Politica

Rinascita dell’aquila a due teste (parte prima).

L’Albania. Cosa si pensa dell’Albania? Chi la conosce? La lingua, il territorio, le usanze, i costumi, la religione, il popolo. Mi sono sempre chiesta come mai quando si pensa all’Albania la si associa immediatamente alle immagini dei profughi che sbarcano dalle navi e successivamente ai barconi di quel lontano periodo che seguì la guerra civile oppure un’altra associazione è quella legata a quell’aspetto intimista, ma sempre possibilista, a partire dall’abbigliamento scarno e privo di dettagli identificativi, anzi il dettaglio che identifica quasi tutti è la visione di un gruppo di persone che si chiamano immigranti quindi nullatenenti, quindi poveri, con quella faccia che chiede la pietas umana quando si trovano tutti insieme agli altri immigranti provenienti dal nord Africa o altri paesi dell’est ad attendere con il numero e la ricevuta di ritorno in mano l’apertura delle questure nelle città italiane nelle prime ore del mattino per avere il permesso di soggiorno. Ma chi sono gli albanesi? Questo popolo balcanico che fatica a farsi conoscere per quello che è stato e per quello che è diventato. È straordinario vedere le facce della gente quando ti chiedono “di dove sei?” e tu “sono albanese!” e loro “ah!” e comprendi subito dal rigurgito quel impertinente pregiudizio. Sono passati ventidue anni dal primo sbarco e 16 anni dall’ultimo eppure non sono bastati per espiare quella colpa celata che gli albanesi hanno ma soprattutto quel pro-giudizio, e dico pro in quanto si compie un atto di favorire il mal pensare cioè a favore per cui “pro il giudizio” come se tutti fossero tenuti a darne uno a priori, che gli “altri” nutrono. Mi chiedo: “gli altri chi?” chi oggi si può permettere ancora di sentenziare su una storia e su un popolo del quale non si conosce praticamente nulla?! Ma poi accendi la televisione, leggi i giornali e tutti lo pensano, tutti lo temono “l’albanese è cattivo, è mafioso, è criminale, è senza morale, vende le proprie donne e le donne, a loro volta, sono delle meretrici, donne pronte a tutto, donne che possono portarti via il marito, il fidanzato, il compagno, insomma donne che distruggono!”. Ecco, questo è quello che di reale frulla nella mente della gente. E gli albanesi? Quelli che cercano il vero riscatto camminano a testa bassa operosi, non cercano nessuna attenzione, troppa la vergogna di un passato che non ti abbandona, che ti presenta la fattura nonostante tu non abbia colpe se non quella di essere nato nel Paese delle aquile. Altri, che vivono al di sopra delle proprie possibilità ostentando una ricchezza che non possiedono, una ricchezza che non può essere associata alle possibilità di rimediare macchine di lusso o case stravaganti. Altri che hanno deciso di abbandonare le proprie vite nelle mani dei sciacalli o altri, che in Albania sono rimasti ripiegati su stessi ad attendere i figli emigrati che a loro volta, narrano una vita meravigliosa che non possiedono giusto per tranquillizzare coloro che hanno i cuori spenti e gli occhi chiusi. Ma l’Albania oggi è mutata, è irriconoscibile. Il lavoro svolto negli ultimi quindici anni da aziende e multinazionali straniere hanno ridipinto lo scenario teatrale di questo Paese che ha ospitato sette eserciti durante le guerre mondiali. Perfino i bunker, i famosi bunker che oggi si contano 750 mila in totale in tutto il territorio, quelli costruiti durante il periodo della dittatura di Enver Hoxha sono stati, su richiesta di Edi Rama oggi primo ministro dello Stato albanese, dipinti di colori sgargianti, così per ridare decoro alle città che ospitano queste costruzioni del periodo Hoxha che oggi rappresentano un pezzo di storia da non dimenticare. È importante il concetto del “io ricordo”, talmente importante che la bandiera albanese, un’aquila a due teste su sfondo rosso fuoco, invita proprio a prendere atto di quello che è stato il passato, la testa dell’aquila che guarda a sinistra, per non compiere gli stessi errori nel futuro, la testa dell’aquila che guarda a destra della bandiera. Ma torniamo agli albanesi e al pro-giudizio che si nutre nei confronti di questo popolo che, in un modo o nell’altro, ha avuto una rilevanza storica importante per quanto riguarda il territorio in quanto si trova al centro dei Balcani, e per il legame che lo Stato albanese ha avuto con l’Italia. È straordinario vedere che oggi l’italiano medio si trova costretto, a causa della crisi economica che incombe in Europa, a fare il viaggio all’incontrario cioè ad andare in Albania per fare le vacanze estive ad un prezzo stracciato. E già, oggi succede questo, succede che l’impossibilità di non permettersi più di tenere il naso all’insù pieno del proprio giudizio porta l’altro, cioè l’italiano o altri europei, a rivalutare le proprie considerazioni razziste; gli italiani non sono più pro giudizio, e così che il pregiudizio viene meno quando imbarcano le loro macchine munite di bagagli sui traghetti che fanno il viaggio verso il Paese di fronte. Mi chiedo, come mai questo cambiamento repentino? Devono forse gli albanesi ringraziare la “santa madre crisi” per aver rimesso in discussione il concetto del pregiudizio o semplicemente è una forma di prevenzione nei confronti di un popolo che in fondo si teme: “sono albanesi, potrebbero derubarci, potrebbero ammazzarci!”. È chiaro che la necessità può far sì che venga meno la dignità dell’uomo. Alla fine chi se ne importa! In Albania si mangia bene, perché i ristoratori che hanno aperto i locali hanno tutti studiato in Italia, e si dorme negli alberghi di lusso delle città costiere che ti fanno prezzi ridottissimi rispetto al cambio valuta che puoi trovare in Europa. L’Albania non la ferma più nessuno, neanche gli italiani desiderosi di avere tutto a prezzo ridottissimo. Oggi però non è il più tempo del fratello maggiore che si atteggiava, un tempo, a sceriffo riluttante. Oggi l’acqua del fiume non è più la stessa. L’Albania negli ultimi anni, dal 2004 al 2008, ha avuto una crescita economica notevole ma questa crescita ha visto la sua caduta tra il 2009 e il 2011 a causa delle riforme fiscali e dei pochi investimenti stranieri. Per molti ancora l’Albania rappresenta una scelta pericolosa a causa della sua promiscuità culturale in un’area di transizione che si divide ancora oggi tra Oriente e Occidente. L‘occidentalismo a cascata che oggi si verifica in tutti gli Stati balcanici, inclusa l’Albania, racchiude in sé un carattere negativo in quanto carattere identitario poiché viene meno l’idea della balcanizzazione rispetto all’aspirazione a definirsi europei. Il settore agricolo, o meglio l’agricoltura di sussistenza, sostiene un quinto del prodotto interno lordo del paese anche se negli ultimi anni novanta c’è stata una transizione economica con la diffusione di piccole e medie imprese manifatturiere a partire dalle calzature all’abbigliamento a piccole imprese agro-industriali che grazie alla collaborazione di società interne miste con imprenditori italiani hanno fatto si che si registrasse una crescita economica non indifferente. Chiaramente gli imprenditori italiani investivano, nonostante i dubbi e le paure nei confronti di un territorio che si presentava inospitale a causa della mancanza di grandi reti di comunicazione moderne e veloci, in piccola scala ma questo permetteva anche la possibilità di un vero affare economico in quanto le imprese venivano favorite dal basso costo del lavoro, dato che l’Albania risultava tra i paesi che avevano il più basso costo in Europa. Inoltre la disponibilità delle risorse naturali, l’Albania possiede le più importanti risorse minerarie: il nichel, il petrolio, il carbone e cromo; da sottolineare ancora la possibilità delle riserve di argilla, dolomite, gesso, bitume, marmo, vetri vulcanici e il sale marino bio-naturale di prima qualità nella regione di Valona e sulla riviera del sud del paese. Queste imprese furono aiutate grazie alla riforma costituzionale con le prime elezioni multipartitiche nel marzo del 1991, il periodo delle prime immigrazioni in massa, e si conclusero nel 1998. Ma tra il 1997 e il 1998 a causa delle grandi insurrezioni popolari il processo di riforma e di ricostruzione sul piano politico sociale ed economico vide l’arresto e questo portò il paese in un profondo caos e con la perdita di credibilità nel panorama internazionale e con la immediata caduta degli indicatori macro-economici seguito al processo democratico. Le cause delle rivolte popolari furono dovute al fallimento delle società piramidali ai quali gli albanesi avevano affidato i loro risparmi dietro la promessa di un’alta rendita del capitale investito. Nonostante l’instabilità creata da questi eventi conseguenti alregime di Hoxha, il quale aveva de facto inseguito una stabilità economica attraverso l’immobilismo politico e sociale, l’Albania si è risollevata dalle sue ceneri grazie alla trasformazione repentina che ha permesso una rinascita economica senza precedenti. La situazione potrebbe ulteriormente migliorare se i politici andassero oltre i loro personalismi e interessi privati ma in fondo non si può pretendere di passare da uno Stato sotto sviluppato a quello di in via di sviluppo senza la presenza dei lupi. di Anita Likmeta su The Huffington Post

Gëzim Hajdari: il poeta migrante.

Scriveva la poetessa indiana Sujata Bhatt: “Va’ lungo le strade di Baroda,/ va’ ad Ahmedabad,/ va’ a respirare la polvere/ finché non soffochi e stai male/ di una febbre che nessun dottore ha mai sentito./ Non me lo chiedere / perché non ti dirò niente/ sulla fame e sul dolore./ (…)/”. Questa poesia che narra il viaggio di chi parte e il ghibli, un vento secco e caldo che ti avvolge, che soffia dal deserto. Il vento che accompagna la migranza errante. Di chi sei? Di nessuna parte. Dove vai? Ovunque mi porti il vento del destino. Noi, che di un popolo abbiamo perso le sembianze, contaminati dal viaggio, condividiamo lo stesso dolore, la stessa erranza impalpabile. Oggi scrivo di un uomo, un poeta, un mio connazionale ma soprattutto un amico prezioso che ho avuto modo di incontrare nel mio viaggio personale: Gëzim Hajdari, considerato uno dei maggiori poeti viventi contemporanei. Nato nei pressi di Lushnje, nell’Albania meridionale, vive esule in Italia dal 1993 e risiede a Frosinone. I motivi che portarono Hajdari ad immigrare non furono legati, come nella maggior parte dei casi accade, alla guerra o al bisogno di costruirsi un futuro altrove, i motivi che spinsero il poeta a lasciare l’Albania furono legati alla violenza e alla censura che venne mossa ai danni della sua persona e della sua opera. Di fatto ancora oggi i suoi scritti non vengono pubblicati in Albania. Ho conosciuto il poeta Hajdari ad una presentazione di un volume di poesie di un poeta italiano, a sua volta anch’egli immigrante in Francia, e il dibattito fu interessante proprio perché si parlava della dualità nel scrivere in lingua d’origine e quella acquisita nel paese altrove. La contaminazione, il bilinguismo come svolta e come liberazione definitiva in quanto ci si misura con il mondo esterno al proprio ma questo senza dimenticare come diceva Dante “il parlare materno”. In una intervista pubblicata su un mensile culturale del giornale “Bota Shqiptare” il poeta dichiarò che “Farsi chiamare poeta migrante è un onore, un privilegio, perché significa non metterti sullo stesso piano di Baricco, per esempio. Tutti i grandi poeti sono stati dei migranti… perché liberandosi della nazionalità raggiungevano altre dimensioni, valori universali, altrimenti sarebbero rimasti provinciali”. L’attività poetica di Hajdari cominciò in giovane età, quando ancora frequentava il liceo. Il suo primo libro fu una raccolta dal titolo “Antologia della pioggia” pubblicata prima della caduta del regime quando ancora i problemi politici erano molto forti e c’era una grandissima mancanza di libertà d’espressione. La raccolta che doveva essere pubblicata nel 1985 doveva cantare la gloria del partito, il suo ruolo fondamentale nella società, il socialismo, e invece la raccolta simboleggiava l’antologia delle lacrime che non aveva nulla a che fare con l’idea del partito comunista e del socialismo in Albania. Hajdari arrivò in Italia nel 1993 a causa delle minacce di morte esposte alla sua persone in quanto egli fu uno dei primi esponenti del partito repubblicano e candidato al Parlamento nel 1992. Il poeta non celava la sua opposizione ai fatti inaccettabili che accadevano nel fronte dell’opposizione e sul giornale “Republika” denunciò i crimini della politica e gli abusi del regime post-comunista albanese. Secondo Hajdari, l’Albania non è mai riuscita a cambiare radicalmente. Secondo il poeta tuttora il paese vive di una classe politica che fino a ieri ha condannato, impiccato e imprigionato gli oppositori politici per cui non si differenzia tanto rispetto a quella che c’era quando egli abbandonò il paese ed è per questo che egli sostiene che l’utopia del socialismo reale oggi porta il nome di “democrazia”. La delusione del poeta sta specialmente nel vedere una intera giovane generazione che non viene più fuori, che è stata contaminata nella sua accezione peggiore. Nella sua poesia, che non è italiana, ma un intreccio di culture egli cerca di portare alla luce quell’Albania che in pochissimi conoscono, un’Albania che egli vive nel corpo, nel suo intelletto, nella parola di Hajdari. Non si tratta di nazionalismo perché egli non si definisce tale in quanto sarebbe insensato visto il suo viaggio e le scelte che lo hanno condotto ad emigrare, Hajdari si colloca in coloro che compiendo il viaggio diventano inequivocabilmente portatori di una cultura che non è più solo albanese ma patrimonio del mondo. Il poeta migrante, che rispettando i confini e la patria, si è superato oltrepassando i limiti, i suoi, le famose colonne di Ercole, l’universo del mondo conosciuto, dove plasmare un’identità tollerante e pacifica è un bisogno primordiale per salvaguardare il rispetto di ogni essere umano. La cultura albanese offre al mondo una idea pseudo-mitica del realismo socialista in quanto simbolo della letteratura moderna. Al poeta Hajdari non va a genio che molti scrittori albanesi vengano definiti dal mondo occidentale come grandi difensori dei diritti umani poiché è alla luce dei fatti che “quei grandi” scrittori erano gente i quali composero i poemi più maestosi sulla lotta di classe. Gli artisti di Enver Hoxha che non hanno mosso un dito contro quei 146 intellettuali condannati dal regime. Questo è un fatto storicizzato e nel bene e nel male quegli artisti, dal valore non assoluto ma nello stesso tempo assoluti in quanto strumenti per la Storia stessa, sono i suoi antagonisti. Il rancore è del poeta migrante nei confronti di un’Albania che non presta attenzione ed è per questo incurante nei confronti della sua stessa cultura prodotta al di fuori dei confini. Dove sei finita Albania? Rimembri nei ricordi di coloro che non ti hanno mai vista partorire, sei morta quando vendendo la tua primogenitura ci hai portati ad emigrare come miserabili cercando la pietas nel mondo, seduti agli angoli di alti portoni di ferro, con la faccia che osservava la terra straniera e il numero della ricevuta di ritorno. I nostri permessi che ci sono stati consentiti da un determinato sistema che ci ha assunti perché li dove abbandonammo, la nostra terra, potevamo sognare soltanto quelle parole che il vate Leopardi scrisse “fantasmi di sembianze eccellentissime e sopraumane, ai quali, (Giove) permise in grandissima parte il governo e la potestà delle genti: e furono chiamati Giustizia, Virtù, Gloria, Amor patrio e con altri sì fatti nomi” e questo ci struggeva gli spiriti. Così il poeta migrante Gezim Hajdari conserva nel cuore quell’Albania, quella radice umana, che non lo abbandona mai, ma che si trasforma dentro egli in benzina capace di attirare e smuovere l’attenzione di giovani che, come me, cercano quella onestà intellettuale per cui vale la pena partire e vale la pena lottare. Il poeta migrante è colui il quale si muove, si trasforma, può essere l’albanese, l’italiano, il francese etc e il loro valore è insito nelle loro ossa, fondamento costituente per quel patrimonio che si vuole lasciare ai prossimi. Un patrimonio puro nonostante la sua contaminazione e che non può essere acquisito senza la necessità primordiale di creare valori. Un patrimonio che parla dei popoli differenti tra di loro ma che necessitano di essere uniti nel dialogo tra chi è già cives occidentale e l’altro che è lo straniero in quanto quest’ultimo ha scelto di migrare per la ragione più profonda; quella appunto di farsi capire. Gli altri siamo noi; noi giovani della prima e seconda generazione di quegli emigranti che erano i nostri genitori, noi che con sforzo sovrumano cerchiamo di garantirci una sopravvivenza materiale in questa realtà storica così precaria sotto ogni profilo, noi che cerchiamo di ricostituirci di una cultura e di una identità che sono fondamenti al nostro sistema spirituale il quale urla potentemente dentro le nostre viscere la necessità di raccontarsi. Noi che abbiamo oltrepassato la leggenda diventando noi stessi iper leggenda, e come fate invisibili e in perfetto silenzio stiamo seduti ad una tavola rotonda sull’orlo della via o in mezzo al sentiero. A te, poeta che mi riconosci in questo universo, ti accolgo abbracciandoti nella tua preghiera. – Baciami e abbi pietà di questo corpo martoriato che emana gioia e spavento […] baciami e prega per queste braccia superstiti nella dittatura e ferite nella libertà per queste mani cresciute sotto la nudità della pioggia, per queste labbra che tremano sotto il cielo oscuro dell’Occidente per questo Verbo diventato amore e sacrificio, […] benedici questo sguardo sepolto dal Tempo […] accarezza le mie pietre. Più degli dei, più dei miti, più dei tiranni, più del viaggio nel dolore noi soffriamo di una malattia che si chiama peccato, si chiama empietà, che si chiama mancanza nel raggiungere l’obiettivo, che si chiama tradimento. Il tradimento, il nemico più grande di ogni letteratura. di Anita Likmeta su The Huffington Post

Strage migranti, il tempo non ha più tempo.

Ciao Europa, come state? Siamo le madri, abitanti del fondale del Mediterraneo. Noi vi scriviamo per ringraziarvi di non aver fatto abbastanza per noi al fine che siamo sicure che farete molto per la moltitudine che avverrà, poiché solo attraverso la consapevolezza delle stragi nasce l’esigenza di riparare e di fare per gli altri. Sapete, potremmo essere molto arrabbiate per ciò che ci è accaduto, potremmo nutrire una rabbia “fondale” poiché vi siete sostituiti a Dio decidendo per la nostra morte dal momento che avete taciuto le vostre responsabilità. Qual era il problema? Il petrolio? Soldi? Perché non vi dite la verità? Noi, ormai la sappiamo molto bene. Ma questa lettera non ha la prerogativa di farvi la morale ma di dirvi una cosa fondamentale: noi, vi vediamo da qui. Sì, avete capito bene. Ma soprattutto vi diciamo che siete morti. Proprio così, voi non ci vedete e non ci sentite proprio perché siete morti grandemente. Come facciamo a dirvelo? Perché noi siamo morti solo a noi stessi. In quell’istante, in cui tutto affondò, i nostri respiri e quelli dei nostri figli e cari si sono incontrati, la paura ha smesso di muoverci i cuori. Eravamo liberi. Sapevamo la verità e così le acque ci avvilupparono dolcemente e ci trascinarono nelle profondità di una nuova realtà. Strette gli uni agli altri sapendo che il grande mare nostrum avrebbe battezzato le nostre vite, e si sa che ogni redenzione passa attraverso una morte. La morte dei nostri corpi. Avremmo voluto conoscervi, avremmo voluto comunicare con voi. Anche noi crediamo nell’amicizia, anche se siamo stati traditi per la pochezza materiale. Anche noi non sopportavamo l’ipocrisia, e anche noi saremmo stati capaci di dare amore. Potevamo essere una grande opportunità per tutti. Noi volevamo la libertà alla vita. Perdemmo tutto per ricominciare una nuova esistenza in cui saremmo potuti essere un po’ più protagonisti e non spettatori di una realtà che aveva firmato la nostra morte, da sempre. Noi eravamo la vostra opportunità per diventare altro. Non volevamo affollare le vostre vite e le vostre città dato che non eravamo partiti per vivere nella illegalità ma per lottare per la vita possibile. Noi, siamo coloro che si stringono stretti in fondo alle acque fredde del Mediterraneo. Le nostre lingue non si muovono più. I nostri respiri sono espirati. I nostri occhi, in fondo alle vostre paure, vedono come se fossero dall’altra parte dello specchio e non emergeremo più. Forse, doveva andare così, per noi. La vita ci è stata tolta perché voi non foste abbastanza forti da proteggerci mentre per i nostri governi eravamo solo merce di scambio. Qui sotto è tutto così nitido, così limpida la verità. Come state, voi lassù? Sono una mamma che stringe il suo figlio, e vi sento che ancora parlate. Quanto parlate! Quanto piangete! Dovete avere un mare dentro i vostri stomaci. Lacrime e parole. Cos’è la vita? Secondi, minuti, ore, giorni, settimane, mesi, anni, secoli che si vivono per amore. Ma non lo capite che non c’è più tempo? Se non sapete più morire a voi stessi per far vivere gli altri, in voi regnerà la disperazione, l’incertezza, l’irrequietezza e la paura. La paura che brutto laccio! Crediamo che queste parole nascano dal desiderio di donarci al mondo in estrem(n)a partecipazione e di donarci per amore alle persone indifese e non garantite. Quante bugie sono state dette sulla nostra disgrazia. Ma ciò che ci preme di più è farvi comprendere che dovete invertire la marcia perché state sbagliando direzione. Non c’è più tempo. Il tempo non ha più tempo. Abbiate il coraggio di testimoniare la verità. Buon viaggio a voi. Delle madri, una lettera immaginaria. di Anita Likmeta su The Huffington Post

PIL Paura dell’Integrazione Liberista.

Ecco ci risiamo. Io non sono la persona più adatta per parlare di politiche d’integrazione monetaria ma cercherò di andare per ordine per comprendere questa nebulosa situazione che ci avvolge. Mi chiedo quanto di credibile c’è in quello che il M5S sostiene caldamente riguardo il “Decreto Banca d’Italia“. Nel gran caos organizzato del Movimento sull’affare Imu – Bankitalia – Boldrini – Di Battista – Bignardi – Sofri – Augias – Fazio, nell’horror vacui della civiltà telematica si è persa ancora una volta di vista la vera questione: cosa rappresenta davvero il decreto IMU – Bankitalia? Cosa dice? Partiamo dalle questioni tecniche e di regolamento: potremo pensare che è una pessima scelta, in perfetta linea con i governi precedenti, quella di unificare due o più questioni in un decreto unico. La scelta di arrivare all’ultimo giorno e usare meccanismi quantomeno irrituali per arrivare a votazione non è di certo una scelta di qualità ma così è andata. Ma cosa dice il decreto Bankitalia in soldoni? Il decreto ricapitalizza il capitale sociale della Banca D’Italia portandolo da 156 mila euro a 7.5 miliardi. Perché? Il primo motivo è abbastanza semplice: dopo la crisi, gli istituti di credito italiani si sono trovati sull’orlo del fallimento. Quando è accaduto negli Stati Uniti e altrove, i governi centrali hanno evitato il disastro rifinanziando le banche, anche perché queste detenevano e detengono grossi capitali di titoli pubblici. Con la Banca d’Italia si è fatta la stessa cosa. Per certezza dell’informazione leggiamo l’articolo 39 dello statuto della Banca d’Italia: “Gli Utili netti vengono per il resto distribuiti come segue. Il 20% degli utili netti conseguiti deve essere accantonato al fondo di riserva ordinaria. Col residuo, su proposta del Consiglio superiore, possono essere costituiti eventuali fondi speciali e riserve straordinarie mediante utilizzo di un importo non superiore al 20% degli utili netti complessivi. La restante somma è devoluta allo Stato”. Com’era composta la compagine azionaria dell’istituto fino a oggi? Intesa Sanpaolo ne possedeva il 27,3%, Unicredit il 19,1%, Generali il 3,3% e così via. Il decreto mira a ridurre le quote massime di partecipazione al 3%. Perciò tutti quelli che ne possiedono in eccedenza dovranno vendere le quote. La preoccupazione sta nel fatto che la stessa Bankitalia debba acquistare in un secondo momento queste quote in eccedenza utilizzando i soldi dei contribuenti, trasferendo così denaro verso gli istituti più importanti, ovvero Intesa Sanpaolo e Unicredit. Il problema è che il decreto intanto riequilibra posizioni che erano al limite dell’incostituzionalità: quando hai il trenta percento di una banca sei vicino alla posizione di controllo: che mostro giuridico è quella banca che controlla economicamente la banca di controllo per antonomasia: Bankitalia? Il capitale di Bankitalia era intatto dagli anni trenta, non è mai stata ricapitalizzata, e questo l’ha messa in posizione di netta difficoltà nei confronti delle sue consorelle comunitarie. Si tratta in sostanza di riallineare le quote con gli altri partner europei, così come si tratterà in futuro di allineare parecchie altre politiche, sulla fiscalità, sul costo del lavoro, su altri grandi, grandissimi temi. Un altro nodo da sciogliere, che secondo Grillo costituisce una questione fondamentale, è che con la conversione in legge di questo decreto “regalerebbe” la Banca d’Italia alla grande finanza internazionale, impedendo al popolo italiano di conquistare la sovranità monetaria, e che in vista di un ipotetico tracollo dell’eurozona potrebbe essere un disastro. Ma ora cerchiamo di comprendere meglio e di stanare le ragioni che sono dietro questa forte polemica. Ci sono forse dietro eminenze grige che manovrano il Movimento? La manovalanza al lavoro sulla Boldrini l’abbiamo vista: adesso vorreste per favore spiegarci qual è la politica monetaria e comunitaria del Movimento 5 Stelle? Siete favorevoli o contrari all’integrazione europea? State pensando di risolvere i problemi italiani (come droga, immigrazione e criminalità) come nazione o come federazione di nazioni? Pensate che il criterio della svalutazione sia ancora un meccanismo valido nel villaggio globale in cui ci troviamo e non piuttosto (come l’Argentina) una spirale esiziale che porta dritti al fallimento? Siete in grado, in una parola, di indicare la strada verso una integrazione europea meno liberista? O sapete solo cedere a spinte nazionaliste e vagamente destrorse di immaginaria “sovranità monetaria”? Vorremmo avere una risposta limpida in merito alla questione. Vi aspetto in macchina. di Anita Likmeta su The Huffington Post

La mia vita cambiò su quel barcone per Bari.

Mi chiamo Anita Likmeta, sono arrivata in Italia 16 anni fa. Sono l’esempio perfetto di quello che accade oggi nel mondo. Io sono una immigrata proprio come quegli egiziani, libici, somali, etiopi che stanno ammassati in centri che sembrano dei veri e propri campi di concentramento. Io sono una delle migliaia di persone, non rifugiati politici, non profughi di guerra, non immigrati clandestini, ma persone che anni fa hanno attraversato il mare su un barcone, sperando di trovare in Europa qualcosa di meglio rispetto allo scenario di morte che lasciavo. Io vengo dall’Albania. A casa mia c’era la guerra civile, e voi per fortuna non lo sapete, non lo sapete più cosa è una guerra civile. Non sapete più cosa vuol dire quando ci si ammazza tra fratelli, tra cugini, tra vicini di casa, tra un paese e I’altro. Si spara a vista, a qualunque cosa si muova, si entra nelle case, si fanno i rastrellamenti, si stuprano le donne. Ricordo lucidamente il giorno che precedeva la partenza. Un pomeriggio pieno di nuvole di fine maggio. Non comprendevo la dimensione delle cose. L’idea di partire per I’Italia sembrava un sogno. Nessuno dalle mie parti amava I’Italia. L’Albania è stata invasa dai fascisti, i quali non avevano certo portato la civiltà, né il diritto, né I’arte. Guardavo le mani di mia nonna piene di crepe e ruvide e il suo odore che assomigliava ai legni bagnati dalla pioggia d’inverno. L’ANNUSAVO per fotografare nel mio cuore quell’istante, quel momento che non passava mai, fermo, indeciso, tiepido. Ci alzammo e rientrammo a casa. Udii la voce di mio nonno: “Dov è Nini?”; trattenevo le lacrime, volevo essere più forte delle mie emozioni. Respirai profondamente. Entrai nella stanza dove lui sedeva in un angolo a fumare le solite sigarette. In mezzo alla stanza c’era una stufa a legna e sui lati di essa dei barattoli di vetro con olio di ricino e un filo che si accendeva per illuminare l’ambiente. Un grido, il mio,“Nonnino io me ne vado, vado ora” e mi dipinsi il volto di una espressione felice che volevo gli rimanesse per sempre di me. Lui si alzò nonostante i suoi acciacchi, i suoi occhi erano tristi. Mi mise una mano sul volto e mi disse “E dove vai?”, e io “vado in Italia nonno” e lui “brava, diventa una brava bambina italiana”. La nonna mi prese per mano e mi portò fuori dalla stanza, ma i miei occhi rimasero fissi su di lui e mi ripetevo che sarei ritornata. Fuori ad aspettarmi c’era mio zio con la carrozza trainata dal cavallo che mi avrebbe portato fino alla prossima città e lì avremmo preso I’autobus per arrivare a Durazzo. Partimmo. Vedevo da lontano la casa dei nonni rimpicciolirsi a ogni metro che facevo. A un certo punto tutti i miei amici che si erano nascosti nella collinetta uscirono urlando il mio nome e inseguendo la carrozza tutti insieme. “Ciao Nini, ciao. Anche noi verremmo. Ci vediamo presto.” Urlavamo, piangevamo, ridevamo contemporaneamente. DURAZZO. Dinanzi a me c’erano molti piccoli imbarcaderi, appoggiati vicino al porto che non era più controllato dalle forze dell’ordine. Anarchia totale. Gente che tentava di salire e veniva buttata giù, gente in coda, gente che pagava, gente che tentava di mettere un bagaglio più voluminoso e gli veniva scaricato direttamente in mare, disperati vestiti nei modi più strani, soldi che passavano da una mano all’altra, spintoni, bambini attaccati alle madri che urlavano. Si parte e io rimango seduta a poppa per guardare il mio paese scomparire lentamente. Arrivammo a Bari. Io, mia madre, mio fratello e sorella abbracciati. Ci controllarono come se avessimo i pidocchi. Un amico di famiglia ci portò a Pescara. Sono passati degli anni e io sono cresciuta, ho studiato, ho frequentato I’Accademia d’Arte Drammatica “Corrado Pani”, ho successivamente conseguito la laurea nella facoltà di Lettere e Filosofia, ho lavorato con dignità. La libertà racchiude in sé la possibilità di essere felici. E la possibilità di essere felici non è altro che la possibilità di scegliere: un vestito, la fede, un partito politico e, attenzione, un luogo dove vivere serenamente, lavorare e mettere su famiglia. E’ il cardine del diritto dell’uomo, della convivenza con i suoi simili, il cardine della nostra vita per il quale molti prima di noi hanno lottato e perso la vita, per il quale oggi ancora si lotta e si muore. di Anita Likmeta su Il Fatto Quotidiano