Letteratura

In esilio: una finestra spalancata e un bosco per salvarci.

Ci sono libri che gli autori scrivono per gli altri allo scopo di gratificare loro stessi. E ci sono i libri che gli autori scrivono per prima cosa per loro stessi. Gli altri ci sono, perché è così e non può essere diverso da così, ma l’impressione, leggendoli, è che chi li ha scritti lo abbia dovuto fare, perché ne aveva bisogno, come si ha il bisogno a volte di aprire la finestra e prendere una boccata d’aria, oppure di salire sulla macchina e andare verso un bosco, più lontano e isolato possibile. Ecco, queste cose le puoi anche chiedere a un altro, oppure le puoi fare insieme a qualcun altro, ma non è lo stesso. Leggendo In Esilio si percepisce che il libro è una finestra spalancata e un bosco. Con una finestra si possono fare solo alcune cose: ci si può mettere in mostra, tipo balcone di qualche palazzo, con raduno oceanico sottostante o senza; si può chiacchierare con il dirimpettaio, dei Mondiali o dell’offerta della settimana della Lidl, un contapassi a pile; si può calcolare cosa succede se uno si butta davanti al negozio del macellaio; oppure si può stare lì zitti, con un sorriso che contiene tutto e il contrario di tutto, e pensare alla vita, alle cazzate e alle cose essenziali, al passato e a qualche sogno tenace che resta, a dispetto di tutto. Rimane il bosco. E in un bosco si può solo scappare e nascondersi. Per fare l’amore con una donna o per evitare certa gente che ancora oggi domina le strade e le infesta. In entrambi i casi il bosco rappresenta la salvezza. Lo sapeva perfino Cappuccetto Rosso: il bosco è salvifico, perché il lupo è mille volte meno micidiale del cacciatore, e forse anche della nonna. La crisi consiste nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere. Le prime parole che incontriamo nel libro sono queste. Sono di Antonio Gramsci e sono tratte dai Quaderni del carcere. Se restiamo fedeli alla teoria di base, o meglio all’impressione immediata che questo sia un libro necessario, per l’autore e non solo, le prime parole non possono essere casuali né messe lì tanto per fare show. Siamo implicitamente invitati a ragionarci sopra, a sentirle dentro, confrontandole con ciò che percepiamo e con il mondo che siamo e che viviamo. La parola “crisi” in giapponese si scrive con due ideogrammi: uno significa “pericolo”, l’altro “opportunità”. Non conosco purtroppo l’idioma nipponico e non sono certo che l’affermazione sia esatta. Ma mi piace pensare che lo sia. Se non è una verità assoluta è, perlomeno, una verità poetica. E la poesia ha molto a che fare con questo libro. Questo libro la contiene, ma senza mai farla esondare nella palude melensa della retorica, del patetismo o di qualche rivolo di parole scontate e stantie. Simone Lenzi ha senso del ritmo e orecchio, anche nelle dita con cui scrive. Appena percepisce che la frase sta virando un po’ troppo verso il lirismo deteriore corregge la rotta come un abile marinaio del porto di Livorno. Con un’imprecazione e un colpo di timone, un cambio di rotta fatto di realtà nuda e cruda, di facce da marciapiede o da televisione che peggiorano all’istante la gastrite e ti fanno correre via a cercare un paio di confezioni giganti di Maalox. L’epigrafe è tratta dai Quaderni del carcere. E questo libro ci dice, anzi ci ricorda, mostrandocelo, che il carcere non è una cosa lontana nel tempo e nello spazio. Non è un palazzone distante che non ci riguarda. Nel carcere ci siamo, tutti, ciascuno a suo modo, ogni giorno che campiamo. Sarebbe bello poter dire che non è colpa nostra e che siamo innocenti. In realtà nel carcere non ci siamo messi da soli, d’accordo, ma ogni giorno abbiamo consentito che aggiungessero uno strato di calce. Anzi, più di una volta abbiamo anche dato una mano, agevolando amabilmente chi ce lo costruiva attorno, con noi dentro a chiacchierare e a guardare “la storia dei ciccioni che non riescono più ad alzarsi dalla sedia. La storia dei nani che si amano (…) Delle reginette di bellezza assassinate nella provincia americana più profonda. La storia dei cuochi vagabondi che assaggiano una brodaglia in culo al mondo e cercano di spiegarti quanto è buona(…) La storia di quelli che si trasferiscono in Italia dall’Arkansas e scoprono che in Italia non usiamo l’asciugatrice per i panni, ma non importa, adoriamo questo Paese!” e mille altre meraviglie della nostra Mirabilandia globale. Fino a che l’elenco non sfocia in una frase che interrompe il riso corrosivo e ci dice non solo quello che ci è toccato in sorte ma anche ciò che sentiamo, davvero, nel profondo. Ci dice come siamo, non solo ciò che abbiamo. Ci svela quello che alla fine siamo arrivati a volere: “La storia delle grandi invenzioni umane e la storia dell’universo, dei buchi neri, delle galassie. La storia dei file segreti della CIA, dei grandi complotti, della vita su Marte, delle civiltà aliene, la storia del mondo fra cent’anni, dopo l’Armageddon di cui si ha sempre più desiderio e sempre meno paura”. Eccoci qua. Come la lettera rubata di Edgar Allan Poe, in bella vista, nell’elenco delle amenità micidiali è presente un sunto della situazione e un progetto di fuga. Giunti a questo punto, sommersi fino al collo da oggetti e immagini tanto innocui e insulsi da risultare annichilenti, l’Armageddon tutto sommato diventa un Luna Park, e l’impressione è che pur di scappare dalla simpatica routine che si strozza saremmo disposti a mangiare, altrove, quintali di zucchero filato avvelenato. Purché, appunto, sia lontano, sia da qualche altra parte, sia forma e spazio di esilio vivibile. La prima frase dell’autore che incontriamo in questo libro, quella con cui ci viene incontro e ci accoglie è: “Questa non è una storia. È un invito a guardare di nuovo il cielo di notte, in estate, come si faceva da ragazzi, quando cercavamo di riconoscere il disegno delle costellazioni. Non è una storia, perché le storie le abbiamo viste già tutte in televisione, per tutte le sere di questa nostra prematura vecchiaia in cui abbiamo smesso di uscire a guardare il cielo d’estate e siamo rimasti seduti sul divano ad ascoltare, a osservare milioni di storie che ci scorrevano davanti”. Una decina di pagine oltre, dopo avere elencato una quantità di scene prive di senso e di bellezza di cui ci nutriamo e a cui veniamo dati in pasto, Lenzi ci offre una chiave, o meglio ci dice di più, aggiunge un indizio, un segnale lungo la litoranea piena di curve che ci conduce verso il sogno o verso uno spazio sgombro e silenzioso: “alla fine non restava altro che la fine stessa in un cielo immensamente vuoto. Ecco, questo è un invito a indovinare la fine di un cielo immensamente vuoto in una notte d’estate”. Poco oltre, altre due indicazioni generose, di non scarso rilievo, come a lasciare una traccia per poter essere seguito, se non raggiunto, lungo il cammino: “Io non so che fine faccio – scrive Lenzi – e neanche so dire esattamente quando ho cominciato a fare la fine che faccio. Ma sono certo che sto facendo una fine. D’altronde, è quasi più facile capire che fine fanno gli altri”. Voilà: si è, anche nella fuga, sulla via dell’esilio, inesorabilmente soli e inesorabilmente in compagnia. Solo che è più difficile vederci vivere, come diceva Luigi da Girgenti , quello dei Sei personaggi e delle Maschere nude. È più difficile vedere la nostra stessa vita. Guardarla può voler dire rimanere risucchiati nell’abisso o in una risata sconfinata. Allora non resta che ragionare sulla mancanza di ragione che poi in fondo è il solo modo di sfuggire ai denti acuminati della logica, della consequenzialità: “Mi vengono in mente episodi apparentemente insignificanti, che forse non c’entrano l’uno con l’altro, ma che si presentano insieme alla memoria”, aggiunge. E qui entriamo in ballo noi. O meglio, tocca a noi provare ad accelerare il passo e cercare di cogliere un po’ più da vicino l’espressione di Lenzi, sempre a metà strada tra serietà e ironia; serissima l’ironia, e quanto mai amaramente ironica la serietà. Tocca a noi prendere tra le mani e soppesare quel vocabolo che sembra piccolo e accessorio e che invece è essenziale, nel paragrafo citato, nel libro intero e in tutta l’arte degna di tale nome. Il vocabolo formato mignon è quel “forse”. La parola quasi magica che ci fa rimuginare e pensare che, in realtà, gli episodi apparentemente insignificanti a ben vedere non sono insignificanti per nulla, e c’entrano, anzi “ci combinano”, l’uno con l’altro, e non solo l’uno con l’altro ma anche con noi, sì, noi, che inseguiamo a qualche passo di distanza, smarriti nel nostro personale percorso e con addosso la calce della nostra individuale galera di un colore appena diverso. Non avrebbe senso scrivere un libro che escluda chi lo legge, così come non avrebbe senso scrivere un libro in cui non venga messo, seppure tra filtri e dighe, qualcosa dell’autore, la parte più vera. E allora, dietro il filtro metaforico della storia di Lot che lascia Sodoma con moglie e figlie, ecco la frase che nasce dalla parte nuda e esposta, là dove ogni pensiero scava e fa male e bene, e uccide o salva sul serio: “Però una cosa in comune con la storia di Lot c’è, dissi a mia moglie, ed è che io devo andarmene sul serio da qui. Quindi bada bene che se ti volgerai indietro a rimpiangere la città, verrai trasformata in una statua di sale e io ti lascerò lì (…) Pensiamoci bene: devo andare in esilio, ma se tu non vuoi, possiamo anche non farne di niente. E tanto ormai esco di casa cinque minuti. Posso continuare”. Anche in questo caso l’espressione di Lenzi, sia della parola che dei lineamenti del viso che intuiamo, è di precisione millimetrica. Non dice “voglio andare in esilio”. Dice devo. E nello spazio che separa questi due verbi c’è tutto il mondo, il suo e il nostro. Si perché anche molti di noi ormai escono di casa cinque minuti al giorno. E anche molti di noi, a questo punto, non hanno una vita sociale neppure su Facebook. L’umorismo di Lenzi non fa mai sconti. Non assomiglia a quello del guascone del bar che urla e sbraita e ti prende a pacche sulle spalle mentre ti spinge verso il bancone raccontandoti una specie di barzelletta sconclusionata di cui tutto sommato capisci poco e ti frega ancora di meno. L’umorismo di Lenzi, al contrario, ti fa ridere quel tanto che basta per farti capire che da ridere c’è poco o niente. E quella che ti racconta Lenzi non è una barzelletta, almeno che non si voglia considerare barzelletta la vita. Ma forse è più corretto definirla freddura, o meglio ancora fregatura. Lenzi non ti trascina verso alcun balcone, non cerca applausi e risate a cuor leggero, assordanti e stordenti. Parla, piuttosto, con voce nitida ma senza urlare. Per farsi ascoltare solo da chi è realmente interessato, chi si ritrova nel tono, nella trama, nelle maglie della stessa rete, della stessa inferriata della stessa prigione. Sembra volerci dire, voi ridete, ma la mia voglia di fuggire è vera e nasce da cose che sono diverse dalle vostre, anche se in fondo vogliamo scappare tutti. Io non vi voglio insegnare niente, tranne una storia che non è una storia e che è tutto ciò che ho. La condivido con chi come me pensa che ognuno è soltanto se stesso ma è anche tutti gli altri, tutti i sentieri che attraversano altri terreni ma in fondo nascono dalla stessa palude e sognano la stessa radura più sana e pulita. Per far questo, lo strumento di Lenzi, anche nel senso musicale del termine, qui in queste pagine è la capacità di modulare i registri, passando dal colto al quotidiano, non per scelta, per necessità. Perché la complessità del mondo richiede di saper cogliere e accogliere dentro di sé il sublime, l’etereo …

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Verginità Rapite, di Ismete Selmanaj, Bonfirraro Editore

Verginità rapite: storia di Mira.

Il romanzo “Verginità Rapite”, adottato come testo di studio alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Palermo, oltre ad essere inserito come testo di lettura nelle decine di Istituti e scuole di Sicilia nell’ambito di un progetto del MIUR “Libriamoci, letture ad alta voce”, nonché finalista del Premio Letterario Giornalistico Piersanti Mattarella 2017. La storia racconta di una ragazza albanese, Mira, che diventerà molto presto donna. Mira trascorre l’adolescenza nell’Albania comunista tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80. A seguito di una violenza da parte del segretario del Partito della scuola rimane incinta, ed è costretta ad allontanarsi dalla sua famiglia per non disonorarla. Queste situazioni le cambieranno radicalmente la vita ma non le impediranno, una volta diventata una donna, di perseguire i suoi progetti per costruirsi un futuro migliore. Quando molti anni dopo, ex compagno Estref, l’aguzzino di Mira, afferma che: “Mira è una donna che mette le ali alle donne”, questo è il più grande riscatto di Mira e di tutte le altre donne abusate e maltrattate. Questo è il momento del grande cambiamento; l’aguzzino che ha paura della sua vittima, la quale ha preso consapevolezza di non essere debole, fragile e sola, ma forte, vincente e coraggiosa.  […] In quel momento, Mira pensò che sarebbe stato meglio essere morta piuttosto che sentire una cosa simile. Non aveva ancora compiuto sedici anni ed era incinta. Anche se non si fosse suicidata sarebbe morta per mano di suo padre. Mira sapeva che l’avrebbe fatto. Ma, assieme a lei, sarebbe morto anche il bambino. In quegli anni l’omicidio per onore, che non era ammesso dalla legge, conferiva il diritto ai maschi disonorati della famiglia della ragazza di ripristinare l’onore immediatamente. Secondo un codice non scritto, l’onore della famiglia dipendeva dalla verginità o dalla castità della donna. Quando la perdita della verginità era evidente a causa di una gravidanza, uno dei maschi della famiglia poteva anche uccidere la ragazza. Vi erano stati casi simili e lo Stato si era limitato a punizioni minime. In tal maniera, questo gesto, veniva quasi legalizzato. L’onore veniva così subito riacquistato, mentre gli uccisori venivano visti come uomini veri che difendevano l’onore della famiglia. Le leggi scritte, di volta in volta, subiscono modifiche, mentre quelle non scritte non muoiono facilmente. Mira non pensava più a sé, ma al bambino. Avrebbe fatto il possibile per salvare quella creatura innocente. L’istinto più atavico e naturale del mondo le suggeriva di difendere anche con la propria vita la creatura che aveva dentro di sé. L’istinto della madre rappresenta ciò che ha condotto e che ancora conduce la vita da milioni e milioni di anni. I ricordi di Mira di quel giorno sono come avvolti dalla nebbia; prima l’arrivo a casa, l’entrata in stanza, il padre che si toglie la cintura dei pantaloni. Senza dire alcuna parola, aveva cominciato a colpirla. Mira, istintivamente, pensava solo a proteggere il suo ventre, il luogo ove stava suo figlio. Il padre la colpiva con quanta forza poteva. «Meglio che tu sia morta, che piena di vergogna! Ci hai rovinati, maledetta svergognata, eri così vogliosa di un uomo, ma adesso ti farò conoscere io il vero uomo» e continuava a colpirla. Mira pensò che la fine fosse vicina. La madre si avvicinò impaurita al marito. «La stai uccidendo, basta!» e si parò davanti a Mira. «Non hai ancora capito? Ammazzerò lei e quel bastardo che le ha fatto questo. Questa è una vergogna che non posso accettare. Preferisco marcire in carcere, ma solo dopo aver riottenuto il mio onore. Se vuoi rimanere lì, fa’ pure, ma vi giuro sugli ideali del Partito che vi ucciderò entrambe» e prese a colpire Mira e la madre che la stava proteggendo. L’istinto materno trionfò anche in quell’ambiente lugubre, in quella mentalità arretrata in seno ad un’ideologia folle. Mira, nel sentire il padre giurare sugli ideali del Partito, ebbe un colpo. “No, non è giusto”, pensò tra sé, “io e il mio bambino moriremo e il pervertito che mi ha procurato tutto ciò rimarrà vivo, mentre mio padre continua a urlare lodi al suo Partito”. Con uno sforzo notevole riuscì ad alzarsi in piedi. Il padre, quando la vide sollevarsi senza alcuna lacrima e con occhi rivolti verso di lui, ebbe un fremito alla mano. La osservò inebetito e forse solo in quel momento realizzò che veramente stava uccidendo la sua piccola Mira, la sua dolce Mira. «È il tuo Partito ad avermi fatto questo!» gli disse Mira con decisione. Sia la madre che il padre non capirono nulla. La madre parlò per prima, approfittando dell’esitazione del marito. Ella sapeva bene che il marito avrebbe dato anche la propria vita per il Partito. «Cosa vuoi dire con questo?» chiese a Mira; quindi mormorò al marito di sedersi. Mira pensò a come dirlo, ma in quel momento non aveva alcunché da perdere, doveva condurre la discussione alla sua fine. «Sono stata stuprata e violentata dal compagno Estref» dichiarò infine. Mira ebbe molte difficoltà ad interpretare le facce dei suoi genitori. Nei loro sguardi si potevano leggere sfiducia, stupore, odio e compassione. «Non può essere vero!» disse il padre per primo. Mira si aspettava quella risposta. La sua dedizione al Partito, ai suoi membri e soprattutto al Primo Segretario del Comitato di Partito nel distretto era piena e sincera. Non poteva aspettarsi una tale ricompensa. «Lo posso giurare… è accaduto nel suo ufficio, non sto mentendo» continuò Mira implorante. «Perché non l’hai detto subito?» proseguì il padre. «Avevo molta paura» disse Mira cominciando a tremare. «Paura? – intervenne la madre. – Paura di noi?». Per Mira era una domanda molto difficile e facile nello stesso tempo. La verità facile era che aveva paura dei suoi genitori, della loro possibile reazione per quello che le era successo, ma anche dei pettegolezzi delle persone. Alla gente non importava molto il fatto accaduto, ma il vergognoso risultato conseguito da una giovane ragazza. La verità difficile era un’altra. «Avevo paura del compagno Estref. Mi ha detto che, se l’avessi raccontato, si sarebbe vendicato». «E come si sarebbe vendicato?» domandò il padre. «Mi disse che si sarebbe vendicato così come aveva fatto con Nikoleta e la sua famiglia» rispose Mira e raccontò loro cosa Estref le aveva detto. Il padre ascoltava e, sebbene una parte di lui non volesse crederci, sapeva che tutto ciò che Mira aveva detto loro era vero. Ricordava piuttosto bene la storia di Nikoleta e della sua famiglia. Allora, quando aveva saputo che erano stati arrestati per agitazione e propaganda, era rimasto stupefatto, ma non aveva pensato che in quella storia Estref avesse avuto un ruolo. Si alzò in piedi e cominciò a camminare nella stanza come un leone in gabbia. «Ammazzerò quella bestia! ‒ esplose infine il padre con voce intrisa di odio – Così non farà più male a nessuno». «Sei impazzito? – urlò la moglie – Torna in te! Vuoi ammazzare il Primo Segretario del Comitato di Partito nel distretto. E tu poi dove finirai? Verrai condannato a morte!». «Non mi interessa che mi condannino a morte. Dopo quello che è accaduto, io sono già morto» mormorò il padre con disperazione. «Ma a noi non ci pensi? Finiremo tutti internati e nelle carceri!» e nel pronunciare quelle parole, la madre di Mira cominciò a piangere. Il padre di Mira sapeva che sarebbe andata a finire in quel modo. Se avesse fatto quello che aveva in mente, lo Stato-Partito l’avrebbe punito con la morte, senza nemmeno dargli la possibilità di certificare quello che era accaduto a Mira. La sua famiglia chissà dove sarebbe finita… Si sarebbe sentito una nullità poiché non sarebbe nemmeno riuscito a difendere la dignità di sua figlia pur sapendo chi l’avesse violentata. Per la prima volta vide come la dittatura del proletariato, che tanto aveva lodato e supportato, gli si stava rivoltando contro senza pietà alcuna. Questo era il mostruoso sistema che il regime aveva innalzato per tenere il popolo sottomesso. Prima o poi, anche coloro che avevano dato il loro contributo senza eguali per costruirlo, sarebbero stati annientati e schiacciati. Mira non aveva mai visto suo padre piangere. Lo vide quel giorno, ma si comportò come se non fosse successo. Il compagno Estref, in fondo, li aveva violentati tutti.

Albania durante gli anni '70.

Albania 1970: le donne e il comunismo.

Mi chiamo Ismete Selmanaj, sono una cittadina italo-albanese. Sono nata a Durazzo, e come tanti miei connazionali sono emigrata in Italia nell’ormai lontano 1992, subito dopo la caduta del regime comunista di Enver Hoxha. Messina è la città che mi diede ospitalità in quegli anni bui, nella città siciliana sono nati e cresciuti i miei tre figli. Sono trascorsi più di 25 anni da quei fatti terribili che videro protagonista il mio Paese, il mio popolo, e solo oggi riesco a focalizzare in maniera nitida quel passato di cui sono stata testimone. Il partito sceglieva per me, per noi, per tutti noi. Ognuno di noi aveva un destino prestabilito, un destino che lo Stato sceglieva, e che noi tutti dovevamo compiere per il bene della collettività. Ho sempre amato la letteratura, e quando frequentavo il ginnasio in Albania ho scritto poesie e racconti riuscendo a vincere anche concorsi letterari. Ho smesso la mia passione per intraprendere gli studi universitari che il partito scelse per me. Durante il regime comunista nessuno dei giovani aveva la possibilità di compiere una scelta libera. Il partito sceglieva per me, per noi, per tutti noi. Ognuno di noi aveva un destino prestabilito, un destino che lo Stato sceglieva, e che noi tutti dovevamo compiere per il bene della collettività. Lo Stato decideva di quanti ingegneri, fisici, matematici, chimici, biologi, architetti, scienziati, economisti, pittori, e giornalisti avesse bisogno. Era chiaro a tutti che il regime focalizzava la sua attenzione sulle materie tecniche, mentre quelle umanistiche erano quasi del tutto ignorate. Gli scrittori che non si allineavano alle volontà del Partito venivano perseguitati, esclusi, denigrati, abbandonati. Lo Stato dava molta rilevanza al numero degli scrittori presenti sul territorio, quelli che obbedivano, gli scrittori del regime, venivano idolatrati, premiati affinché la loro opera fosse un encomio al regime stesso. Gli scrittori, che oggi definiremmo borderline piuttosto che non si allineavano alle volontà del Partito, venivano perseguitati, esclusi, denigrati, abbandonati in una specie di oblio. Questi scrittori venivano addirittura minacciati, oppressi dal regime molti di loro si suicidavano poiché era l’unico modo per manifestare il loro dissenso. In tutto questo quasi nessuno menziona le condizioni della donna albanese, del suo ruolo nella società, e io di questo voglio parlare. Mi chiamo Ismete Selmanaj e sono l’autrice di “Verginità Rapite”, e della storia di Mira, la protagonista del romanzo, che vi voglio raccontare.  

Vins Gallico - Fabio Lucaferri, La barriera, Fandango, Roma, 2017

“La barriera” il romanzo sull’inconsistenza della nostra mente.

Il primo e decisivo passo compiuto da Vins Gallico e Fabio Lucaferri è l’umanizzazione: far capire che in questo libro non si parla di numeri, di statistiche, di esempi astratti e proiezioni su grafici teorici. Non si parla neppure di personaggi letterari. Si parla di uomini, esseri umani. In quest’ottica i dettagli, le minuzie, le caratteristiche in apparenza inconsistenti, le fragilità, i vizi, le manie, gli oroscopi, gli ascendenti, il gioco del calcio, i luoghi e le cose, contribuiscono a definire una persona, a fare da specchio, facendoci identificare per analogia o per contrasto, dando forma a un riflesso in cui possiamo e dobbiamo guardarci. Da queste infinite tessere differenti si delineano i contorni di un mosaico: il mondo così com’è. Sarebbe bello poter dire che è così solamente nella finzione, ma è proprio questo il nodo, la sfida e il senso di questa narrazione. C’è una data precisa, il 2029. Indicata con chiarezza, su un’agenda ipotetica ma ineludibile. Una data che appare lontana, eppure conosciamo i ritmi e le cadenze del tempo: quel traguardo è a un passo. C’è la descrizione di un pianeta che è una polveriera, e un solo luogo ancora conserva una parvenza di ordine e vivibilità: il più ricco e potente d’Europa, la Germania. Si salva dal caos imperante, ma a quale prezzo? Cosa si è costretti a pagare in termini di libertà e dignità umana per avere protezione? Lo sfondo del romanzo è quello descritto in questo breve sunto, arricchito da intrecci ulteriori di vite e destini e dal vibrare di trame sotterranee, intrighi, astuzie e controastuzie, corruzione, scontri, fughe, ostacoli e macchinazioni di ogni genere. Mentre ci si muove rapidissimamente da un episodio all’altro, si assimila gradualmente, potremmo dire nel sudore della tensione e della rincorsa, il messaggio sottotraccia, la verità nascosta ad di là della barriera, anche narrativa: il futuro apocalittico descritto nel romanzo in gran parte lo stiamo già vivendo. Lo intravediamo, ci viene tatuato addosso una goccia alla volta, ogni volta che in televisione all’ora di cena assistiamo a quelle trasmissioni inesorabilmente mandate in onda ogni singolo giorno Ferragosto compreso. Quelle in cui ci dicono, scrivendolo a caratteri cubitali sullo schermo del piccolo-grande-fratello, che siamo minacciati, che verremo schiacciati e che ci ammazzeranno tutti se le porte, tutte quante, non le chiudiamo. Se non ci chiudiamo. Per rendere questo senso di oppressione il romanzo adotta un ritmo che non lascia respiro: è la versione narrativa di un film d’avventura, con attraversamenti di terre desolate, città e confini, nuotate da campione olimpionico, corse di velocità e di resistenza, centometristi e mezzofondisti. Ma il vero protagonista, muto ed eloquentissimo, è lo sfondo: il mondo, il solo luogo che abbiamo, il giardino recintato a mo’ di gabbia. Il linguaggio è rapido, frenetico ma preciso. Nessuna frase è buttata là solo per fare conversazione, nessun dettaglio è meramente descrittivo. Tutto è finalizzato a fornirci i dati essenziali di un manuale di sopravvivenza, un docufilm girato a ritmi serrati in cui si mostrano mosse e contromosse, lo scontro tra le regole annichilenti del potere e la volontà di restare vivi. I diritti naturali nello scenario descritto non sono più garantiti, devono essere riconquistati in una corsa da maratoneta e il premio finale, i diamanti da salvare, sono la dignità e la libertà. Gli aguzzini qui sono molto meno appariscenti di quelli descritti nel film di John Schlesinger con Dustin Hoffmann e Laurence Olivier. Sono burocrati in apparenza scialbi, e questo li rende perfino più temibili. In questo romanzo si arriva a far sì che siano le vittime a dover anelare di essere marchiati. Il tatuaggio, l’identity matrix, è la meta per cui si è disposti a fare di tutto. Ci si getta da soli nella gabbia camuffata da luogo stabile e sicuro. Si procede nel libro, guardandosi anche alle spalle: la Germania, il Muro, Schindler’s List, Le Vite degli Altri e mille istantanee immagazzinate nella memoria riprendono vita e si intrecciano ad un futuro che è ipotesi più che plausibile e a un presente che è già dato di fatto vissuto. In un circolo che avvolge e soffoca: con la burocrazia che uccide la dignità senza neppure sporcarsi le mani. I capitoli del libro sono nomi di persona, luoghi e date. Quasi a confermare che ciò che ancora conta è l’equazione spazio-tempo, la possibilità di continuare a conservare la nostra identità a dispetto del mutare delle epoche e dei luoghi. O, meglio, saperla conservare lottando giorno dopo giorno per l’evoluzione, la sopravvivenza della specie autentica, quella specie umana che è costretta a difendere il proprio diritto alla diversità, al pensiero autonomo, alle scelte fondamentali, non ultime la sete di giustizia e di amore. Moltissimi sono i riferimenti a situazioni che conosciamo bene e con cui interagiamo quotidianamente. Nel 2029 ci sarà ancora Facebook e ci saranno i tatuaggi, ma diventeranno macabre immagini di una gigantesca schedatura collettiva. Ci sarà ancora il sesso. Ma quello descritto nel libro è rapido e quasi incolore. La passione e la gioia sono al di là della barriera. Una delle sensazioni che le pagine trasmettono è che si potrà tornare ad assaporare tutto davvero fino in fondo solo quando la corsa per la sopravvivenza potrà essere interrotta. Coerentemente, nel libro c’è poco spazio per le divagazioni “liriche” e perfino per le pause descrittive. La solo poesia possibile nel contesto raffigurato è quella dei gesti, degli sguardi rapidi d’intesa, come quelli dei naufraghi, dei fuggiaschi. Come quelli delle spie, gli infiltrati in un mondo nemico. Le occhiate rapide di chi si riconosce affine ma non può fermarsi, per non destare attenzione. La Germania del 2029 ha lineamenti in comune con quella nazista, ma anche con parenti insospettabili, la Calabria del secolo scorso e con lei il Meridione attuale e tutte le mafie di ogni genere e tipo, ad ogni latitudine. Berlino è la scenografia ideale, per questa narrazione di impronta cinematografica, rapida, intensa. La Berlino di questo romanzo è una città senza cielo, riflessa nei colori scuri di un passato di ferro e di sangue, ma anche nei vetri lucidati a specchio dei palazzi altissimi e dell’arte solenne e geometrica che atterrisce e attrae, inglobando corpi e menti nelle sue strade e nelle immense periferie livide. La bellezza è cupa. Non è morta ma deve essere risvegliata. Nel momento in cui torneremo ad essere armonici, aperti e davvero liberi, ritroveremo anche le luci, i riflessi fascinosi del sole del nord. Con abilità e in modo quasi subliminale vengono messi in atto parallelismi fondamentali. L’anno descritto si colloca a distanza di un secolo esatto da quello della grande crisi finanziaria, dal crollo di Wall Street e dell’economia globale. Il futuro è adesso e il passato è uno spettro che ancora si aggira nelle case, negli uffici, nelle officine. La Germania del 2029 ha lineamenti in comune con quella nazista, ma anche con parenti insospettabili, la Calabria del secolo scorso e con lei il Meridione attuale e tutte le mafie di ogni genere e tipo, ad ogni latitudine. Leggendo questo libro si respira a fondo, si è coinvolti anche noi in una corsa vitale, nel senso letterale del termine. La posta in palio è la più preziosa, il nostro diritto a restare umani, con tutto il bene e il male che ciò comporta, con il libero arbitrio, la capacità di riconoscerci affini a chi è diverso da noi. La sfida è ardua, lo scopriamo pagina dopo pagina. L’unico spiraglio è quello offerto dal riferimento all’ideogramma orientale che esprime il concetto di “crisi” facendo riferimento simultaneamente all’idea di pericolo e a quella di opportunità. Ciò che viene descritto e collocato in un futuro prossimo è profezia che già sconfina nella realtà. La vicenda narrata ci prepara, ci invita a mantenere tonici i muscoli delle gambe e del cuore fin d’ora, anzi, proprio ora, nel presente su cui possiamo agire, mutando noi stessi, per poter guardare negli occhi il nostro volto in un volto altro, arrivato da qualche luogo del pianeta di fronte a una Barriera che esiste, ed esisterà, solo se avrà consistenza nella nostra mente. www.ivanomugnaini.it

Guido Mina di Sospiro "Sottovento e Sopravvento"

Il poliedrico e multiforme teatro della vita: un romanzo di mari, amori e misteri.

Mina di Sospiro gioca con le parole, con il loro mistero, con il senso e l’assenza di senso, con la vita, fatta di codici astratti e di carne palpabile e danzante, folle e assetata, a volte perfino saggiamente folle. È attratto da tutto ciò che porta e indossa la vita, sopra e sottovento, sopra e sotto i vestiti, i gesti, i sorrisi ammiccanti, l’invito a esplorare i confini e a fare un passo oltre. La vita lo incuriosisce, lo attira, gli pone di fronte uno spettacolo variegato fatto di contrasti e chiaroscuri, il sublime e il becero, il pensiero e il salto ad occhi chiusi in un vortice o in un baratro. E allora lo scrittore la osserva, la corteggia, la fa bere e la fa parlare. Ha la conferma di quanto lieve e complessa sia, la vita, e che il suo significato è una sciarada con troppe soluzioni, o forse con nessuna, o entrambe le cose assieme. Non ha bisogno del re scozzese shakespeariano per confermare e confermarci quanto la vita sia “a tale told by an idiot”. Lo sa, ne ha preso atto da tempo, ma non si è fermato, non ha rinunciato a mettere le vele al vento. Anzi, si è ripetuto, come Hölderlin, che “l’uomo è un dio quando sogna, un mendicante quando riflette”. Ma non è sceso neppure a questo porto. Con la forza dell’istinto e di un possente vitalismo ha compreso che mischiando le due componenti in giuste dosi l’uomo può essere meno misero quando pensa e meno asceticamente incorporeo quando sogna. Basta rendere vivo il sogno, aggiungendo una porzione di follia, di avventura, di sudore, di adrenalina, di paura e attrazione: tramite un viaggio, un’esplorazione, una sfida, quindi, ancora, un gioco. Sempre sapendo, con un sorriso, che non c’è niente di più intrigante e divertente del gioco, e, al tempo stesso, non c’è niente di più serio. E che il gioco non è mai gratuito, impone attenzione, coinvolgimento assoluto, per capirne le regole sancite e soprattutto quelle nascoste, le più importanti. Alla fine, bisogna essere anche disposti a perdere, a capire che non c’è niente da capire, come cantavamo negli Anni Settanta, oppure che tutto ciò che si deve comprendere è che non tutto può essere compreso, è questo è il più secco e il più dolce dei colpi di vento. La narrazione di Mina di Sospiro vive di accostamenti e contrasti. Unisce oggetti, azioni e idee come un artista materico, e non si lascia abbattere se non combaciano gli angoli, anzi, ne esulta. Sconfina con gusto, deborda e ci trascina con forza gioiosa ed esuberante a bordo di una fantasia onnivora, poliedrica, multiforme, un teatro nel teatro della vita. Il susseguirsi delle scene, delle azioni, degli spunti e degli stimoli è rapido, incalzante. L’autore mette in pratica ciò che ha scritto in suo fortunato libro sul ping pong e sulla metafisica che ne è alla base; o, meglio, applica alla scrittura anche di questa polimorfa creatura letteraria l’istinto e la ragione del gioco da lui preferito: la necessità di correre e pensare allo stesso tempo. Fino a far coincidere le due istanze, senza distinguerle, senza separarle dalla naturalezza del respiro. Perché quell’istante di riflessione fuori tempo e fuori luogo farebbe cadere a terra la pallina e con essa la magia folle della passione che tutto assorbe, dell’affabulazione che rende tutto credibile, irreale nella realtà a cui scegliamo di dare corpo. Racconto di pirati, a tratti di moderna cappa e spada, tra malviventi e personaggi ambigui, bizzarri e disperati, ma senza resa né tregua, il romanzo è mille cose insieme, mille generi, toni, rimandi e allusioni, senza compiacimento, senza ammiccamenti. Quindi, è soprattutto anzi unicamente se stesso, un pezzo unico, originale. Non da collocare in qualche museo o catalogo ma da porre costantemente in un flusso, sia esso quello della lettura che della fantasia. Romanzo on the road, sulla strada del mare, ha bisogno di moto costante, non può sostare. Racchiude posti e volti inventati e al contempo è un documento ricco di riferimenti a luoghi esistenti, il Jackson Memorial, Palm Beach, la Florida, le Antille, i Caraibi, Cuba e mille altri luoghi collocati a metà strada tra il mare e il mito. Tra le righe, ma anche dentro, nelle pieghe più sensibili, è il resoconto di un mondo che siede sulle sdraio a strisce multicolori in luoghi di lusso tra il sole e l’ombra densa di sotterfugi e intrighi, la zona morta, ma brulicante di umanità, tra legalità e crimine, disperazione, fantasia e il sogno costante di un altrove risolutivo, una mossa a sorpresa che cambia le carte e rovescia i tavoli.  Il destino, lo si sa, si nutre di logiche sbalestrate. Nella seconda parte del libro Mina di Sospiro lo fa condurre da una nave senza timone, ricca di assonanze e richiami fascinosi: “Durante questa unica e irripetibile settimana astrale, gli eventi di ogni giorno saranno influenzati e talvolta addirittura decretati dalle divinità pagane. Quali? Quelle della mitologia latina e sassone, le due culture che hanno colonizzato il nuovo mondo e che evidentemente presiedono alla pari sul mar dei Caraibi. Le stesse divinità, infine, che hanno ispirato il nome dei giorni della settimana, sia nelle lingue d’origine latina, fra le quali lo spagnolo, che in quelle d’origine sassone, fra le quali l’inglese”. Un escamotage accattivante, del tutto coerente con lo spirito e l’animo che orientano il romanzo: lo scambio costante di colpi d’approccio e di schiacciate fulminee e secche tra il caso e l’uomo, tra il rischio, la pena e il piacere di non sapere mai se saremo sopravvento o sottovento, con la sola certezza del mutare costante. Consapevoli solo che, per dirla con le parole di una delle epigrafi del libro: “Non ci sarà sortita. Tu sei dentro e la fortezza è pari all’universo dove non è diritto né rovescio né muro esterno né segreto centro”. (Jorge Luis Borges, Labirinto). Questo romanzo ci chiede una cosa difficile ed esaltante: lasciarsi andare alla corrente. Chiudere gli occhi e abbandonarsi alle onde, oppure spalancarli, ma lasciando spazio a ciò che non si vede immediatamente, a quel senso di mistero che è, la trama ce lo indicherà gradualmente, un oro che non si può afferrare con le dita, ma che non per questo è privo di peso, anzi, contiene in sé il peso del tempo e dello spazio di tutti i secoli e tutti i sogni che abbiamo fatto e che ancora saremo in grado di fare. La narrazione sui generis di Mina di Sospiro ha un potere straniante, ci porta in un luogo che non c’è ma che, improvvisamente, con un sorriso, riconosciamo come nostro: un posto dove siamo già stati, o, più esattamente, dove abbiamo immaginato di andare, e, quindi, dove siamo stati veramente. Il romanzo ci fa lo stesso effetto che Christopher Foley, uno dei personaggi del libro, esercita su Ruth, una delle partecipanti alla spedizione: “Era venuta a sapere di lui indirettamente, investigando la storia del Belize e della  barriera corallina che Chris aveva aiutato certi oceanografi a esplorare. Da quanto aveva sentito e in seguito letto su di lui, l’aveva colpita come un essere umano tanto illogico che, prima ancora d’averlo conosciuto, ne era già stranamente attratta. ≪Un tuffo nell’irrazionale≫  pensò mentre si convinceva della bontà della propria decisione, ≪ecco cosa fa per me. Ci sarà da divertirsi≫”.

Hollyweed

America, questa sconosciuta.

“Hollywood” Tratto dalla serie di vignette “L’America, questa sconosciuta” dello scrittore italo-americano Guido Mina Di Sospiro, noto autore di romanzi come “La metafisica del ping-pong” e dell’ultimo “Sottovento e sopravvento” in uscita in Italia il 25 maggio con l’editore Ponte alle Grazie. Il produttore cinematografico, chiamiamolo Jack, ci accoglie sulla soglia della sua villa a Beverly Hills. Con lui un’amica, bionda e cordiale. Gli è piaciuto un mio romanzo e vuole conoscermi. Ci aspetta un Dom Pérignon ghiacciato e un’intera forma di Parmigiano-Reggiano, divisa in due. Jack è pimpante; versa champagne, taglia formaggio, racconta aneddoti, ride, scherza. Propone un giro della villa, grande e con una vista strepitosa, mia moglie con la sua amica, io con lui. Nel suo studio, fra posters di films, copioni e computers, mi fa vedere delle foto. “La mia ragazza,” spiega, una modella emergente, aspirante attrice. “La amo da morire,” aggiunge; “non è bellissima?” Ne convengo. “Ha il più bel derrière al mondo, non trovi?” “Non saprei, non li ho visti tutti.” Insiste, “È il più bel derrière del mondo, non c’è dubbio,” e mi fissa con occhi lucidi e sdrucciolevoli. Glielo concedo, come posso ripetere che non lo so? Poco più tardi, a cena in un ristorante à la page, sembra un Jack-in-the-box: continua a zompare in piedi per poi risedersi come se fosse azionato da una molla. Il motivo? Le tante stelle e stelline che saluta in modo calorosissimo. Senza volerlo, penso, quest’uomo è dotato d’una notevole vis comica. Ma ci sta riservando un trattamento di favore, e prima o poi parlerà anche del mio romanzo. Il trattamento di favore non finisce con la cena, prolungata per incontrare il maggior numero di celebrità possibile. “Vi porto nel miglior club di Hollywood,” fra Hollywood Boulevard e Vine Street, come scopriamo, angolo famoso, o famigerato. Ci aspetta una lunga coda composta principalmente da donne che sembrano uscite da Playboy. Ma, con nostro sollievo, la saltiamo: i colossali buttafuori gli fanno i salamelecchi. Interessante come in America le code siano osservate con devozione religiosa, ma come, al contempo, coloro in coda accettino di buon grado che un VIP la salti. È un effetto collaterale della venerazione delle celebrità: gli italiani provano invidia, dal latino “in-video”, che è poi il malocchio; gli americani, l’esatto opposto: ammirazione per la gente di successo, che vedono di buon’occhio, il che, incidentalmente, elimina sul nascere ogni conflitto di classe. Il club è cavernoso, con soffitti molto alti. A metà strada tra pavimento e soffitto, una rete sulla quale strisciano in perpetuo delle donne seminude. La musica tecno, piuttosto forte, scoraggia la conversazione. Il locale è pieno di gente pittoresca e le donne, come abbigliamento, non si discostano di molto da quelle sopra le nostre teste. Ci sediamo all’unico tavolo riservato. Jack ordina vodka e caviale (dopo cena?). Il caviale, mi fa notare con orgoglio parlandomi in un orecchio, “in America non si può più importare.” “E lei come fa ad averlo?” gli domando intuendo che s’aspetta proprio tale domanda.   “Ho certi contatti… ” I suoi occhi mi sembrano ancora più lucidi e sdrucciolevoli. Si alza e mi fa cenno di seguirlo. Dopo quattro passi si ferma, si gira e mi domanda: “Ti piacciono le nere?” Stavolta mi prende alla sprovvista. Sono palesemente sposato, con mia moglie a pochi metri di distanza. Ma non voglio passare per il guastafeste; rispondo: “Nere, bianche, gialle, pellirosse—le donne mi piacciono tutte.” Dev’essere la risposta giusta: mi guarda con occhi più sdrucciolevoli che mai e sorride. “Seguimi.” Poco dopo ci troviamo in una “saletta privata,” mi spiega con ammiccamenti pirateschi. Ci raggiunge un uomo. Si salutano e parlottano fra loro. “Vediamo dove si va a parare,” penso. “Senti,” mi dice Jack, “qui puoi chiedere qualunque cosa.” “Che cosa intendi dire?” “Qualunque cosa, anche la cosa più proibita, e la ottieni. Poi noi ti lasciamo in pace. Che cosa ne dici? Chiedi e ti sarà dato!” L’altro personaggio mi fissa a sua volta. Ci penso un po’ su e poi dico, “È da quando abbiamo finito di cenare che ne ho voglia…” Con lo sguardo m’incoraggiano a continuare. “Visto che me lo domandate, una richiesta l’avrei.” “Dicci.” “Vorrei fumarmi un bel sigaro.” Si guardano, spiazzati. Jack infine dice: “Non so se ci siamo capiti: ti possiamo procurare quello che vuoi, e te lo puoi godere qui, indisturbato…” “Grazie; mi basterebbe un sigaro, ce l’ho in tasca.” L’altro personaggio interviene, con voce stentorea:  “Spiacente, ma è vietato fumare, vedi?” e indica un cartello. “Sì,” rispondo, “l’ho visto, ma pensavo che una fumatina—” “Spiacente,” dice il personaggio, “ma è vietato fumare, ed è la legge. È chiaro?” Il “Vietato Fumare” in America è legge, religione, dogma. Nella saletta privata sono offerte sostanze di tutti i tipi; donne (o uomini) di tutte le razze, e chissà cos’altro. Ma fumarsi un sigaro in santa pace, è chiedere troppo.

Gëzim Hajdari

Gëzim Hajdari: storia del dissidente fra Albania e Italia.

Gëzim Hajdari, ci racconti un po’ di lei, delle sue origini, della sua famiglia.  Sono nato nel 1957, in Darsìa. (Lushnje), in Albania, in una famiglia di ex-proprietari terrieri e commercianti, i cui beni sono stati confiscati durante la dittatura comunista di Enver Hoxha. Negli anni ’30 la mia famiglia possedeva due negozi nel pieno centro della città di Lushnje, una macchina, centinaia di ettari di terreni, boschi e bestiame. Mio padre a sedici anni si unì alla Resistenza partigiana. Dopo la guerra studiò a Tirana come geometra-ragioniere. Ha lavorato per alcuni anni presso l’ufficio del catasto di Lushnje, città dove è nata anche mia madre. Nur è una donna semplice e generosa come la madre terra. È cresciuta con le suore italiane, che avevano il convento vicino a casa sua. I suoi genitori lavoravano come agricoltori. Sono molto legato a Nur, che è sempre presente nella mia opera. Quando mio nonno, Velì Hajdari venne dichiarato kulak, i dirigenti del Partito comunista decisero di licenziare mio padre. La casa di mio nonno veniva frequentata dai dervish, membri della confraternita mistica dei bektashi, di cui faceva parte anche la mia famiglia. Per il resto della sua vita mio padre ha lavorato come pastore di buoi della cooperativa comunista ricevendo a fine mese dallo Stato i soldi che bastavano solo per comprare il pane quotidiano. Ogni mattina, quando andava nei campi, nel sacco, insieme al desinare, Nur gli metteva un romanzo da leggere. Era un grande lettore, amava i classici russi, francesi e inglesi. Nelle notti invernali ci raccontava le saghe che aveva letto durante la giornata. Attorno al caminetto, in silenzio, noi bambini ascoltavamo rapiti. Spesso, ci commuovevamo al suo raccontare. Alla luce pallida della candela ci lacrimavano gli occhi. Il racconto più struggente fu la storia di Anna Karenina. Una volta mia madre gli disse, mentre asciugava il volto, «Basta Rizà con questi romanzi, i figli si commuovono». Ma egli non smise mai di raccontare ciò che leggeva di giorno mentre pascolava i buoi. Ogni sera ci sedevamo attorno al caminetto, aspettando con impazienza di ascoltare una nuova saga. Il resto della mia vita appartiene alle lotte per la libertà e per la democrazia del mio Paese, denunce contro i crimini della dittatura comunista di Hoxha e contro gli abusi e le speculazioni dei nuovi regimi mascherati, disillusioni, minacce di morte, fughe, esili, condanne al silenzio da parte della mafia politica e culturale di Tirana; più di dodici anni di mestieri diversi come manovale per sopravvivere, sia in Patria che in Occidente, studi infiniti, viaggi in Africa, in Asia e nel sud del mondo testimoniando diverse e dimenticate realtà, spesso rischiando anche la vita. Lei ha iniziato giovanissimo a comporre poesia, come è nata questa passione? Ho iniziato a scrivere al primo anno delle medie, all’età di undici-dodici anni. La persona che mi ha fatto innamorare della la poesia è stato mio nonno paterno e poi mio padre, il quale recitava a noi bambini, prima di dormire, i canti epici dedicati ai guerrieri leggendari quali «Mujo», «Halil», «Gjergj Elez Alia» e  «Aikuna piange il figlio Omero». Mentre della la lirica popolare mi fece innamorare lo zio di mia madre Selìm. Quando frequentavo le medie nella città di Lushnje, spesso dormivo dai miei nonni materni. Questo accadeva quando faceva brutto tempo e non potevo tornare nel villaggio. Allora preferivo trascorrere la notte presso i miei nonni anziani. Mio nonno era molto affezionato a me, diceva a mia madre che assomigliavo a lui. Suo fratello Selìm aveva fatto il nizam, così venivano chiamati in turco i soldati albanesi che combattevano per conto della Sublime Porta di Istanbul, durante il dominio degli Ottomani nei Balcani. Egli aveva combattuto in Iran e Iraq per diversi anni. Non si sposò, visse il resto della sua vita con i ricordi degli anni del nizam. Ogni persona che incontrava gli raccontava la sua vita da soldato nei deserti lontani. I suoi racconti mi affascinavano molto. Spesso Selìm, dopo avermi raccontato dei lunghi viaggi per i deserti, degli addestramenti faticosi, delle battaglie feroci con i nemici dell’impero Ottomano, della morte dei suoi commilitoni, iniziava a cantare con una bellissima voce dei canti che raccontavano di tutto questo. Ho portato sempre con me l’amore per i canti dei nizam. Finché un giorno decisi di tradurre questo patrimonio inestimabile del popolo albanese in italiano. Il volume «I canti dei nizam / Këngët e nizamit» è stato pubblicato nel 2012 da Besa Editrice.           Quali sono stati i primi autori che ha letto e quali quelli che hanno lasciato un’impronta su di lei?  Le opere degli autori che ho letto mentre frequentavo le medie e i primi anni del Ginnasio sono: «Le Quartine» di Omar Khayam; «Il Gulistan» di Saadi Shiraz; «Anna Karenina» di Tolstoj, i racconti di Čechov; le liriche di Puskin, Sergej Esenin ed Éduard Bagrickij; «Il Demone» di Lermontov; «Foglie d’erba» di Walt Whitman; «I quartieri del mondo» di Jannis Ritsos; «Decameron» di Boccacio; «Il De rerum natura» di Lucrezio; «L’inferno» di Alighieri; «La Saga dei Forsyte» di Galsworthy; i racconti dello scrittore indiano Krishan Chander; «Il rosso e il nero» di Stendhal e le liriche di Heinrich Heine. Questi grandi autori, tradotti magistralmente in albanese, hanno segnato per sempre il mio destino di poeta. Come ha vissuto la relazione con la sua passione durante gli anni del regime? Gli anni del regime di Enver Hoxha albanese rimarranno sempre un mistero per me, ma anche per gli albanesi. Nessuno di noi sapeva quello che accadeva nel cuore del potere comunista, per non parlare poi dei campi di internamento e delle prigioni. Nulla trapelava al di fuori delle mura dei recinti della dittatura del proletariato. E forse nulla si saprà dato che l’altra metà della verità storica si nasconde negli archivi segreti, ormai ‘ripuliti’, dai regimi post comunisti di Tirana. Quindi un poeta come me viveva tra passione per la poesia e il terrore. Quando si inaspriva la lotta di classe, la mia famiglia veniva etichettata come nemica del partito comunista, invece quando la lotta di classe viveva un periodo di ‘pausa’ riuscivamo a vivere. Sono testimone vivente di molti arresti: “In nome del popolo siete in arresto!” da parte del Sigurim, la polizia politica del regime. Dopo ogni cittadino arrestato, la gente sussurrava: “Chissà a chi toccherà domani!”. Si poteva finire dietro le sbarre anche per una ‘parola’, per una ‘metafora’ oppure per un ‘sogno’. Io avevo come compagno di banco nel Ginnasio Jozef Radi, figlio dell’intellettuale Lazer Radi, perseguitato politico, il quale viveva nel campo di internamento di Savër, Lushnje. Davanti al mio Ginnasio di tanto in tanto, passavano i carri militari carichi di uomini, donne e bambini deportati. Venivano da tutte le parti del Paese, per passare il resto della loro vita nei lager della mia città. Mentre furgoni con i finestrini bloccati dalle sbarre, portavano i prigionieri politici. Sono state le letture dei classici che mi hanno ‘salvato’ e, allo stesso tempo, temprato la mia consapevolezza di poeta nei tempi bui della storia albanese. Mentre il paesaggio brullo e mistico della mia provincia collinosa di Darsia mi dava un po’ di conforto negli anni della mia gioventù. Quando avvenne la scelta di abbandonare l’Albania? Quali furono le ragioni che la spinsero a tale scelta? Nell’inverno del 1991, sono stato tra i fondatori del Partito Democratico e del Partito Repubblicano della città di Lushnje, partiti d’opposizione, e fui eletto segretario provinciale per i repubblicani nella suddetta città. Sono cofondatore del settimanale di opposizione Ora e Fjalës. Più tardi, nelle elezioni politiche del 1992, mi sono presentato come candidato al parlamento nelle liste del PRA, ma non venni eletto. Nel corso della mia intensa attività di esponente politico e di giornalista d’opposizione, ho denunciato pubblicamente e ripetutamente i crimini, gli abusi, la corruzione economica e culturale, nonché le speculazioni della vecchia nomenclatura di Hoxha e della più recente fase post-comunista. Anche per queste ragioni, a seguito di ripetute minacce subite, sono stato costretto, nell’aprile del 1992, a fuggire dal mio Paese. Del resto, capì che il cosiddetto cambiamento democratico albanese non era altro che un gioco sporco deciso già a tavolino. La vecchia nomenclatura comunista di Enver Hoxha, con l’aiuto dei ‘poteri oscuri’ dall’oltre Oceano, si sono impossessati di nuovo del potere politico, economico e culturale del Paese delle aquile. I cosiddetti ex-perseguitati politici durante il comunismo, invece di fondare un loro partito, per aprire la strada ad un cambiamento radicale dell’amministrazione, della società e dello Stato,  preferirono dividere il potere e le ruberie con i loro boia. È così che è stato ucciso definitivamente il sogno della libertà, della vera democrazia e della sovranità dell’Albania. Come sono stati i primi anni da emigrante? I primi anni in Italia sono stati molto duri. Avevo trentacinque anni e dovevo iniziare da zero. In tasca non avevo nessun centesimo, prima di partire da Durazzo avevo in tasca i soldi del biglietto solo di andata. Avevo perso tutto. Sconfitto. Per sopravvivere ho dovuto lavorare come pulitore di stalle, zappatore, manovale, aiuto tipografo. E nel frattempo frequentavo un’altra facoltà in Lettere Moderne alla Sapienza di Roma pagando tutte le tasse universitarie, oltre l’affitto di casa e da mangiare. Era l’inizio degli anni ’90. L’Albania a quel tempo si identificava con le prostitute, con gli assassini, i ladri, stupratori. Un poeta come me dove essere tre volte più bravo dei suoi colleghi italiani e quelli che provenivano da altri Paesi. Le domande provocatorie nei miei confronti in quanto uomo di cultura e cittadino albanese erano all’ordine del giorno. Inoltre dovevo scrivere sia in albanese che in italiano dato che non avevo lettori albanesi. Le prime raccolte poetiche le ho pubblicate di tasca mia. Non conoscevo nessun editore italiano. Ci voleva denaro e tempo per andare a contattare degli editori nelle grandi città. Io lavoravo dalla mattina e rientravo a casa la sera e non potevo fare nulla. È il caso di raccontare un fatto triste che mi è accaduto durante i primi mesi in Italia. A quel tempo facevo dei lavori saltuari come manovale, i datori di lavoro a volte mi pagavano, a volte no. Nei primi mesi trovai rifugio presso alcuni miei connazionali. La casa dove loro risiedevano era stata offerta dal Comune, quindi non pagavano affitto. Questi signori all’inizio mi hanno ospitato, poi un giorno mi cacciarono di casa. Li ho pregati di stare ancora qualche settimana affinché trovassi un lavoro che mi poteva permettere di affittare una stanza, ma nulla da fare. Mi ricordo che andavo in giro per la città bussando casa per casa chiedendo lavoro, ma appena le persone sentivano la parola ‘albanese’, chiudevano la porta dicendomi: “Vada via, siete dei ladri e criminali!”. Forse avevano ragione, nei primi anni ’90 gli albanesi occupavano le prime pagine della cronaca nera sui giornali e dei media italiani. Finché un giorno ho trovato lavoro come manovale presso una piccola ditta edile. Finalmente sono riuscito a trovare alloggio in un rudere disabitato da mezzo secolo dove l’affitto era basso. Perché sceglieste di vivere in Italia? Ho scelto l’Italia perché i nostri popoli hanno condiviso lo stesso destino durante la storia. L’Italia è stata sempre la grande porta che ha collegato l’Albania con il resto dell’Europa. E poi la lingua e la cultura italiana mi è stata sempre molto familiare. Non dobbiamo dimenticare che la letteratura albanese è nata in latino. Quali erano allora i rapporti che aveva con la classe intellettuale italiana, come fu l’accoglienza? I primi anni per me sono stati anni di fatica enorme, sofferenza e grande angoscia esistenziale. Non c’era tempo per fare “l’intellettuale“. L’intellettuale in Italia e all’estero lo facevano i poeti e scrittori del realismo socialista di Tirana, che insieme ai loro colleghi perseguitati fino a ieri durante il regime comunista, venivano nominati addetti culturali, ambasciatori, direttori della Fondazione Soros, oppure venivano ospitati nelle residenze di scrittura ovunque per Europa. Quei pochi poeti come me che denunciavano pubblicamente gli abusi, la corruzione e i traffici tra mafia e governanti, venivano etichettati come nemici dell’Albania.  Per me si trattava di lottare giorno e notte per …

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Non solo Cuba Libre: la storia cubana ancora sconosciuta.

Chi è Guido Mina di Sospiro? Autore di romanzi e saggistica. Scrivo in inglese, vivo a Washington, D.C.; sono pubblicato, in traduzione dall’inglese, in dodici lingue, fra cui l’italiano. La sua storia è in linea con il tema più sviscerato di oggi: l’immigrazione? Lei, si sente un emigrato? In un certo senso, sì. Anche se allora non avevo modo di saperlo, ho lasciato Milano all’apice degli anni di piombo, poco dopo l’attentato alla stazione di Bologna. Un’emigrazione volontaria a un’università in California. Un altro mondo, allora, un’altra dimensione. Ma ho tante anime, parlo varie lingue. Quando la musica era centrale nella vita dei giovani, mi sono sentito a casa nella Los Angeles e Berlino Ovest degli anni ottanta (da Los Angeles ero corrispondente per riviste musicali italiane e tedesche); nella Miami ancora priva d’italiani degli anni novanta; nell’Athenum Club di Londra così come nella Plaza de Santa Ana, nel Barrio de Las Letras, a Madrid. Mi piace la definizione ufficiale che mi è stata appioppata qui in America: sono un “residente alieno”, ma capace di trovare, in posti molti diversi tra loro, patrie adottive multiple. È anche vero che se la Milano che lasciai fosse stata quella di oggi, probabilmente non me sarei andato. Allora Milano era una specie di zona di guerra. Quando ha capito che la scrittura sarebbe stata la sua ragione di vita? Quando sono passato dal corsivo allo stampatello perché non riuscivo più a leggere quanto avevo scritto. Nei numerosi suoi viaggi, un giorno ha incontrato una bellissima donna cubana, oggi sua moglie, la compagna di vita. Può raccontarci il vostro incontro? A Los Angeles, ad un party dato da un persiano in onore del fidanzamento fra Lady Diana e il principe Carlo. Noi due, esuli di altre terre, ci siamo trovati in fondo al mondo, in riva al Pacifico—lei nata all’Avana ma cresciuta a New York; io nato a Buenos Aires ma cresciuto a Milano. Che immagine si è fatto di Cuba? Ho vissuto diciassette anni a Miami immerso nell’esilio cubano di oltre un milione di persone. Ho imparato da loro lo spagnolo, tanto che lo parlo con  l’accento cubano. E via via ho scoperto un mondo del quale non si parla. “Via via” perché gli esuli cubani preferiscono sempre parlare del presente e del futuro, e non fanno i nostalgici, nonostante abbiano perso la loro patria, la perla della Antille, come la chiamava il poeta Rúben Darío. Cuba, e L’Avana in particolare, erano un posto da sogno, non per niente l’ultima colonia che la Spagna fu costretta a cedere, perché la migliore. Dopo la devastazione della seconda guerra mondiale, poi, L’Avana era meglio di qualunque capitale europea. Letterati, scienziati, scacchisti, musicisti—tutti di livello mondiale. E poi la famosa, o secondo altri infame, parte mondana, con i suoi night clubs sfarzosi, case da gioco, orchestre, ballerine, cantanti e così via. Come avete vissuto in famiglia la morte di Fidel Castro?  La premessa è che i genitori di mia moglie, così come altre centinaia di migliaia di esuli cubani, non hanno mai più messo piede nella loro madre patria, e quindi la morte del nonagenario Castro non cancella l’amarezza dell’esilio, i drammi della diaspora — con le famiglie stravolte da coloro che restavano e coloro che partivano — e gli sforzi fatti per ripartire, in esilio, da zero. Detto ciò, c’è stato comunque un sollievo e un senso di liberazione, anche se al potere rimane il fratello. Una settimana dopo la morte di Castro, l’Occidente sembra si sia dimenticato di chi davvero era Fidel Castro. La sua morte inevitabilmente l’ha inserito nell’iconografia del Novecento.  Conosco troppo da vicino la storia di Cuba. Se Cuba ha avuto la rivoluzione è perché, a differenza di tutta l’America latina, aveva una classe media, la quale, inizialmente, appoggiò i barbudos. La classe media (ho parlato con molti di loro, a New York, Miami, Madrid, Parigi) voleva far cadere Batista e andare direttamente alle elezioni. Invece si ritrovarono presto in pieno regime comunista – con le tipiche fucilazioni sommarie; prigionia e tortura (e anche morte in molti casi) per i dissidenti; perfino i campi di concentramento per chi, ingenuamente, faceva domanda ufficiale per andare in esilio. Ho raccolto, senza cercarle, testimonianze di gente umile che pure chiese d’andarsene e finì nei campi di concentramento; sono cose raccapriccianti che non si sanno e che fanno venire a mente Se questo è un uomo. Fra le tante, la storia di Pablo. Una mattina, quando abitavo a Miami, vado dal mio solito barbiere a Westchester, a pochi chilometri a ovest, un quartiere in cui su trentamila abitanti il novanta per cento è di madrelingua spagnola. Ernesto, mi dicono, non c’è. “Allora torno domani,” ma Pablo mi fa cenno di sedermi. È un vecchio dall’aspetto mite con un sorriso a tutto denti. Dà per scontato che io parli spagnolo. Mentre mi mette il grembiule dice, “Lavorare ancora alla mia età, ma guarda un po’…”. Aggiunge, “Fa niente, lavorare mi piace. È che a Cuba ero conducente d’autobus la mattina presto, portavo i bimbi a scuola, e poi barbiere fino alle due del pomeriggio.” “E dopo le due?” “Andavo a un bar lungo il malecon (il lungomare dell’Avana), a giocare a domino con gli amici, ciarlare, bermi il cafecito, fumare puros. Non guadagnavo un granché, ma mi bastava. Qui in America è dura: devo pagare il mutuo della casa, le rate della macchina, le bollette, le tasse, tutto è caro, e se non lavoro ogni giorno, non ce la faccio”. M’ha coperto il volto con un cencio intriso d’acqua calda. “Allora,” da sotto il cencio, “se ci stava bene, perché l’ha lasciata, Cuba?” “¡Ay, compadre!” e sospira mentre toglie il cencio e mi spennella la schiuma da barba sul viso. “Subito dopo la rivoluzione, tutti i professionisti hanno lasciato Cuba. Io no, perché mai? Los barbudos erano dalla mia parte, ne eravamo convinti. Poi, ogni mese, ce ne combinavano una. Non eravamo ricchi, tutt’altro. Ma la casetta che avevamo fuori città, i nostri nonni, genitori e i miei fratelli, ce la confiscarono, e ci assegnarono invece un appartamento di due stanze: eravamo in undici a casa! S’andava da un sopruso all’altro, ma guai a protestare. Allora nel 1965 feci le carte per uscire da Cuba, regolarmente.” Comincia ora a radermi. Sono alla mercé d’un ottuagenario, ma il tocco è leggero, una vita di pratica. Riprende: “Da allora cominciarono a chiamarmi gusano (verme), anche i vicini, non credo per convinzione, ma per paura. Le autorità mi dissero che avrei avuto le carte in un anno e mezzo, ma a una condizione.” “Quale?” “Dovevo andare in un campo di concentramento e tagliare canne da zucchero gratis per diciotto mesi. Però non ci davano da mangiare. Allora nascondevamo una canna da zucchero tagliata a pezzi sotto la camicia. Certe guardie ci scoprivano e ci picchiavano a sangue. Altre chiudevano un occhio, ¡que dios los bendiga! Di notte in cella le masticavamo per ore, per ciucciarne lo zucchero. Di mattina eravamo morti di sonno, e ancora di fame, ma se non lavoravamo, altre botte. Certi non ce la facevano; svenivano, o per sfinitezza, o per le botte ulteriori che prendevano. Altri li pestarono così tanto che li portarono via come sacchi di cipolle, e non li vidi mai più”. Continua a rasarmi con la leggerezza d’una farfalla. Riprende il racconto: “Finalmente passò l’anno e mezzo, mi lasciarono partire, e arrivai qui senza un centesimo in tasca. Poco dopo cominciarono a cadermi i denti. Nel giro di due anni li persi tutti. Gracias, ¡Fidel!” “Ma come, se ha un bellissimo sorriso?” “A forza di lavorare, me li sono fatti impiantare tutti, anno dopo anno. Ho finito sei anni fa, a settantasei anni. L’ultima dentista da cui andavo è una salvadoregna che lavora nel proprio garage. Non mi sono mai potuto permettere un dentista ufficiale. Ma sono contento, qui a Miami ho conosciuto mia moglie, siamo sposati da quarant’anni e rotti, una santa donna”. Il Presidente Nixon definì Castro “un tipo naif, ma non necessariamente un comunista” mentre Castro nei suoi discorsi americani sosteneva la rivoluzione definendola come “umanista” promettendo allora libere elezioni piuttosto la difesa della proprietà privata. La storia poi ci ha consegnato altri racconti. Cosa è rimasta di Cuba? Era una meraviglia. Vi sono molti documentari in rete di Cuba negli anni trenta, quaranta e cinquanta che mostrano un’opulenza incredibile, a tutti i livelli. Adesso, dopo oltre cinquantanni di regime comunista, è devastata quanto Haiti. Il comunismo, si sa, ha bisogno della miseria per perpetuarsi, così come la mafia. Cosa pensa accadrà post Castro? Sarebbe bello, dopo l’uscita di Raul Castro dalla scena, vedere il ritorno della democrazia e la ricostruzione dell’intero paese nel rispetto dell’enorme patrimonio architettonico sparso per tutta l’Isola. Ma forse sono idee utopiche. Sua moglie, la sua famiglia, pensano di fare ritorno in quel paese che li costrinse a chiedere rifugio?  No. Genitori e zii, non ci sono più, se non due zie che stanno perdendo la memoria. Tutte le proprietà, perdute. I cugini sono sparpagliati per il mondo: due in Guatemala, due in Florida, uno a Singapore a insegnare storia dell’arte presso un’Università; il fratello di mia moglie, a New York City, e lei con me a Washington. In Prima che sia notte Reinaldo Arenas racconta il periodo di Fulgencio Batista e successivamente il suo arruolamento tra i ribelli che volevano abbattere il regime. Arenas, protagonista dei processi farsa e delle fucilazioni sommarie, definisce quella rivoluzione come ipocrita. Nel 1980, Castro permette l’espatrio dall’isola agli “indesiderabili” del regime (omosessuali come Arenas, malati di mente e criminali). Arenas riesce a scappare nonostante la sommossa creatasi a causa dell’invasione da parte di alcuni cubani dell’ambasciata del Perù cambiando il suo nome da Arenas in Arinas. Prima a Miami, poi New York, e poi l’Europa dove si sente addosso la maledizione della voce di Cassandra, nessuno gli crede. I suoi racconti pubblicati in Francia servivano quella élite ipocrita che alle parole giustizia e verità avevano optato scegliendo sinonimi come legittimo e autenticità, perché così anche loro spingevano la loro notte un po più in là.  È così, è molto triste. Abbiamo in casa un tavolo pitturato da Carlos Alfonzo, arrivato a Miami da Cuba nel 1980 durante l’esodo di Mariel. Lavorava come verniciatore/pittore di mobili vintage ad Antares, un negozio di mobili insoliti. Faceva la fame, come tanti altri Marielitos. Poi divenne famoso, ma morì a quarant’anni di AIDS, nel 1991. Tantissimi altri Marielitos erano “indesiderabili” secondo il regime di Fidel non perché fossero criminali; molti erano dissidenti, od omossessuali. Il nostro factotum a Miami, Pedro, era persona di assoluta fiducia, già l’autista privato del generale Ochoa in Angola. Ochoa fu fucilato a Cuba nel 1989 per “tradimento” e smercio di droga. In realtà, pare che i fratelli Castro lo fucilarono per coprire il loro coinvolgimento nel traffico di droga ad alto livello. Nel mio romanzo Sottovento e sopravvento (leggi anche…), che uscirà in Italia il prossimo maggio, offro inter alia uno “spaccato” dell’Avana durante i secondi anni ottanta visto con gli occhi della protagonista femminile Marisol, che era stata depositata, appena neonata, in un canestro sugli scalini dell’ambasciata statunitense la notte del golpe, e in seguito adottata da una coppia di New York. Comunque, da cubano d’adozione, voglio essere ottimista: lo spirito dei cubani è indomabile, tanto che nemmeno il comunismo è riuscito a sopprimerlo. Non posso che augurarmi che in un futuro prossimo la perla delle Antille diventi, effettivamente, Cuba Libre.

Il migrante metafisico.

“Un buon viaggiatore non sa dove va; un perfetto viaggiatore non sa da dove viene”. Questo aforisma di uno scrittore cinese è il perfetto compendio della “Metafisica del ping-pong – Un’introduzione alla filosofia perenne“ di Guido Mina di Sospiro. Guido Mina di Sospiro nato a Buenos Aires in Argentina, da famiglia italiana emigrata dopo la guerra per poi successivamente rientrare, a Milano, nel periodo del boom economico, dove ha trascorso i primi vent’anni della sua vita per poi trasferirsi nei primi anni ’80 in America, è autore bilingue di libri di successo quali “Il Libro Proibito” co-scritto con Joscelyn Godwin, “Il Fiume”, “L’albero” e altri. Nella “Metafisica del Ping-Pong – Introduzione alla filosofia perenne” Guido Mina di Sospiro si racconta “in avventure olistiche e globali in un viaggio fisico intellettuale palleggiando con Sun Tzu, Aristotele, Henry Miller, che giocò con Bob Dylan, e Arnold Schönberg, che giocava con Gershwin”. Il cammino intrapreso dall’autore in questo nuovo lavoro letterario è un cammino metafisico “un’iniziazione sciamanica” come avveniva nel XV e XVI per i Cavalieri e i Trovatori. Raimon Panikkar sosteneva in “Vita e Parole” che “la mistica come esperienza della Vita ha una valenza di genitivo sia oggettivo che soggettivo: l’esperienza (che abbiamo) della Vita e l’esperienza della Vita (che sta in noi)” e questo concetto riflette alla perfezione il viaggio che l’autore Mina di Sospiro compie nel suo “Metafisica del ping-pong” poiché “…ogni vero artista, è anche un artigiano e sa che la tecnica viene prima di tutto. Dopotutto, la parola greca téchne si traduce come “arte””. (pag. 156) L’arte opzionata come arma sacra dotata di personalità propria e psyché in questo libro è la “racchetta perfetta” che conduce l’autore a speculare con la metafisica di Platone fino ad arrivare a Benvenuto Cellini. “La differenza tra i giocatori di tennistavolo occidentali e quelli dell’Estremo Oriente consiste nel fatto che i secondi cercano il Tao consapevolmente, o almeno ci provano. Ma l’evocazione consapevole di uno stato di grazia non e un’impresa facile ed è per questo che di rado viene conseguita a comando, altrimenti tutte le partite ad alto livello sarebbero “epiche”, e non lo sono” (pag. 225) Il viaggio poliedrico di Guido Mina di Sospiro induce il lettore a meditare non utilizzando il solo linguaggio di una determinata spiritualità e portandolo ad una mutua fecondazione tra le differenti tradizioni umane. L’incontro dialogo tra ideologie e concezioni del mondo è un imperativo dell’autore che viaggia come un immigrato 2.0, un’Ulisse contemporaneo, tra culture e tradizioni senza pretendere di condurre a termine la vasta gamma dell’esperienza umana. Il dialogo come attività religiosa inteso nel senso più profondo quale la pienezza ossia il progetto della salvezza. di Anita Likmeta su The Huffington Post

Gëzim Hajdari: il poeta migrante.

Scriveva la poetessa indiana Sujata Bhatt: “Va’ lungo le strade di Baroda,/ va’ ad Ahmedabad,/ va’ a respirare la polvere/ finché non soffochi e stai male/ di una febbre che nessun dottore ha mai sentito./ Non me lo chiedere / perché non ti dirò niente/ sulla fame e sul dolore./ (…)/”. Questa poesia che narra il viaggio di chi parte e il ghibli, un vento secco e caldo che ti avvolge, che soffia dal deserto. Il vento che accompagna la migranza errante. Di chi sei? Di nessuna parte. Dove vai? Ovunque mi porti il vento del destino. Noi, che di un popolo abbiamo perso le sembianze, contaminati dal viaggio, condividiamo lo stesso dolore, la stessa erranza impalpabile. Oggi scrivo di un uomo, un poeta, un mio connazionale ma soprattutto un amico prezioso che ho avuto modo di incontrare nel mio viaggio personale: Gëzim Hajdari, considerato uno dei maggiori poeti viventi contemporanei. Nato nei pressi di Lushnje, nell’Albania meridionale, vive esule in Italia dal 1993 e risiede a Frosinone. I motivi che portarono Hajdari ad immigrare non furono legati, come nella maggior parte dei casi accade, alla guerra o al bisogno di costruirsi un futuro altrove, i motivi che spinsero il poeta a lasciare l’Albania furono legati alla violenza e alla censura che venne mossa ai danni della sua persona e della sua opera. Di fatto ancora oggi i suoi scritti non vengono pubblicati in Albania. Ho conosciuto il poeta Hajdari ad una presentazione di un volume di poesie di un poeta italiano, a sua volta anch’egli immigrante in Francia, e il dibattito fu interessante proprio perché si parlava della dualità nel scrivere in lingua d’origine e quella acquisita nel paese altrove. La contaminazione, il bilinguismo come svolta e come liberazione definitiva in quanto ci si misura con il mondo esterno al proprio ma questo senza dimenticare come diceva Dante “il parlare materno”. In una intervista pubblicata su un mensile culturale del giornale “Bota Shqiptare” il poeta dichiarò che “Farsi chiamare poeta migrante è un onore, un privilegio, perché significa non metterti sullo stesso piano di Baricco, per esempio. Tutti i grandi poeti sono stati dei migranti… perché liberandosi della nazionalità raggiungevano altre dimensioni, valori universali, altrimenti sarebbero rimasti provinciali”. L’attività poetica di Hajdari cominciò in giovane età, quando ancora frequentava il liceo. Il suo primo libro fu una raccolta dal titolo “Antologia della pioggia” pubblicata prima della caduta del regime quando ancora i problemi politici erano molto forti e c’era una grandissima mancanza di libertà d’espressione. La raccolta che doveva essere pubblicata nel 1985 doveva cantare la gloria del partito, il suo ruolo fondamentale nella società, il socialismo, e invece la raccolta simboleggiava l’antologia delle lacrime che non aveva nulla a che fare con l’idea del partito comunista e del socialismo in Albania. Hajdari arrivò in Italia nel 1993 a causa delle minacce di morte esposte alla sua persone in quanto egli fu uno dei primi esponenti del partito repubblicano e candidato al Parlamento nel 1992. Il poeta non celava la sua opposizione ai fatti inaccettabili che accadevano nel fronte dell’opposizione e sul giornale “Republika” denunciò i crimini della politica e gli abusi del regime post-comunista albanese. Secondo Hajdari, l’Albania non è mai riuscita a cambiare radicalmente. Secondo il poeta tuttora il paese vive di una classe politica che fino a ieri ha condannato, impiccato e imprigionato gli oppositori politici per cui non si differenzia tanto rispetto a quella che c’era quando egli abbandonò il paese ed è per questo che egli sostiene che l’utopia del socialismo reale oggi porta il nome di “democrazia”. La delusione del poeta sta specialmente nel vedere una intera giovane generazione che non viene più fuori, che è stata contaminata nella sua accezione peggiore. Nella sua poesia, che non è italiana, ma un intreccio di culture egli cerca di portare alla luce quell’Albania che in pochissimi conoscono, un’Albania che egli vive nel corpo, nel suo intelletto, nella parola di Hajdari. Non si tratta di nazionalismo perché egli non si definisce tale in quanto sarebbe insensato visto il suo viaggio e le scelte che lo hanno condotto ad emigrare, Hajdari si colloca in coloro che compiendo il viaggio diventano inequivocabilmente portatori di una cultura che non è più solo albanese ma patrimonio del mondo. Il poeta migrante, che rispettando i confini e la patria, si è superato oltrepassando i limiti, i suoi, le famose colonne di Ercole, l’universo del mondo conosciuto, dove plasmare un’identità tollerante e pacifica è un bisogno primordiale per salvaguardare il rispetto di ogni essere umano. La cultura albanese offre al mondo una idea pseudo-mitica del realismo socialista in quanto simbolo della letteratura moderna. Al poeta Hajdari non va a genio che molti scrittori albanesi vengano definiti dal mondo occidentale come grandi difensori dei diritti umani poiché è alla luce dei fatti che “quei grandi” scrittori erano gente i quali composero i poemi più maestosi sulla lotta di classe. Gli artisti di Enver Hoxha che non hanno mosso un dito contro quei 146 intellettuali condannati dal regime. Questo è un fatto storicizzato e nel bene e nel male quegli artisti, dal valore non assoluto ma nello stesso tempo assoluti in quanto strumenti per la Storia stessa, sono i suoi antagonisti. Il rancore è del poeta migrante nei confronti di un’Albania che non presta attenzione ed è per questo incurante nei confronti della sua stessa cultura prodotta al di fuori dei confini. Dove sei finita Albania? Rimembri nei ricordi di coloro che non ti hanno mai vista partorire, sei morta quando vendendo la tua primogenitura ci hai portati ad emigrare come miserabili cercando la pietas nel mondo, seduti agli angoli di alti portoni di ferro, con la faccia che osservava la terra straniera e il numero della ricevuta di ritorno. I nostri permessi che ci sono stati consentiti da un determinato sistema che ci ha assunti perché li dove abbandonammo, la nostra terra, potevamo sognare soltanto quelle parole che il vate Leopardi scrisse “fantasmi di sembianze eccellentissime e sopraumane, ai quali, (Giove) permise in grandissima parte il governo e la potestà delle genti: e furono chiamati Giustizia, Virtù, Gloria, Amor patrio e con altri sì fatti nomi” e questo ci struggeva gli spiriti. Così il poeta migrante Gezim Hajdari conserva nel cuore quell’Albania, quella radice umana, che non lo abbandona mai, ma che si trasforma dentro egli in benzina capace di attirare e smuovere l’attenzione di giovani che, come me, cercano quella onestà intellettuale per cui vale la pena partire e vale la pena lottare. Il poeta migrante è colui il quale si muove, si trasforma, può essere l’albanese, l’italiano, il francese etc e il loro valore è insito nelle loro ossa, fondamento costituente per quel patrimonio che si vuole lasciare ai prossimi. Un patrimonio puro nonostante la sua contaminazione e che non può essere acquisito senza la necessità primordiale di creare valori. Un patrimonio che parla dei popoli differenti tra di loro ma che necessitano di essere uniti nel dialogo tra chi è già cives occidentale e l’altro che è lo straniero in quanto quest’ultimo ha scelto di migrare per la ragione più profonda; quella appunto di farsi capire. Gli altri siamo noi; noi giovani della prima e seconda generazione di quegli emigranti che erano i nostri genitori, noi che con sforzo sovrumano cerchiamo di garantirci una sopravvivenza materiale in questa realtà storica così precaria sotto ogni profilo, noi che cerchiamo di ricostituirci di una cultura e di una identità che sono fondamenti al nostro sistema spirituale il quale urla potentemente dentro le nostre viscere la necessità di raccontarsi. Noi che abbiamo oltrepassato la leggenda diventando noi stessi iper leggenda, e come fate invisibili e in perfetto silenzio stiamo seduti ad una tavola rotonda sull’orlo della via o in mezzo al sentiero. A te, poeta che mi riconosci in questo universo, ti accolgo abbracciandoti nella tua preghiera. – Baciami e abbi pietà di questo corpo martoriato che emana gioia e spavento […] baciami e prega per queste braccia superstiti nella dittatura e ferite nella libertà per queste mani cresciute sotto la nudità della pioggia, per queste labbra che tremano sotto il cielo oscuro dell’Occidente per questo Verbo diventato amore e sacrificio, […] benedici questo sguardo sepolto dal Tempo […] accarezza le mie pietre. Più degli dei, più dei miti, più dei tiranni, più del viaggio nel dolore noi soffriamo di una malattia che si chiama peccato, si chiama empietà, che si chiama mancanza nel raggiungere l’obiettivo, che si chiama tradimento. Il tradimento, il nemico più grande di ogni letteratura. di Anita Likmeta su The Huffington Post