Politica

Non solo Cuba Libre: la storia cubana ancora sconosciuta.

Chi è Guido Mina di Sospiro? Autore di romanzi e saggistica. Scrivo in inglese, vivo a Washington, D.C.; sono pubblicato, in traduzione dall’inglese, in dodici lingue, fra cui l’italiano. La sua storia è in linea con il tema più sviscerato di oggi: l’immigrazione? Lei, si sente un emigrato? In un certo senso, sì. Anche se allora non avevo modo di saperlo, ho lasciato Milano all’apice degli anni di piombo, poco dopo l’attentato alla stazione di Bologna. Un’emigrazione volontaria a un’università in California. Un altro mondo, allora, un’altra dimensione. Ma ho tante anime, parlo varie lingue. Quando la musica era centrale nella vita dei giovani, mi sono sentito a casa nella Los Angeles e Berlino Ovest degli anni ottanta (da Los Angeles ero corrispondente per riviste musicali italiane e tedesche); nella Miami ancora priva d’italiani degli anni novanta; nell’Athenum Club di Londra così come nella Plaza de Santa Ana, nel Barrio de Las Letras, a Madrid. Mi piace la definizione ufficiale che mi è stata appioppata qui in America: sono un “residente alieno”, ma capace di trovare, in posti molti diversi tra loro, patrie adottive multiple. È anche vero che se la Milano che lasciai fosse stata quella di oggi, probabilmente non me sarei andato. Allora Milano era una specie di zona di guerra. Quando ha capito che la scrittura sarebbe stata la sua ragione di vita? Quando sono passato dal corsivo allo stampatello perché non riuscivo più a leggere quanto avevo scritto. Nei numerosi suoi viaggi, un giorno ha incontrato una bellissima donna cubana, oggi sua moglie, la compagna di vita. Può raccontarci il vostro incontro? A Los Angeles, ad un party dato da un persiano in onore del fidanzamento fra Lady Diana e il principe Carlo. Noi due, esuli di altre terre, ci siamo trovati in fondo al mondo, in riva al Pacifico—lei nata all’Avana ma cresciuta a New York; io nato a Buenos Aires ma cresciuto a Milano. Che immagine si è fatto di Cuba? Ho vissuto diciassette anni a Miami immerso nell’esilio cubano di oltre un milione di persone. Ho imparato da loro lo spagnolo, tanto che lo parlo con  l’accento cubano. E via via ho scoperto un mondo del quale non si parla. “Via via” perché gli esuli cubani preferiscono sempre parlare del presente e del futuro, e non fanno i nostalgici, nonostante abbiano perso la loro patria, la perla della Antille, come la chiamava il poeta Rúben Darío. Cuba, e L’Avana in particolare, erano un posto da sogno, non per niente l’ultima colonia che la Spagna fu costretta a cedere, perché la migliore. Dopo la devastazione della seconda guerra mondiale, poi, L’Avana era meglio di qualunque capitale europea. Letterati, scienziati, scacchisti, musicisti—tutti di livello mondiale. E poi la famosa, o secondo altri infame, parte mondana, con i suoi night clubs sfarzosi, case da gioco, orchestre, ballerine, cantanti e così via. Come avete vissuto in famiglia la morte di Fidel Castro?  La premessa è che i genitori di mia moglie, così come altre centinaia di migliaia di esuli cubani, non hanno mai più messo piede nella loro madre patria, e quindi la morte del nonagenario Castro non cancella l’amarezza dell’esilio, i drammi della diaspora — con le famiglie stravolte da coloro che restavano e coloro che partivano — e gli sforzi fatti per ripartire, in esilio, da zero. Detto ciò, c’è stato comunque un sollievo e un senso di liberazione, anche se al potere rimane il fratello. Una settimana dopo la morte di Castro, l’Occidente sembra si sia dimenticato di chi davvero era Fidel Castro. La sua morte inevitabilmente l’ha inserito nell’iconografia del Novecento.  Conosco troppo da vicino la storia di Cuba. Se Cuba ha avuto la rivoluzione è perché, a differenza di tutta l’America latina, aveva una classe media, la quale, inizialmente, appoggiò i barbudos. La classe media (ho parlato con molti di loro, a New York, Miami, Madrid, Parigi) voleva far cadere Batista e andare direttamente alle elezioni. Invece si ritrovarono presto in pieno regime comunista – con le tipiche fucilazioni sommarie; prigionia e tortura (e anche morte in molti casi) per i dissidenti; perfino i campi di concentramento per chi, ingenuamente, faceva domanda ufficiale per andare in esilio. Ho raccolto, senza cercarle, testimonianze di gente umile che pure chiese d’andarsene e finì nei campi di concentramento; sono cose raccapriccianti che non si sanno e che fanno venire a mente Se questo è un uomo. Fra le tante, la storia di Pablo. Una mattina, quando abitavo a Miami, vado dal mio solito barbiere a Westchester, a pochi chilometri a ovest, un quartiere in cui su trentamila abitanti il novanta per cento è di madrelingua spagnola. Ernesto, mi dicono, non c’è. “Allora torno domani,” ma Pablo mi fa cenno di sedermi. È un vecchio dall’aspetto mite con un sorriso a tutto denti. Dà per scontato che io parli spagnolo. Mentre mi mette il grembiule dice, “Lavorare ancora alla mia età, ma guarda un po’…”. Aggiunge, “Fa niente, lavorare mi piace. È che a Cuba ero conducente d’autobus la mattina presto, portavo i bimbi a scuola, e poi barbiere fino alle due del pomeriggio.” “E dopo le due?” “Andavo a un bar lungo il malecon (il lungomare dell’Avana), a giocare a domino con gli amici, ciarlare, bermi il cafecito, fumare puros. Non guadagnavo un granché, ma mi bastava. Qui in America è dura: devo pagare il mutuo della casa, le rate della macchina, le bollette, le tasse, tutto è caro, e se non lavoro ogni giorno, non ce la faccio”. M’ha coperto il volto con un cencio intriso d’acqua calda. “Allora,” da sotto il cencio, “se ci stava bene, perché l’ha lasciata, Cuba?” “¡Ay, compadre!” e sospira mentre toglie il cencio e mi spennella la schiuma da barba sul viso. “Subito dopo la rivoluzione, tutti i professionisti hanno lasciato Cuba. Io no, perché mai? Los barbudos erano dalla mia parte, ne eravamo convinti. Poi, ogni mese, ce ne combinavano una. Non eravamo ricchi, tutt’altro. Ma la casetta che avevamo fuori città, i nostri nonni, genitori e i miei fratelli, ce la confiscarono, e ci assegnarono invece un appartamento di due stanze: eravamo in undici a casa! S’andava da un sopruso all’altro, ma guai a protestare. Allora nel 1965 feci le carte per uscire da Cuba, regolarmente.” Comincia ora a radermi. Sono alla mercé d’un ottuagenario, ma il tocco è leggero, una vita di pratica. Riprende: “Da allora cominciarono a chiamarmi gusano (verme), anche i vicini, non credo per convinzione, ma per paura. Le autorità mi dissero che avrei avuto le carte in un anno e mezzo, ma a una condizione.” “Quale?” “Dovevo andare in un campo di concentramento e tagliare canne da zucchero gratis per diciotto mesi. Però non ci davano da mangiare. Allora nascondevamo una canna da zucchero tagliata a pezzi sotto la camicia. Certe guardie ci scoprivano e ci picchiavano a sangue. Altre chiudevano un occhio, ¡que dios los bendiga! Di notte in cella le masticavamo per ore, per ciucciarne lo zucchero. Di mattina eravamo morti di sonno, e ancora di fame, ma se non lavoravamo, altre botte. Certi non ce la facevano; svenivano, o per sfinitezza, o per le botte ulteriori che prendevano. Altri li pestarono così tanto che li portarono via come sacchi di cipolle, e non li vidi mai più”. Continua a rasarmi con la leggerezza d’una farfalla. Riprende il racconto: “Finalmente passò l’anno e mezzo, mi lasciarono partire, e arrivai qui senza un centesimo in tasca. Poco dopo cominciarono a cadermi i denti. Nel giro di due anni li persi tutti. Gracias, ¡Fidel!” “Ma come, se ha un bellissimo sorriso?” “A forza di lavorare, me li sono fatti impiantare tutti, anno dopo anno. Ho finito sei anni fa, a settantasei anni. L’ultima dentista da cui andavo è una salvadoregna che lavora nel proprio garage. Non mi sono mai potuto permettere un dentista ufficiale. Ma sono contento, qui a Miami ho conosciuto mia moglie, siamo sposati da quarant’anni e rotti, una santa donna”. Il Presidente Nixon definì Castro “un tipo naif, ma non necessariamente un comunista” mentre Castro nei suoi discorsi americani sosteneva la rivoluzione definendola come “umanista” promettendo allora libere elezioni piuttosto la difesa della proprietà privata. La storia poi ci ha consegnato altri racconti. Cosa è rimasta di Cuba? Era una meraviglia. Vi sono molti documentari in rete di Cuba negli anni trenta, quaranta e cinquanta che mostrano un’opulenza incredibile, a tutti i livelli. Adesso, dopo oltre cinquantanni di regime comunista, è devastata quanto Haiti. Il comunismo, si sa, ha bisogno della miseria per perpetuarsi, così come la mafia. Cosa pensa accadrà post Castro? Sarebbe bello, dopo l’uscita di Raul Castro dalla scena, vedere il ritorno della democrazia e la ricostruzione dell’intero paese nel rispetto dell’enorme patrimonio architettonico sparso per tutta l’Isola. Ma forse sono idee utopiche. Sua moglie, la sua famiglia, pensano di fare ritorno in quel paese che li costrinse a chiedere rifugio?  No. Genitori e zii, non ci sono più, se non due zie che stanno perdendo la memoria. Tutte le proprietà, perdute. I cugini sono sparpagliati per il mondo: due in Guatemala, due in Florida, uno a Singapore a insegnare storia dell’arte presso un’Università; il fratello di mia moglie, a New York City, e lei con me a Washington. In Prima che sia notte Reinaldo Arenas racconta il periodo di Fulgencio Batista e successivamente il suo arruolamento tra i ribelli che volevano abbattere il regime. Arenas, protagonista dei processi farsa e delle fucilazioni sommarie, definisce quella rivoluzione come ipocrita. Nel 1980, Castro permette l’espatrio dall’isola agli “indesiderabili” del regime (omosessuali come Arenas, malati di mente e criminali). Arenas riesce a scappare nonostante la sommossa creatasi a causa dell’invasione da parte di alcuni cubani dell’ambasciata del Perù cambiando il suo nome da Arenas in Arinas. Prima a Miami, poi New York, e poi l’Europa dove si sente addosso la maledizione della voce di Cassandra, nessuno gli crede. I suoi racconti pubblicati in Francia servivano quella élite ipocrita che alle parole giustizia e verità avevano optato scegliendo sinonimi come legittimo e autenticità, perché così anche loro spingevano la loro notte un po più in là.  È così, è molto triste. Abbiamo in casa un tavolo pitturato da Carlos Alfonzo, arrivato a Miami da Cuba nel 1980 durante l’esodo di Mariel. Lavorava come verniciatore/pittore di mobili vintage ad Antares, un negozio di mobili insoliti. Faceva la fame, come tanti altri Marielitos. Poi divenne famoso, ma morì a quarant’anni di AIDS, nel 1991. Tantissimi altri Marielitos erano “indesiderabili” secondo il regime di Fidel non perché fossero criminali; molti erano dissidenti, od omossessuali. Il nostro factotum a Miami, Pedro, era persona di assoluta fiducia, già l’autista privato del generale Ochoa in Angola. Ochoa fu fucilato a Cuba nel 1989 per “tradimento” e smercio di droga. In realtà, pare che i fratelli Castro lo fucilarono per coprire il loro coinvolgimento nel traffico di droga ad alto livello. Nel mio romanzo Sottovento e sopravvento (leggi anche…), che uscirà in Italia il prossimo maggio, offro inter alia uno “spaccato” dell’Avana durante i secondi anni ottanta visto con gli occhi della protagonista femminile Marisol, che era stata depositata, appena neonata, in un canestro sugli scalini dell’ambasciata statunitense la notte del golpe, e in seguito adottata da una coppia di New York. Comunque, da cubano d’adozione, voglio essere ottimista: lo spirito dei cubani è indomabile, tanto che nemmeno il comunismo è riuscito a sopprimerlo. Non posso che augurarmi che in un futuro prossimo la perla delle Antille diventi, effettivamente, Cuba Libre.

La fuga dal Kashmir di Adnan per salvarsi la vita.

Per salvarsi, ha attraversato la Libia, la Siria, la Turchia approdando in Italia dopo aver pagato 20 mila dollari ai mercanti di esseri umani. Ora – cameriere in un ristorante cinese del Milanese – è un uomo felice anche se una laurea in Fisica e Matematica autorizzavano ambizioni diverse. Adnan d’altra parte è consapevole che restare nel suo amato Paese – il Kashmir – significava andare incontro a morte sicura. Figlio di un insegnante e di una casalinga, Adnan militava nella Alleanza Nazionale per la liberazione del Kashmir. Il movimento è stato fondato da suo zio che, nel 2012, è stato assassinato: “Per capire il motivo – dice lui – converrebbe chiedere lumi ai servizi segreti del Pakistan. Nel Kashmir, possono candidarsi alle elezioni soltanto partiti politici che firmano un manifesto di fedeltà al governo pakistano”. I motivi che portarono Adnan ad arruolarsi nel movimento e a combattere sono chiari. Prima di tutto il Kashmir è un formidabile produttore di energia elettrica e fornisce tutto il Pakistan, mentre il 40% dei suoi villaggi sono privi di luce. Non c’è rete ferroviaria, nel Paese. Le scuole di base cadono a pezzi. Nelle università pakistane il numero chiuso vale solo per i cittadini del Kashmir. Su cento studenti di Ingegneria Medica, ad esempio, soltanto cinque sono del Kashmir. Successivamente alla morte dello zio, Adnan ha organizzato con altri militanti varie manifestazioni. È stato arrestato per tre volte fino a quando – sempre nel 2012 – è stato rapito da uomini incappucciati, imprigionato, interrogato per quindici giorni, picchiato, umiliato e gettato quasi esanime in un bosco. Salvo per miracolo, Adnan si è trovato di fronte a un bivio. Se il cuore gli diceva di continuare a combattere, la mente e soprattutto il padre gli hanno imposto un viaggio della salvezza verso la Gran Bretagna. Costo 20 mila dollari. Alla fine, i trafficanti di esseri umani hanno deciso – senza interpellarlo – di depositarlo in Italia dove gli è stato riconosciuto lo status di rifugiato politico. E di nuovo Adnan – mentre serve involtini di primavera in un ristorante cinese – si trova ad un bivio. Oggi che può viaggiare liberamente nei 28 Paesi dell’Unione Europea, sogna una vita migliore (anche perché la Cina è un altro storico nemico del suo popolo). Vorrebbe insegnare Fisica o lavorare nell’industria atomica, avendo tutte le competenze per farlo. Queste le ipotesi razionali. Ma il cuore di nuovo lo spingerebbe verso la militanza politica in favore del Kashmir. Il suo parere sull’immigrazione? Finché ci saranno nazioni in rovina, ci saranno uomini e donne e bambini costretti alla fuga. E posti più fortunati come l’Europa sono la mèta della loro disperazione. Solo se le grandi potenze mondiali si impegneranno per chiudere i focolai di crisi dei Paesi in disfacimento, si potrà arginare l’onda degli immigrati.

L’Albania “flat-tax” e l’immigrazione all’incontrario.

Settimana scorsa a DiMartedì, oltre ai grandi temi politici che riguardano il nostro bel paese, si è toccato il tema delle tasse. Il conduttore Giovanni Floris ha portato il pubblico italiano in un viaggio: in Albania. Ero in soprappensiero quando all’improvviso il mio orecchio captò immediatamente quell’accento cosi peculiare che riconosco nei miei connazionali. Alzando gli occhi, tre bellissime ragazze inquadrate e sorridenti che alle domande del cronista rispondevano in maniera anche un po naive con frasi “L’Albania è già in Europa” piuttosto “Tirana è troppo bella. Qui ci si diverte troppo”. Quel “l’Albania è già in Europa” mi rimembrò le stesse parole che il Primo Ministro Matteo Renzi disse all’incontro con il Primo Ministro albanese Edi Rama. Era il 2014. La visita di Renzi in Albania serviva per sponsorizzare l’inclusione in Europa del paese delle aquile. Matteo Renzi sottolineava l’importanza nel fare pressione al fine di portare a termine i negoziati. Inoltre nell’incontro, che sembrava più una rimpatriata tra vecchi amici piuttosto che visita di Stato, il Primo Ministro italiano sottolineò l’importanza fondamentale che l’Albania ricopre nelle sfide geopolitiche considerando che si trova nel cuore dei Balcani. Nel reportage che settimana scorsa è andato in onda su DiMartedì il punto che si metteva in luce erano proprio le tasse che in paesi come l’Albania oppure il Montenegro sono quasi del tutto inesistenti: le tasse in queste aree balcaniche vengono chiamate nel termine tecnico flat-tax ossia tassa piatta. Questa formula adottata in Albania, che è un paese in via di sviluppo, serve a sovvenzionare le aziende che siano esse piccole o grandi imprese allo scopo di una crescita esponenziale del paese. Il termine, coniato per la prima volta dall’economista americano Milton Friedman, si propone come un regime fiscale proporzionale e non progressivo qualora non fosse seguito da deduzione o detrazione quindi nonostante l’aliquota legale sia costante l’aliquota media della flat-tax rimane fissa. L’Albania, post comunista, post immigrazioni di massa del 1991 e ancora post guerra civile 1997, in pieno periodo d’immigrazione all’incontrario, si autofinanzia per promuovere il messaggio che attraverso la formula della flat-tax adottata dalla politica albanese le aziende autoctone oppure straniere possono avere la possibilità di aprirsi ad una facile eventuale crescita che altri paesi dell’Unione non offrono. Mi verrebbe da chiedere, a questo punto perché rientrare in Europa! Guardando le immagini andate in onda da Floris si poteva constatare de facto che la realtà non è proprio così, come viene raccontata. Vedere alle fermate degli autobus contadini, scesi dai villaggi che io conosco benissimo, vendere le loro galline, ti fa percepire di come il paese vive all’interno una forte dualità. Una povertà che la contemporanea Albania vuole celare, quegli anziani dalla pensione minima che sopravvivono ai carrelli del capitalismo occidentale sono da oscurare. Quegli anziani cresciuti con un’economia di tipo pianificato stile sovietico si trovano ora in forte disagio rispetto alla realtà a cui sono sottoposti. Ironico vedere quel vecchio privo di denti parlare con il linguaggio delle mani mentre indicava all’operatore di andarsene perché per loro non c’era più nulla da mostrare. Subito dopo, il video reportage metteva a fuoco le immagini, strumento al servizio della propaganda, di un locale della Tirana da bere: il Fusion. È nel limbo Fusion che le belli albanesi sorridenti e scosciate si accompagnano con i loro sorrisi e i loro corpi sinuosi mostrandosi alla società spettacolarizzata come merce Made in China mentre i maschi brindano a suon di Dom Perignon l’alba dei nuovi tempi dove l’umiliazione di un passato, che è dietro l’angolo, non è servito da monito nel generare una forte personalità pubblica. Quell’Albania, priva di una classe sociale media e dei sindacati, andata in onda a DiMartedì è una brutta copia di un’Italia le cui scelte politiche l’hanno definita come zona vulnerabile all’interno della comunità europea. L’occidentalismo a cascata, il desiderio di inclusione e di una cultura di appartenenza veicolata da una politica emotiva denudano l’Albania immobilizzandola ed esponendola a logiche geopolitiche che per ora sembra ignorare. di Anita Likmeta su The Huffington  Post

Parag Khanna: il futuro geopolitico dell’Europa e l’immigrazione.

Parag Khanna, indiano-americano, classe 1977, è la giovane certezza della geopolitica mondiale. Singolare figura di studioso globetrotter è l’autore di studi accurati e brillanti, in bilico tra reportage approfondito e avvertita analisi politico-economica. Libri come I tre imperi, Come si governa il mondo (entrambi editi da Fazi) e L’età Ibrida (con Ayesha Khanna, Codice edizioni) sono preziosi per chi voglia farsi un’idea di dinamiche geopolitiche complesse in modo non episodico e non inutilmente polemico, ma con attenzione ai fatti. In I tre imperi ha sostenuto che il ruolo geopolitico dell’Europa è ancora determinante, eppure la sensazione attuale è che, almeno culturalmente, al momento l’Europa si trovi in una empasse: non riesce a integrare i flussi migratori, non incide sui conflitti geopolitici. Sembra più che il campo di battaglia per l’esplosione di fondamentalismi, vedi tragedia Charlie Hebdo… Premesso che anche i grandi imperi, a volte, soffrono di impotenza, io invece credo che l’Europa sia ancora importante. Quanto più mobilità, fusione di industrie, aree commerciali interne, una popolazione che cresce demograficamente, conterrà, quanto più l’Europa potrà crescere ancora. Se l’Europa restasse culturalmente e geo-politicamente limitata a Inghilterra, Francia, Italia e Spagna, rischierebbe di diventare molto debole. Con l’eccezione della Germania che è la più grande economia che c’è nel vecchio Continente. Se invece diventasse un’entità di trenta paesi includendo l’Ucraina, tutti i paesi balcanici (i quali hanno stretti rapporti economici con la Turchia per la tratta commerciale e industriale) allora potrebbe diventare significativa economicamente. L’Europa ha il più grande Prodotto Interno Lordo in tutto il mondo. Come piazza commerciale è come investimenti è ancora leader. Il metro di misura che determina l’importanza dell’Europa non riguarda le elezioni in Francia o l’attacco a Charlie Hebdo etc. Lo Stato islamico sembra un enorme elemento di destabilizzazione di tutto il Medioriente. Come si ridisegnano i conflitti di forze nell’area? Non è esatto dire questo. L’Isis è la quinta o la sesta tra i maggiori fattori di destabilizzazione negli ultimi venticinque anni. Già nell’Iraq di dieci anni fa successero cose destabilizzanti, ma possiamo guardare più indietro. All’invasione dell’Iraq nel Kuwait nel 1990, o alla rivoluzione islamica nel 1979 in Iran. Ma il principale evento destabilizzante rimane l’invasione Usa in Iraq nel 2003. L’Isis è il sintomo di un profondo cambiamento, e bisognerà creare una nuova mappa la quale sarà molto dinamica in quanto nei prossimi anni ci saranno altri gruppi come l’Isis, come Al Qaeda oppure i ribelli siriani, ci saranno gruppi etnici d’assalto, i curdi che vivono in un territorio non definito. Per cui ci vorrà tempo per avere una stabile mappa geo-politica, e magari questo avverrà fra cinque, dieci o vent’anni. Ma una cosa certa è che questa mappa non è più quella disegnata nel 1960. Ritiene che il nucleare all’Iran possa essere un effettivo pericolo in particolare per Israele? Non credo che il nucleare all’Iran possa costituire un pericolo. Ma la richiesta di Netanyahu magari è fondata su una paura reale considerando i rapporti storici intercorsi fra i due paesi. Gli Stati Uniti non hanno bisogno di farsi dire da Israele se l’Iran dovrebbe o meno avere il nucleare. Giustamente Netanyahu fa gli interessi del suo paese. Ovviamente nessuno può sapere o preventivare ciò che L’Iran potrebbe successivamente fare con il nucleare. Le aree di tensione Oriente-Occidente sembrano corrispondere a quelle che nella tradizione sapienzale venivano chiamate “le torri del diavolo”: una sorta di linea di fuoco che dalla Siberia passa per il Medioriente arrivando fino in Africa centrale. Anche in una prospettiva puramente razionalistica non è inquietante che le linee di frattura geopolitiche euroasiatiche si assestino su queste coordinate? C’è un arco di instabilità che parte dalla Siberia fino al Medioriente o Africa dell’est dove ci sono fondamentalismi, falsi Stati, povertà, sottosviluppo. Credo che “Il grande gioco” sia una grandissima analogia rispetto a quello che sta succedendo oggi. Ma io scrissi I tre imperi su come vincere il grande gioco costruendo nuove vie della seta. Come possiamo vedere, la Cina sta guidando l’Asia e gli investimenti, e di questo ne stanno godendo sia l’Italia che l’Inghilterra e tanti altri grandi paesi.Costruire nuove vie della seta vuol dire godere di nuove infrastrutture che possono connettere l’Europa all’Asia attraversando l’Africa dell’est. Quali sono i paesi secondo lei leader nel campo dell’innovazione? Ci sono molti parametri per misurare l’innovazione e qualche volta la si confonde con l’invenzione. L’invenzione è qualcosa dove gli Stati Uniti ed Europa sono leader, ma innovazione in termini di adattamento non è solo tecnologia: riguarda anche l’ambiente e il governo. L’innovazione è la città ed è lì che si sviluppa come a Londra, Parigi, Singapore la città dove vivo. L’America è leadernell’innovazione ma investe in Asia in quanto qui ci sono i mezzi e le strutture per farlo. In Hybrid Reality lei sostiene che il bilancio dell’innovazione ha sostituito il bilancio del potere militare come misura di potenza nazionale. Lo crede ancora? Assolutamente sì e lo trovo un concetto molto più vero oggi rispetto a ieri. Per esempio le ricerche e lo sviluppo asiatico deriva dal fatto che qui si investe moltissimo sul creare delle proprie tecnologie, perché non vogliono essere dipendenti dell’Occidente. Nella generale irritabilità socio-economica, frutto anche dello spostamento dei popoli migranti qualcuno ha teorizzato la necessità dei confini, delle frontiere per localizzare i conflitti. Per esempio Regis Debray in Elogio delle frontiere. Cosa ne pensa? Credo che la situazione potrebbe risolversi se l’Europa investisse in Africa. Questo farebbe sì che questi popoli rimangano nei loro paesi. Ricordo quando vivevo in Germania che c’erano dei giovani studenti turchi come me che rientrarono nel loro paesi perché videro la possibilità di crescita. Ecco, credo che se ci fossero finanziamenti la situazione potrebbe minimizzarsi. Se i popoli potessero vedere una possibilità di crescita nei loro paesi credo che non emigrerebbero. E come si può investire considerando le tensioni politiche in questi paesi? Mi spiego. Dimitris Avramopoulos, commissario dell’Unione europea agli Affari interni e alle politiche sull’immigrazione, ha dichiarato che “per affrontare alla radice il problema dei flussi migratori, l’Unione europea deve cooperare con i paesi di origine dei migranti, anche se a volte si tratta di dittature”. Qualche anno fa si diceva che non si poteva parlare con l’Iran e che non si poteva fare business con loro e che non si poteva parlare con Gheddafi. Ecco io credo che questo non abbia senso. Questi territori sono influenti, hanno potere e noi dobbiamo comunicare con loro. Dobbiamo trovare una via di comunicazione. Lei ci credeva davvero alle primavere arabe che oggi si stanno rivelando una grandissimo flop? Credo che le rivoluzioni abbiano bisogno di un loro tempo per spiegarsi e qualche volta le cose devono andare male per poter andare meglio. Credo che le primavere arabe fossero inevitabili. Quando i paesi crescono nella corruzione, nella povertà e nella privazione è normale che alla fine qualcosa accade. Per esempio in Egitto la gente non ha più paura dei loro leader di protestare per strada. Il collasso in Siria non è una sconfitta delle primavere arabe. Come vede l’Italia sul piano politico internazionale? L’Italia come ogni paese di media grandezza sta diventando sempre meno influente considerando il prodotto interno lordo. Ogni paese ha bisogno di capire quali sono i suoi prodotti di nicchia per poter crescere e questi possono essere per esempio il design e l’artigianato in generale e questo porterebbe l’Italia ad avere un grande impatto a livello internazionale. Credo che l’Italia si stia organizzando e ho visto ciò che sta facendo Renzi e lo trovo una buona idea quella di trovare nuove strade per le collaborazioni economiche. Papa Francesco. Crede che sia una figura che potrebbe influenzare la scena geopolitica internazionale? Il Vaticano non ha importanza politicamente se non per chi vive in Italia. La voce di Papa Francesco è benvenuta ma non ha potere nell’influenzare le politiche globali. Infine il Kenya? Guardi io credo che le religioni siano solo un pretesto nelle cause delle guerre ma i veri motivi sono soltanto il potere economico e conquista del territorio. Non esistono altri motivi. di Anita Likmeta su IlGiornaleOff

Chi ha paura di una nuova guerra del Kosovo? Una riflessione dopo la partita Serbia Albania.

Ci sono svariati tipi di odio ma a noi interessa distinguere due categorie: l’odio reattivo e l’odio determinato dal carattere. L’eterno ‘film’ girato dai ‘registi’ serbi e albanesi è il risultato di una profonda ferita immutabile e storica verso la quale entrambi provano un sentimento di impotenza. Essi condividono la stessa struttura ossea che trova nel sentimento dell’odio reattivo (quello determinato da una ferita profonda) la sua peculiarità caratteriale. Voglio stilare in questa pagina una precisa cartella clinica di questi due ‘registi’ che, ammalati di tutti e due i sintomi sopra elencati, stanno crescendo nell’odio e nell’ostilità anche i loro figli. Figli che si sono ‘risvegliati’ anche attraverso la partita di calcio andata in onda il 14 ottobre 2014. Queste immagini possiedono nella coscienza collettiva balcanica un valore altamente evocativo che grazie al mezzo comunicativo, cioè la televisione o tutti i sistemi multimediali, viene potenziato. Ai produttori, cioè i mass media, piace tantissimo questo ‘film’ ed entrambi i ‘registi’ perché essi possiedono quell’odio, che è un sentimento innato e storico dei metteur en scéne. L’odio andato in scena nella partita di calcio tra Serbia e Albania è conseguenza di quell’odio reattivo, e quindi storico, che oggi ancora di più incita gli occhi più deboli – il popolo e la folla – ad odiare nel nome dell’odio. Innanzitutto dobbiamo sottolineare il soggetto, quindi il pomo della discordia, il Kosovo che è al centro dell’interesse dei metteur en scéne e dei ‘produttori’ di questi ultimi. Nessuno storico albanese o serbo o di qualunque nazionalità può definire l’appartenenza etnica del Kosovo almeno fino al VI secolo ma, molti storici hanno ritenuto che le antiche popolazioni della regione appartenessero allo stesso ceppo degli illiri cioè degli albanesi. Come sappiamo la questione è alquanto spinosa e irrisolta per molti motivi. Si potrebbe dire addirittura che le risoluzioni applicate negli anni sono molto fragili e che trovano un terreno fertile specialmente in un’epoca, come la nostra, che vive forti contrasti a causa dei crolli degli indicatori della macro e microeconomia europea e del desiderio di numerosi Stati di diventare autonomi. Nella partita di calcio si è visto tutto questo. Io sono albanese e sono molto delusa per la violenza sia da parte dei serbi che degli albanesi. Certamente risulterò impopolare presso il mio popolo ma io voglio comportarmi da storica e intellettuale che non può accettare la violenza gratuita mossa dai miei connazionali con quel gesto osceno del drone nel cielo serbo. Stando alle voci dei presenti pare che a finanziare tale operazione sia stato anche, Olsi Rama, il fratello del primo ministro Edi Rama che è stato trattenuto dalla polizia per una notte e poi rilasciato. Un gesto talmente violento nel suo significato più profondo che non necessita di troppe spiegazioni. Cari connazionali la critica è una pillola amara, ma pur sempre una medicina e sappiamo che due galli non possono stare nella stessa gabbia. E come dice un nostro vecchio proverbio ‘chi non ha cuore non ha neppure tallone’ ma una pietra pesante al suo posto. Ai Serbi, e soprattutto ai nazionalisti, rivolgo l’invito di fare pace con la storia. Non si può viverla solo per creare aforismi come questa frase di Aleksandar Baljak che dice: “Noi non sappiamo chi ha iniziato prima. Che poi è sempre la causa del conflitto” oppure “Moriremo tutti per questa idea. L’ennesima vittoria dello Spirito sulla Materia”. Se voi oggi siete così allora vi ritroverete completamente nella frase del vostro connazionale Zoran T. Popovic che sostiene: “Il leader è affetto da mania di persecuzione. Ha sempre la sensazione che i cittadini lo seguano”. Mi spiace deludevi ma in una realtà che va definendosi sempre più globale, tutto questo è appunto solo una sensazione. Ma io voglio credere che i serbi oggi non siano questi. Non voglio credere alla paura che i ‘produttori’ della nostra società finanziano. Non voglio credere che Albania e Serbia non arriveranno ad una soluzione più radicale e ad uno scambio culturale per l’interesse e l’ amore del futuro dei figli che verranno. In questa sacchiera vorrei non individuare né gli alfieri, né i re, né i cavalli ne prestare attenzione al fatto che siano neri o bianchi. Vorrei che ci fosse la capacità intellettiva e la forza spirituale di scegliere di cambiare e di porre fine ad una guerra e a quell’odio reattivo e quello determinato dal carattere che non mi appartiene personalmente. Sono speranzosa che non ci sia più bisogno di guide per un paese all’orizzonte. di Anita Likmeta su The Huffington Post

Rinascita dell’aquila a due teste (parte seconda).

(…) Possiamo dedurre che l’Italia come la Comunità internazionale hanno inciso nello sviluppo dell’economia albanese, ma è necessario sottolineare un fatto molto grave che dovrebbe farci riflettere, ossia quella dell’induzione al liberismo economico. Questo liberismo ha portato nella classe politica albanese la perdita di vista dell’interesse per il bene comune a favore della collettività capitalizzata. La classe politica italiana ha effettuato le stesse politiche di Mussolini, in quanto è più vantaggioso attivare politiche di sfruttamento piuttosto che riforme atte a modificare e a far crescere il paese sotto ogni profilo. Durante questa fase di invasione economica non si è provveduto al mantenimento di una rete sanitaria piuttosto che alla salvaguardia degli artigiani. L’Albania ha stretto rapporti con gli Stati internazionali al fine di ottenere fondi europei che puntualmente arrivano a Tirana, superando ogni altro paese dell’Est europeo, ma questi aiuti spariscono all’arrivo nella Capitale. L’incapacità della classe politica albanese di saper gestire le fonti economiche porta il settore pubblico ad essere pericoloso per le politiche internazionali. Ma nonostante queste dinamiche poco convenevoli è necessario sottolineare un altro aspetto fondamentale della realtà economica degli albanesi: le rimesse degli emigrati. Gli emigrati, di cui la maggioranza in Italia a seguire la Francia, la Germania e Austria etc., hanno sostenuto il processo di trasformazione delle città albanesi. Gli emigrati. grazie alla loro permanenza all’estero e al lavoro, sono riusciti a ricostruire le loro abitazioni in Albania dando decoro e trasformando radicalmente le città, ma soprattutto hanno investito con i mezzi moderni, e le loro attività imprenditoriali hanno influito fortemente nel settore economico. Grazie anche alla stabilizzazione della moneta albanese negli ultimi anni in Albania si può parlare di una vera primavera economica. Un risveglio potente, visibile nel numero delle imprese attive a Tirana ma va detto che questo è avvenuto anche tramite l’intervento di un processo economico informale dettato dalla poca chiarezza di alcune società imprenditoriali che agiscono borderline, cioè al limite della legalità. L’industria continua la sua crescita sempre in salita come anche il settore agricolo che tuttavia mantiene un ruolo fondamentale nell’economia albanese, nonostante quest’ultima ha visto un ridimensionamento del 70% in tutto il Paese. L’Albania, oggi, sta passando da un’economia di tipo pianificata a quella capitalizzata attraverso una struttura amministrativa che ha delle forti difficoltà nel sancire un processo evolutivo nel risanamento economico dovuto specialmente alle pressioni che vengono inflitte dalla classe politica al potere poco presente. Oggi in Albania il governo di Edi Rama sta attuando delle riforme sul piano politico al fine di provvedere un ingresso di maggiori investimenti e per far fronte, in special modo, al debito pubblico che nel 2012 ha superato registrando il 60% del Pil. Ma non sono i problemi economici a fermare il movimento di rinnovamento del Paese che ha portato un contro esodo degli albanesi che rientrano nella propria terra riprendendo in moto ciò che avevano abbandonato durante i tempi delle società piramidali. Da sottolineare il fatto che ad investire in Albania sono maggiormente società tedesche, olandesi, austriache e infine americane. Le società italiane che lavorano in territorio sono in numero minore e sicuramente rappresentano una realtà inferiore rispetto alle altre multinazionali. Inoltre l’Albania fa parte dell’organizzazione Nato per cui rappresenta un punto di svolta per l’occidente che necessita di mantenere gli occhi ben aperti sulla situazione Medio-Orientale. L’Albania, di nuovo, rappresenta un punto strategico tra l’Oriente e l’Occidente. Chiaramente la presenza delle truppe Nato dichiara l’appoggio incondizionato dello Stato albanese, ad un eventuale presa di posizione sul piano militare, agli americani. LEGGI ANCHE: – Il post precedente dell’autrice, Rinascita dell’Aquila a due teste (parte prima) Il lavoro svolto in precedenza dal presidente Berisha cioè quello dell’adesione dell’Albania alla Comunità Europea lo sta portando avanti anche il nuovo primo ministro Rama il quale trova questa necessità come un fondamentale processo evolutivo del paese. Appare chiaro, ritornando oggi nel paese delle aquile, che il panorama è mutato profondamente e in tempi velocissimi mai registrati da nessun altro paese. Ed è proprio questo cambiamento radicale che dovrebbe invitare i giovani, che hanno poca memoria o semplicemente più indaffarati a cercare una loro identità nel mondo piuttosto che ricostruire l’identità a partire dalle proprie radici, a riflettere. È interessante osservare un paese che indossava un tempo colori grigi possa oggi aver aderito così rapidamente alla capitalizzazione. È come se ad un certo punto una intera generazione avesse chiuso gli occhi e invece di guardare indietro, per comprendere la radice delle proprie origini che dovrebbe caratterizzare il tratto identificativo di un popolo, guarda disperatamente avanti per non affondare. L’Albania ha una sua storia molto particolare e tanto antica ma sembra che quella generazione dei barconi del ’91 abbia disconnesso con il passato, come succede oggi con i cinesi nei confronti della loro storia, rinnegando a se stessi la rimessa in discussione sul piano sociale e morale del ruolo che quella vecchia classe intellettuale ebbe in quel tempo e del ruolo che avrebbe dovuto assumere nella conduzione del paese e dei propri figli. Ma quella classe politica se ne è lavata le mani e a differenza di Ponzio Pilato che lo fece dinanzi a tutti in questo caso diventa una rappresentazione simbolica per dipingere un’azione illegale di coloro che hanno abiurato nel nome del terrore il loro grido. Trovo che sia, oggi più che mai, necessario fare un passo indietro, voglio dire che sarebbe più convenevole sedersi per comprendere e tirare fuori quella radice chilometrica per capire cosa è andato storto e per donarsi la possibilità di ricongiungere l’identità storica all’identità sociale odierna. Possiamo concludere dicendo che l’Albania oggi si presenta come un paese che non ha ancora sviluppato la transazione dall’economia pianificata a quella del libero mercato. Lo Stato albanese non ha ancora provveduto a sviluppare delle politiche sociali che possano fronteggiare le realtà più vulnerabili e questo è dovuto alla carenza di strutture istituzionali che sanciscono il pieno sviluppo delle formule di mercato. di Anita Likmeta su The Huffington Post 

Rinascita dell’aquila a due teste (parte prima).

L’Albania. Cosa si pensa dell’Albania? Chi la conosce? La lingua, il territorio, le usanze, i costumi, la religione, il popolo. Mi sono sempre chiesta come mai quando si pensa all’Albania la si associa immediatamente alle immagini dei profughi che sbarcano dalle navi e successivamente ai barconi di quel lontano periodo che seguì la guerra civile oppure un’altra associazione è quella legata a quell’aspetto intimista, ma sempre possibilista, a partire dall’abbigliamento scarno e privo di dettagli identificativi, anzi il dettaglio che identifica quasi tutti è la visione di un gruppo di persone che si chiamano immigranti quindi nullatenenti, quindi poveri, con quella faccia che chiede la pietas umana quando si trovano tutti insieme agli altri immigranti provenienti dal nord Africa o altri paesi dell’est ad attendere con il numero e la ricevuta di ritorno in mano l’apertura delle questure nelle città italiane nelle prime ore del mattino per avere il permesso di soggiorno. Ma chi sono gli albanesi? Questo popolo balcanico che fatica a farsi conoscere per quello che è stato e per quello che è diventato. È straordinario vedere le facce della gente quando ti chiedono “di dove sei?” e tu “sono albanese!” e loro “ah!” e comprendi subito dal rigurgito quel impertinente pregiudizio. Sono passati ventidue anni dal primo sbarco e 16 anni dall’ultimo eppure non sono bastati per espiare quella colpa celata che gli albanesi hanno ma soprattutto quel pro-giudizio, e dico pro in quanto si compie un atto di favorire il mal pensare cioè a favore per cui “pro il giudizio” come se tutti fossero tenuti a darne uno a priori, che gli “altri” nutrono. Mi chiedo: “gli altri chi?” chi oggi si può permettere ancora di sentenziare su una storia e su un popolo del quale non si conosce praticamente nulla?! Ma poi accendi la televisione, leggi i giornali e tutti lo pensano, tutti lo temono “l’albanese è cattivo, è mafioso, è criminale, è senza morale, vende le proprie donne e le donne, a loro volta, sono delle meretrici, donne pronte a tutto, donne che possono portarti via il marito, il fidanzato, il compagno, insomma donne che distruggono!”. Ecco, questo è quello che di reale frulla nella mente della gente. E gli albanesi? Quelli che cercano il vero riscatto camminano a testa bassa operosi, non cercano nessuna attenzione, troppa la vergogna di un passato che non ti abbandona, che ti presenta la fattura nonostante tu non abbia colpe se non quella di essere nato nel Paese delle aquile. Altri, che vivono al di sopra delle proprie possibilità ostentando una ricchezza che non possiedono, una ricchezza che non può essere associata alle possibilità di rimediare macchine di lusso o case stravaganti. Altri che hanno deciso di abbandonare le proprie vite nelle mani dei sciacalli o altri, che in Albania sono rimasti ripiegati su stessi ad attendere i figli emigrati che a loro volta, narrano una vita meravigliosa che non possiedono giusto per tranquillizzare coloro che hanno i cuori spenti e gli occhi chiusi. Ma l’Albania oggi è mutata, è irriconoscibile. Il lavoro svolto negli ultimi quindici anni da aziende e multinazionali straniere hanno ridipinto lo scenario teatrale di questo Paese che ha ospitato sette eserciti durante le guerre mondiali. Perfino i bunker, i famosi bunker che oggi si contano 750 mila in totale in tutto il territorio, quelli costruiti durante il periodo della dittatura di Enver Hoxha sono stati, su richiesta di Edi Rama oggi primo ministro dello Stato albanese, dipinti di colori sgargianti, così per ridare decoro alle città che ospitano queste costruzioni del periodo Hoxha che oggi rappresentano un pezzo di storia da non dimenticare. È importante il concetto del “io ricordo”, talmente importante che la bandiera albanese, un’aquila a due teste su sfondo rosso fuoco, invita proprio a prendere atto di quello che è stato il passato, la testa dell’aquila che guarda a sinistra, per non compiere gli stessi errori nel futuro, la testa dell’aquila che guarda a destra della bandiera. Ma torniamo agli albanesi e al pro-giudizio che si nutre nei confronti di questo popolo che, in un modo o nell’altro, ha avuto una rilevanza storica importante per quanto riguarda il territorio in quanto si trova al centro dei Balcani, e per il legame che lo Stato albanese ha avuto con l’Italia. È straordinario vedere che oggi l’italiano medio si trova costretto, a causa della crisi economica che incombe in Europa, a fare il viaggio all’incontrario cioè ad andare in Albania per fare le vacanze estive ad un prezzo stracciato. E già, oggi succede questo, succede che l’impossibilità di non permettersi più di tenere il naso all’insù pieno del proprio giudizio porta l’altro, cioè l’italiano o altri europei, a rivalutare le proprie considerazioni razziste; gli italiani non sono più pro giudizio, e così che il pregiudizio viene meno quando imbarcano le loro macchine munite di bagagli sui traghetti che fanno il viaggio verso il Paese di fronte. Mi chiedo, come mai questo cambiamento repentino? Devono forse gli albanesi ringraziare la “santa madre crisi” per aver rimesso in discussione il concetto del pregiudizio o semplicemente è una forma di prevenzione nei confronti di un popolo che in fondo si teme: “sono albanesi, potrebbero derubarci, potrebbero ammazzarci!”. È chiaro che la necessità può far sì che venga meno la dignità dell’uomo. Alla fine chi se ne importa! In Albania si mangia bene, perché i ristoratori che hanno aperto i locali hanno tutti studiato in Italia, e si dorme negli alberghi di lusso delle città costiere che ti fanno prezzi ridottissimi rispetto al cambio valuta che puoi trovare in Europa. L’Albania non la ferma più nessuno, neanche gli italiani desiderosi di avere tutto a prezzo ridottissimo. Oggi però non è il più tempo del fratello maggiore che si atteggiava, un tempo, a sceriffo riluttante. Oggi l’acqua del fiume non è più la stessa. L’Albania negli ultimi anni, dal 2004 al 2008, ha avuto una crescita economica notevole ma questa crescita ha visto la sua caduta tra il 2009 e il 2011 a causa delle riforme fiscali e dei pochi investimenti stranieri. Per molti ancora l’Albania rappresenta una scelta pericolosa a causa della sua promiscuità culturale in un’area di transizione che si divide ancora oggi tra Oriente e Occidente. L‘occidentalismo a cascata che oggi si verifica in tutti gli Stati balcanici, inclusa l’Albania, racchiude in sé un carattere negativo in quanto carattere identitario poiché viene meno l’idea della balcanizzazione rispetto all’aspirazione a definirsi europei. Il settore agricolo, o meglio l’agricoltura di sussistenza, sostiene un quinto del prodotto interno lordo del paese anche se negli ultimi anni novanta c’è stata una transizione economica con la diffusione di piccole e medie imprese manifatturiere a partire dalle calzature all’abbigliamento a piccole imprese agro-industriali che grazie alla collaborazione di società interne miste con imprenditori italiani hanno fatto si che si registrasse una crescita economica non indifferente. Chiaramente gli imprenditori italiani investivano, nonostante i dubbi e le paure nei confronti di un territorio che si presentava inospitale a causa della mancanza di grandi reti di comunicazione moderne e veloci, in piccola scala ma questo permetteva anche la possibilità di un vero affare economico in quanto le imprese venivano favorite dal basso costo del lavoro, dato che l’Albania risultava tra i paesi che avevano il più basso costo in Europa. Inoltre la disponibilità delle risorse naturali, l’Albania possiede le più importanti risorse minerarie: il nichel, il petrolio, il carbone e cromo; da sottolineare ancora la possibilità delle riserve di argilla, dolomite, gesso, bitume, marmo, vetri vulcanici e il sale marino bio-naturale di prima qualità nella regione di Valona e sulla riviera del sud del paese. Queste imprese furono aiutate grazie alla riforma costituzionale con le prime elezioni multipartitiche nel marzo del 1991, il periodo delle prime immigrazioni in massa, e si conclusero nel 1998. Ma tra il 1997 e il 1998 a causa delle grandi insurrezioni popolari il processo di riforma e di ricostruzione sul piano politico sociale ed economico vide l’arresto e questo portò il paese in un profondo caos e con la perdita di credibilità nel panorama internazionale e con la immediata caduta degli indicatori macro-economici seguito al processo democratico. Le cause delle rivolte popolari furono dovute al fallimento delle società piramidali ai quali gli albanesi avevano affidato i loro risparmi dietro la promessa di un’alta rendita del capitale investito. Nonostante l’instabilità creata da questi eventi conseguenti alregime di Hoxha, il quale aveva de facto inseguito una stabilità economica attraverso l’immobilismo politico e sociale, l’Albania si è risollevata dalle sue ceneri grazie alla trasformazione repentina che ha permesso una rinascita economica senza precedenti. La situazione potrebbe ulteriormente migliorare se i politici andassero oltre i loro personalismi e interessi privati ma in fondo non si può pretendere di passare da uno Stato sotto sviluppato a quello di in via di sviluppo senza la presenza dei lupi. di Anita Likmeta su The Huffington Post

Gëzim Hajdari: il poeta migrante.

Scriveva la poetessa indiana Sujata Bhatt: “Va’ lungo le strade di Baroda,/ va’ ad Ahmedabad,/ va’ a respirare la polvere/ finché non soffochi e stai male/ di una febbre che nessun dottore ha mai sentito./ Non me lo chiedere / perché non ti dirò niente/ sulla fame e sul dolore./ (…)/”. Questa poesia che narra il viaggio di chi parte e il ghibli, un vento secco e caldo che ti avvolge, che soffia dal deserto. Il vento che accompagna la migranza errante. Di chi sei? Di nessuna parte. Dove vai? Ovunque mi porti il vento del destino. Noi, che di un popolo abbiamo perso le sembianze, contaminati dal viaggio, condividiamo lo stesso dolore, la stessa erranza impalpabile. Oggi scrivo di un uomo, un poeta, un mio connazionale ma soprattutto un amico prezioso che ho avuto modo di incontrare nel mio viaggio personale: Gëzim Hajdari, considerato uno dei maggiori poeti viventi contemporanei. Nato nei pressi di Lushnje, nell’Albania meridionale, vive esule in Italia dal 1993 e risiede a Frosinone. I motivi che portarono Hajdari ad immigrare non furono legati, come nella maggior parte dei casi accade, alla guerra o al bisogno di costruirsi un futuro altrove, i motivi che spinsero il poeta a lasciare l’Albania furono legati alla violenza e alla censura che venne mossa ai danni della sua persona e della sua opera. Di fatto ancora oggi i suoi scritti non vengono pubblicati in Albania. Ho conosciuto il poeta Hajdari ad una presentazione di un volume di poesie di un poeta italiano, a sua volta anch’egli immigrante in Francia, e il dibattito fu interessante proprio perché si parlava della dualità nel scrivere in lingua d’origine e quella acquisita nel paese altrove. La contaminazione, il bilinguismo come svolta e come liberazione definitiva in quanto ci si misura con il mondo esterno al proprio ma questo senza dimenticare come diceva Dante “il parlare materno”. In una intervista pubblicata su un mensile culturale del giornale “Bota Shqiptare” il poeta dichiarò che “Farsi chiamare poeta migrante è un onore, un privilegio, perché significa non metterti sullo stesso piano di Baricco, per esempio. Tutti i grandi poeti sono stati dei migranti… perché liberandosi della nazionalità raggiungevano altre dimensioni, valori universali, altrimenti sarebbero rimasti provinciali”. L’attività poetica di Hajdari cominciò in giovane età, quando ancora frequentava il liceo. Il suo primo libro fu una raccolta dal titolo “Antologia della pioggia” pubblicata prima della caduta del regime quando ancora i problemi politici erano molto forti e c’era una grandissima mancanza di libertà d’espressione. La raccolta che doveva essere pubblicata nel 1985 doveva cantare la gloria del partito, il suo ruolo fondamentale nella società, il socialismo, e invece la raccolta simboleggiava l’antologia delle lacrime che non aveva nulla a che fare con l’idea del partito comunista e del socialismo in Albania. Hajdari arrivò in Italia nel 1993 a causa delle minacce di morte esposte alla sua persone in quanto egli fu uno dei primi esponenti del partito repubblicano e candidato al Parlamento nel 1992. Il poeta non celava la sua opposizione ai fatti inaccettabili che accadevano nel fronte dell’opposizione e sul giornale “Republika” denunciò i crimini della politica e gli abusi del regime post-comunista albanese. Secondo Hajdari, l’Albania non è mai riuscita a cambiare radicalmente. Secondo il poeta tuttora il paese vive di una classe politica che fino a ieri ha condannato, impiccato e imprigionato gli oppositori politici per cui non si differenzia tanto rispetto a quella che c’era quando egli abbandonò il paese ed è per questo che egli sostiene che l’utopia del socialismo reale oggi porta il nome di “democrazia”. La delusione del poeta sta specialmente nel vedere una intera giovane generazione che non viene più fuori, che è stata contaminata nella sua accezione peggiore. Nella sua poesia, che non è italiana, ma un intreccio di culture egli cerca di portare alla luce quell’Albania che in pochissimi conoscono, un’Albania che egli vive nel corpo, nel suo intelletto, nella parola di Hajdari. Non si tratta di nazionalismo perché egli non si definisce tale in quanto sarebbe insensato visto il suo viaggio e le scelte che lo hanno condotto ad emigrare, Hajdari si colloca in coloro che compiendo il viaggio diventano inequivocabilmente portatori di una cultura che non è più solo albanese ma patrimonio del mondo. Il poeta migrante, che rispettando i confini e la patria, si è superato oltrepassando i limiti, i suoi, le famose colonne di Ercole, l’universo del mondo conosciuto, dove plasmare un’identità tollerante e pacifica è un bisogno primordiale per salvaguardare il rispetto di ogni essere umano. La cultura albanese offre al mondo una idea pseudo-mitica del realismo socialista in quanto simbolo della letteratura moderna. Al poeta Hajdari non va a genio che molti scrittori albanesi vengano definiti dal mondo occidentale come grandi difensori dei diritti umani poiché è alla luce dei fatti che “quei grandi” scrittori erano gente i quali composero i poemi più maestosi sulla lotta di classe. Gli artisti di Enver Hoxha che non hanno mosso un dito contro quei 146 intellettuali condannati dal regime. Questo è un fatto storicizzato e nel bene e nel male quegli artisti, dal valore non assoluto ma nello stesso tempo assoluti in quanto strumenti per la Storia stessa, sono i suoi antagonisti. Il rancore è del poeta migrante nei confronti di un’Albania che non presta attenzione ed è per questo incurante nei confronti della sua stessa cultura prodotta al di fuori dei confini. Dove sei finita Albania? Rimembri nei ricordi di coloro che non ti hanno mai vista partorire, sei morta quando vendendo la tua primogenitura ci hai portati ad emigrare come miserabili cercando la pietas nel mondo, seduti agli angoli di alti portoni di ferro, con la faccia che osservava la terra straniera e il numero della ricevuta di ritorno. I nostri permessi che ci sono stati consentiti da un determinato sistema che ci ha assunti perché li dove abbandonammo, la nostra terra, potevamo sognare soltanto quelle parole che il vate Leopardi scrisse “fantasmi di sembianze eccellentissime e sopraumane, ai quali, (Giove) permise in grandissima parte il governo e la potestà delle genti: e furono chiamati Giustizia, Virtù, Gloria, Amor patrio e con altri sì fatti nomi” e questo ci struggeva gli spiriti. Così il poeta migrante Gezim Hajdari conserva nel cuore quell’Albania, quella radice umana, che non lo abbandona mai, ma che si trasforma dentro egli in benzina capace di attirare e smuovere l’attenzione di giovani che, come me, cercano quella onestà intellettuale per cui vale la pena partire e vale la pena lottare. Il poeta migrante è colui il quale si muove, si trasforma, può essere l’albanese, l’italiano, il francese etc e il loro valore è insito nelle loro ossa, fondamento costituente per quel patrimonio che si vuole lasciare ai prossimi. Un patrimonio puro nonostante la sua contaminazione e che non può essere acquisito senza la necessità primordiale di creare valori. Un patrimonio che parla dei popoli differenti tra di loro ma che necessitano di essere uniti nel dialogo tra chi è già cives occidentale e l’altro che è lo straniero in quanto quest’ultimo ha scelto di migrare per la ragione più profonda; quella appunto di farsi capire. Gli altri siamo noi; noi giovani della prima e seconda generazione di quegli emigranti che erano i nostri genitori, noi che con sforzo sovrumano cerchiamo di garantirci una sopravvivenza materiale in questa realtà storica così precaria sotto ogni profilo, noi che cerchiamo di ricostituirci di una cultura e di una identità che sono fondamenti al nostro sistema spirituale il quale urla potentemente dentro le nostre viscere la necessità di raccontarsi. Noi che abbiamo oltrepassato la leggenda diventando noi stessi iper leggenda, e come fate invisibili e in perfetto silenzio stiamo seduti ad una tavola rotonda sull’orlo della via o in mezzo al sentiero. A te, poeta che mi riconosci in questo universo, ti accolgo abbracciandoti nella tua preghiera. – Baciami e abbi pietà di questo corpo martoriato che emana gioia e spavento […] baciami e prega per queste braccia superstiti nella dittatura e ferite nella libertà per queste mani cresciute sotto la nudità della pioggia, per queste labbra che tremano sotto il cielo oscuro dell’Occidente per questo Verbo diventato amore e sacrificio, […] benedici questo sguardo sepolto dal Tempo […] accarezza le mie pietre. Più degli dei, più dei miti, più dei tiranni, più del viaggio nel dolore noi soffriamo di una malattia che si chiama peccato, si chiama empietà, che si chiama mancanza nel raggiungere l’obiettivo, che si chiama tradimento. Il tradimento, il nemico più grande di ogni letteratura. di Anita Likmeta su The Huffington Post

Strage migranti, il tempo non ha più tempo.

Ciao Europa, come state? Siamo le madri, abitanti del fondale del Mediterraneo. Noi vi scriviamo per ringraziarvi di non aver fatto abbastanza per noi al fine che siamo sicure che farete molto per la moltitudine che avverrà, poiché solo attraverso la consapevolezza delle stragi nasce l’esigenza di riparare e di fare per gli altri. Sapete, potremmo essere molto arrabbiate per ciò che ci è accaduto, potremmo nutrire una rabbia “fondale” poiché vi siete sostituiti a Dio decidendo per la nostra morte dal momento che avete taciuto le vostre responsabilità. Qual era il problema? Il petrolio? Soldi? Perché non vi dite la verità? Noi, ormai la sappiamo molto bene. Ma questa lettera non ha la prerogativa di farvi la morale ma di dirvi una cosa fondamentale: noi, vi vediamo da qui. Sì, avete capito bene. Ma soprattutto vi diciamo che siete morti. Proprio così, voi non ci vedete e non ci sentite proprio perché siete morti grandemente. Come facciamo a dirvelo? Perché noi siamo morti solo a noi stessi. In quell’istante, in cui tutto affondò, i nostri respiri e quelli dei nostri figli e cari si sono incontrati, la paura ha smesso di muoverci i cuori. Eravamo liberi. Sapevamo la verità e così le acque ci avvilupparono dolcemente e ci trascinarono nelle profondità di una nuova realtà. Strette gli uni agli altri sapendo che il grande mare nostrum avrebbe battezzato le nostre vite, e si sa che ogni redenzione passa attraverso una morte. La morte dei nostri corpi. Avremmo voluto conoscervi, avremmo voluto comunicare con voi. Anche noi crediamo nell’amicizia, anche se siamo stati traditi per la pochezza materiale. Anche noi non sopportavamo l’ipocrisia, e anche noi saremmo stati capaci di dare amore. Potevamo essere una grande opportunità per tutti. Noi volevamo la libertà alla vita. Perdemmo tutto per ricominciare una nuova esistenza in cui saremmo potuti essere un po’ più protagonisti e non spettatori di una realtà che aveva firmato la nostra morte, da sempre. Noi eravamo la vostra opportunità per diventare altro. Non volevamo affollare le vostre vite e le vostre città dato che non eravamo partiti per vivere nella illegalità ma per lottare per la vita possibile. Noi, siamo coloro che si stringono stretti in fondo alle acque fredde del Mediterraneo. Le nostre lingue non si muovono più. I nostri respiri sono espirati. I nostri occhi, in fondo alle vostre paure, vedono come se fossero dall’altra parte dello specchio e non emergeremo più. Forse, doveva andare così, per noi. La vita ci è stata tolta perché voi non foste abbastanza forti da proteggerci mentre per i nostri governi eravamo solo merce di scambio. Qui sotto è tutto così nitido, così limpida la verità. Come state, voi lassù? Sono una mamma che stringe il suo figlio, e vi sento che ancora parlate. Quanto parlate! Quanto piangete! Dovete avere un mare dentro i vostri stomaci. Lacrime e parole. Cos’è la vita? Secondi, minuti, ore, giorni, settimane, mesi, anni, secoli che si vivono per amore. Ma non lo capite che non c’è più tempo? Se non sapete più morire a voi stessi per far vivere gli altri, in voi regnerà la disperazione, l’incertezza, l’irrequietezza e la paura. La paura che brutto laccio! Crediamo che queste parole nascano dal desiderio di donarci al mondo in estrem(n)a partecipazione e di donarci per amore alle persone indifese e non garantite. Quante bugie sono state dette sulla nostra disgrazia. Ma ciò che ci preme di più è farvi comprendere che dovete invertire la marcia perché state sbagliando direzione. Non c’è più tempo. Il tempo non ha più tempo. Abbiate il coraggio di testimoniare la verità. Buon viaggio a voi. Delle madri, una lettera immaginaria. di Anita Likmeta su The Huffington Post

PIL Paura dell’Integrazione Liberista.

Ecco ci risiamo. Io non sono la persona più adatta per parlare di politiche d’integrazione monetaria ma cercherò di andare per ordine per comprendere questa nebulosa situazione che ci avvolge. Mi chiedo quanto di credibile c’è in quello che il M5S sostiene caldamente riguardo il “Decreto Banca d’Italia“. Nel gran caos organizzato del Movimento sull’affare Imu – Bankitalia – Boldrini – Di Battista – Bignardi – Sofri – Augias – Fazio, nell’horror vacui della civiltà telematica si è persa ancora una volta di vista la vera questione: cosa rappresenta davvero il decreto IMU – Bankitalia? Cosa dice? Partiamo dalle questioni tecniche e di regolamento: potremo pensare che è una pessima scelta, in perfetta linea con i governi precedenti, quella di unificare due o più questioni in un decreto unico. La scelta di arrivare all’ultimo giorno e usare meccanismi quantomeno irrituali per arrivare a votazione non è di certo una scelta di qualità ma così è andata. Ma cosa dice il decreto Bankitalia in soldoni? Il decreto ricapitalizza il capitale sociale della Banca D’Italia portandolo da 156 mila euro a 7.5 miliardi. Perché? Il primo motivo è abbastanza semplice: dopo la crisi, gli istituti di credito italiani si sono trovati sull’orlo del fallimento. Quando è accaduto negli Stati Uniti e altrove, i governi centrali hanno evitato il disastro rifinanziando le banche, anche perché queste detenevano e detengono grossi capitali di titoli pubblici. Con la Banca d’Italia si è fatta la stessa cosa. Per certezza dell’informazione leggiamo l’articolo 39 dello statuto della Banca d’Italia: “Gli Utili netti vengono per il resto distribuiti come segue. Il 20% degli utili netti conseguiti deve essere accantonato al fondo di riserva ordinaria. Col residuo, su proposta del Consiglio superiore, possono essere costituiti eventuali fondi speciali e riserve straordinarie mediante utilizzo di un importo non superiore al 20% degli utili netti complessivi. La restante somma è devoluta allo Stato”. Com’era composta la compagine azionaria dell’istituto fino a oggi? Intesa Sanpaolo ne possedeva il 27,3%, Unicredit il 19,1%, Generali il 3,3% e così via. Il decreto mira a ridurre le quote massime di partecipazione al 3%. Perciò tutti quelli che ne possiedono in eccedenza dovranno vendere le quote. La preoccupazione sta nel fatto che la stessa Bankitalia debba acquistare in un secondo momento queste quote in eccedenza utilizzando i soldi dei contribuenti, trasferendo così denaro verso gli istituti più importanti, ovvero Intesa Sanpaolo e Unicredit. Il problema è che il decreto intanto riequilibra posizioni che erano al limite dell’incostituzionalità: quando hai il trenta percento di una banca sei vicino alla posizione di controllo: che mostro giuridico è quella banca che controlla economicamente la banca di controllo per antonomasia: Bankitalia? Il capitale di Bankitalia era intatto dagli anni trenta, non è mai stata ricapitalizzata, e questo l’ha messa in posizione di netta difficoltà nei confronti delle sue consorelle comunitarie. Si tratta in sostanza di riallineare le quote con gli altri partner europei, così come si tratterà in futuro di allineare parecchie altre politiche, sulla fiscalità, sul costo del lavoro, su altri grandi, grandissimi temi. Un altro nodo da sciogliere, che secondo Grillo costituisce una questione fondamentale, è che con la conversione in legge di questo decreto “regalerebbe” la Banca d’Italia alla grande finanza internazionale, impedendo al popolo italiano di conquistare la sovranità monetaria, e che in vista di un ipotetico tracollo dell’eurozona potrebbe essere un disastro. Ma ora cerchiamo di comprendere meglio e di stanare le ragioni che sono dietro questa forte polemica. Ci sono forse dietro eminenze grige che manovrano il Movimento? La manovalanza al lavoro sulla Boldrini l’abbiamo vista: adesso vorreste per favore spiegarci qual è la politica monetaria e comunitaria del Movimento 5 Stelle? Siete favorevoli o contrari all’integrazione europea? State pensando di risolvere i problemi italiani (come droga, immigrazione e criminalità) come nazione o come federazione di nazioni? Pensate che il criterio della svalutazione sia ancora un meccanismo valido nel villaggio globale in cui ci troviamo e non piuttosto (come l’Argentina) una spirale esiziale che porta dritti al fallimento? Siete in grado, in una parola, di indicare la strada verso una integrazione europea meno liberista? O sapete solo cedere a spinte nazionaliste e vagamente destrorse di immaginaria “sovranità monetaria”? Vorremmo avere una risposta limpida in merito alla questione. Vi aspetto in macchina. di Anita Likmeta su The Huffington Post