Politica

Anna Politkovskaja

Anna Politkovskaja, forte come la verità.

Il 7 ottobre scorso è stato l’undicesimo anniversario della morte di Anna Politkovskaja. La giornalista russa venne freddata a colpi di pistola mentre si trovava nell’ascensore dell’edificio nel quale abitava, a Mosca. Anna scriveva per il periodico indipendente Novaja Gazeta, e si era sempre impegnata per la difesa dei diritti umani, contro la deriva autoritaria del governo di Vladimir Putin e per la verità dei conflitti, come quello in Cecenia.  Questo suo impegno le era valso premi come il Global Award di Amnesty International e il premio dell’Osce per il giornalismo e la democrazia. Oltre a questi riconoscimenti però, la realtà che lei raccontava tramite il suo superbo lavoro, l’aveva resa la giornalista da screditare e da uccidere per i signori protagonisti delle sue inchieste.  Il processo nei confronti degli esecutori materiali dell’omicidio si è concluso tre anni fa, con condanne molto dure e due ergastoli. In tutto questo però, nessuno è stato in grado di capire chi fossero stati i mandanti. Di lei rimarranno i suoi libri-inchiesta come “La Russia di Putin”,  la sua tenacia e il coraggio di cercare sempre la verità, nonostante la piena consapevolezza che questo desiderio avrebbe potuto portare alla morte. Mentre il mondo ricordava e piangeva Anna, nove giorni dopo su tutti i media rimbalzava la notizia della morte della giornalista Daphne Caruana Galizia. Una fine inaccettabile per il modo in cui è arrivata, ovvero una bomba installata sulla sua auto, che è esplosa pochi istanti dopo che la cronista si era messa in moto. Che qualcuno la volesse morta non ci sono dubbi, ora il compito molto difficile per gli investigatori è capire chi siano stati i mandanti. La Galizia aveva partecipato all’importantissima inchiesta dei Panama Papers, la quale aveva rivelato anche la corruzione del mondo politico di Malta. Le sue ultime e più importanti rivelazioni, riguardavano proprio il primo ministro maltese, Joseph Muscat e due suoi collaboratori, che sarebbero coinvolti in vendite di passaporti maltesi e soldi ricevuti dal governo dell’Azerbaijan. Ma proprio il governo maltese ha dichiarato che chiunque sarà in grado di dare informazioni certe sull’accaduto verrà premiato con un milione di dollari. Forse, questo, un semplice modo per mostrarsi volenterosi di scoprire la verità, dopo le forti pressioni ricevute dai media internazionali. La ricerca della verità ha portato ad un’altra vittima, una persona che provava a svolgere il proprio lavoro nel migliore dei modi. Esattamente come stava cercando di fare Giulio Regeni in Egitto, prima che venisse torturato e ritrovato qualche giorno dopo sul ciglio di una strada ormai privo di vita. Un ragazzo di soli 28 anni, ricercatore alla Cambridge University, che si era trasferito al Cairo per portare avanti i suoi studi sulle attività sindacali egiziane. Anche lui, sicuramente, aveva scoperto qualcosa che non doveva essere saputo ed era diventato un personaggio scomodo. Una persona da uccidere prima che rivelasse la verità, una persona per la quale non si è ancora stati in grado di scoprire chi ne abbia voluto la morte. “Una verità, quella letteraria, che è nella parola non nella persona. La verità delle parole nel nostro tempo si paga con la morte. Ci si aspetta che sia così. Ti addestri la mente che sia così. Ne sono sempre più convinto. Sopravvivere a una forte verità è un modo per generare sospetto. Le verità della parola e dell’analisi non hanno altro riscontro che la morte. Sopravvivere a una verità della parola significa sminuire la verità. Una verità della parola porta sempre una risposta del potere se è efficace. Il potere è una parola generica e sgualdrinesca. Potere istituzionale, militare, criminale, culturale, imprenditoriale. E se questa risposta non viene, la parola della nuova verità non ha ottenuto scopo. Non ha colpito. E la prova del nove per aver colpito al cuore del potere è esserne colpito al cuore. Una reazione eguale e contraria. E feroce. O si porta una verità condivisa e tutto sommato accettabile. O si porta la verità delle immagini, quella delle telecamere o delle fotografie. Verità estetiche, verità morali supportate dalle prove. O non porti verità”. Roberto Saviano, Espresso, 27 aprile 2006. Fare il giornalista è diventato un lavoro pericoloso, nel 2016 ben 9 corrispondenti sono stati uccisi, 205 aggrediti, 347 detenuti o arrestati. Si sono verificati 178 rapporti di accuse e di denunce penali; 390 rapporti di intimidazione, come abusi psicologici, molestie sessuali, trolling / cyberbullying e diffamazione; i professionisti dei media sono stati oggetto di attacchi alla proprietà 143 volte; giornalisti o fonti sono stati bloccati 299 volte e il loro lavoro è stato alterato o censurato 102 volte. Questi sono i numeri agghiaccianti del report effettuato da Mapping Media Freedom. “Lo spettro delle minacce sta crescendo, la pressione sui giornalisti è in aumento e il diritto pubblico ad un’informazione trasparente è sotto assalto. Le persone che cercano di svolgere semplicemente il proprio lavoro, vengono bersagliate come mai prima d’ora. Queste tendenze non sono di buon auspicio per il 2017”. Hannah Machlin, responsabile del progetto Mapping Media Freedom. La libertà di stampa ha raggiunto il suo punto più basso nel 2016, solo il 13% della popolazione mondiale vive in un Paese dove vige un totale libertà per i media, mentre il 45% della popolazione risiede in Stati considerati not free, alcuni di questi sono: Azerbaijan, Crimea, Cuba, Eritrea, Corea del Nord, Siria,Turkmenistan e Uzbekistan. Mentre i Paesi nei quali si stanno riscontrando i maggiori declini della libertà di stampa sono: Polonia, Turchia, Serbia, Venezuela e Ungheria. Lo scandalo del governo Azero, che avrebbe pagato in questi anni fior fior di soldi ai media di tutto il mondo e la morte della giornalista Caruana Galizia, hanno sottolineato, in questo 2017, come il mondo dell’informazione abbia sempre di più un ruolo determinante nel mondo politico e si stia trasformando in un luogo pericoloso, dove chi decide di scrivere la verità muore.

Angela Merkel.

Angela Merkel, la Cancelliera d’Europa.

Nella giornata di domenica 24 settembre in Germania si sono svolte le elezioni politiche. I tedeschi sono stati chiamati a votare i nuovi membri del Bundestag e l’esito è stato quello previsto, ma solo per quanto riguarda il vincitore. Angela Merkel ha confermato le previsioni che la davano come favorita, conquistando il maggior numero di voti per la quarta volta consecutiva. Sono stati i numeri di queste elezioni la vera sorpresa, a partire dai partiti vincitori CDU-CSU, che hanno conquistato il 32,93% con 246 seggi, perdendo quindi una percentuale importante del 9% e ben 65 seggi in Parlamento. Al secondo posto l’SPD di Martin Schulz, considerato il grande rivale, che però non è stato assolutamente in grado di dar fastidio alla Cancelliera, fermatosi al 20%, ovvero il peggior risultato della storia del partito socialista. Molto scalpore ha destato il partito classificatosi sul terzo gradino del podio, l’AFD. Per la prima volta dalla seconda guerra mondiale, un partito di estrema destra ottiene seggi all’interno del parlamento tedesco, ben 94. I numeri sono abbastanza chiari, e non si può che parlare dell’ennesima vittoria di Angela Merkel. Capace di conquistare ancora, dopo dodici anni di governo la fiducia di un importante numero della popolazione tedesca. Questa volta però la dimostrazione di forza è minore rispetto alle elezioni precedenti. È stata lei la prima a mostrarsi delusa, in quanto si aspettava una vittoria schiacciante e ha immediatamente dichiarato che si impegnerà a capire i motivi che hanno portato un numero rilevante dei suoi elettori a cambiare idea. Discorso che si collega in maniera istantanea allo storico risultato ottenuto dall’AFD, il partito anti-establishment, contro l’Islam, l’integrazione europea e volenteroso di una migliore relazione con la Russia. Non bisogna commettere l’errore di pensare che in Germania sia scoppiata una voglia improvvisa di nazismo e razzismo. Il 13% dei voti raggiunti dal partito di estrema destra è  arrivato in gran parte della Germania dell’Est, dove sono stati stabiliti il minor numero di migranti, ma che rappresenta quella parte della popolazione che continua a sentirsi esclusa e dimenticata, nonostante siano passati ormai ben 27 anni dalla riunificazione tedesca. Un partito che però ha mostrato immediatamente le sue debolezze, in quanto nel giorno successivo uno dei leader storici, Frauke Petry, ha dichiarato che non farà parte del gruppo parlamentare. Inoltre, la volontà degli altri partiti è quella di isolare e impedire all’estrema destra di essere in grado di condizionare le scelte del Parlamento tedesco. Nonostante l’importante risultato raggiunto dall’AFD, sulla scia che ha portato alla Brexit e alla vittoria di Trump, non ci sono le basi che possano far pensare ad un ulteriore e maggiore successo del partito che incute così tanta paura fuori dai confini tedeschi. Secondo alcuni osservatori da queste elezioni sia la CDU e soprattutto la SPD ne sono usciti fortemente indeboliti, come mai era capitato negli ultimi 60 anni. Occorre ricordare come in passato rappresentavano la quasi totalità dell’elettorato, mentre oggi ne rappresentano, insieme, poco più della metà. La  sfida più grande che aspetta Angela Merkel è quella di creare una coalizione che le permetta di governare. Dopo il rifiuto di Martin Schulz, l’unica possibilità è quella chiamata Giamaica, per i colori dei partiti che andrebbero a formarla, ovvero CDU-CSU, FDP e i Verdi. Una coabitazione che potrebbe rivelarsi problematica, viste le diverse opinioni che i tre partiti hanno sui programmi e sulle politiche ambientali. Queste elezioni mostrano come anche la Germania, la locomotiva d’Europa, non è così forte e sicura come vuole apparire. La differenza sociale è stato uno dei temi scottanti, adottato da Martin Schulz nella campagna elettorale: “Tempo per più equità. Tempo per Martin Schulz”. Considerato il secondo maggior problema secondo la popolazione teutonica, dietro solo all’immigrazione. Nonostante la Germania sia un Paese molto ricco, con uno dei PIL più alti e con il tasso di disoccupazione più basso d’Europa, la disparità tra ricchi e poveri continua ad aumentare. Il 15,7 per cento della popolazione è considerato a rischio povertà, mentre il 14,7 è già povero. La ricchezza privata dei cittadini tedeschi è più bassa rispetto a quella degli italiani e francesi ed è anche la meno distribuita d’Europa. Basti pensare che il 40% della popolazione possiede meno dell’1% della ricchezza privata del Paese. Un dato curioso è il fatto che la Germania sia uno dei Paesi con la percentuale più bassa di persone che hanno una casa di proprietà, a dispetto dell’Italia, che si qualifica prima in questa classifica che riguarda l’Europa. Occorre sottolineare come uno degli aspetti più positivi dello Stato tedesco – ovvero la disoccupazione media che si aggira intorno al 5,5%- sia  “dopato”, in quanto vengono considerati occupati anche coloro che svolgono un minijob. Il minijob è un lavoro che permette di guadagnare fino a 450 euro lavorando al massimo una quarantina di ore al mese. Uno stipendio con il quale risulta impossibile vivere e che sarebbe l’ideale esclusivamente per i giovani studenti, permettendo loro di pagarsi gli studi. Il Financial Times riporta 7,5 milioni di tedeschi minijobbers. Se per i sostenitori questo tipo di mansione ha creato più possibilità lavorative, secondo gli oppositori sta rimpiazzando i lavori a tempo pieno. Per chi invece ha un impiego a tempo pieno, la probabilità che sia un Leiharbeiter è molto alta. Costui è un lavoratore che viene “affittato” da una Leihfirma – azienda che recluta persone – che molto spesso non è interessata a qualità o capacità del lavoratore, ma il cui unico obiettivo è riempire i buchi che le aziende hanno in quel momento. Quindi una persona stipula il contratto con la Leihfirma e non con l’azienda per la quale lavorerà. Ciò comporta che l’occupazione sarà sicuramente a tempo determinato, che la paga non potrà essere delle eccellenti, anche se esiste la possibilità che l’azienda possa decidere di assumere il lavoratore. Questa è un’ottima chance soprattutto per chi arriva in Germania e ha necessità di trovare immediatamente un lavoro per risolvere i problemi come residenza e assicurazione sanitaria oppure per i cittadini tedeschi con un livello basso d’istruzione. Anche in questo caso però i numeri sono in forte aumento, nel giugno dell’anno scorso erano un milione i leiharbeiter. Questo stratagemma conviene molto alle aziende, in quanto non hanno bisogno di spendere tempo e denaro necessario alla ricerca del personale e possono liberarsene immediatamente dal momento in cui non ne hanno più bisogno. Le Leihfirma assicurano l’entrata nel mondo del lavoro, ma non la permanenza. Riconquistare la fiducia dei tedeschi dell’Est, la gestione del flusso dei migranti, migliorare il sistema del lavoro e impedire all’estrema destra di crescere. Si prospettano quattro anni molto impegnativi per Angela Merkel.

Ramush Haradinaj

Kosovo: un nuovo governo incerto e incoerente.

Nella giornata di giovedì 31 agosto, l’Alto rappresentante dell’Unione Europea, Federica Mogherini, ha ospitato a Bruxelles i presidenti di Kosovo e Serbia, Hashim Thaci e Aleksandar Vučić, per un incontro informale. L’obiettivo, primario e fondamentale, è quello di rilanciare nella miglior maniera possibile il dialogo tra i due Paesi. L’incontro stabilisce un nuovo inizio nella storia dell’intesa tra il Kosovo e la Serbia e segue quello del 3 luglio, che fu fondamentale, in quanto rappresentò la ripresa del dialogo, interrotto nei mesi precedenti. Entrambe le parti hanno concordato i passi definitivi per l’attuazione dell’accordo di giustizia raggiunto nell’ambito del dialogo facilitato dall’UE. Accordo che sarà pienamente attuato nella giornata del 17 ottobre 2017, nella quale giudici, procuratori e personale giudiziario saranno integrati nel sistema giudiziario del Kosovo. Alla conclusione dell’incontro, sia l’Alto rappresentante dell’UE che il presidente Thaci, hanno rilasciato importanti dichiarazioni ottimistiche, alle quali hanno seguito le parole di Vucic, più caute rispetto ai suoi colleghi: Per quanto piccola, esiste una possibilità di risolvere la storica questione tra serbi e albanesi, ed è nostro dovere provarci fino in fondo. Pochissimi i miglioramenti dal 2013, quando venne lanciato dall’UE il processo di normalizzazione tra i due Stati balcanici, mentre allo stesso tempo, troppe sono state le questioni che hanno portato Prishtina e Belgrado allo scontro negli ultimi anni. In questo 2017 soprattutto, diversi sono stati i motivi di contestazione tra serbi e gli albanesi del Kosovo. L’anno solare è iniziato nel peggiore dei modi, con l’arresto dell’ex generale dell’Esercito di liberazione kosovaro (Uçk) ed ex ministro, Ramush Haradinaj. Il politico kosovaro è stato arrestato dalle forze dell’ordine francesi su mandato di cattura spiccato dalla Serbia, per aver torturato e assassinato una cinquantina di persone durante la guerra. Tale avvenimento ha dato vita ai primi importanti attriti tra Prishtina e Belgrado. Se da una parte i serbi chiedevano l’estradizione di Haradinaj, dall’altra parte il Kosovo insorgeva contro il nemico, e tutti i partiti del Parlamento kosovaro votavano la sospensione del processo di normalizzazione dei rapporti con Belgrado, fino a quando non sarebbe stato rilasciato Haradinaj. Mentre la tensione cresceva e le elezioni in Serbia si avvicinavano, dalla stazione di Belgrado partiva un treno diretto per Kosova Mitrovica – la principale città dei serbi del Kosovo. Un convoglio piuttosto particolare, in quanto era stato completamente tappezzato di immagini e simboli rappresentanti la cultura serba e la religione ortodossa, e all’esterno vi era la frase “Kosovo è Serbia” scritta in ben 21 lingue, anche in albanese. Le forze dell’ordine kosovare impedirono al treno di oltrepassare il confine serbo e le tensioni non fecero altro che accrescersi, portando addirittura al pensiero di un possibile ritorno alle armi. Inoltre, sempre nel mese di gennaio, nella città di Mitrovica la parte serba eresse un muro di fronte al ponte che collega la parte nord della città, abitata dai serbi, alla parte sud abitata dagli albanesi. Fu necessario l’intervento dei rappresentanti dell’Unione Europea, affinché il muro venisse demolito dalla parte serba, autore della costruzione, la quale come contropartita chiese però più impegno da parte di Prishtina affinché venisse istituita l’Associazione delle municipalità a maggioranza serba, che permetterebbe alla minoranza serba di avere una autonomia locale. Uno dei punti cruciali degli accordi di Bruxelles del 2013. Il Kosovo, dal canto suo, vive uno dei peggiori momenti dopo l’indipendenza. Nel mese di maggio il Parlamento kosovaro ha votato la mozione di sfiducia nei confronti del  governo di Isa Mustafa. Ponendo così la parola fine all’alleanza tra il Partito Democratico del Kosovo (PDK) e la Lega Democratica del Kosovo (LDK).  Le elezioni dell’11 giugno non hanno fatto altro che complicare la situazione, in quanto il maggior numero di voti, 33%, è stato raggiunto dalla coalizione formata tra il PDK di Kadri Veseli, l’AAK di Ramush Haradinaj e NISMA di Fatmir Limaj. La grande sorpresa è stata il partito nazionalista Vetevendosje, capace di raggiungere il 27% dei voti, diventando così il partito singolo più forte del Kosovo. Dopo tre mesi di stallo politico, la situazione si è finalmente risolta, ma ciò non può essere considerata una buona notizia. La formazione del governo è stata possibile solo grazie al voltafaccia del milionario Behgjet Pacolli, che durante la scorsa settimana ha deciso di accordarsi con la coalizione che ha ottenuto la maggioranza dei voti, con la promessa di diventare il presidente del Kosovo nel 2021, anno di fine mandato di Thaci. Nella giornata di giovedì è arrivata l’elezione di Kadri Veseli come capo del Parlamento e il Presidente Thaci ha conferito a Ramush Haradinaj il compito di formare il nuovo governo. Un governo formatosi sabato, grazie al minimo dei voti, ovvero quello di 61 parlamentari. Esecutivo che sale al potere con un numero risicato, che significherà soltanto una cosa, forte instabilità. Curioso come il ruolo decisivo nella giornata di sabato sia stato dalla minoranza serba, che prima di votare ha chiesto a Belgrado come muoversi. Dalla capitale serba è arrivato l’ok riguardo al governo Haradinaj, l’uomo sul quale pende ancora un mandato di cattura a Belgrado. Inoltre, ben quattro membri del partito serbo sono stati scelti come ministri del gabinetto Haradinaj. Tanta incoerenza in questo possibile nuovo inizio. Il Kosovo, dopo ben nove anni di indipendenza, si trova ancora in un pantano vergognoso, con due importantissimi questioni da risolvere, quella della demarcazione dei confini con il Montenegro, condizione ultima richiesta da Bruxelles affinché si possa risolvere un’altra delicatissima questione, la liberalizzazione dei visti per i cittadini kosovari. Unici della penisola balcanica ai quali non è consentito muoversi al di fuori dei propri confini senza un visto. Disoccupazione a livelli gravissimi, le paghe bassissime di chi un posto ce l’ha, forte corruzione, sistema sanitario fallace, sono i motivi principali che stanno portando, di nuovo, molti kosovari ad abbandonare la propria terra e cercare fortuna all’estero. La Germania è l’obiettivo di molti, che non sanno, o fanno finta di non sapere, che la loro richiesta di asilo non verrà accettata da nessuno Stato europeo, vista la mancanza delle condizioni che prevede la possibilità di chiedere asilo. Si rischia di ripetere quello che accadde tra il 2014-15, quando circa 100mila persone tentarono di lasciare il Kosovo. Il tempo passa, ma di miglioramenti effettivi non c’è traccia.

Free Will.

James Damore su Google: “siamo intolleranti alle idee e ai fatti che non rientrano in una specifica ideologia”.

Qualche settimana fa Google è stata sotto ai riflettori di tutto il mondo: un documento di dieci pagine (che potete leggere interamente qui), intitolato “Google’s Ideological Echo Chamber” (“La bolla ideologica di Google”), scritto da quello che si è poi scoperto essere James Damore, un ingegnere di Google, e fatto circolare internamente all’azienda, ha scosso l’opinione pubblica. Appena il documento ha lasciato i confini di Google, e i media hanno iniziato a diffondere la notizia di un “documento sessista” che circolava  tra i dipendenti di Google, James Damore si è subito visto togliere il posto di lavoro. La causa del licenziamento? Secondo il CEO di Google Sundar Pichai diffondeva “stereotipi di genere dannosi” e aveva reso difficile per le sue colleghe continuare a lavorare in azienda, ormai un ambiente reso “ostile” alle donne. Il motivo del licenziamento, dunque, non era legato alla sua produttività lavorativa, che anzi, negli anni in cui Damore aveva lavorato per Google era stata confermata da due aumenti, ma alle sue parole, ritenute offensive e dannose. Il licenziamento di James Damore conferma la sua tesi: Google si è rintanata nel suo rifugio ideologico e qualsiasi cosa ponga una critica ai suoi assi fondamentali viene vista come una minaccia da eliminare. E così è stato. La copertura mediatica di questo evento è stata a mio parere incorretta. Hanno definito il documento ed il suo autore sessista, cosa che se leggete da voi il documento non è affatto. James Damore, all’inizio del promemoria, evidenzia quanto a Google si discuta molto sui pregiudizi inconsci legati alla razza e al genere ma di quanto poco lo si faccia anche su quelli che riflettono la sfera morale. L’orientamento politico, dice Damore, è il risultato di profonde preferenze morali e perciò di pregiudizi inconsci. Damore prosegue quindi ad elencare alcune differenze tra la politica progressista e quella conservatrice; i progressisti pensano che le differenze siano causate da ingiustizie, mentre i conservatori pensano che queste siano invece naturali e giuste, i progressisti credono che il cambiamento sia buono mentre i conservatori sostengono che la stabilità sia più importante del cambiamento e via dicendo, proseguendo con altre differenze universalmente evidenti e poco discutibili su cui tutti siamo d’accordo. Damore continua affermando che entrambi questi modi di pensare al mondo siano giusti e che entrambe servano alla società e di riflesso anche ad un’azienda come Google per prosperare. Qui inizia la parte controversa di tutto il documento. Damore afferma che uno dei motivi per cui le donne non sono rappresentate al pari degli uomini nel mondo della tecnologia e in quello di posizioni di potere è dovuto a fattori non-discriminatori quali la biologia. E apriti cielo, non l’avesse mai detto! Damore non nega che le donne subiscano discriminazione di genere e dichiara semplicemente che “la distribuzione delle preferenze e delle abilità di donne e uomini può essere causata in parte da motivi biologici” e che queste differenze possano “spiegare perché non vediamo una uguale rappresentazione di donne nella tecnologia e in posizioni di potere.”  Prosegue inoltre col dire che: “Molte di queste differenze sono minime e c’è una significativa sovrapposizione tra uomini e donne, perciò, nel considerare un individuo, non si può dedurre nulla dati questi livelli di distribuzione della popolazione”. Le dichiarazioni definite da tutti “sessiste” di James Damore sono comprovate però dalla scienza (una semplice ricerca renderà tutto più chiaro) e non dalla sua ipotetica misoginia. Damore elenca alcune delle differenze di tratti di personalità tra donne e uomini tra cui: L’interesse più alto delle donne verso le persone invece che per gli oggetti in relazione agli uomini; Le donne in media sono più ansiose ed hanno un più basso livello di sopportazione dello stress rispetto agli uomini; Gli uomini esibiscono un interesse molto più alto delle donne per lo status ed il prestigio e questo si riflette nella loro scelta di lavori ad alto livello di stress. Damore prosegue poi col suggerire, ad ogni differenza di personalità individuata precedentemente, metodi per rendere il lavoro nel settore tecnologico più adatto alle donne. Il suo atteggiamento rivela apertura mentale e non agressione come invece ci potrebbe far suggerire la copertura mediatica che l’ex ingegnere ha ricevuto in questi giorni. Damore, prima di dare degli altri suggerimenti alla sua azienda, scrive che: “Spero sia chiaro che io non sto dicendo che la diversità sia negativa, che Google o la società sia al 100% giusta, che non dobbiamo cercare di correggere dei pregiudizi già esistenti o che le minoranze abbiano la stessa esperienza di quelli della maggioranza. Ciò che mi preme evidenziare è che siamo intolleranti alle idee e ai fatti che non rientrano in una specifica ideologia. Non sto peraltro dicendo che dobbiamo limitare le persone a certi ruoli di genere; sto esortando a fare esattamente l’opposto: tratta le persone come degli individui e non come un altro membro del loro gruppo (tribalismo)”. La diversità cui si dovrebbe aspirare maggiormente è quella intellettuale e non quella razziale o di genere. Ed è proprio il tribalismo e ciò che in America chiamano “Identity Politics” (ovvero un tipo di pensiero politico che ragiona in base all’identità cui uno appartiene) che sta rendendo difficile il libero scambio di idee ideologicamente opposte tra di loro. I più grandi giornali d’America, che sono poi quelli con una maggiore diffusione e quelli più letti al mondo, hanno come sede la città di New York, notoriamente famosa per essere progressista. Questo fa capire quanto la cultura mainstream d’America in questo momento storico sia prevalentemente di stampo progressista. La stessa Silicon Valley e aziende come Google e YouTube sono gestite da personalità di sinistra ed aperti donatori del Partito Democratico. Non che ciò sia un male di per sè, ma il loro eccessivo dominio ha reso difficile per opinioni non allineate alle loro di esprimersi. Il licenziamento di Damore ne è un esempio. La diversità cui si dovrebbe aspirare maggiormente è quella intellettuale e non quella razziale o di genere. Sembra così ovvio ma nel panorama politico americano dominano politiche identitarie per le quali se sei nero devi per forza votare democratico e se sei una donna devi per forza essere una femminista radicale e se sei un uomo bianco allora non hai diritto di esprimerti perché hai tutti i privilegi che il mondo possa offrirti. Bisognerebbe evitare questa retorica, ed iniziare a valutare le opinioni altrui per quello che sono e non per la persona che le pronuncia. I recenti eventi di Charlottesville dimostrano perfettamente quanto questa politica identitaria sia divisiva e controproducente. I suprematisti bianchi, i neo-nazisti e l’alt-right e dall’altra parte l’estrema sinistra e gli antifascisti militanti sono uno lo specchio dell’altro. Per i primi il nemico sono le minoranze e chi appoggia il multiculturalismo, per i secondi i nemici sono i suprematisti bianchi e chi non appoggia la loro visione progressista del mondo. Chiunque non sia d’accordo con loro viene additato come l’altro, il nemico. Noam Chomsky diceva che “Il modo furbo per mantenere le persone passive e obbedienti è quello di limitare strettamente lo spettro accettabile di opinioni, ma permettere un dibattito vivace all’interno di quello spettro”. Ciò che l’episodio di James Damore ci insegna è quanto importante sia il confronto ideologico a discapito di quello tribale, basato più su caratteristiche innate (colore della pelle o sesso biologico) su cui non si ha nessun controllo attivo piuttosto che su quelle che invece rendono un individuo tale, ovvero le sue opinioni e le sue azioni. Il tribalismo non ci salverà.  

Il Governo degli Stati Uniti d’America ha abbandonato i siriani: il caso Ziadeh.

Radwan Ziadeh è un dissidente siriano di 41 anni e vive con la sua famiglia in un sobborgo di Washington. Avversario politico del presidente Bashar al-Assad in Siria, Ziadeh è un emigrato politico che vive da dieci anni negli Stati Uniti dove ha ottenuto la borsa di studio presso la GeorgeTown e la Harvard University, e infine dall’Istituto degli Stati Uniti per la pace. Ma l’amministrazione Trump ha inciso sul suo percorso di vita e il signor Ziadeh, circa un mese fa, ha ricevuto in casa una lettera di dodici pagine che riportava la definitiva sospensione del suo asilo politico. Il caso del siriano Ziadeh merita la giusta attenzione perché sottolinea il netto divario che c’è tra la legge americana sull’immigrazione e la sua politica estera. Dopo l’11 settembre 2001 le disposizioni contro il terrorismo sono state rafforzate e negli ultimi tre anni tutti i gruppi di opposizione armati nel mondo sono stati vagliati dal governo statunitense come organizzazioni terroristiche. Chiunque appoggiasse queste “organizzazioni non classificate” , sia finanziariamente che diplomaticamente, veniva squalificato dalla possibilità di ricevere i permessi di soggiorno o di perdere, come nel caso di Ziadeh, l’asilo politico. Ziadeh è un uomo che è sempre stato in prima linea, facendosi il portavoce sulla situazione siriana, ha scritto libri e ha testimoniato al Palazzo del Congresso fino a qualche mese fa, prima dell’amministrazione Trump. La famiglia Ziadeh non riesce a dare una spiegazione logica a tale provvedimento nei loro confronti, i figli di Ziadeh sono nati negli Stati Uniti e ora tutti si trovano spaesati e non sanno più di ciò che sarà delle loro vite. La situazione di Ziadeh è compromessa e riorganizzare una nuova vita è un percorso arduo e spinoso visto le relazioni politiche internazionali, e dove l’opzione di rientrare in patria è inaccettabile considerando le condizioni di guerra in cui imperversa il suo Paese, e visto che su Ziadeh c’è un mandato di cattura in atto dal Daesh che lo ritiene un traditore e una spia degli americani e questo perché Ziadeh ha tenuto nel corso degli anni 2012 e 2013 delle conferenze per discutere e trovare una possibile transazione democratica in Siria. Queste conferenze si sono tenute a Istanbul, in Turchia, dove un gruppo si è autoproclamato comandanti della confederazione chiamandosi Libero Esercito Siriano , mentre l’altro gruppo si sono definiti come i leader politici affiliati alla Fratellanza Mussulmana Siriana. Il governo americano conosceva molto bene entrambi i gruppi e il Dipartimento di Stato americano si è prodigato sostenendoli nella loro lotta, fornendo loro stipendi e armi, in particolare ai membri della Fratellanza mussulmana, i quali hanno giocato un ruolo fondamentale nel Consiglio Nazionale Siriano. L’ex ambasciatore americano in Siria, Robert S. Ford, in risposta a ciò che sta accadendo alla famiglia Ziadeh ha sottolineato in una mail inviata al governo americano che nessuno dei membri dei due gruppi a cui il signor Ziadeh aveva invitato a collaborare potevano essere considerati organizzazioni terroristiche e che la Fratellanza Mussulmana non ha alcuna “connessione amministrativa” con gli altri gruppi dei Fratelli Mussulmani Siriani sparsi nel mondo e soprattutto che Hillary Clinton, John Kerry e l’ex ambasciatore Ford si sono incontrati con la delegazione dell’opposizione che includeva anche i membri della Fratellanza mussulmana siriana. Nella lettera inviata al signor Ziadeh il governo americano ha giustificato la scelta del mancato rinnovo dell’asilo politico scrivendo che il fatto che entrambi i gruppi, sia il Libero Esercito Siriano che la Fratellanza Mussulmana Siriana hanno utilizzato le armi con l’intento di mettere in pericolo la sicurezza dei funzionari del governo siriano, per cui entrambi i gruppi sono stati inclusi tra le organizzazioni terroristiche. Il governo degli Stati Uniti d’America ha abbandonato i siriani. Il signor Ziadeh, tramite il suo avvocato Steven H. Schulman, si appella al governo americano e in merito alla decisione presa dall’amministrazione Trump sostiene che farsi portavoce ed invitare i membri dei gruppi di opposizione a riunirsi in una conferenza per discutere del futuro politico della Siria non può essere considerato allo stesso modo di aiutarli materialmente promuovendo le loro agende e che “fornire sostegno materiale ai gruppi” può significare qualsiasi cosa. Il presidente del Refugees International ed ex funzionario dell’amministrazione Obama, Eric Schwartz, definisce la disposizione della legge sull’immigrazione come “un prodotto del periodo post 11 settembre”, periodo in cui nasceva il reparto che si occupava delle organizzazioni terroristiche non designate, pertanto l’agenzia dell’immigrazione ha dichiarato che il signor Ziadeh è un perseguitato politico per cui in  linea con la richiesta dell’asilo politico, mentre secondo il governo americano il sostegno di Ziadeh al Libero Esercito Siriano e alla Fratellanza Mussulmana Siriana è motivo per negare la sua richiesta. “Il governo degli Stati Uniti d’America ha abbandonato i siriani” dice un sterminato signor Ziadeh, il quale sostiene che la scelta del governo americano è un messaggio più grande del rifiuto.

Yemeniti che presentano i documenti per ricevere le razioni alimentari che vengono fornite dalla caritas locale a Sana, la capitale. Hani Mohammed/Associated Press

Yemen: la guerra che i mass media non possono raccontare.

Mercoledì 19 luglio 2017, il portavoce delle Nazioni Unite, Farhan Haq, ha espresso in una nota le sue preoccupazioni circa la situazione in Yemen visto il bombardamento che ha visto la morte di 20 civili che stavano tentando la fuga, oltre ad aver criticato aspramente le restrizioni in atto che ostruiscono i giornalisti di raggiungere il Paese. Il bombardamento è avvenuto nella giornata di martedì nella provincia sud occidentale di Taiz, mentre il numero esatto delle vittime è stato certificato alcune ore dopo. L’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati ha subito affermato che la maggior parte delle persone rimaste vittime provenivano da famiglie che a loro volta avevano abbandonato le loro case tentando la fuga per mettersi in salvo. Almeno due milioni di yemeniti hanno evacuato le aree sotto attacco come Taiz, la regione da cui almeno il 27% dei profughi proviene. L’attuale conflitto in Yemen ha causato la morte di più di 10.000 persone creando così un disastro umanitario urgente, inoltre a causa della carestia si sta diffondendo endemicamente il colera che ha già sterminato più di 300.000 individui. Un’altra agenzia ha dichiarato in merito alla situazione che l’ultimo incidente di martedì scorso evidenzia ulteriormente i pericoli che i civili yemeniti sono costretti ad affrontare, in particolare coloro che tentano la fuga per scappare dalla violenza vengono perseguitati e torturati. Da circa due anni l’Arabia Saudita con il sostegno dei suoi alleati combattono contro l’Houthis, un gruppo yemenita sostenuto dall’Iran, che sta letteralmente sfrattando il governo saudita grazie al supporto delle forze che provengono dalla capitale Sana, imponendosi così al controllo della maggior parte dei territori dello Yemen, considerato il Paese più povero del Medio Oriente. L’attuale conflitto in Yemen ha causato la morte di più di 10.000 persone creando così un disastro umanitario urgente, inoltre, a causa della carestia, si sta diffondendo endemicamente il colera, che ha già sterminato più di 300.000 individui. La coalizione saudita è molto criticata dai gruppi che prestano soccorso alle vittime, i quali tentano una via di dialogo al fine di mettere al riparo da questo conflitto almeno i civili. A loro volta i sauditi rispondono che stanno cercando di evitare di bombardare sui civili ma che talvolta fanno degli errori le cui conseguenze collaterali sono la morte di centinaia di persone. Mentre il conflitto interno allo Yemen si fa sempre più vivo, l’Onu e altre organizzazioni impegnate ad aiutare i civili yemeniti criticano i blocchi che i sauditi hanno collocato ai trasporti e all’aviazione impossibilitando così i carichi degli aiuti ad entrare, oltre al blocco messo in atto ai giornalisti che non possono presenziare per fare le loro cronistoria su ciò che sta avvenendo in questa parte del mondo, come è accaduto a Gibuti dove tre giornalisti della BBC sono stati arrestati mentre invece i carichi destinati a Sana sono stati declinati. Farhan Haq, scrive che ciò che sta accadendo in Yemen merita urgente attenzione da parte di tutti i media e si auspica che si creino le condizioni per sedersi ad un tavolo e dialogare sulle condizioni e sulla possibilità che gli aiuti aerei non vengano più bloccati, così come l’accesso per i giornalisti nel territorio.            

Immigrazione

Il nuovo Olocausto si chiama immigrazione, ed avviene nel Mar Mediterraneo.

Accade in tutto il mondo: i migranti oggi sono ammassati in veri e propri campi di concentramento, costretti dietro dei muri. I primi vent’anni del Duemila non sono poi tanto diversi da quelli del Novecento.   di Anita Likmeta su Linkiesta Non vi racconterò la mia storia, perché sarebbe uguale alla storia dei milioni di migranti che scappano dalle proprie case, dalla propria terra, a causa delle dittature, delle guerre e della povertà. Sarebbe soltanto un eco retorico e autoreferenziale, e probabilmente l’ennesimo. La storia dell’albanese sfortunato, partito sulla nave Vlora, che alla fine ce l’ha fatta. Ma non sarebbe reale, e non sarebbe vera, e soprattutto non renderebbe giustizia agli incontabili morti di questi anni, a cui abbiamo taciuto persino la storia. Eppure anche la mia storia potrebbe essere l’esempio perfetto di quello che accade oggi nel Mondo. Sono una migrante, proprio come quegli egiziani, libici, somali, etiopi, siriani, messicani: i migranti del Mondo che oggi sono ammassati in dei veri e propri campi di concentramento, costretti dietro dei muri, che a guardarli sembra che i primi anni venti del Duemila non siano poi tanto diversi da quegli anni Venti di inizio Novecento. Sono semplicemente una delle migliaia di persone, non rifugiati politici, non profughi di guerra, non clandestini, non richiedenti asilo, non migranti economici, che è riuscita a sopravvivere e a concludere quel viaggio. Sono cioè solo fortunata. Badate bene, non etichette, sto parlando di persone, che anni fa hanno attraversato un confine, magari il mare, sperando di trovare in un’altra parte del Mondo, nel mio caso in Europa, una speranza di una vita migliore, rispetto allo scenario di morte o disperazione che lasciavano. Perché negli anni Novanta la mia terra era diventata un posto pericoloso in cui vivere. Perché in ogni parte del Mondo, quando la gente è ridotta alla fame, è disposta a tutto, fino a piegare l’aria all’odore del piombo. Oggi però ho una nuova casa: l’Italia. Certo, non dimentico la mia Patria natia, ma ne ho anche una adottiva, che fra alti e bassi è riuscita a darmi un’opportunità. In ogni parte del Mondo, quando la gente è ridotta alla fame, è disposta a tutto, fino a piegare l’aria all’odore del piombo. Ma i migranti oggi sono ammassati in dei veri e propri campi di concentramento.   Non è stato un percorso facile da affrontare, nemmeno quello dopo quel viaggio: in Italia ho conosciuto anche il razzismo, il sessismo, i luoghi comuni sui migranti in genere, e nel mio caso quelli sugli albanesi, ma ho conosciuto anche la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’Uomo e delle libertà fondamentali, la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e la Dichiarazione universale dei diritti umani; cioè ho scoperto che come persona avevo dei diritti inalienabili, cioè che avevo diritto ad esserci, e che non mi poteva essere negato. Ma soprattutto in Italia ho avuto la possibilità di scegliere di studiare, di scegliere un percorso di vita, di scegliere uno stile di vita: in Italia ho scoperto che potevo avere un mio pensiero, e che poteva essere idealmente diverso da tutti, libero e critico, che potevo esporlo nei modi e nei metodi che ritenevo più opportuni, nel rispetto di me stessa e degli altri. Mi ha permesso di essere oggi qui, come giornalista, e raccontarvi questa storia. Forse voi non ci pensate, forse chi nasce qui pensa che sia davvero normale essere liberi, intendo liberi davvero, e che sia sempre così e ovunque. Ma no, non lo è. Ed essere migrante ti permette di apprezzarlo in un modo nuovo, unico. Di respirare l’aria e sentirne davvero l’odore. Perché se oggi sono qui a raccontarvi tutto questo, è davvero grazie a questo viaggio. Sono milioni i migranti che sono partiti, che partono, e migliaia quelli che non sono mai arrivati, e che non arriveranno mai a destinazione. Essere qui stasera, per me, è un onore e un privilegio, ma lo sarà fino in fondo, solo se rispetterò la memoria di chi è stato meno fortunato di me; magari perché un gommone è affondato, magari perché ucciso ancora prima di partire, magari perché non aveva i soldi per pagarsi lo scafista di turno. Voi forse non ci pensate, ma sta succedendo anche in questo momento, e c’è un’Anita, su quel confine, a cui stanno impedendo di pensare, di parlare, di realizzarsi, di vivere, di esistere. Di non essere, solo perché non si è nati in quella parte di Mondo che s’illude di meritarselo più degli altri. In Italia ho conosciuto anche il razzismo, il sessismo, i luoghi comuni sui migranti in genere. Ma ho conosciuto anche la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’Uomo e delle libertà fondamentali, ho scoperto cioè che come persona avevo dei diritti inalienabili. Vedete, quando muore un cittadino occidentale, a Parigi come a New York, vengono eretti memoriali, vengono intitolate piazze e strade, si riempiono giustamente i giornali e i telegiornali con la cronistoria della vita di ciascuna di quelle persone; ma quando muore un migrante, beh, allora si tace. E quel silenzio è assordante quanto il senso di colpa che cerchiamo di nascondere. Quell’individuo, senza nome, senza documento, a cui è negata persino la Storia, è spesso solo un numero su una bara: il Migrante Ignoto, quello che abbiamo visto sfilare in tutti questi anni a Lampedusa, e che si è perso in quel grande cimitero blu che è diventato il Mar Mediterraneo. Perché le nostre torri gemelle, quelle europee, sono oggi in fondo al Mare Nostrum; nostro perché degli albanesi, degli italiani, dei francesi, degli spagnoli, dei greci, nostro perché di tutti noi europei. Negli anni Novanta, la guerra e l’anarchia sconvolsero il mio Paese, l’Albania. Una volta erano gli italiani a lasciare la propria terra, le proprie case, i propri affetti, nella speranza del sogno americano; ieri lo era l’Albania dei barconi, di chi attraversava l’Adriatico verso l’illusione del sogno italiano. Ma questo è accaduto tante altre volte, anche altrove, in tempi e Paesi diversi: qualcuno che lasciava la propria miseria, in cerca di una speranza. È accaduto, e accadrà ancora. Perché i migranti non sono quelli che vengono a rubarvi il lavoro, a occuparvi le case, ad approfittare di questo o quell’altro. I migranti, sono anche Anita. Persone, come voi e come me, che hanno diritto ad una speranza, ad un sogno, ad una vita. E spero che dopo stasera, prima di dire quella parola razzista che non andrebbe mai detta, ve lo ricorderete.

Gëzim Hajdari

Gëzim Hajdari: storia del dissidente fra Albania e Italia.

Gëzim Hajdari, ci racconti un po’ di lei, delle sue origini, della sua famiglia.  Sono nato nel 1957, in Darsìa. (Lushnje), in Albania, in una famiglia di ex-proprietari terrieri e commercianti, i cui beni sono stati confiscati durante la dittatura comunista di Enver Hoxha. Negli anni ’30 la mia famiglia possedeva due negozi nel pieno centro della città di Lushnje, una macchina, centinaia di ettari di terreni, boschi e bestiame. Mio padre a sedici anni si unì alla Resistenza partigiana. Dopo la guerra studiò a Tirana come geometra-ragioniere. Ha lavorato per alcuni anni presso l’ufficio del catasto di Lushnje, città dove è nata anche mia madre. Nur è una donna semplice e generosa come la madre terra. È cresciuta con le suore italiane, che avevano il convento vicino a casa sua. I suoi genitori lavoravano come agricoltori. Sono molto legato a Nur, che è sempre presente nella mia opera. Quando mio nonno, Velì Hajdari venne dichiarato kulak, i dirigenti del Partito comunista decisero di licenziare mio padre. La casa di mio nonno veniva frequentata dai dervish, membri della confraternita mistica dei bektashi, di cui faceva parte anche la mia famiglia. Per il resto della sua vita mio padre ha lavorato come pastore di buoi della cooperativa comunista ricevendo a fine mese dallo Stato i soldi che bastavano solo per comprare il pane quotidiano. Ogni mattina, quando andava nei campi, nel sacco, insieme al desinare, Nur gli metteva un romanzo da leggere. Era un grande lettore, amava i classici russi, francesi e inglesi. Nelle notti invernali ci raccontava le saghe che aveva letto durante la giornata. Attorno al caminetto, in silenzio, noi bambini ascoltavamo rapiti. Spesso, ci commuovevamo al suo raccontare. Alla luce pallida della candela ci lacrimavano gli occhi. Il racconto più struggente fu la storia di Anna Karenina. Una volta mia madre gli disse, mentre asciugava il volto, «Basta Rizà con questi romanzi, i figli si commuovono». Ma egli non smise mai di raccontare ciò che leggeva di giorno mentre pascolava i buoi. Ogni sera ci sedevamo attorno al caminetto, aspettando con impazienza di ascoltare una nuova saga. Il resto della mia vita appartiene alle lotte per la libertà e per la democrazia del mio Paese, denunce contro i crimini della dittatura comunista di Hoxha e contro gli abusi e le speculazioni dei nuovi regimi mascherati, disillusioni, minacce di morte, fughe, esili, condanne al silenzio da parte della mafia politica e culturale di Tirana; più di dodici anni di mestieri diversi come manovale per sopravvivere, sia in Patria che in Occidente, studi infiniti, viaggi in Africa, in Asia e nel sud del mondo testimoniando diverse e dimenticate realtà, spesso rischiando anche la vita. Lei ha iniziato giovanissimo a comporre poesia, come è nata questa passione? Ho iniziato a scrivere al primo anno delle medie, all’età di undici-dodici anni. La persona che mi ha fatto innamorare della la poesia è stato mio nonno paterno e poi mio padre, il quale recitava a noi bambini, prima di dormire, i canti epici dedicati ai guerrieri leggendari quali «Mujo», «Halil», «Gjergj Elez Alia» e  «Aikuna piange il figlio Omero». Mentre della la lirica popolare mi fece innamorare lo zio di mia madre Selìm. Quando frequentavo le medie nella città di Lushnje, spesso dormivo dai miei nonni materni. Questo accadeva quando faceva brutto tempo e non potevo tornare nel villaggio. Allora preferivo trascorrere la notte presso i miei nonni anziani. Mio nonno era molto affezionato a me, diceva a mia madre che assomigliavo a lui. Suo fratello Selìm aveva fatto il nizam, così venivano chiamati in turco i soldati albanesi che combattevano per conto della Sublime Porta di Istanbul, durante il dominio degli Ottomani nei Balcani. Egli aveva combattuto in Iran e Iraq per diversi anni. Non si sposò, visse il resto della sua vita con i ricordi degli anni del nizam. Ogni persona che incontrava gli raccontava la sua vita da soldato nei deserti lontani. I suoi racconti mi affascinavano molto. Spesso Selìm, dopo avermi raccontato dei lunghi viaggi per i deserti, degli addestramenti faticosi, delle battaglie feroci con i nemici dell’impero Ottomano, della morte dei suoi commilitoni, iniziava a cantare con una bellissima voce dei canti che raccontavano di tutto questo. Ho portato sempre con me l’amore per i canti dei nizam. Finché un giorno decisi di tradurre questo patrimonio inestimabile del popolo albanese in italiano. Il volume «I canti dei nizam / Këngët e nizamit» è stato pubblicato nel 2012 da Besa Editrice.           Quali sono stati i primi autori che ha letto e quali quelli che hanno lasciato un’impronta su di lei?  Le opere degli autori che ho letto mentre frequentavo le medie e i primi anni del Ginnasio sono: «Le Quartine» di Omar Khayam; «Il Gulistan» di Saadi Shiraz; «Anna Karenina» di Tolstoj, i racconti di Čechov; le liriche di Puskin, Sergej Esenin ed Éduard Bagrickij; «Il Demone» di Lermontov; «Foglie d’erba» di Walt Whitman; «I quartieri del mondo» di Jannis Ritsos; «Decameron» di Boccacio; «Il De rerum natura» di Lucrezio; «L’inferno» di Alighieri; «La Saga dei Forsyte» di Galsworthy; i racconti dello scrittore indiano Krishan Chander; «Il rosso e il nero» di Stendhal e le liriche di Heinrich Heine. Questi grandi autori, tradotti magistralmente in albanese, hanno segnato per sempre il mio destino di poeta. Come ha vissuto la relazione con la sua passione durante gli anni del regime? Gli anni del regime di Enver Hoxha albanese rimarranno sempre un mistero per me, ma anche per gli albanesi. Nessuno di noi sapeva quello che accadeva nel cuore del potere comunista, per non parlare poi dei campi di internamento e delle prigioni. Nulla trapelava al di fuori delle mura dei recinti della dittatura del proletariato. E forse nulla si saprà dato che l’altra metà della verità storica si nasconde negli archivi segreti, ormai ‘ripuliti’, dai regimi post comunisti di Tirana. Quindi un poeta come me viveva tra passione per la poesia e il terrore. Quando si inaspriva la lotta di classe, la mia famiglia veniva etichettata come nemica del partito comunista, invece quando la lotta di classe viveva un periodo di ‘pausa’ riuscivamo a vivere. Sono testimone vivente di molti arresti: “In nome del popolo siete in arresto!” da parte del Sigurim, la polizia politica del regime. Dopo ogni cittadino arrestato, la gente sussurrava: “Chissà a chi toccherà domani!”. Si poteva finire dietro le sbarre anche per una ‘parola’, per una ‘metafora’ oppure per un ‘sogno’. Io avevo come compagno di banco nel Ginnasio Jozef Radi, figlio dell’intellettuale Lazer Radi, perseguitato politico, il quale viveva nel campo di internamento di Savër, Lushnje. Davanti al mio Ginnasio di tanto in tanto, passavano i carri militari carichi di uomini, donne e bambini deportati. Venivano da tutte le parti del Paese, per passare il resto della loro vita nei lager della mia città. Mentre furgoni con i finestrini bloccati dalle sbarre, portavano i prigionieri politici. Sono state le letture dei classici che mi hanno ‘salvato’ e, allo stesso tempo, temprato la mia consapevolezza di poeta nei tempi bui della storia albanese. Mentre il paesaggio brullo e mistico della mia provincia collinosa di Darsia mi dava un po’ di conforto negli anni della mia gioventù. Quando avvenne la scelta di abbandonare l’Albania? Quali furono le ragioni che la spinsero a tale scelta? Nell’inverno del 1991, sono stato tra i fondatori del Partito Democratico e del Partito Repubblicano della città di Lushnje, partiti d’opposizione, e fui eletto segretario provinciale per i repubblicani nella suddetta città. Sono cofondatore del settimanale di opposizione Ora e Fjalës. Più tardi, nelle elezioni politiche del 1992, mi sono presentato come candidato al parlamento nelle liste del PRA, ma non venni eletto. Nel corso della mia intensa attività di esponente politico e di giornalista d’opposizione, ho denunciato pubblicamente e ripetutamente i crimini, gli abusi, la corruzione economica e culturale, nonché le speculazioni della vecchia nomenclatura di Hoxha e della più recente fase post-comunista. Anche per queste ragioni, a seguito di ripetute minacce subite, sono stato costretto, nell’aprile del 1992, a fuggire dal mio Paese. Del resto, capì che il cosiddetto cambiamento democratico albanese non era altro che un gioco sporco deciso già a tavolino. La vecchia nomenclatura comunista di Enver Hoxha, con l’aiuto dei ‘poteri oscuri’ dall’oltre Oceano, si sono impossessati di nuovo del potere politico, economico e culturale del Paese delle aquile. I cosiddetti ex-perseguitati politici durante il comunismo, invece di fondare un loro partito, per aprire la strada ad un cambiamento radicale dell’amministrazione, della società e dello Stato,  preferirono dividere il potere e le ruberie con i loro boia. È così che è stato ucciso definitivamente il sogno della libertà, della vera democrazia e della sovranità dell’Albania. Come sono stati i primi anni da emigrante? I primi anni in Italia sono stati molto duri. Avevo trentacinque anni e dovevo iniziare da zero. In tasca non avevo nessun centesimo, prima di partire da Durazzo avevo in tasca i soldi del biglietto solo di andata. Avevo perso tutto. Sconfitto. Per sopravvivere ho dovuto lavorare come pulitore di stalle, zappatore, manovale, aiuto tipografo. E nel frattempo frequentavo un’altra facoltà in Lettere Moderne alla Sapienza di Roma pagando tutte le tasse universitarie, oltre l’affitto di casa e da mangiare. Era l’inizio degli anni ’90. L’Albania a quel tempo si identificava con le prostitute, con gli assassini, i ladri, stupratori. Un poeta come me dove essere tre volte più bravo dei suoi colleghi italiani e quelli che provenivano da altri Paesi. Le domande provocatorie nei miei confronti in quanto uomo di cultura e cittadino albanese erano all’ordine del giorno. Inoltre dovevo scrivere sia in albanese che in italiano dato che non avevo lettori albanesi. Le prime raccolte poetiche le ho pubblicate di tasca mia. Non conoscevo nessun editore italiano. Ci voleva denaro e tempo per andare a contattare degli editori nelle grandi città. Io lavoravo dalla mattina e rientravo a casa la sera e non potevo fare nulla. È il caso di raccontare un fatto triste che mi è accaduto durante i primi mesi in Italia. A quel tempo facevo dei lavori saltuari come manovale, i datori di lavoro a volte mi pagavano, a volte no. Nei primi mesi trovai rifugio presso alcuni miei connazionali. La casa dove loro risiedevano era stata offerta dal Comune, quindi non pagavano affitto. Questi signori all’inizio mi hanno ospitato, poi un giorno mi cacciarono di casa. Li ho pregati di stare ancora qualche settimana affinché trovassi un lavoro che mi poteva permettere di affittare una stanza, ma nulla da fare. Mi ricordo che andavo in giro per la città bussando casa per casa chiedendo lavoro, ma appena le persone sentivano la parola ‘albanese’, chiudevano la porta dicendomi: “Vada via, siete dei ladri e criminali!”. Forse avevano ragione, nei primi anni ’90 gli albanesi occupavano le prime pagine della cronaca nera sui giornali e dei media italiani. Finché un giorno ho trovato lavoro come manovale presso una piccola ditta edile. Finalmente sono riuscito a trovare alloggio in un rudere disabitato da mezzo secolo dove l’affitto era basso. Perché sceglieste di vivere in Italia? Ho scelto l’Italia perché i nostri popoli hanno condiviso lo stesso destino durante la storia. L’Italia è stata sempre la grande porta che ha collegato l’Albania con il resto dell’Europa. E poi la lingua e la cultura italiana mi è stata sempre molto familiare. Non dobbiamo dimenticare che la letteratura albanese è nata in latino. Quali erano allora i rapporti che aveva con la classe intellettuale italiana, come fu l’accoglienza? I primi anni per me sono stati anni di fatica enorme, sofferenza e grande angoscia esistenziale. Non c’era tempo per fare “l’intellettuale“. L’intellettuale in Italia e all’estero lo facevano i poeti e scrittori del realismo socialista di Tirana, che insieme ai loro colleghi perseguitati fino a ieri durante il regime comunista, venivano nominati addetti culturali, ambasciatori, direttori della Fondazione Soros, oppure venivano ospitati nelle residenze di scrittura ovunque per Europa. Quei pochi poeti come me che denunciavano pubblicamente gli abusi, la corruzione e i traffici tra mafia e governanti, venivano etichettati come nemici dell’Albania.  Per me si trattava di lottare giorno e notte per …

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Melania Trump

La lettera che Melania Trump forse non scriverà mai.

New York, 8 novembre 2036 Cara Storia, sono Melania Knauss Trump, e all’imbrunire dei miei giorni, ti lascio le mie parole, perché i fatti sono già tuoi. Io, dal canto mio, sono sempre stata fuori tempo; le mie parole non ti sono conosciute, perché scelsi di essere ciò che volevi, sicché per principio non scelsi me. Scelsi perfino di addomesticare me stessa, per poi ritrovarmi come polvere nei tuoi libri. Mi sono arrampicata sui miei sogni, sono salita sulle passerelle di questo mondo, ho scalato le torri del potere. Ma quando ero sulla vetta, non ho più potuto nascondermi; ed è lì, che iniziò la discesa: la casa, che era bianca, finì; la torre, di cui porto il cognome, crollò; quell’infanzia povera, che con tante speranze lasciai, tornò il mio presente dall’altra parte del mondo. Sono stata disposta a essere qualcosa, per poter essere qualcuno. Ora tu mi chiedi, perché vuoti il sacco? Mi chiedi se sto cercando redenzione? Io almeno ho scelto di portare un cognome che non era il mio, stando a fianco alla scrivania del potente, e non ho accettato che qualcuna ci stesse sotto. Ma in fondo, oggi, chi se ne importa di questi piccoli dettagli; come Salomone, anche a me tutto appare vanità, per amore della mia vanità. Perché la mia vanità si formò nell’assenza della mia “non” identità. Non ho mai spiccato per qualità, ma sapevo che la bellezza è un dono, e io avevo capito bene che effetto faceva il mio corpo, che effetto facesse il mio sorriso quando posava per l’attenzione di chi mi offriva il suo valore per scambiarlo col mio. E ora tu hai anche il coraggio di presentarmi il conto? Mi dai la responsabilità di questo Mondo allo sfascio? Di questo Paese impoverito, economicamente e culturalmente? Ma è la mia vita ad essere povera e allo sfascio. Ho già pagato. Oggi nemmeno la plastica riesce a nascondere le pieghe che rigano il mio volto, e con cui ho già saldato il conto. Il mio passo è stato all’altezza della mia gamba, ma non abbastanza all’altezza del tuo appetito, perché il tuo palato raffinato si nutre soltanto delle storie dei puri, e per i quali sei disposta a farti vanto; ma io resto la virgola con cui spezzi i periodi, e per cui tu poi vai a capo. Gli antagonisti sono i veri depositari del sapere, perché accettano di portare sulla propria soma il peso concreto delle azioni, che vedono come vincitori morali i tuoi protagonisti, le cui vite tu trascrivi al fine di rendere quella storia un’azione morta; e tu, matrigna, pietrifichi quei uomini e donne rendendoli idoli, e i servi idolatri. Tu pensavi di svelarmi? Ma io con le parole che mi sono sempre negata oggi ti svelo. Per una cosa piego il capo: per non essere stata all’altezza della vita che si offriva di vivermi senza compromesso, e così che ho confuso la vita da sogno che speravo, con un reality show, ossia il sogno di qualcun altro. Melania Trump (forse)

Beppe Grillo

Beppe Grillo, il MoVimento 5 Stelle e i quattro amici al bar.

C’era una volta Beppe Grillo che riempiva i palcoscenici d’Italia. I suoi spettacoli erano esilaranti. Il pubblico lo ascoltava con attenzione, il pubblico rideva ad ogni sua battuta, ad ogni sua pausa e lo onorava con lunghi standing ovation ad ogni fine spettacolo. C’era una volta Beppe Grillo, un uomo che pian piano ingrassava, le sopracciglia diventano sempre più crespe e lo sguardo come un’aquila che va a caccia della sua preda. C’era una volta la preda, l’Italia berlusconiana, l’Italia montiana, l’Italia lettiana, l’Italia renziana e poi c’è Gentiloni. C’era una volta il MoVimento 5 Stelle che interpretava la voce dell’opposizione al potere, rappresentava Macht (potere) ed Herrschaft (potere legittimo). Il sociologo tedesco Max Weber, nel suo libro Economia e società, intendeva con il termine potenza “qualsiasi possibilità di far valere entro una relazione sociale, anche di fronte ad un’opposizione, la propria volontà, quale che sia la base di questa possibilità”; mentre con il termine potere legittimo invece “la possibilità di trovare obbedienza, presso certe persone, ad un comando che abbia un determinato contenuto”.  Quando in un Paese i soggetti deboli sono in continuo aumento il soggetto più forte riesce a far valere la propria volontà in ogni caso, perché attraverso il potere legittimo che si auto legifera il soggetto più debole accetta qualsiasi decisione che gli viene impartita dall’alto poiché le riconosce valide, legittime. La teoria di Weber incarna perfettamente il valore giuridico del MoVimento 5 Stelle, che nasceva come movimento sociale avvenuto attraverso il passaggio da gruppi chiusi a comunità politiche fino a raggiungere e finalmente riuscire a sposare il potere. Ed eccoci faccia a faccia con quello che tutti abbiamo sempre pensato: la forza d’opposizione al potere (in quanto identità) non può mutare la propria natura ambendo di essere in potere, perché il potere non sta mai all’opposizione, il potere è al potere. Il potere non rappresenta neanche le fonti dell’informazione anzi le finanzia dando voce a tutti, anche all’opposizione. Il potere non si misura con la divisione e la specializzazione dei compiti; il potere non si conforma ma serve la struttura gerarchica dell’apparato amministrativo; il potere non fa assunzioni con contratto; il potere non remunera in denaro il personale; il potere non separa gli uomini e i mezzi d’amministrazione; il potere non separa gli uomini e l’ufficio; il potere non regolamenta controllando l’apparato amministrativo. Il potere non necessita della legittimazione anche se lo consente in quanto esercizio politico. E poi ci sono loro, gli amici del bar: Raggi, Marra, Romeo e Frongia. C’erano quattro amici al bar, che volevano cambiare il mondo […] Eravamo due amici al bar uno è andato con la donna al mare […].