Editoriale

L’Albania “flat-tax” e l’immigrazione all’incontrario.

Settimana scorsa a DiMartedì, oltre ai grandi temi politici che riguardano il nostro bel paese, si è toccato il tema delle tasse. Il conduttore Giovanni Floris ha portato il pubblico italiano in un viaggio: in Albania. Ero in soprappensiero quando all’improvviso il mio orecchio captò immediatamente quell’accento cosi peculiare che riconosco nei miei connazionali. Alzando gli occhi, tre bellissime ragazze inquadrate e sorridenti che alle domande del cronista rispondevano in maniera anche un po naive con frasi “L’Albania è già in Europa” piuttosto “Tirana è troppo bella. Qui ci si diverte troppo”. Quel “l’Albania è già in Europa” mi rimembrò le stesse parole che il Primo Ministro Matteo Renzi disse all’incontro con il Primo Ministro albanese Edi Rama. Era il 2014. La visita di Renzi in Albania serviva per sponsorizzare l’inclusione in Europa del paese delle aquile. Matteo Renzi sottolineava l’importanza nel fare pressione al fine di portare a termine i negoziati. Inoltre nell’incontro, che sembrava più una rimpatriata tra vecchi amici piuttosto che visita di Stato, il Primo Ministro italiano sottolineò l’importanza fondamentale che l’Albania ricopre nelle sfide geopolitiche considerando che si trova nel cuore dei Balcani. Nel reportage che settimana scorsa è andato in onda su DiMartedì il punto che si metteva in luce erano proprio le tasse che in paesi come l’Albania oppure il Montenegro sono quasi del tutto inesistenti: le tasse in queste aree balcaniche vengono chiamate nel termine tecnico flat-tax ossia tassa piatta. Questa formula adottata in Albania, che è un paese in via di sviluppo, serve a sovvenzionare le aziende che siano esse piccole o grandi imprese allo scopo di una crescita esponenziale del paese. Il termine, coniato per la prima volta dall’economista americano Milton Friedman, si propone come un regime fiscale proporzionale e non progressivo qualora non fosse seguito da deduzione o detrazione quindi nonostante l’aliquota legale sia costante l’aliquota media della flat-tax rimane fissa. L’Albania, post comunista, post immigrazioni di massa del 1991 e ancora post guerra civile 1997, in pieno periodo d’immigrazione all’incontrario, si autofinanzia per promuovere il messaggio che attraverso la formula della flat-tax adottata dalla politica albanese le aziende autoctone oppure straniere possono avere la possibilità di aprirsi ad una facile eventuale crescita che altri paesi dell’Unione non offrono. Mi verrebbe da chiedere, a questo punto perché rientrare in Europa! Guardando le immagini andate in onda da Floris si poteva constatare de facto che la realtà non è proprio così, come viene raccontata. Vedere alle fermate degli autobus contadini, scesi dai villaggi che io conosco benissimo, vendere le loro galline, ti fa percepire di come il paese vive all’interno una forte dualità. Una povertà che la contemporanea Albania vuole celare, quegli anziani dalla pensione minima che sopravvivono ai carrelli del capitalismo occidentale sono da oscurare. Quegli anziani cresciuti con un’economia di tipo pianificato stile sovietico si trovano ora in forte disagio rispetto alla realtà a cui sono sottoposti. Ironico vedere quel vecchio privo di denti parlare con il linguaggio delle mani mentre indicava all’operatore di andarsene perché per loro non c’era più nulla da mostrare. Subito dopo, il video reportage metteva a fuoco le immagini, strumento al servizio della propaganda, di un locale della Tirana da bere: il Fusion. È nel limbo Fusion che le belli albanesi sorridenti e scosciate si accompagnano con i loro sorrisi e i loro corpi sinuosi mostrandosi alla società spettacolarizzata come merce Made in China mentre i maschi brindano a suon di Dom Perignon l’alba dei nuovi tempi dove l’umiliazione di un passato, che è dietro l’angolo, non è servito da monito nel generare una forte personalità pubblica. Quell’Albania, priva di una classe sociale media e dei sindacati, andata in onda a DiMartedì è una brutta copia di un’Italia le cui scelte politiche l’hanno definita come zona vulnerabile all’interno della comunità europea. L’occidentalismo a cascata, il desiderio di inclusione e di una cultura di appartenenza veicolata da una politica emotiva denudano l’Albania immobilizzandola ed esponendola a logiche geopolitiche che per ora sembra ignorare. di Anita Likmeta su The Huffington  Post

Aylan, terrorismo e funerale dell’immagine

Ore 17:15 la fregata Zeffiro, impegnata nell’operazione Bandiere Bianche nome in codice della nota operazione di blocco navale per limitare gli sbarchi delle cosiddette carrette del mare provenienti dalle coste albanesi, identifica la Katër i Radës, una nave carica di 142 profughi, ma progettata per 9 membri d’equipaggio, in fuga dall’Albania in preda all’anarchia più totale. La nave è stata speronata nel canale d’Otranto dalla corvetta Sibilla della Marina Militare Italiana che ha contrastato ogni tentativo di approdo sulle coste italiane. La Katër i Radës, concepita come motosilurante in Unione Sovietica negli anni cinquanta e trasformata in pattugliatore costiero negli anni settanta, è stata rubata al porto di Saranda da gruppi criminali che gestivano il traffico, la tratta dei clandestini. La partenza è avvenuta a Valona il 28 marzo 1997. La Zeffiro ingiunse alla Katër i Radës di invertire la rotta ma la nave albanese decise di avanzare. Alle ore 18:45 avvenne l’urto, alle ore 19:03 minuti la nave affondò. 81 morti. 27 corpi mai ritrovati nel Mar Adriatico. 34 superstiti. Il naufragio del 1997 dell’eponima motovedetta albanese ci riporta ai giorni nostri e come vediamo nulla è cambiato, ieri come oggi. Ho scritto fiumi di parole sul tema immigrazione, emigrazione ed integrazione e ritornarci mi muove un dolore immenso inenarrabile. Voglio raccontarvi, oggi, una storia che mi ha colpito e soprattutto cambiato dentro. È la storia di un padre, un pater familias, e dei suoi tre figli maschi. Un padre, uomo di fede e ubbidiente, il quale viveva in un villaggio caduto nella più disgraziata rovina spirituale, umana, morale e intellettuale, ricevette un giorno un messaggio da un vigile condottiero il quale gli intimò di scappare via perché a breve quella popolazione non avrebbe potuto neppure piangere un lutto in quanto tutti sarebbero stati uccisi, sterminati. Il vigile condottiero disse all’uomo che c’era una via d’uscita e che doveva assolutamente seguire ogni suo consiglio. Il primo fu quello di costruire una nave abbastanza capiente da ospitare tutto ciò che giusto e buono c’era già nel villaggio, il creato. Il pater familias ubbidì. La salvezza sarebbe arrivata attraverso una nave, navigando il mare. La nave, con l’aiuto del vigile condottiero, fu presto costruita e salpò giusto in tempo. Accade l’impossibile: l’uomo constatò che il messaggero aveva ragione. Tutto venne sterminato. Un immenso mare in tempesta. Tutto si muove. Davanti alla famiglia in viaggio e al padre: il vuoto. Momenti di frastuono per le silenziose anime in preghiera. Ecco una colomba che stringe nel suo becco un ramo d’ulivo: un manifesto di gloria. Ad attendere la famiglia rifugiata e le salve beltà del creato non c’erano gli elicotteri e né i poliziotti, in bianche tute aliene per la paura dei virus, che stilano con timbri alla mano i superstiti. La famiglia trovò subito riparo. Nei giorni successivi il padre, grande uomo di fede, ebbe un collasso spirituale e si rifugiò nella solitudine e nel vino prodotto dal vigneto di questa nuova meravigliosa promessa terra. Ubriaco svenne in un sonno profondo e rimase lì fin quando uno dei tre figli maschi, Cam, lo raggiunse per riportarlo a casa. All’arrivo nel luogo dove si trovava il padre, Cam vide una figura accasciata a terra e nuda. Il giovane cadde in balia di un sentimento di violo a danno del corpo paterno dormiente e incosciente. Attonito dalla sua azione Cam, successivamente, corse a chiamare i fratelli ai quali raccontò, deridendo nel frattempo la nudità del padre, l’accaduto. Gli altri due fratelli, Sam e Yafet, subito accorsero il padre preoccupati per le sue condizioni. Arrivati vicino al luogo indicato da Cam i due fratelli, i quali avevano portato con loro una coperta, decisero di camminare all’indietro per tutelare gli occhi, quindi il vulnus ossia la ferita umana, propri e quelli del padre. Soltanto dopo averlo difeso appoggiando la coperta sul corpo, nel frattempo avevano gli occhi chiusi e il volto verso l’orizzonte, si rivolsero con riverenza, come ad un padre si deve, chiedendogli cosa fosse accaduto. Il padre, Noah, prese coscienza e si rese conto della grazia con cui Sam e Yafet avevano agito e condannò invece, nell’immediato, l’agire di Cam, l’altro figlio, il quale lo aveva scoperto nella sua nudità e quindi egli stesso aprioristicamente aveva mosso un giudizio di condanna, in primis alla sua di coscienza (la coscienza di Cam), al padre nel momento in cui ha fatto un rapporto deridente e dissimulatore dell’accaduto ai fratelli. O popolo immondo, l’altro figlio siamo noi. La coscienza di Cam è la nostra sillepsi. Ammettendo che l’immoralità, come la moralità, non sia indipendente da una situazione storica di un’epoca e di uno Stato e ammettendo che essa può dipendere sia dalle circostanze che dai punti di vista, per quanto esistano delle costanti che definiscano in maniera abbastanza chiara quale sia la condotta immorale, è chiaro che questo concetto ha subito mutazioni nel tempo. Per esempio per il feudatario, nel Medioevo, l’immoralità consisteva nel tradire il signore di cui era vassallo (fellonia), oggi questo concetto si è trasformato, per esempio, nel concetto di tradimento della propria Patria oppure legato al tradimento di un proprio impegno personale. Il nostro impegno personale è difendere il più alto valore che all’uomo è stato e viene concesso immeritatamente: la Vita. La vita accorda ma lo Stato canadese ha deciso di non accordare il permesso ad un padre, Abdullah al-Kurdi, del piccolo Aylan annegato a soli 3 anni in mare assieme al suo fratello Galib di 5 anni e la madre Rehan che di anni ne aveva 35. Il signor al-Kurdi è rientrato a Kobane per seppellire la sua famiglia e dopo aver ricevuto la notizia postuma che il Canada promuoveva l’offerta di asilo e quindi permanenza nel suolo americano l’uomo ha puntualmente rifiutato pieno nella sua dignità poiché certi uomini come il signor Abdullah la dignità non l’hanno mai ceduta e in fondo quale senso avrebbe partire verso un luogo che non ha difeso la vita, un luogo, l’America, dove finalmente si manifesta chiaramente a tutti la caduta: il fallimento del sogno americano. Ma che c’entra la storia del padre e dei suoi tre figli? Che c’entra la coscienza di Cam? Ebbene in questi giorni tutti i giornali più autorevoli del mondo, riportano l’immagine del corpo di un bambino accasciato sulla spiaggia sottolineando l’empietà che la società dello spettacolo ha riservato al piccolo Aylan non coprendolo, non difendendolo ma esponendolo come merce alla coscienza pubblica, la coscienza di Cam, del villaggio mondiale e quindi a quello stato di conosciuta unità in cui dovrebbe essere presente, ma è totalmente assente, la mente. Nella cultura omerica la riflessione interiore è per l’uomo conversazione dell’io con il θυμός (thūmós – mente), o del θυμός con l’io. Il θυμός (thūmós) è quindi la “mente”, la “coscienza” dell’uomo che si interroga, ma anche lo spirito vitale e la sede delle emozioni. Per i greci di Omero, il θυμός (thūmós – mente) è lo “spirito”, il respiro che si identifica con la coscienza, variabile e dinamica: va e viene, muta con il mutare dei sentimenti e con il mutare del pensiero. Allo stesso modo gli dèi pongono ardimento, o audacia, nel θυμός (thūmós – lo spirito) degli uomini, riempendone le φρένες ( frènes – i polmoni) “Si osservi che gli dèi “soffiano” negli uomini non solo emozioni, ma anche pensieri e propositi di natura relativamente intellettuale. Ciò è altrettanto prevedibile, poiché proprio con il θυμός e con le φρένες o, se è corretta la nostra interpretazione, con l’anima-respiro e con i polmoni, un uomo non solo sente, ma pensa e apprende.” Onians, p.81 Il θυμός (thūmós – lo spirito) è racchiuso nei polmoni (ritenuti organi dell’intelligenza) come un elemento caldo. Il termine diviene invece ψυχή (psyché – la mente) quando abbandona il corpo con l’ultimo respiro, divenendo un elemento freddo. Ma può succedere anche che θυμός (thūmós – lo spirito) e ψυχή (psyché – la mente) lascino insieme il corpo, tuttavia ψυχή (psyché – la mente) lo abbandona giungendo nell’Ade mentre θυμός (thūmós – lo spirito) viene distrutto dalla morte. La società dello spettacolo offre come sacrificio il funerale dell’immagine. Aylan con la faccia avviluppata dalla sabbia e battezzata dall’acqua del Mar Mediterraneo che gli accarezza il crine con le sue onde. “Ma l’intelligenza e l’anima intellettuale non agiscono forse per se stesse, essendo prima della sensazione e della relativa impressione? È necessario allora che ci sia un atto prima dell’impressione, poiché “per intelligenza” è la stessa cosa pensare ed essere. E sembra che l’impressione sorga, quando il pensiero si ripiega su se stesso e quando l’essere attivo nella vita dell’anima è come rinviato in senso contrario, simile all’immagine in uno specchio, che sia liscio, brillante e immobile.” (Plotino, Enneadi, I, 4, 10; traduzione di Giuseppe Faggin nell’edizione della Bompiani (Milano), 2004, pp. 110-1) E così riempiti dell’ultimo sacrificio gli abitanti del villaggio ebbero da spartire qualcosa: l’assenza della vergogna, oltre le colonne di Ercole in una iper-coscienza di Cam babelicamente si dispersero nelle loro piccole faccende autostracizzandosi dal θυμός, dai polmoni, dallo spirito dell’intelligenza. Buon viaggio Aylan. Buon viaggio cari miei connazionali. Buon viaggio a tutti voi abitanti del mare di ogni tempo, in ogni luogo. Con voi “tutto cangia, il ciel s’abbella”.  Fine delle trasmissioni. di Anita Likmeta su YOU-ng [youtube https://www.youtube.com/watch?v=jiHVDgLWpts?feature=oembed]

L’emigrazione e il “diritto di fuga”.

La solitudine non deriva dal fatto di non avere nessuno intorno, ma dalla incapacità di comunicare le cose che ci sembrano importanti o dal dare valore a certi pensieri che gli altri giudicano inammissibili. Quando un uomo sa più degli altri diventa solitario. Ma la solitudine non è necessariamente nemica dell’amicizia, perché nessuno è più sensibile alle relazioni del solitario, e l’amicizia fiorisce soltanto quando un individuo è memore della propria individualità e non si identifica negli altri.  C.G.Jung È trascorso un anno e sono più di quattromila le persone morte nel Mar Mediterraneo. A nulla sono valsi gli appelli, i fiumi di parole spesi nei vari blog, gli articoli di giornali e gli svariati talk show. Ad oggi ci ritroviamo a parlare dello stesso argomento tuttavia senza trovare alcuna soluzione ma, soprattutto, nessuno riesce a donare una visione del fenomeno che vada oltre le ragioni che immaginiamo rispettoalla scelta di chi rischia la vita nel viaggio della speranza. Succede che Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione dell’Unione europea, ha annunciato, alcuni giorni fa, che “Bruxelles ha deciso di accelerare sull’Agenda europea sulle migrazioni anticipandola a metà maggio, mentre prima era previsto a metà luglio”. La presidente della Camera dei deputati Laura Boldrini ha scritto al presidente dell’Europarlamento Martin Schulz e alle assemblee dei ventotto paesi che “col ripetersi di queste tragedie l’Unione europea non può non sentirsi chiamata in causa”. Ma la risposta più dura è quella data da Dimitris Avramopoulos, commissario dell’Unione europea agli Affari interni e alle politiche sull’immigrazione, il quale dichiara che “per affrontare alla radice il problema dei flussi migratori, l’Unione europea deve cooperare con i paesi di origine dei migranti, anche se a volte si tratta di dittature. Il fatto che cooperiamo, nel quadro dei processi di Rabat e Kartoum, con alcuni regimi dittatoriali non significa dare loro una legittimità democratica o politica. Dobbiamo cooperare: visto che abbiamo deciso di combattere il traffico di esseri umani, non possiamo ignorare che in alcuni di quei paesi ci sono le radici stesse del problema. Dobbiamo poterli impegnare e mettere davanti alle loro responsabilità, ma ripeto: senza per questo legittimare i regimi”. Timmermans pone come obiettivo quattro priorità ossia “migliorare il meccanismo del sistema di asilo con una maggiore sinergia tra gli Stati membri e assicurando che le regole vengano applicate nello stesso modo in tutti e 28 paesi”. Inoltre è importante secondo il vicepresidente della Commissione “proteggere le frontiere” oltre che “rafforzare le possibilità di Frontex e fare in modo che lo scambio di informazioni sia migliorato”. Il terzo punto riguarda quello di attuare “una politica aggressiva nella lotta all’immigrazione illegale in particolare contro coloro che con l’obiettivo di fare soldi si rendono responsabili delle tragedie dietro il traffico di esseri umani, o l’offerta di navi”. Inoltre Timmermans aggiunge che è fondamentale “migliorare le possibilità dell’immigrazione legale”. Fino a qui tutto bene. Il problema non è la partenza ma lo sbarco. Non voglio parlare del numero dei morti, delle condizioni disumane, dei diritti negati e delle promesse mancate ma cercare di capire profondamente dove va l’onda. Oggi l’immigrazione è finanziata strutturalmente dal capitale e concepita sovrastrutturalmente dalla “retorica del migrante”. Retorica che diviene capitale appoggiata dalle sinistre antiborghesi ultra-capitalistiche. Questa retorica iper-capitalizzata ci vuole tutti apolidi, migranti senza cultura, senza identità, privati di una coscienza oppositiva e di un idioma, dei paria sul piano dei diritti e della stabilità. A proposito di diritto, le stesse sinistre antiborghesi che hanno abbandonato la lotta per la tutela dei lavoratori oppressi promuovendo il mito del cittadino senza documenti e senza identità, o come lo chiamano i francesi sans papiérs, a favore delle logiche de-territorializzanti del fanatismo dell’economia ci dovrebbero portare a pensare che oggi, in fondo, sarebbe più intelligente non favorire l’immigrazione poiché i migranti verrebbero disintegrati e non integrati, tramite i migranti non-migranti, quest’ultimo ridotti al rango dei primi, come capitale per ottenere capitale. Da qui deduciamo che nella retorica dell’immigrazione si manifesta l’iniqua complicità tra il capitale e la sinistra. L’accoglienza di per sé è un atto di civiltà e umanità, il problema continua ad essere il macro-fenomeno dell’immigrazione. Oggi, chi sono i migranti? I nuovi cittadini della frontiera? I migranti appaiono come gli abitatori dei nuovi spazi transnazionali aperti dalle de-territorializzazioni e ri-territorializzazioni della globalizzazione, nuovo crocevia dell’ordine politico sovranazionale. Dinanzi alla moltitudine in partenza da svariati paesi, l’essere denaturalizzato, incompleto, nomade, contaminato di culture, non si chiama più clandestino. La parola “clandestino” che si appoggia alla logica moderna della cittadinanza nel contesto della crisi generale economica promuove la dimensione escludente ovvero il suo significato come nozione prodotta da una costruzione giuridica legittimata dai mass media. Il migrante è paria della terra, privato del senso di appartenenza ai quali vengono concessi briciole di sporadica umanità. Al migrante i diritti vengono stratificati, gerarchizzati al massimo può arrivare ad una ‘denizenship’ ovvero una forma residua e privatistica di contratto di lavoro. Ma perché si emigra dinanzi a queste aspettative? Il migrante trova la sua risposta nella rivendicazione e l’esercizio pratico del diritto di fuga, quest’ultimo è un’opzione soggettiva concepita da fattori oggettivi. Il melting pot si basa su un’ideologia stereotipata dell’altro costruita sull’idea dell’identità e infatti è una falsa coscienza quella che porta a credere la cultura occidentale di essere capace di riconoscere le differenze come atto di superiorità, universalità e soprattutto neutralità. In Diritto di fuga. Migrazioni, cittadinanza, globalizzazione – ombre corte Sandro Mezzadra spiega molto bene il concetto in merito alla questione sostenendo che: “Il linguaggio dei diritti e della cittadinanza non può essere amputato della sua tendenza all’universalizzazione senza rovesciarsi in uno strumento di difesa dello status quo e di legittimazione del dominio”. I movimenti migratori non possono essere fermati poiché sono legati a doppio filo al processo di decolonizzazione, fattore, quest’ultimo, costitutivo della costruzione in età moderna di una comune identità europea e occidentale. Lo storico bengalese Dipesh Chakrabarty nell’espressione “place holder” ridefinisce il neo-universalismo che non può contenere delle normative prescritte ridefinendo “a un tempo le logiche del dominio e il rompicapo della liberazione” per cui la storia non può essere concepita come il risultato univoco dell’applicazione forza propulsiva dell’occidente sui flussi migratori. Il neo-universalismo deve essere capace di stimolare una dinamica nuova ed includente dell’altro. Il diritto di fuga appartiene a coloro che indicano al pensiero la necessità possibile di un nuovo cammino. di Anita Likmeta su The Huffington Post

Rinascita dell’aquila a due teste (parte seconda).

(…) Possiamo dedurre che l’Italia come la Comunità internazionale hanno inciso nello sviluppo dell’economia albanese, ma è necessario sottolineare un fatto molto grave che dovrebbe farci riflettere, ossia quella dell’induzione al liberismo economico. Questo liberismo ha portato nella classe politica albanese la perdita di vista dell’interesse per il bene comune a favore della collettività capitalizzata. La classe politica italiana ha effettuato le stesse politiche di Mussolini, in quanto è più vantaggioso attivare politiche di sfruttamento piuttosto che riforme atte a modificare e a far crescere il paese sotto ogni profilo. Durante questa fase di invasione economica non si è provveduto al mantenimento di una rete sanitaria piuttosto che alla salvaguardia degli artigiani. L’Albania ha stretto rapporti con gli Stati internazionali al fine di ottenere fondi europei che puntualmente arrivano a Tirana, superando ogni altro paese dell’Est europeo, ma questi aiuti spariscono all’arrivo nella Capitale. L’incapacità della classe politica albanese di saper gestire le fonti economiche porta il settore pubblico ad essere pericoloso per le politiche internazionali. Ma nonostante queste dinamiche poco convenevoli è necessario sottolineare un altro aspetto fondamentale della realtà economica degli albanesi: le rimesse degli emigrati. Gli emigrati, di cui la maggioranza in Italia a seguire la Francia, la Germania e Austria etc., hanno sostenuto il processo di trasformazione delle città albanesi. Gli emigrati. grazie alla loro permanenza all’estero e al lavoro, sono riusciti a ricostruire le loro abitazioni in Albania dando decoro e trasformando radicalmente le città, ma soprattutto hanno investito con i mezzi moderni, e le loro attività imprenditoriali hanno influito fortemente nel settore economico. Grazie anche alla stabilizzazione della moneta albanese negli ultimi anni in Albania si può parlare di una vera primavera economica. Un risveglio potente, visibile nel numero delle imprese attive a Tirana ma va detto che questo è avvenuto anche tramite l’intervento di un processo economico informale dettato dalla poca chiarezza di alcune società imprenditoriali che agiscono borderline, cioè al limite della legalità. L’industria continua la sua crescita sempre in salita come anche il settore agricolo che tuttavia mantiene un ruolo fondamentale nell’economia albanese, nonostante quest’ultima ha visto un ridimensionamento del 70% in tutto il Paese. L’Albania, oggi, sta passando da un’economia di tipo pianificata a quella capitalizzata attraverso una struttura amministrativa che ha delle forti difficoltà nel sancire un processo evolutivo nel risanamento economico dovuto specialmente alle pressioni che vengono inflitte dalla classe politica al potere poco presente. Oggi in Albania il governo di Edi Rama sta attuando delle riforme sul piano politico al fine di provvedere un ingresso di maggiori investimenti e per far fronte, in special modo, al debito pubblico che nel 2012 ha superato registrando il 60% del Pil. Ma non sono i problemi economici a fermare il movimento di rinnovamento del Paese che ha portato un contro esodo degli albanesi che rientrano nella propria terra riprendendo in moto ciò che avevano abbandonato durante i tempi delle società piramidali. Da sottolineare il fatto che ad investire in Albania sono maggiormente società tedesche, olandesi, austriache e infine americane. Le società italiane che lavorano in territorio sono in numero minore e sicuramente rappresentano una realtà inferiore rispetto alle altre multinazionali. Inoltre l’Albania fa parte dell’organizzazione Nato per cui rappresenta un punto di svolta per l’occidente che necessita di mantenere gli occhi ben aperti sulla situazione Medio-Orientale. L’Albania, di nuovo, rappresenta un punto strategico tra l’Oriente e l’Occidente. Chiaramente la presenza delle truppe Nato dichiara l’appoggio incondizionato dello Stato albanese, ad un eventuale presa di posizione sul piano militare, agli americani. LEGGI ANCHE: – Il post precedente dell’autrice, Rinascita dell’Aquila a due teste (parte prima) Il lavoro svolto in precedenza dal presidente Berisha cioè quello dell’adesione dell’Albania alla Comunità Europea lo sta portando avanti anche il nuovo primo ministro Rama il quale trova questa necessità come un fondamentale processo evolutivo del paese. Appare chiaro, ritornando oggi nel paese delle aquile, che il panorama è mutato profondamente e in tempi velocissimi mai registrati da nessun altro paese. Ed è proprio questo cambiamento radicale che dovrebbe invitare i giovani, che hanno poca memoria o semplicemente più indaffarati a cercare una loro identità nel mondo piuttosto che ricostruire l’identità a partire dalle proprie radici, a riflettere. È interessante osservare un paese che indossava un tempo colori grigi possa oggi aver aderito così rapidamente alla capitalizzazione. È come se ad un certo punto una intera generazione avesse chiuso gli occhi e invece di guardare indietro, per comprendere la radice delle proprie origini che dovrebbe caratterizzare il tratto identificativo di un popolo, guarda disperatamente avanti per non affondare. L’Albania ha una sua storia molto particolare e tanto antica ma sembra che quella generazione dei barconi del ’91 abbia disconnesso con il passato, come succede oggi con i cinesi nei confronti della loro storia, rinnegando a se stessi la rimessa in discussione sul piano sociale e morale del ruolo che quella vecchia classe intellettuale ebbe in quel tempo e del ruolo che avrebbe dovuto assumere nella conduzione del paese e dei propri figli. Ma quella classe politica se ne è lavata le mani e a differenza di Ponzio Pilato che lo fece dinanzi a tutti in questo caso diventa una rappresentazione simbolica per dipingere un’azione illegale di coloro che hanno abiurato nel nome del terrore il loro grido. Trovo che sia, oggi più che mai, necessario fare un passo indietro, voglio dire che sarebbe più convenevole sedersi per comprendere e tirare fuori quella radice chilometrica per capire cosa è andato storto e per donarsi la possibilità di ricongiungere l’identità storica all’identità sociale odierna. Possiamo concludere dicendo che l’Albania oggi si presenta come un paese che non ha ancora sviluppato la transazione dall’economia pianificata a quella del libero mercato. Lo Stato albanese non ha ancora provveduto a sviluppare delle politiche sociali che possano fronteggiare le realtà più vulnerabili e questo è dovuto alla carenza di strutture istituzionali che sanciscono il pieno sviluppo delle formule di mercato. di Anita Likmeta su The Huffington Post 

Rinascita dell’aquila a due teste (parte prima).

L’Albania. Cosa si pensa dell’Albania? Chi la conosce? La lingua, il territorio, le usanze, i costumi, la religione, il popolo. Mi sono sempre chiesta come mai quando si pensa all’Albania la si associa immediatamente alle immagini dei profughi che sbarcano dalle navi e successivamente ai barconi di quel lontano periodo che seguì la guerra civile oppure un’altra associazione è quella legata a quell’aspetto intimista, ma sempre possibilista, a partire dall’abbigliamento scarno e privo di dettagli identificativi, anzi il dettaglio che identifica quasi tutti è la visione di un gruppo di persone che si chiamano immigranti quindi nullatenenti, quindi poveri, con quella faccia che chiede la pietas umana quando si trovano tutti insieme agli altri immigranti provenienti dal nord Africa o altri paesi dell’est ad attendere con il numero e la ricevuta di ritorno in mano l’apertura delle questure nelle città italiane nelle prime ore del mattino per avere il permesso di soggiorno. Ma chi sono gli albanesi? Questo popolo balcanico che fatica a farsi conoscere per quello che è stato e per quello che è diventato. È straordinario vedere le facce della gente quando ti chiedono “di dove sei?” e tu “sono albanese!” e loro “ah!” e comprendi subito dal rigurgito quel impertinente pregiudizio. Sono passati ventidue anni dal primo sbarco e 16 anni dall’ultimo eppure non sono bastati per espiare quella colpa celata che gli albanesi hanno ma soprattutto quel pro-giudizio, e dico pro in quanto si compie un atto di favorire il mal pensare cioè a favore per cui “pro il giudizio” come se tutti fossero tenuti a darne uno a priori, che gli “altri” nutrono. Mi chiedo: “gli altri chi?” chi oggi si può permettere ancora di sentenziare su una storia e su un popolo del quale non si conosce praticamente nulla?! Ma poi accendi la televisione, leggi i giornali e tutti lo pensano, tutti lo temono “l’albanese è cattivo, è mafioso, è criminale, è senza morale, vende le proprie donne e le donne, a loro volta, sono delle meretrici, donne pronte a tutto, donne che possono portarti via il marito, il fidanzato, il compagno, insomma donne che distruggono!”. Ecco, questo è quello che di reale frulla nella mente della gente. E gli albanesi? Quelli che cercano il vero riscatto camminano a testa bassa operosi, non cercano nessuna attenzione, troppa la vergogna di un passato che non ti abbandona, che ti presenta la fattura nonostante tu non abbia colpe se non quella di essere nato nel Paese delle aquile. Altri, che vivono al di sopra delle proprie possibilità ostentando una ricchezza che non possiedono, una ricchezza che non può essere associata alle possibilità di rimediare macchine di lusso o case stravaganti. Altri che hanno deciso di abbandonare le proprie vite nelle mani dei sciacalli o altri, che in Albania sono rimasti ripiegati su stessi ad attendere i figli emigrati che a loro volta, narrano una vita meravigliosa che non possiedono giusto per tranquillizzare coloro che hanno i cuori spenti e gli occhi chiusi. Ma l’Albania oggi è mutata, è irriconoscibile. Il lavoro svolto negli ultimi quindici anni da aziende e multinazionali straniere hanno ridipinto lo scenario teatrale di questo Paese che ha ospitato sette eserciti durante le guerre mondiali. Perfino i bunker, i famosi bunker che oggi si contano 750 mila in totale in tutto il territorio, quelli costruiti durante il periodo della dittatura di Enver Hoxha sono stati, su richiesta di Edi Rama oggi primo ministro dello Stato albanese, dipinti di colori sgargianti, così per ridare decoro alle città che ospitano queste costruzioni del periodo Hoxha che oggi rappresentano un pezzo di storia da non dimenticare. È importante il concetto del “io ricordo”, talmente importante che la bandiera albanese, un’aquila a due teste su sfondo rosso fuoco, invita proprio a prendere atto di quello che è stato il passato, la testa dell’aquila che guarda a sinistra, per non compiere gli stessi errori nel futuro, la testa dell’aquila che guarda a destra della bandiera. Ma torniamo agli albanesi e al pro-giudizio che si nutre nei confronti di questo popolo che, in un modo o nell’altro, ha avuto una rilevanza storica importante per quanto riguarda il territorio in quanto si trova al centro dei Balcani, e per il legame che lo Stato albanese ha avuto con l’Italia. È straordinario vedere che oggi l’italiano medio si trova costretto, a causa della crisi economica che incombe in Europa, a fare il viaggio all’incontrario cioè ad andare in Albania per fare le vacanze estive ad un prezzo stracciato. E già, oggi succede questo, succede che l’impossibilità di non permettersi più di tenere il naso all’insù pieno del proprio giudizio porta l’altro, cioè l’italiano o altri europei, a rivalutare le proprie considerazioni razziste; gli italiani non sono più pro giudizio, e così che il pregiudizio viene meno quando imbarcano le loro macchine munite di bagagli sui traghetti che fanno il viaggio verso il Paese di fronte. Mi chiedo, come mai questo cambiamento repentino? Devono forse gli albanesi ringraziare la “santa madre crisi” per aver rimesso in discussione il concetto del pregiudizio o semplicemente è una forma di prevenzione nei confronti di un popolo che in fondo si teme: “sono albanesi, potrebbero derubarci, potrebbero ammazzarci!”. È chiaro che la necessità può far sì che venga meno la dignità dell’uomo. Alla fine chi se ne importa! In Albania si mangia bene, perché i ristoratori che hanno aperto i locali hanno tutti studiato in Italia, e si dorme negli alberghi di lusso delle città costiere che ti fanno prezzi ridottissimi rispetto al cambio valuta che puoi trovare in Europa. L’Albania non la ferma più nessuno, neanche gli italiani desiderosi di avere tutto a prezzo ridottissimo. Oggi però non è il più tempo del fratello maggiore che si atteggiava, un tempo, a sceriffo riluttante. Oggi l’acqua del fiume non è più la stessa. L’Albania negli ultimi anni, dal 2004 al 2008, ha avuto una crescita economica notevole ma questa crescita ha visto la sua caduta tra il 2009 e il 2011 a causa delle riforme fiscali e dei pochi investimenti stranieri. Per molti ancora l’Albania rappresenta una scelta pericolosa a causa della sua promiscuità culturale in un’area di transizione che si divide ancora oggi tra Oriente e Occidente. L‘occidentalismo a cascata che oggi si verifica in tutti gli Stati balcanici, inclusa l’Albania, racchiude in sé un carattere negativo in quanto carattere identitario poiché viene meno l’idea della balcanizzazione rispetto all’aspirazione a definirsi europei. Il settore agricolo, o meglio l’agricoltura di sussistenza, sostiene un quinto del prodotto interno lordo del paese anche se negli ultimi anni novanta c’è stata una transizione economica con la diffusione di piccole e medie imprese manifatturiere a partire dalle calzature all’abbigliamento a piccole imprese agro-industriali che grazie alla collaborazione di società interne miste con imprenditori italiani hanno fatto si che si registrasse una crescita economica non indifferente. Chiaramente gli imprenditori italiani investivano, nonostante i dubbi e le paure nei confronti di un territorio che si presentava inospitale a causa della mancanza di grandi reti di comunicazione moderne e veloci, in piccola scala ma questo permetteva anche la possibilità di un vero affare economico in quanto le imprese venivano favorite dal basso costo del lavoro, dato che l’Albania risultava tra i paesi che avevano il più basso costo in Europa. Inoltre la disponibilità delle risorse naturali, l’Albania possiede le più importanti risorse minerarie: il nichel, il petrolio, il carbone e cromo; da sottolineare ancora la possibilità delle riserve di argilla, dolomite, gesso, bitume, marmo, vetri vulcanici e il sale marino bio-naturale di prima qualità nella regione di Valona e sulla riviera del sud del paese. Queste imprese furono aiutate grazie alla riforma costituzionale con le prime elezioni multipartitiche nel marzo del 1991, il periodo delle prime immigrazioni in massa, e si conclusero nel 1998. Ma tra il 1997 e il 1998 a causa delle grandi insurrezioni popolari il processo di riforma e di ricostruzione sul piano politico sociale ed economico vide l’arresto e questo portò il paese in un profondo caos e con la perdita di credibilità nel panorama internazionale e con la immediata caduta degli indicatori macro-economici seguito al processo democratico. Le cause delle rivolte popolari furono dovute al fallimento delle società piramidali ai quali gli albanesi avevano affidato i loro risparmi dietro la promessa di un’alta rendita del capitale investito. Nonostante l’instabilità creata da questi eventi conseguenti alregime di Hoxha, il quale aveva de facto inseguito una stabilità economica attraverso l’immobilismo politico e sociale, l’Albania si è risollevata dalle sue ceneri grazie alla trasformazione repentina che ha permesso una rinascita economica senza precedenti. La situazione potrebbe ulteriormente migliorare se i politici andassero oltre i loro personalismi e interessi privati ma in fondo non si può pretendere di passare da uno Stato sotto sviluppato a quello di in via di sviluppo senza la presenza dei lupi. di Anita Likmeta su The Huffington Post

Storie disumane di barche piene di umani.

Rieccoci. La storia si ripete. Sistematicamente. Ancora barconi. C’è una piccola differenza questa volta: nessuno parla più in maniera approfondita di queste nuove ondate di immigrazione, cioè stiamo parlando di migliaia di vite umane che si continuano ad intercettare nel Canale di Sicilia. I riflettori questa volta non sono stati puntati come in passato perché il mezzo mediatico, questa macchina, è divoratrice di ogni virtù umana, anzi è umana lei stessa poiché è una riproposizione dell’interiorità dell’autore. Gli uomini non sanno più discernere tra ciò che è giusto e ciò che è ingiusto, allora ci rapportiamo a queste macchine che più virtuose dell’umanità stessa definiscono gli applausi da dedicare al nuovo show donandosi al mondo in omaggio in cambio della sua noia sociale. Ma questa volta neppure la più immane disgrazia può soddisfare l’appetito dell’individuo dallo spirito deturpato dalla propria negligenza. La tragedia non la vivono più loro, gli altri, la tragedia epica siamo noi che rimaniamo immobili costretti nella paura ed incapaci a fare la differenza come popolo. È allarme. L’Italia è ancora sola. È sola? La comunità internazionale risponde tiepidamente alla questione e senza prendere una decisione pratica e definitiva. Dalla Libia partono nuove imbarcazioni che provengono dall’Eritrea, dalla Siria, dalla Nigeria. Angelino Alfano circa un mese fa parlava di nuove ondate, si contava una stima che andava dalle trecento alle seicento mila persone che sarebbero sbarcate. L’estate è quasi finita e queste previsioni hanno, possiamo dire, superato tali stime considerando coloro che sono riusciti a raggiungere le coste italiane e coloro a cui è toccata la sorte di giacere nel fondo del Mediterraneo. Di tutta risposta il leader dell’opposizione greco Syriza, Alexis Tsipras, candidato per la sinistra europea a presidente della Commissione Unione Europea con la lista“l’Altra Europa” commentava le parole del ministro Alfano sostenendo che “Se sono così tante le persone che vogliono passare le frontiere per venire che non glielo impedirà né Frontex, né tutte queste misure repressive. È un punto nero della politica europea, l’aver trasformato il Mediterraneo in un cimitero di anime, e loro di voler continuare le stesse politiche.” Ma io chiederei a Tsipras ma “loro chi?” fino a prova contraria la Grecia fa ancora parte della comunità europea, eppure non viene toccata nel profondo dall’argomento perché i profughi non sbarcano di certo in un paese che ormai non produce alcun bene né dal punto di vista culturale né economico. Ma ha ragione il leader dell’opposizione greca, Tsipras, a sostenere che nessuno fermerà queste nuove ondate, e questo semplicemente perché nessuno può fermare la disperazione che spinge gli immigranti a contrarre debiti pur di partire nella speranza di incontrare il futuro altrove. Il futuro altrove però si scontra con il nuovo sistema eretto per controllare i flussi migratori. Il serpente Frontex. Quest’ultimo, il cui nome tanto mi evoca una medicina contro i parassiti per gli animali, è stato fondato nel 2004 ed è diventato operativo il 3 ottobre dell’anno successivo con sede a Varsavia, in Polonia. L’Agenzia opera in tre distinti settori che corrispondono alla tipologia dei confini cioè mare, terra e aria. Sul sito della Frontex si legge che l’Agenzia “aiuta le autorità di frontiera dei diversi Paesi europei a lavorare insieme”. Ma davvero è così? Evitiamo di porci questa domanda perché gli scenari che si potrebbero aprire ci inquieterebbero, forse. Tornando alla questione iniziale ci chiediamo, come ha intenzione di agire il nostro Governo? Non si può tacere davanti a queste nuove ondate, non si può fingere dinanzi alla possibilità di nuovi disastri. Siamo alle porte dell’autunno e la probabilità di nuove partenze e di nuovi arrivi è dietro l’angolo e neppure le condizioni climatiche dei prossimi mesi arresteranno il fenomeno che come vediamo sta sempre più crescendo a causa dei conflitti politici che stanno affliggendo il Medio Oriente. Come abbiamo intenzione di muoverci? Il presidente del Consiglio Matteo Renzi in una sua intervista a Porta a Porta annunciava che ne avrebbe discusso all’incontro con il segretario generale Ban Ki Moon, in visita a Roma, e sostenendo che “In Libia bisogna mandare un inviato speciale dell’Onu, lo chiederemo formalmente come Italia”, e io mi chiedo come potrebbe chiederlo diversamente?! E aggiungendo che “Se riusciamo a portare l’agenzia dei rifugiati a intervenire sulle coste libiche forse c’è un minor rischio di intervento in mare, se Mare Nostrum non è fatta solo dalla Marina Italiana ma dall’Ue forse le cose vanno meglio”. Questa è la viva speranza che nutre il nostro Presidente del Consiglio, ma che dobbiamo subito deludere perché caro Renzi non sarà l’agenzia dei rifugiati, come lei sostiene, a frenare le nuove orde di rifugiati. Ma possibile che noi italiani siamo così basici? Possibile che la soluzione ai nostri problemi debba arrivare sempre da qualcun altro?! Ve lo ricordate nel 1996 quando cercarono di fermare un barcone che era partito dalle coste di Valona in Albania? Nessuno ricorda più quell’episodio, quella tragica notte che portò via più di cento anime sul canale di Otranto. Nessuno la fermò perché tanta era la disperazione di chi ormai aveva già contratto debiti e non poteva più tornare indietro. E se lo dicevano, chi proviene da queste storie ne è a conoscenza, che “o la morte o mai più indietro” e così è stato per una moltitudine di disperati. Ecco io credo che stiamo parlando dello stesso dolore, degli stessi barconi e delle stesse storie disumane di barche piene di umani. Ma non possiamo farci trovare impreparati anche questa volta. Come paese interessato, in quanto faro che si estende sul Mediterraneo, lo stivale che sta stretto ormai a tutti, dobbiamo cercare di comprendere come agire e quali leggi noi come paese europeo e legiferante dobbiamo imporre invece di subire come dei camerieri che raccolgono le cicche di gomma per terra ai clienti maleducati. Renzi deve prendere posizione perché non possiamo aspettare che la comunità europea nutra la pietas nei nostri confronti come se ci dovesse un favore. Non accetteremo come risposta dalle parti del governo europeo un atteggiamento omertoso. Qualcuno dovrebbe dire alla Comunità Europea che i fondi non bastano; lo sostiene il Cir, Consiglio italiano per i rifugiati, il quale gestisce il centro Sprar a Verona, che ospita per ora 3.500 posti in tutto il paese e la cui disponibilità quest’anno si è allargata a 13.000 posti, ai quali si potrebbero aggiungere altri 7.000 in caso di estrema emergenza, ma nonostante ciò il direttore del centro integrazione Christopher Hein conferma che i posti disponibili e finanziati sono già occupati. L’Europa si chiede come vivono questi rifugiati in questi campi disgraziati? Qualcuno racconta la condizione in cui questi esseri umani vengono trattati in questi centri dove il primo nemico è la noia delle giornate svuotate da ogni senso costruttivo? Questi esseri che aspettano mesi e mesi il tanto desiderato “status di rifugiati”. In teoria la permanenza in un centro d’accoglienza non dovrebbe durare più di 35 giorni. Infine questi rifugiati al momento del ritiro del documento o permesso di soggiorno a scadenza spesso finiscono per strada e non ricevono alcun aiuto dallo Stato. Questa realtà delle cose finisce per sovvenzionare la microcriminalità poiché un individuo che non si trova nelle migliori condizioni umane di certo per sopravvivere alla nostra realtà di non più civiltà si predispone umanamente a marchiare la sua, quella di profugo, non più identità. Noi non vogliamo solo una soluzione che preveda di parcheggiare gli immigranti trasformando le nostre città in campi profughi, ma vogliamo che si trovi una risposta concreta e che i governi siano cooperanti tra loro, ma soprattutto caro Renzi, lei che rappresenta la voce inascoltata del governo italiano nel mondo, provi a gridare un po’ di più riportando l’urlo del suo popolo che sta declamando di essere in crisi e di essere disperato per un posto di lavoro. Questo “urlo” deriva anche dal fatto che gli italiani, da sempre ospitali e attenti al dolore “degli altri”, proprio per la compassione che nutrono nel cuore per questa gente senza poter aiutarla, chiedono che vengano fermate le ingiustizie. Questa richiesta diretta nasce dall’esigenza di non permettere che un essere umano viva nelle tenebre della illegalità e quindi nel disagio. Caro Renzi, io Anita Likmeta, ex profuga di guerra, le chiedo personalmente di dare una risposta concreta sul da farsi e visto che nelle sue varie interviste lei stesso si è proposto come salvatore dell’Italia ecco, direi, è arrivato il suo momento: “SALVACI”. di Anita Likmeta su The Huffington Post

PIL Paura dell’Integrazione Liberista.

Ecco ci risiamo. Io non sono la persona più adatta per parlare di politiche d’integrazione monetaria ma cercherò di andare per ordine per comprendere questa nebulosa situazione che ci avvolge. Mi chiedo quanto di credibile c’è in quello che il M5S sostiene caldamente riguardo il “Decreto Banca d’Italia“. Nel gran caos organizzato del Movimento sull’affare Imu – Bankitalia – Boldrini – Di Battista – Bignardi – Sofri – Augias – Fazio, nell’horror vacui della civiltà telematica si è persa ancora una volta di vista la vera questione: cosa rappresenta davvero il decreto IMU – Bankitalia? Cosa dice? Partiamo dalle questioni tecniche e di regolamento: potremo pensare che è una pessima scelta, in perfetta linea con i governi precedenti, quella di unificare due o più questioni in un decreto unico. La scelta di arrivare all’ultimo giorno e usare meccanismi quantomeno irrituali per arrivare a votazione non è di certo una scelta di qualità ma così è andata. Ma cosa dice il decreto Bankitalia in soldoni? Il decreto ricapitalizza il capitale sociale della Banca D’Italia portandolo da 156 mila euro a 7.5 miliardi. Perché? Il primo motivo è abbastanza semplice: dopo la crisi, gli istituti di credito italiani si sono trovati sull’orlo del fallimento. Quando è accaduto negli Stati Uniti e altrove, i governi centrali hanno evitato il disastro rifinanziando le banche, anche perché queste detenevano e detengono grossi capitali di titoli pubblici. Con la Banca d’Italia si è fatta la stessa cosa. Per certezza dell’informazione leggiamo l’articolo 39 dello statuto della Banca d’Italia: “Gli Utili netti vengono per il resto distribuiti come segue. Il 20% degli utili netti conseguiti deve essere accantonato al fondo di riserva ordinaria. Col residuo, su proposta del Consiglio superiore, possono essere costituiti eventuali fondi speciali e riserve straordinarie mediante utilizzo di un importo non superiore al 20% degli utili netti complessivi. La restante somma è devoluta allo Stato”. Com’era composta la compagine azionaria dell’istituto fino a oggi? Intesa Sanpaolo ne possedeva il 27,3%, Unicredit il 19,1%, Generali il 3,3% e così via. Il decreto mira a ridurre le quote massime di partecipazione al 3%. Perciò tutti quelli che ne possiedono in eccedenza dovranno vendere le quote. La preoccupazione sta nel fatto che la stessa Bankitalia debba acquistare in un secondo momento queste quote in eccedenza utilizzando i soldi dei contribuenti, trasferendo così denaro verso gli istituti più importanti, ovvero Intesa Sanpaolo e Unicredit. Il problema è che il decreto intanto riequilibra posizioni che erano al limite dell’incostituzionalità: quando hai il trenta percento di una banca sei vicino alla posizione di controllo: che mostro giuridico è quella banca che controlla economicamente la banca di controllo per antonomasia: Bankitalia? Il capitale di Bankitalia era intatto dagli anni trenta, non è mai stata ricapitalizzata, e questo l’ha messa in posizione di netta difficoltà nei confronti delle sue consorelle comunitarie. Si tratta in sostanza di riallineare le quote con gli altri partner europei, così come si tratterà in futuro di allineare parecchie altre politiche, sulla fiscalità, sul costo del lavoro, su altri grandi, grandissimi temi. Un altro nodo da sciogliere, che secondo Grillo costituisce una questione fondamentale, è che con la conversione in legge di questo decreto “regalerebbe” la Banca d’Italia alla grande finanza internazionale, impedendo al popolo italiano di conquistare la sovranità monetaria, e che in vista di un ipotetico tracollo dell’eurozona potrebbe essere un disastro. Ma ora cerchiamo di comprendere meglio e di stanare le ragioni che sono dietro questa forte polemica. Ci sono forse dietro eminenze grige che manovrano il Movimento? La manovalanza al lavoro sulla Boldrini l’abbiamo vista: adesso vorreste per favore spiegarci qual è la politica monetaria e comunitaria del Movimento 5 Stelle? Siete favorevoli o contrari all’integrazione europea? State pensando di risolvere i problemi italiani (come droga, immigrazione e criminalità) come nazione o come federazione di nazioni? Pensate che il criterio della svalutazione sia ancora un meccanismo valido nel villaggio globale in cui ci troviamo e non piuttosto (come l’Argentina) una spirale esiziale che porta dritti al fallimento? Siete in grado, in una parola, di indicare la strada verso una integrazione europea meno liberista? O sapete solo cedere a spinte nazionaliste e vagamente destrorse di immaginaria “sovranità monetaria”? Vorremmo avere una risposta limpida in merito alla questione. Vi aspetto in macchina. di Anita Likmeta su The Huffington Post

Digerire (parte II) Rinascere nel viaggio. Nel dolore.

Parliamo delle donne. Voi li vedete questi migranti, questi esseri umani che il mondo arabo sta vomitando sulle coste italiane, al confine francese, la materia che sta generando un problema diplomatico tra Italia e Germania, tra Italia e Francia, tra Italia e Unione Europea. Dai luoghi delle rivolte, della guerra civile e delle dittature la maggior parte degli immigrati che partono sono uomini, anche se negli ultimi anni questo fattore è venuto sempre meno. Allora io mi chiedo e vi chiedo: dove sono le donne? Restano nelle zone di guerre, restano indietro per affrontare da sole quello che resta delle rivoluzioni, delle rivolte, a ricostruire dopo la morte, a rinascere, aspettando magari un giorno il ritorno dei loro uomini. Alle donne il compito di rifondare la società, di farla uscire dallo stato semi tribale o dittatoriale e agli uomini quello di cercare fortuna nei paesi cosiddetti avanzati. Nei cosiddetti paesi civili una ragazza come me non può prendere un autobus da sola, né alle quattro del mattino, né a mezzogiorno e men che meno alle nove di sera. Nei paesi cosiddetti civili una ragazza come me non può e non deve vivere una vita da single senza che questa diventi un vero e proprio inferno. Questi paesi sono civili come una guerra, civile. Questo perché ci si è dimenticati della donna. La donna è diventata ormai oggetto del pubblico piacere, la possibilità dell’essere forti in quanto esiste un sesso debole, l’attrazione degli occhi. La percezione della realtà oggigiorno è un grido d’allarme che riguarda l’incapacità atavica di affrancarsi da determinati preconcetti culturali. Ho sempre avuto la sensazione che una donna che viene da realtà di sofferenza, da un paese in smobilitazione, che ha subito atrocità di ogni tipo, è una donna che può essere facilmente succube, che si può addomesticare magari anche soltanto con la commiserazione. Se poi una donna, compiace il desiderio di certi uomini, può essere vista inconsapevolmente, in certi casi, come un trofeo di caccia in una società ancora a trazione “testosteronica”. In tutto questo c’è un “ma” dovuto all’intelligenza che una donna può avere e questo può spiazzare e rendere furioso il misericordioso ominide di turno. Le donne che partono devono affrontare nel viaggio una triplice lotta per affermarsi: come straniere, come donne e come persone lucide ed intelligenti. Molti paesi d’Europa cosiddetta “democratica” hanno grandi problemi ad accettare l’integrazione e l’emancipazione perché lo straniero fa paura, è destabilizzante; se poi ha anche idee proprie e autonome diventa una minaccia. Il vulnus umano sono gli occhi, una ferita aperta. Il dolore delle donne sta proprio in quel modo di non essere mai considerate in quanto esseri uguali con gli stessi diritti e doveri. Vivit sub pectore vulnus cioè la ferita sanguina nell’intimo del cuore, come diceva Virgilio nell’Eneide in riferimento a Didone, e per molte donne è proprio così. In molti paesi la donna viene rappresentata come essere immobile attaccata alla realtà delle cose, attaccata alla tradizione da preservare. Ci sono molti miti che potremmo citare a partire da Penelope che doveva restare nella zona della dimensione reale della vita, in attesa del ritorno del suo uomo. La donna immobile legittima la mobilità dell’uomo. La visione immobilista sulle donne trova le sue origini nel mito ma è anche un fatto storico poiché il viaggio viene associato soltanto alla virilità dell’uomo e questo genera un carattere antitetico alla femminilità. Le ragioni di questa discriminazione vanno ricercate anche nella letteratura ufficiale dei primi del Novecento quando le figure di riscatto della nazione non potevano essere femminili e tanto meno, qualora lo fossero state, le avrebbero elogiate. La mia personale storia è sicuramente collocabile in quella di figlia di una donna, quale mia madre, che ha compiuto la difficile scelta di espatriare in cerca di un futuro migliore, in cerca di possibilità ma soprattutto in cerca di una possibile realtà dove fondare le proprie radici e ricostituire la propria identità e riprendere in moto ciò che a certe donne come mia madre è stato negato o non è stato possibile. L’emigrazione femminile dovrebbe essere un argomento da riprendere, a prescindere dall’entità numerica di chi parte e di chi resta, e merita un approfondimento dal punto di vista storico proprio per la sua specificità e peculiarità. Il mio breve racconto non ha la presunzione di essere un articolo che tratta il viaggio delle donne come un trattato antropologico sulle donne ma una semplice riflessione che mi induce ad addentrarmi in quanto io stessa sono stata e sono tuttora soggetto di e nella storia. Il viaggio, sia quello delle donne che partono o di quelle che rimangono e sia quello degli uomini, rappresenta la possibilità che una forza generatrice capace di mutare, trasformare, raffinare e innalzare gli spiriti porta al cambiamento. Questo viaggio si compie attraverso la consapevolezza del dolore da superare. Il dolore in qualche maniera rappresenta già la fonte di emancipazione umana. Quell’antico obbligo al dolore, in quanto si compie una scelta attiva e talvolta o spesso passiva, è una viva ed essenziale componente psicologica e biologica e non è contaminato dall’illusione ottimistica dell’idealismo e del positivismo in modo deciso e radicale ma è capace di interpretare l’inquietudine profonda che la società occidentale vede come minaccia a causa del crollo dei valori tradizionali, messi in crisi dall’attivismo spregiudicato e dallo spirito di sopraffazione dei mercati e dunque del capitalismo. Il dolore è un atto di iniziazione, non è mai fine a se stesso. Nel dolore non vi sono casualità ma soltanto possibilità. Arrivare “attraverso” il dolore per ottenere la possibilità. Infine il dolore è cosa unicamente di Dio, appartiene soltanto a Lui in quanto Egli è la felicità infinita e soltanto nel Signore Gesù si trova la conclusione dell’angoscia misteriosa del dolore. É così che il viaggio si identifica profondamente nella vera e unica visione cristiana che nel dolore trova la sua fonte di liberazione, cioè un’azione libera. Il viaggio nel nostro tempo è di tutti noi, di piccola o grande distanza, per cui il dolore è tutt’uno con tutti noi, tutt’uno con Dio, anzi lì è Dio stesso. Il viaggio, in quanto non vive nell’accezione da protagonista o spettatore ma quello di strumento, ci porta a spogliarci delle nostre debolezze e dalle falsità e illusioni e in esso il nostro spirito si emancipa alla Verità. Il dolore e il viaggio sono essenza delle “uoma” cioè delle donne. Fa parte della loro rinascita, è capacità di discernimento, vive in coloro alle quali è toccato nuovamente riconoscersi e che sanno e sapranno sempre trascinarsi avanti. Più della consapevolezza del peccato, più del farsi “attraversare” dal viaggio e dal dolore più del “qui non finisce mai…” e più del silenzio dell’essere in orrore una donna che rinasce è un atto, un dono, della splendida creazione. di Anita Likmeta su The Huffington Post