico, per le donne. In breve, sembrava che le ragazze, per assicurarsi un lavoro, dovessero ogni volta svendersi al peggior offerente. Ebbi proprio la sensazione fisica di essere ancora in alto mare e che non avevo toccato terra. Se oggi dunque faccio l’imprenditrice non è solo perché ho avuto più coraggio delle mie coetanee italiane, ma semplicemente perché ho conosciuto il mare aperto. E, in mezzo al mare, ti piaccia o no, devi imparare a nuotare.

Ddl Zan, ha vinto l’ipocrisia

Oggi abbiamo ostracizzato la diversità. Ha vinto Zan e la sua ipocrisia sulla sessualità nel rendere complesso un tema legittimo attraverso l’uso della retorica e dei sofismi.  Ha vinto il Pd per la sua ipocrisia di aver manipolato come una bandiera uno dei diritti legittimi.  Ha vinto Salvini per la sua ipocrisia suffragata da dati oggettivi degli esempi a lui vicini di sessualità da tutelare.  Ha vinto Berlusconi per la sua ipocrisia delle incoerenze tra l’essere e il fare.  Ha vinto Meloni, una donna prima che essere una cristiana.  Ha vinto la Chiesa, l’Unica Santa e Apostolica Romana, perché ancora rimette i peccati in un mondo sempre più laico e che non li riconosce più.  Ha vinto il gioco delle parti e ha perso quello dei partiti.  Hanno vinto tutti quelli che sono ipocriti perché fanno finta di non capire e non hanno alcuna intenzione di combattere per la libertà.  Oggi, abbiamo ostracizzato la diversità.

Solo Sala

Non è una opzione, ma una scelta obbligata per Milano e i milanesi. Quella delle elezioni a Milano pare una vittoria annunciata per il centrosinistra di Beppe Sala. Credo sia perché i milanesi riconoscono l’importanza di dare continuità a quel progetto politico che da qui era partito con l’Expo del 2015. Chi vive la città conosce bene le difficoltà che Milano ha dovuto affrontare negli ultimi due anni, ma sa anche che, non fosse stato per la pandemia che ha coinvolto tutto il mondo, l’ascesa di Milano come nuova capitale europea post Brexit non si sarebbe arrestata.  Per capire cosa pensano di questo i milanesi, basta parlare con taxisti, che conoscono meglio di tutti le dinamiche e le sfumature di questa città. Sono loro, in qualche modo, il vero specchio in cui si riflette lo stato delle cose. Sono in molti ad evidenziare le difficoltà patite durante il Covid ma nello stesso tempo, gli stessi, mi evidenziano l’importanza di dar seguito a quel progetto politico ed espansivo al contempo, che vede la città al centro di dinamiche non più nazionali ma di respiro internazionale.  E Milano sta diventando metropoli nonostante le difficoltà delle misure restrittive imposte dal Covid-19. E se questa città riesce a imporsi e a diventare la nuova capitale europea, così come lo era Londra negli anni ’90 e Berlino nella prima decade del secondo millennio, è perché ci sono state politiche capaci di attrarre grandi investimenti e soprattutto perché c’è stato un grande lavoro di inclusione che è iniziato a partire dalle periferie.  Beppe Sala non è una opzione, ma in qualche modo una scelta obbligata per i milanesi che riconoscono il valore del lavoro che ha svolto in questi anni. D’altronde la lista civica di Luca Bernardo per il centrodestra è debole e presenta un progetto confuso, di ripiego, che non convince i cittadini. Colpisce semmai la scelta di Fratelli d’Italia e della Lega nelle grandi città come Milano e Roma: sembra quasi che Salvini e Meloni desiderino passare sottotraccia nelle sfide delle grandi città. A pensare male verrebbe da dire che preferiscono non confrontarsi con la politica più vera e fattiva, quella cioè dell’amministrazione delle città, per giocarsi tutto nella partita nazionale senza prima aver mostrato agli elettori il bluff della mancanza di una vera e propria classe dirigente.  Così la rielezione di Beppe Sala rappresenta l’unico scenario politico possibile per Milano e i cittadini lo sanno intimamente. Per questo non si non si faranno condizionare dagli slogan vacui delle grandi promesse di cambiamento. I milanesi, che sono pragmatici di buona volontà, il cambiamento se lo conquistano un millimetro alla volta, giorno dopo giorno.  Da milanese di adozione riconosco ai miei concittadini questa ironia sottile che di certo li porterà, dentro le urne, a diffidare delle sparate del pediatra con la pistola. Come diceva Piovene, del resto, “Milano è forse l’unica città italiana dove esista l’umorismo vero, l’umorismo in senso britannico, che vela e insaporisce le cose senza però modificarle”. Da questo punto di vista, insaporendo appunto le cose senza modificarle, ogni milanese sa perfettamente che è troppo sottile e labile la linea che distingue un pistolero da un pistola.

A lezione dall’Albania, subito in soccorso del popolo afghano

Chi ha conosciuto questo mondo e, con fatica, se ne è liberato, oggi manda aerei in aiuto a Kabul. Quello che sta accadendo in questi giorni a Kabul è un genocidio in piena regola e sta avvenendo sotto i nostri occhi. Uomini, donne, anziani, adolescenti e bambini costretti a scappare senza meta per cercare rifugio dalle persecuzioni dei talebani che hanno conquistato Kabul. Non è un caso che questo avvenga ora; per chi non è a digiuno di storia contemporanea sa bene che la scelta di Biden di ritirare le truppe dal suolo afgano potrebbe essere pura strategia rispetto a quello che accadrà nei prossimi mesi, in un delinearsi di nuovi fronti sulla scacchiera geopolitica mondiale. Ma mentre il mondo intero rimane sgomento per i messaggi video e per le foto che ci arrivano da là, fa notizia la scelta del Premier dell’Albania, Edi Rama, di inviare aerei in Afghanistan per soccorrere la popolazione civile e offrire così un rifugio momentaneo a chi fugge la persecuzione. Il premier albanese espone la sua scelta in un lungo post su Facebook in cui spiega le ragioni che lo hanno spinto ad agire immediatamente. Ha ricordato che in Albania trovarono rifugio gli ebrei e che nessuna di quelle duemila persone che fuggirono dal regime di Hitler venne consegnata ai nazisti. In questo modo, oltre a dare una lezione all’Occidente, Edi Rama, leader di una giovane democrazia in un paese in larga parte musulmano, ha preso anche una posizione chiara che suona come monito all’ondivago e contraddittorio ′sentiment′ diffuso nelle democrazie occidentali rispetto a quanto sta succedendo in Afghanistan: senza se e senza ma, i talebani sono i nazisti del nuovo millennio.  Mi rincuora sapere che questa volta la mia Patria natia abbia saputo dimostrare all’Occidente cosa significa mettersi in gioco al di là delle trame e degli interessi politico-economici. Mi auguro che nelle prossime ore anche la mia Patria adottiva dimostri di essere all’altezza della propria Costituzione democratica facendosi parte attiva nel soccorso ai civili afgani. E mi scuso se la dico senza tanti giri di parole, ma la differenza fra due culture di morte come quella nazista e quella talebana sta solo nel fatto che per i nazisti si trattava di affermare la superiorità di una razza sulle altre, per i talebani si tratta di affermare una superiorità di genere: il vero obiettivo dei talebani è un patriarcato folle e perverso, volto all’annientamento morale e fisico della donna. La mercificazione e la reificazione delle donne è un fatto ancestrale proprio di molte culture nel mondo. Queste abitudini inveterate non si possono, evidentemente, mettere in discussione in Afghanistan. Quelli che oggi scappano da questa terra, quelli che si aggrappano alle ali degli aerei, sono uomini e donne che si sono compromessi con gli ideali di uguaglianza occidentali e che non sono più disposti a subire una cultura criminale che accetta di far sposare bambine di 8 anni per poi seppellirle il giorno dopo la prima notte di nozze. Mi torna in mente un film albanese che mi colpì molto (“14 vjeç dhëndër”, 14 anni sposo): una famiglia  benestante, almeno rispetto alla povertà collettiva, decide di far sposare il loro unico figlio di 14 anni con una fanciulla di 20 anni, forte e robusta ma di famiglia poverissima, affinché faccia da serva in casa. La ragazza si oppone come può, scappando e salendo sul tetto di casa, minacciando il suicidio. La madre la supplica di sposarsi per dare la possibilità alle sorelle di crescere con qualche mezzo economico in più. Mossa dal senso di colpa, la giovane Marigo cede. C’è una scena del film che narra perfettamente la condizione delle donne nell’Albania rurale di quegli anni: Marigo, come tante altre donne, di ritorno dalla campagna, porta sulle spalle un carico di legna, come un mulo da soma. Due uomini, intenti a prendere il caffè, osservano con compiacimento il ritorno delle donne dai campi. “Siamo gli uomini più fortunati! Al mondo non esistono donne come le nostre”, dice uno. Ma l’altro gli risponde: “No amico mio, non sono loro le migliori, i migliori siamo noi: servirci è il minimo che possono fare”. Chi ha conosciuto questo mondo e, con fatica, se ne è liberato, oggi sta mandando gli aerei in soccorso a Kabul.