Politica

Lettera a tutte le comunità albanesi in Italia e in Europa

A tutte le comunità della diaspora albanese in Italia, Il recente vertice tra i 27 Stati membri dell’Unione europea e i sei Paesi dei Balcani occidentali extra-europei si è concluso con un nulla di fatto. La Bulgaria non ha ritirato il veto sulla ripresa dei negoziati di adesione con la Macedonia del Nord gettando così una pesante ombra sul percorso dell’Albania, che è legato a quello di Skopje. Per l’ennesima volta, sulla questione, non è stata raggiunta l’unanimità necessaria. L’Europa, insomma, ancora una volta, non ha tenuto nella dovuta considerazione l’Albania e il popolo albanese. Per quanto siamo consapevoli di rappresentare una piccola nazione, sia in termini territoriali che demografici, riteniamo che l’Europa non possa e non debba dimenticarsi di noi: la nostra stessa storia, il modello di convivenza interreligioso che rappresentiamo, gli sforzi enormi di democratizzazione dopo la triste parentesi della dittatura comunista, sono una patrimonio che dovrebbe essere tenuto nella massima considerazione da un’Europa che, proprio oggi, cerca di affermare i suoi valori fondanti rispetto a un vasto mondo che li mette violentemente in discussione. Tuttavia, noi albanesi non possiamo perderci d’animo: non siamo figli illegittimi di questo Continente, semmai, abbiamo fratelli distratti. Noi albanesi, come e più di altri popoli, conosciamo il prezzo che si paga per la libertà e non faremo un passo indietro sulla strada che abbiamo intrapreso con coraggio e determinazione. Da questo punto di vista, trovo rincuoranti e piene di speranza le parole del Presidente Mario Draghi, che, a margine del recente Consiglio Europeo, ha dichiarato con fermezza il suo appoggio alla causa albanese: “noi vogliamo che l’Albania venga presa e vada avanti da sola, cioè senza essere più bloccata dalle differenze, dalle divisioni che ci sono sulla Macedonia del Nord”. Come su altre questioni dirimenti, dobbiamo dunque sperare che l’autorevolezza di Mario Draghi, possa giocare un ruolo decisivo anche su questa questione. Oggi, come cittadini albanesi sparsi in varie comunità in Europa e nel mondo, dobbiamo dunque farci conoscere meglio, spiegare meglio le nostre ragioni, di nuovo e da capo. Dobbiamo rivendicare il nostro pieno diritto a sedere nel Consiglio Europeo. In questa fase storica ognuno di noi può contribuire come singolo e come comunità a fare la differenza ovunque si trovi, in Italia come in ogni altro paese europeo. È mia ferma convinzione che se noi albanesi, intesi come individui e come comunità, non parteciperemo attivamente per sostenere l’adesione dell’Albania all’Europa, faremo l’imperdonabile errore di abbandonare i Balcani al disegno egemonico dell’impero russo e di quello ottomano. Noi albanesi sappiamo bene cosa significherebbe per le nostre vite: lo abbiamo già vissuto per troppo tempo. Non vogliamo riviverlo di nuovo. Rroftë Shqipëria! 

“La nostra libertà non è un incidente della storia: è tempo di sognare le vite delle generazioni future”

“L’Europa non è un incidente storico”: con queste parole il compianto presidente David Sassoli ci ha lasciato la sua più grande eredità. Mi chiamo Anita Likmeta, sono arrivata in Europa 24 anni fa e sono l’incarnazione di quelle parole. Sono una immigrata, proprio come quegli egiziani, libici, somali, etiopi che vediamo ammassati in centri di accoglienza che tanto accoglienti non sono. Sono una fra le migliaia di persone che anni fa hanno attraversato il mare Adriatico su una nave, sperando di trovare in Europa qualcosa di meglio rispetto allo scenario di morte che si lasciavano alle spalle. Vengo dall’Albania. A casa mia c’era la guerra civile: nessuno di voi qui, per fortuna finora, sa più cosa sia una guerra civile. Nessuno di voi qui sa cosa voglia dire ammazzarsi tra fratelli, tra cugini, tra vicini di casa. Sono oggi alla plenaria di aprile del Parlamento Europeo per dirvi che neanche io sono un incidente della storia. Figlia della diaspora ebraica prima, e di quella albanese poi, l’Occidente per me ebbe da subito i colori dell’Italia: quel paese che sbirciavamo in televisione e che ci sembrava così pieno di promesse e di opportunità, per noi che facevamo i conti con la miseria più assoluta e con la devastazione morale di una dittatura spietata e paranoica. Trovai in Italia un paese pieno di contraddizioni e di chiusure, ma straordinariamente capace di poesia e generosità. L’Italia è riuscita così a darmi quella possibilità di riscatto che non avevo avuto per nascita. E dopo l’Italia, la Francia, dove ho studiato e dove ho potuto comprendere appieno lo spazio di libertà che mi era dovuto proprio in quanto essere umano. Come me, gli ucraini non sono l’altra parte del mondo. Gli ucraini, e noi tra loro, siamo la nuova Europa. Stiamo vivendo l’esperienza dei migranti in casa nostra. Quegli altri siamo noi. E come cittadina europea ringrazio la nostra Presidente Roberta Metsola per il gesto concreto di andare in Ucraina come rappresentante eletta democraticamente da tutti noi europei. Perché alla fine, se rimettessimo indietro le lancette della Storia, ci renderemmo conto che questa nostra libertà non è un incidente, ma è piuttosto frutto delle speranze e dei sogni delle nostre nonne e dei nostri nonni: loro lo sapevano che solo chi parte dalle rovine e dalla distruzione può sognare i sogni delle generazioni che verranno. L’Europa era il loro sogno, io oggi sono una realizzazione di quei sogni. E sono qui per ricordarvelo, per ricordare insieme che abbiamo un’eredità da tramandare e rinnovare: dobbiamo sognare insieme le vite delle generazioni future per come saranno, domani, negli Stati Uniti d’Europa. Gli Stati Uniti dei nostri Padri Costituenti.

“Mario, come here!”. Vieni fra noi, prima che sia troppo tardi

Il G20 è stato un successo insomma, tutti per uno e Draghi per tutti. Ma sì, siamo stanchi. Rilassiamoci un po’, mentre le signore fanno shopping in Via Condotti. La dolce vita, la grande bellezza! Tanto pericoli non ce ne sono: abbiamo ottomila macchine di scorta, servizi segreti, legioni di poliziotti e tiratori scelti. E voi siete tutti lì a chiedervi cosa ne è stato di questo G20. A saperlo… È una di quelle domande inutili che ormai si ostina a fare solo il Vaticano, con la solita incomprensibile preoccupazione per gli ultimi della terra. Noi di fatto abbiamo lavorato, ci siamo impegnati a salvare questo mondo ripiegato su se stesso. Sono la Cina e la Russia che non ci hanno messo la faccia. Noi invece abbiamo recitato la nostra parte, ciascuno con la sua maschera: chi per il clima, chi per la pesca, chi per i dazi. E poi lo abbiamo chiamato “bene comune”. È stato un successo insomma, tutti per uno e Mario per tutti. Che aria tirerà sui nostri continenti nei prossimi mesi? Certamente non spariranno le guerre, i femminicidi, la fame, la pandemia, le deforestazioni, le inondazioni, le mancanze dei diritti civili e di lavoro. E non basteranno la monetine gettate nella fontana a rimettere in sesto il debito degli ultimi. Ma è stato proprio mentre la limo si allontanava, che abbiamo sentito una voce levarsi dalla folla che seguiva il corteo: “Mario, come here!” Perché lo sapete: amiamo l’Italia, la sua strepitosa cucina. Amiamo Roma, il cinema italiano dell’età d’oro. Anita nella fontana, Mastroianni, il grande Fellini. “Mario, come here!”. Sì, vieni qui Mario, scendi fra noi, prima che sia davvero troppo tardi.

DAD: valori e svantaggi.

Quello della DAD è un tema che mi sta davvero a cuore, e non solo perché sono la mamma di una bambina ma perché ci riguarda tutti come collettività, come docenti, genitori, figli, e nonni. La situazione odierna mi ha portato ad essere mamma e studentessa a tempo pieno senza vincoli di spazio e tempo. Come già sappiamo le scuole/Università a causa dell’emergenza COVID sono state costrette a proseguire un nuovo metodo di didattica, chiamata comunemente DAD. Che cosa è la didattica a distanza o chiamata  in abbreviazione DAD? Non sono una studiosa di didattica e posso parlarne soltanto dal mio punto di vista da mamma, sorella e studentessa magistrale accennando anche figure come docenti e studenti a cui ho chiesto il loro punto di vista. Personalmente posso dire che la didattica a distanza mi ha offerto l’opportunità di essere presente nelle mie due sfere di vita, quella genitoriale e quella “professionale”. Mi ha offerto la possibilità di fare due cose contemporaneamente senza sentirmi in colpa di trascurare l’uno dall’altro; lezioni ascoltate tra un cambio pannolino urgente e una poppata per addormentarla. Questo è stato il mio dato positivo, ma penso non solo mio ma anche di molte donne che si trovano nella mia stessa situazione.  L’insegnamento non è solo un freddo passaggio di informazioni, ma è una relazione tra due esseri umani, in cui uno è assetato di conoscenza e l’altro è votato a trasmettere tutto il proprio sapere, umano ed intellettuale. Rudolf Steiner Ma con la DAD trascuriamo dettagli importanti per la didattica e la pedagogia: gli sguardi insegnante-alunno durante la spiegazione, i dibattiti in classe, le sedute nei banchi e le amicizie nati fra quei banchi. Dietro ad un computer è difficile spiegare e partecipare attivamente a una lezione, è un contatto virtuale e freddo ma  non può mai sostituire quello diretto/umano.  I miei ex docenti mi hanno fatto riflettere sul fatto che a loro, per esempio, è venuto a mancare è proprio la mancanza dell’osservazione durante le spiegazioni; spiegare dietro uno schermo senza un contatto visivo crea un distacco fra docente-alunno che non aiuta nell’apprendimento e nello sviluppo emotivo provocando un senso di disorientamento e frustrazione in entrambi. L’apprendimento non è fatto soltanto di spiegazioni a voce, ma anche di trasmissione di empatia e passione da parte del docente verso lo studente. Rudolf Steiner diceva: L’insegnamento non è solo un freddo passaggio di informazioni, ma è una relazione tra due esseri umani, in cui uno è assetato di conoscenza e l’altro è votato a trasmettere tutto il proprio sapere, umano ed intellettuale. La DAD è un’innovazione che ha sostituito la didattica tradizionale: un nuovo modo di apprendere e noi siamo coloro che vivono, un po’ sconvolti direi, questo passaggio. Penso che sarebbe utile parlare delle modalità e trovare un compromesso tra fisico e digitale è importante per i nostri ragazzi, quanto per noi adulti.

Balcani: l’accordo di Prespa sancisce il cambio di nome di Macedonia del Nord.

Finalmente l’incontro fra il ministro greco Kyriakos Mitsotakis, il premier albanese Edi Rama e Zoran Zaev, Primo Ministro della Macedonia del Nord, avverrà in settimana ad Atene. Ad organizzare la conferenza è la rivista The Economist per discutere dell’accordo di Prespa che prevede il cambio di nome di Macedonia del Nord. Questo è un incontro molto importante fra questi tre paesi che sono riusciti finalmente a superare le difficoltà sul piano della comunicazione ratificando l’intesa. Questo incontro può rappresentare un nuovo inizio sul piano politico ed economico, oltre a facilitare il processo di adesione in UE per l’Albania. I Balcani rappresentano un ponte importante tra est ed ovest per l’Europa e velocizzare gli accordi è il miglior modo per fronteggiare la crisi, che coinvolge il mondo contemporaneo, e creare nuovi valori e promuovere gli scambi commerciali.

Christine Lagarde: la ripresa dell’Europa sarà limitata.

Christine Lagarde, Presidente della Banca Centrale Europea, ha dichiarato che l’aumento dei risparmi delle famiglie frenerà la domanda dei consumatori e questo significa che l’economia europea si riprenderà molto lentamente. Lagarde, inoltre, si esprime anche in merito ai danni subiti dalle compagnie aeree, le quali sono state danneggiate da questa crisi mondiale in maniera permanente. I dati che la BCE ha diffuso oggi mostrano come i cittadini europei hanno risparmiato tra febbraio a maggio raggiungendo un picco storico ossia 7,3 miliardi di euro. I risparmi delle famiglie dell’eurozona sono aumentati del 136%. La BCE ha promosso un programma di acquisto di obbligazioni di emergenza passando da 600 miliardi a 1350 miliardi di euro in modo da garantire che i costi di finanziamento rimangano basse per le famiglie e per le aziende. Questa manovra permette che i prestiti crescano rapidamente. La Presidente della BCE si congratula inoltre con i Paesi europei per aver azionato politiche fiscali rapide e si è augurata che al vertice del 17 luglio si possa raggiungere un accordo sul proposto fondo di recupero da 750 miliardi di euro. Lagarde ha aggiunto che il livello del debito aumenterà sia per i Paesi che per le aziende per cui i prestiti dovranno essere effettuati con la formula del nuovo bond austriaco da 100 anni. La Presidente della BCE non ha mancato di estendere la sua vicinanza alla categoria più fragile, ossia i giovani e le donne, affermando che saranno i primi a beneficiare di un programma di aiuto rivolto a loro.

Boeri firma il Riverside: nuovo rinascimento italiano in Albania?

Il rinascimento albanese parte dall’Italia per poi approdare a Tirana, e per la precisione nel nuovo quartiere che prende nome dal fiume che si accinge alla città: il Riverside. Il progetto urbanistico, firmato da Stefano Boeri, vede la partecipazione di un team internazionale come lo studio tedesco Transsolar KlimaEngineering per la sostenibilità, MIC-Mobility in Chain per la mobilità, Esa per gli impianti e SCE Project per progettazione e calcolo strutturale. Abbiamo disegnato il masterplan di Tirana nel 2014 con una serie di zone di sviluppo tra cui quella che sarà oggetto della riqualificazione. Il progetto nasce per dare abitazioni agli sfollati del sisma del novembre 2019. Nonostante il terremoto abbia colpito soprattutto Durazzo e le città della costa, a Tirana molte case sono diventate a rischio tanto da ipotizzare una demolizione. ha affermato Stefano Boeri a IlSole24 Il masterplan, presentato dallo studio Stefano Boeri Architetti in partnership con SON-Group, illustra un quartiere all’avanguardia dove è ridisegnata un’area di 29 ettari a nord della città con annessi grandi parchi e giardini verdi, e compresi circa quaranta edifici residenziali. Il progetto si estende fino a raggiungere la piazza centrale della capitale, la quale non conosceva una rivisitazione architettonica dai tempi della dittatura fascista del Regno d’Italia. Delle quattro aree di sviluppo, la nostra è la prima a partire. Ospiterà circa 13mila persone. Abbiamo scelto di realizzare un quartiere innovativo, all’avanguardia, puntando su efficienza ed autosufficienza energetica, mobilità solo elettrica nel quartiere e una serie di accorgimenti in linea con un mondo post Covid-19. Abbiamo ragionato molto sull’idea che le città debbano funzionare come insieme di borghi entro cui ci si muove a piedi o in bicicletta. afferma Boeri in una intervista a IlSole24 Il nuovo quartiere è una vera e propria Smart City, dotata di aree di incontro per i cittadini, nonché alcune aeree sono dedicate ai laboratori artigianali, ad imitazione dei vecchi borghi italiani. Il progetto da Boeri è multietnico e multiculturale, infatti nel progetto sono inclusi sia una chiesa che una moschea, proprio nel rispetto della tradizione albanese, dove da sempre le diverse religioni coesistono pacificamente nelle comunità. Il programma conta su finanziamenti misti tra il Governo albanese, la Comunità europea e donatori internazionali, tra i quali l’Italia. aggiunge il Presidente del Consiglio albanese Edi Rama a IlSole24 La valorizzazione del progetto urbanistico Riverside si aggira intorno ai 250 milioni di euro. Con l’intervento dei privati il valore del progetto potrebbe salire ulteriormente. Il terremoto ha creato l’opportunità di fare un nuovo quartiere integrato, circa 3mila appartamenti, dove abiteranno persone che hanno perso la casa per il sisma, ma anche giovani coppie per le quali come Comune paghiamo gli interessi del mutuo. spiega il sindaco di Tirana Erion Valiaj a IlSole24 Il 22 giugno 2020 il Consiglio dei Ministri albanese ha approvato il progetto e aperto la gara per affidare i lavori alle imprese appaltatrici. In questa seconda fase c’è l’opportunità per i giovani architetti albanesi, supervisionati da Studio Boeri, di progettare i singoli edifici nel rispetto della tradizione e cultura albanese oltre a coniugare l’area di proprietà pubblica in armonia con le aree dedicate alle piccole medie imprese per il rilancio del Paese. Il progetto rappresenta per Tirana un vero e proprio rinascimento urbanistico Made in Italy, un’opera importante senza precedenti che speriamo non faccia la stessa fine del Teatro Nazionale d’Albania, anch’esso progettato dall’italiano Giulio Berté, ma in epoca fascista.

Il rapporto fra Albania e Germania: l’alleanza economica delle due aquile.

Mentre il governo italiano rimane seduto a fronteggiare ciò che resta ancora da dire sul Covid-19, piuttosto promulgare decreti come fossero ciambelle, o addirittura la surreale proposta del bonus alle donne che vogliono fare le manager, la Germania rafforza la sua posizione in Albania, partner strategico dell’Italia da decenni per quanto riguarda l’import e l’export. Le esportazioni dell’Albania verso la Germania hanno visto un aumento rilevante nei primi cinque mesi di questo sfortunato 2020. L’Istituto di statistica albanese ha confermato che a partire da gennaio sino a maggio le esportazioni verso la Germania sono state pari a 6.874 milioni di lek, che è l’equivalente di circa 55.3 milioni di euro, rispetto ai 5.895 milioni di lek dello stesso periodo del 2019, ossia 47.5 milioni di euro. Le esportazioni hanno riguardato principalmente il settore del tessile e calzaturiero, ma un aumento importante è stato registrato anche per il settore dei macchinari e delle attrezzature. La Germania, che fino a ieri era il terzo partner dell’Albania, ha rappresentato il 7.6% del volume degli scambi commerciali con Tirana, e inoltre consolida la sua posizione con ingenti investimenti sul territorio albanese.

LUIS DIAZ DEVESA VIA GETTY IMAGES

Democrazia in Europa: l’autobiografia di un continente incompleto.

La democrazia è il valore primario di tutte le Costituzioni dei Paesi occidentali, un termine fragile che in sé porta le complessità dei popoli che hanno deciso di abbracciarla. La democrazia è una pianta che può assumere mille forme e vivere in una moltitudine di condizioni. Platone, per esempio, nel suo trattato “La Repubblica” e precisamente nel dialogo “Politico” ne dà un giudizio negativo, ossia per il patriarca della filosofia greca il governo dovrebbe essere tenuto dai filosofi, o come diceva Bauman in “La decadenza degli intellettuali” dai philosophes i quali potevano essere gli unici veri intellettuali legislatori. Una sorta di tecnocrazia che non trovava invece d’accordo Aristotele il quale temeva che la cosa potesse in qualche modo trasformarsi in tirannide. Polibio, storico greco antico, nel VI libro di “Storie” distingue tre forme di Stato, la monarchia, l’aristocrazia, e la democrazia e ne elenca a sua volta anche le tre forme negative, la corrispettiva antimateria, ossia tirannide, oligarchia e oclocrazia. È su quest’ultimo termine, l’oclocrazia, che ci soffermeremo. Il termine che significa letteralmente “il governo della massa“, venne introdotto proprio da Polibio per segnalare una forma degenerata di democrazia, dove a fare da padrone non è più la logos dei filosofi, di cui parlava Platone, ma gli istinti di una massa istigata da demagoghi al fine di ottenere reazioni emotive collettive. Finché sopravvivono cittadini che hanno sperimentato la tracotanza e la violenza, essi stimano più di ogni altra cosa l’uguaglianza di diritti e la libertà di parola; ma quando subentrano al potere dei giovani e la democrazia viene trasmessa ai figli dei figli di questi, non tenendo più in gran conto, a causa dell’abitudine, l’uguaglianza e la libertà di parola, cercano di prevalere sulla maggioranza; in tale colpa incorrono soprattutto i più ricchi. Desiderosi dunque di preminenza, non potendola ottenere con i propri meriti e le proprie virtù, dilapidano le loro sostanze per accattivarsi la moltitudine, allettandola in tutti i modi. Quando sono riusciti, con la loro stolta avidità di potere, a rendere il popolo corrotto e avido di doni, la democrazia viene abolita e si trasforma in violenta demagogia. Polibio, Storie, libro VI, cap. 9 Il potere del Popolo dotato di autocoscienza storica muta in potere dell’ochlos, cioè della moltitudine atomizzata. Lo sapeva bene Hannah Arendt che ne “Le origini del Totalitarismo” spiega come l’atomizzazione della società sovietica fosse stata ottenuta attraverso l’abile uso di ripetute epurazioni che invariabilmente precedevano l’effettiva liquidazione di un gruppo. Le epurazioni avvenivano in maniera sistematica e l’obiettivo era sempre quello di distruggere i legami familiari, minacciare l’individuo o un collettivo utilizzando il criterio della “colpa per associazione”. Il regime staliniano era riuscito attraverso metodi polizieschi ad atomizzare la società con l’unico obiettivo di isolarlo, di privarlo di quella coscienza creativa che porta l’uomo ad interrogarsi su di sé e a mettersi in discussione con il prossimo. Accadeva allora, come accade in tutte le dittature del mondo. Un popolo senza Weltbild, ossia senza una concezione del mondo, che vive nell’oclocrazia, diventa strumento animato da acuti demagoghi che si fanno abbracciare da un corpo corrotto, il popolo, capace di trasformarli a loro volta, il corpo, in un organismo parassitario privandolo delle libertà comuni dove l’unica deriva possibile è quella di una disgregazione sociale. L’oclocrazia è una minaccia alla democrazia, alle libertà comuni, perché è fondata sull’ignoranza e sul conformismo umano. È la strada verso l’antimateria, lontano da quello stato di regole conosciute e condivise, in un non luogo dove l’inesperienza e la non conoscenza si sfogano divenendo la voce di una propaganda ipocrita e convenzionale. La società dello spettacolo, di cui parlava Debord, dove il rapporto sociale fra individui mediato dalle immagini assoggetta psicologicamente l’individuo, privandolo, isolandolo alla più totale passività, una sorta di monologo elogiativo sull’ordine presente. L’autobiografia di popoli che rivivono i loro demoni, la loro incapacità di farsi verbo sul gradino della vita. La storia di popoli che camminano scalzi, senza direzione, in preda al panico. Eppure, se solo ci stringessimo la mano l’uno agli altri, l’aria profumerebbe di democrazia.

Enver Hoxha Statua

La demolizione del Teatro Nazionale d’Albania? Un atto di suicidio storico.

Quale potrebbe essere il futuro di una generazione che ignora il suo passato? Rifiutare la storia e la memoria, anche attraverso il crollo di un edificio storico, significa abbandonarsi alla possibilità di ripetere gli stessi errori, oppure peggio ancora, i crimini. Ignorare la volontà e l’opinione degli artisti, intellettuali e cittadini ci mette in guardia rispetto un’era buia che abbiamo già vissuto. Cosa segna la demolizione del Teatro Nazionale d’Albania, al di là del crollo di un edificio, la cosiddetta “Mecca” della cultura albanese? Per la giornalista italo-albanese Anita Likmeta, attiva nei più importanti media italiani, oggi più che mai non può e non deve essere messa in discussione il Teatro Nazionale, perché chi in Albania parla ogni giorno di progresso dovrebbe essere consapevole che un Paese non può progredire senza cultura, ancor meno senza Storia. La ragazza di Durazzo fu costretta ad abbandonare l’Albania quando era solo una bambina, durante uno dei periodi più fragili del nostro Paese. Ma si sa che a 11 anni, un bambino non può ribellarsi agli abusi di un governo e dei suoi governanti.  Ma oggi, che è riuscita a vincere la sua battaglia contro quel volume di morte che molti di noi hanno conosciuto, Likmeta è decisa ad ostacolare la scelta del governo e a combattere a fianco di connazionali che, come lei, hanno a cuore la storia e la cultura albanese.  Likmeta è un nome popolare per il pubblico italiano quanto per quello albanese, non solo per il suo contributo mediatico, nel campo della tecnologia e dell’innovazione, degli impegni nei gruppi politici, ma anche per la sensibilizzazione alle questioni sociali, in particolare a quelle dell’emigrazione e della storia albanese. Oggi il Teatro Nazionale è anche la sua battaglia. Oltre alla determinazione per sensibilizzare l’opinione pubblica, Likmeta racconta a “Shekulli” di aver inviato una lettera, firmata da scrittori e artisti albanesi come Robert Budina, Rudi Erebera, Kastriot Çipi e Lindita Komani, all’Onorevele Romano Prodi, il quale nel 1998 intervenne in Albania per fermare le navi in direzione delle spiagge italiane che portarono a morte dozzine di albanesi, oltre a dare un’assistenza finanziaria concreta. Secondo la giornalista, in Albania dovrebbe essere istituita una commissione per la verità e la riconciliazione nazionale albanese. “Come ho detto in altre occasioni, c’è una continuità ambigua tra il vecchio e il nuovo sistema ed è necessario dare volto a quei criminali e a quella storia da cui tutti dovremmo prendere le distanze. Questo sarebbe un passo importante verso un’Albania liberale “. A questo punto ci viene da chiederci se oggi l’Albania vive un nuovo sistema totalitario sotto le fragili vesti della democrazia? Secondo Likmeta, per capire se l’Albania sta vivendo una nuova forma di dittatura, il cittadino dovrebbe chiedersi se si sente impotente dinanzi alle scelte che lo Stato impone come punizione contro una migliore coscienza pubblica, piuttosto quando lo Stato costringe i cittadini ad una cooperazione silenziosa.  Anita, da quasi 10 mesi gli artisti albanesi protestano contro la decisione del governo di demolire il Teatro Nazionale. Qual è la tua opinione in merito? Comprendo e condivido appieno la posizione degli artisti, degli scrittori, degli architetti, della cittadinanza e di tutta la classe intellettuale albanese. Il Teatro Nazionale dell’Albania rappresenta un simbolo di quella Storia che ci ha caratterizzato. È una nostra cicatrice, come lo sono anche altre, che dovrebbe fungere da promemoria, ogni volta, per ricordarci quello che abbiamo vissuto, e subito. L’Albania ha attraversato periodi difficili, è stata attraversata da eserciti in varie epoche, dagli svevi agli angioini, ai veneziani, ai cinque secoli di dominazione ottomana, all’invasione fascista, a mezzo secolo buio della dittatura hoxhaista, alla grande diaspora, alle piramidi finanziarie, ai morti del canale di Otranto. Ecco, queste sono solo alcune delle cose che hanno trovato spazio entro i nostri confini. L’Albania è stato teatro di guerra, la via per l’Oriente, la terra di mezzo. L’Europa sta attraversando un periodo delicato, si stanno mettendo in dubbio le fondamenta di principi che pensavamo fossero saldi, si sta mettendo in discussione i valori della democrazia, delle libertà conquistate in oltre 70 anni di pace. Oggi più che mai non si può mettere in discussione il Teatro Nazionale dell’Albania, perché se è vero che il progresso è importante, è tanto vero dire che non c’è progresso senza cultura, non c’è progresso senza analizzare la propria storia. Prima del Teatro Nazionale, in Albania ci sarebbe bisogno di creare una Commissione per la verità e la riconciliazione nazionale albanese, perché, ribadisco come ho fatto già in altre occasioni, c’è una continuità ambigua tra il vecchio sistema e il nuovo e che è necessario dare volto a quei criminali e a quella storia da cui dovremmo tutti prendere le distanze. Questo sarebbe un passo importante verso un’Albania liberale. E quest’ultimo si chiama progresso, da non confondere con l’occidentalismo a cascata.  La legge adottata per il crollo del Teatro Nazionale è stata restituita due volte dal presidente Ilir Meta, a causa di irregolarità. Nonostante questo, i deputati della maggioranza sono tornati in Parlamento con 75 voti a favore. Come vedi la disapprovazione dei parlamentari, non solo la volontà degli artisti, ma anche la decisione del Presidente? In Albania assistiamo ad un revisionismo reazionario, il che spiega le ragioni per cui la classe politica sudditante vuole la demolizione del Teatro Nazionale, uno dei simboli dell’era fascista a Tirana. Questo revisionismo sta aprendo la strada ad una democrazia autoritaria, e chi ha la possibilità di mettere il naso fuori dalla propria porta ne sente subito l’odore, perché é visibile. Perché anche in Albania il capitalismo sta esprimendo la sua natura, spiega la sua ragione attraverso la rivoluzione tecnologica come effetto obbligato: ricchi sempre più ricchi, poveri sempre più poveri ed emarginati dal resto della società. È un regime che si palesa visibilmente, li vediamo questi emarginati ai piedi del Plaza di Tirana, sui semafori che cercano aiuto, sulle stazioni degli autobus quando scendono le loro galline da vendere al mercato. Un mercato padrone, arrogante ed impaziente che disprezza ogni forma di resistenza, ogni forma di antifascismo come quello della lotta al diritto di avere una storia, al diritto di conservare la memoria, al diritto di opporsi perché come diceva Albert Camus “Non esiste destino che non possa essere superato dal disprezzo”.  Quando lo Stato solleva il cittadino dalla responsabilità morale, senza la quale un uomo non può definirsi tale, quel Governo sta trasformando e veicolando ogni tentativo di resistenza pubblica in un suicidio storico. Lei vive in Italia, un Paese in cui il patrimonio culturale è considerato prioritario, preservando attentamente edifici architettonici secolari. Secondo lei, cosa significa per una città come Tirana, per non dire per l’Albania, la scomparsa di uno dei monumenti istituzionali? In Italia è un po’ difficile mettere in discussione i monumenti realizzati in epoca fascista, anche perché sarebbe un investimento generoso visto il numero di opere presenti sul territorio. Tuttavia torno a ribadire che in Albania non si tratta di una scelta culturale, si tratta di business, si tratta del valore che i politici albanesi, incluso il Presidente Meta con il suo silenzio, hanno dato alla nostra Storia perché è di questo che stiamo parlando. Si sono dati una etichetta e si sono messi in vendita. È chiaro che questa è una operazione in cui ci sono molti interessi in ballo. Forse la politica albanese si deve ricordare che non siamo noi a lavorare per loro, ma che il popolo li ha eletti affinché facessero i nostri interessi e non quello dei privati stranieri che con poche briciole si comprano il loro consenso. Se il Teatro Nazionale verrà demolito nessun albanese lo perdonerà, soprattutto la Storia non lo perdonerà. Gli albanesi non hanno bisogno di nuovi centri commerciali, di carrelli della spesa dove trascinare la vergogna. L’Albania non ha bisogno di un nuovo Teatro, l’Albania ha bisogno di affrontare i suoi demoni, di dare un senso alla sua storia, di ricominciare dalla cultura.  Gli artisti albanesi stanno cercando di coinvolgere i media stranieri e istanze politiche su questo tema. Anche lei sta cercando di fermare la distruzione del teatro. Può dirci qualcosa di più sulle sue iniziative? Quello che sto cercando di fare è sensibilizzare sempre di più l’opinione pubblica in merito alla situazione che sta avvenendo in Albania. Abbiamo inviato una lettera a Romano Prodi, il quale ha già avuto modo di intervenire in Albania nel 1998 per fermare le partenze di barconi verso le coste italiane. Ma non ci fermeremo qui, abbiamo intenzione di rivolgerci agli organi europei e perfino all’Unesco se servirà per fermare questo scempio. Il mio è un interesse puramente culturale e storico. Ho lasciato la mia terra natia quando avevo soltanto 11 anni, ero una bambina e non potevo reagire ai soprusi di quel governo che ci lasciò come popolo in balia degli eventi, a bussare come disperati alle porte del mondo. Oggi mi sono conquistata la mia libertà, e ho una voce che non cesserà mai di battersi per perorare la causa e gli interessi dei miei connazionali che combattono come me le  ingiustizie, come quella di demolire un pezzo della nostra Storia e memoria.  Lei è un personaggio pubblico e spesso si fa carico delle cause albanesi. Perché pensa che questo monumento dovrebbe essere preservato? Ha un messaggio per i governanti albanesi riguardo al Teatro Nazionale? Utilizzo i miei canali social per rimanere sempre in contatto con le persone, con i nostri connazionali sparsi per il mondo. Mi piace leggere le loro storie, scambiare opinioni, discutere scelte politiche, gioire degli obiettivi raggiunti. Perché ogni vittoria di un cittadino albanese nel mondo è una conquista per tutti noi che abbiamo lottato stando a testa bassa ad aspettare che arrivasse il nostro momento. Quello che dico agli albanesi è quello che ripeto, e continuo a ripetermi, a me stessa ogni giorno: la dittatura, l’anarchia, le morti, non sono colpa mia. Non sono una mia responsabilità. La responsabilità è singola ed appartiene ad ognuno di noi. Che il valore di una persona si pesa con le scelte che compie ogni giorno. Ma che anche la “non scelta” e il “silenzio” sono una scelta, sono una responsabilità. Per comprendere se l’Albania sta vivendo una nuova forma di dittatura, il cittadino deve chiedersi se si sente impotente dinanzi a scelte che lo Stato impone come condanna contro una migliore coscienza pubblica, quando lo Stato obbliga i cittadini ad un collaborazionismo silente. Quando lo Stato solleva il cittadino dalla responsabilità morale, senza la quale un uomo non può definirsi tale, quel Governo sta trasformando e veicolando ogni tentativo di resistenza pubblica in un suicidio storico. Per cui la domanda che pongo al lettore che sta leggendo sino a qui è: tu, che ruolo e da che parte stai in questa Storia?  di Anila Dedaj su Gazeta Shekulli.