Edi Rama

A lezione dall’Albania, subito in soccorso del popolo afghano

Chi ha conosciuto questo mondo e, con fatica, se ne è liberato, oggi manda aerei in aiuto a Kabul. Quello che sta accadendo in questi giorni a Kabul è un genocidio in piena regola e sta avvenendo sotto i nostri occhi. Uomini, donne, anziani, adolescenti e bambini costretti a scappare senza meta per cercare rifugio dalle persecuzioni dei talebani che hanno conquistato Kabul. Non è un caso che questo avvenga ora; per chi non è a digiuno di storia contemporanea sa bene che la scelta di Biden di ritirare le truppe dal suolo afgano potrebbe essere pura strategia rispetto a quello che accadrà nei prossimi mesi, in un delinearsi di nuovi fronti sulla scacchiera geopolitica mondiale. Ma mentre il mondo intero rimane sgomento per i messaggi video e per le foto che ci arrivano da là, fa notizia la scelta del Premier dell’Albania, Edi Rama, di inviare aerei in Afghanistan per soccorrere la popolazione civile e offrire così un rifugio momentaneo a chi fugge la persecuzione. Il premier albanese espone la sua scelta in un lungo post su Facebook in cui spiega le ragioni che lo hanno spinto ad agire immediatamente. Ha ricordato che in Albania trovarono rifugio gli ebrei e che nessuna di quelle duemila persone che fuggirono dal regime di Hitler venne consegnata ai nazisti. In questo modo, oltre a dare una lezione all’Occidente, Edi Rama, leader di una giovane democrazia in un paese in larga parte musulmano, ha preso anche una posizione chiara che suona come monito all’ondivago e contraddittorio ′sentiment′ diffuso nelle democrazie occidentali rispetto a quanto sta succedendo in Afghanistan: senza se e senza ma, i talebani sono i nazisti del nuovo millennio.  Mi rincuora sapere che questa volta la mia Patria natia abbia saputo dimostrare all’Occidente cosa significa mettersi in gioco al di là delle trame e degli interessi politico-economici. Mi auguro che nelle prossime ore anche la mia Patria adottiva dimostri di essere all’altezza della propria Costituzione democratica facendosi parte attiva nel soccorso ai civili afgani. E mi scuso se la dico senza tanti giri di parole, ma la differenza fra due culture di morte come quella nazista e quella talebana sta solo nel fatto che per i nazisti si trattava di affermare la superiorità di una razza sulle altre, per i talebani si tratta di affermare una superiorità di genere: il vero obiettivo dei talebani è un patriarcato folle e perverso, volto all’annientamento morale e fisico della donna. La mercificazione e la reificazione delle donne è un fatto ancestrale proprio di molte culture nel mondo. Queste abitudini inveterate non si possono, evidentemente, mettere in discussione in Afghanistan. Quelli che oggi scappano da questa terra, quelli che si aggrappano alle ali degli aerei, sono uomini e donne che si sono compromessi con gli ideali di uguaglianza occidentali e che non sono più disposti a subire una cultura criminale che accetta di far sposare bambine di 8 anni per poi seppellirle il giorno dopo la prima notte di nozze. Mi torna in mente un film albanese che mi colpì molto (“14 vjeç dhëndër”, 14 anni sposo): una famiglia  benestante, almeno rispetto alla povertà collettiva, decide di far sposare il loro unico figlio di 14 anni con una fanciulla di 20 anni, forte e robusta ma di famiglia poverissima, affinché faccia da serva in casa. La ragazza si oppone come può, scappando e salendo sul tetto di casa, minacciando il suicidio. La madre la supplica di sposarsi per dare la possibilità alle sorelle di crescere con qualche mezzo economico in più. Mossa dal senso di colpa, la giovane Marigo cede. C’è una scena del film che narra perfettamente la condizione delle donne nell’Albania rurale di quegli anni: Marigo, come tante altre donne, di ritorno dalla campagna, porta sulle spalle un carico di legna, come un mulo da soma. Due uomini, intenti a prendere il caffè, osservano con compiacimento il ritorno delle donne dai campi. “Siamo gli uomini più fortunati! Al mondo non esistono donne come le nostre”, dice uno. Ma l’altro gli risponde: “No amico mio, non sono loro le migliori, i migliori siamo noi: servirci è il minimo che possono fare”. Chi ha conosciuto questo mondo e, con fatica, se ne è liberato, oggi sta mandando gli aerei in soccorso a Kabul.

L’Albania che verrà

L’augurio è che chi si troverà a guidare il paese dopo le elezioni abbia la forza di guardare un passo più in là dell’urgenza del momento. A pochi giorni dalle elezioni in Albania, voglio tornare sulle questioni balcaniche, perché ancora una volta mi pare quello lo scacchiere geopolitico sul quale l’Europa potrà giocare una partita decisiva. Dipenderà infatti dalla capacità di inclusione dell’Europa rispetto a quest’area, europea a tutti gli effetti, il futuro stesso dell’Unione e la sua capacità di fungere da hub fra oriente e occidente, e fra nord e sud del mondo. Intanto, colpisce la vittoria alle elezioni in Kosovo di Vjosa Osmani, che succede Hashim Thaçi, dimessosi dopo le accuse del Tribunale dell’Aia per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, perché per la seconda volta, dopo Antifefe Jahjaga, in quest’area balcanica, considerata da sempre paese satellite dell’Albania, a vincere è una donna. Un esito dal forte valore simbolico: da una parte il riscatto rispetto a quel terribile e ancora troppo recente passato di stupri etnici che ha devastato la vita di migliaia di donne kosovare, dall’altra il riconoscimento che sono proprio le donne (e i giovani) la risorsa più importante per il futuro del paese. Questo chiaro segno di svolta non potrà non pesare, in qualche modo, anche sull’agenda del governo che uscirà dalle urne albanesi la prossima settimana. Perché continuo a pensare a quella storia che racconta Ismail Kadaré, della cittadina assediata dall’esercito turco, che resiste grazie a un crudele espediente: un cavallo lasciato senz’acqua per lunghi giorni e infine liberato svela ai cittadini una fonte nascosta d’acqua che consentirà loro di sopravvivere. Se penso a questa storia come a una metafora della condizione albanese, vedo i quarant’anni di regime hoxhaista come il giogo che ha reso il popolo albanese assetato quanto il cavallo di Kadaré: dopo lunghi anni di transizione si tratta dunque, ancora adesso, di scovare le fonti d’acqua nascoste nel paese. Con un’età media minore di cinque anni rispetto alla media europea, l’Albania che uscirà dalle urne fra due settimane dovrà fare i conti col fatto che sono proprio i giovani e le donne questa risorsa nascosta da cui potrà scaturire lo sviluppo economico dei prossimi anni: riconoscere la loro centralità, da molti punti di vista, significa peraltro riconoscere la necessità di quel cambio di paradigma, nell’esercizio dei poteri, che coincide esattamente con le priorità poste dell’EU per portare a termine l’acquis. Il governo che uscirà dalle urne ha, di fatto, questo obiettivo a portata di mano, ma potrà raggiungerlo soltanto se saprà dimostrare, sin da subito, di essersi sbarazzato degli ultimi cascami di quella sfiducia verso le libertà, eredità di ogni regime, che altro non è se non una residua sfiducia nel popolo e quindi nel paese stesso. Questa volta, dunque, la sfida fra Rama e Basha è davvero decisiva non solo perché avviene a ridosso di una elezione storica come quella in Kosovo, ma soprattutto perché, chi vincerà, dovrà rispondere a una precisa chiamata di portata epocale. Se infatti la pandemia rappresenta in qualche modo l’anno zero di una nuova èra, a chi si aggiudicherà il governo del Paese spetterà l’opportunità di scegliere da che parte della storia si debba guardare. Restando ancora nell’ambito descritto dalla metafora di Kadaré, il reperimento delle nuove risorse avverrà tanto prima quanto più il paese sarà lasciato libero di esprimere le sue potenzialità, proprio a partire dai giovani, che sono la fascia di popolazione più pronta e attrezzata culturalmente per cogliere le occasioni che si presenteranno nella spinta reattiva post-pandemica. Che questa sia la fonte nascosta del paese infatti non è una petizione di principio o un semplice esercizio di wishful thinking, ma una realtà suffragata da dati eloquenti legati al fenomeno migratorio: in Italia la comunità albanese è la terza per numero, dopo quella rumena e quella marocchina, ma la prima per numero di iscrizioni all’università. Di più: guardando i grafici risulta che oltre il 48% degli iscritti è donna. Secondo il rapporto del 2018 sull’integrazione dei migranti del governo italiano, infine, leggiamo che le donne albanesi nelle università italiane hanno conseguito, rispetto agli altri iscritti non italiani, i migliori risultati. Se dunque vogliamo trovare una morale alla storia di Kadaré, da questi dati risulta chiaro chi abbia più sete di conoscenza, di sviluppo e innovazione, e chi rappresenti quindi l’asset più importante su cui fondare la nuova Albania dell’era post-pandemica alle porte. A partire da questo, per esempio, si potrebbe cominciare col rafforzare i corridoi inter-universitari Albania-Italia già in essere, e far nascere dei veri e propri gemellaggi con le università italiane su settori strategici della ricerca e dell’innovazione: è senz’altro interesse dell’Italia velocizzare il processo di adesione dell’Albania all’Europa, ma lo sarà ancora di più se all’Italia verranno offerte occasioni di investire risorse in un paese che, anche solo per la sua collocazione geografica, è destinato ad avere un ruolo chiave sul fronte geopolitico dei prossimi anni.  Il compito che sta davanti al governo che uscirà dalle urne è, in definitiva, quello di ribaltare la prospettiva da cui si è guardato all’Europa, nel momento stesso in cui si faranno passi decisivi verso l’acquis: l’Albania non potrà più limitarsi ad essere destinataria di progetti che la coinvolgono passivamente o di aiuti umanitari volti a stabilizzarne il fronte interno nell’ottica della pax balcanica. I giovani e le donne dovranno essere messi in condizione di presentarsi come soggetti attivi che possano entrare davvero in relazione con l’Europa espansiva del recovery fund. Perché quella che viene sarà un’Europa che avrà tutto l’interesse a rafforzare i propri confini verso Oriente. Dopo la Brexit, del resto, per non cadere nell’ininfluenza geopolitica, un’Unione Europea amputata non avrà altra scelta se non quella di rafforzare la sua presenza continentale: il tempo e l’occasione sono dunque arrivati. L’augurio è che chi si troverà a guidare il paese dopo le elezioni abbia la forza di guardare un passo più in là dell’urgenza del momento, perché il futuro si costruisce già da ieri.

Elezioni in Albania, cosa ci possono insegnare le giovani democrazie

Manca meno di un mese alle elezioni in Albania, e, come ogni volta, noi expat cerchiamo di informarci, di comprendere le ragioni delle parti in lotta. Lo facciamo sapendo che il nostro sguardo ha, allo stesso tempo, il pregio e il difetto della distanza. Facendo un passo di lato, dall’altro lato dell’Adriatico nel mio caso, le cose si vedono nella loro oggettiva interezza, ma di certo si perdono dettagli fondamentali e passaggi essenziali. Torna in mente la celebre frase di Heisemberg, secondo la quale quando diciamo che “se conosciamo in modo preciso il presente, possiamo prevedere il futuro”, non è falsa la conclusione, bensì la premessa. Perché, dice Heisemberg, “in linea di principio noi non possiamo conoscere il presente in tutti i suoi dettagli”. Ci mancano dunque i dettagli, le sfumature, ma intanto, quando pensiamo alla bandiera dell’Albania, vediamo l’aquila a due teste, che per noi simboleggia un doppio sguardo: da una parte il passato, dall’altro il futuro. Ma più ancora, proprio in questo simbolo crediamo si possa ritrovare il coraggio di una identità multiforme: tra Occidente e Oriente sorge la forza di questa giovane nazione.  La sfida delle elezioni, certo, è di quelle già viste, ma questo non significa che sia meno interessante o che l’esito sia scontato. Come nell’ultima tornata del 2017, Lulzim Basha del Partito Democratico sfiderà Edi Rama, attuale Premier in carica del partito socialista. Da una parte abbiamo dunque Rama, il grande comunicatore, l’uomo che si espone in primo piano, che conosce perfettamente gli strumenti del consenso e i colpi di teatro (la battuta è implicita ma voluta, anche se forse comprensibile soltanto ai lettori albanesi). In Italia hanno tutti apprezzato moltissimo il fatto che sia volato in piena pandemia a portare la solidarietà del popolo albanese: una mossa saggia e strategica, eseguita con tempismo perfetto. Ma per gli albanesi Rama è soprattutto l’uomo della ricostruzione post terremoto: quello che ha bussato alle porte dell’Europa e ha saputo farsi aprire. Dall’altra abbiamo Basha, l’uomo cresciuto nelle istituzioni nazionali ed internazionali, un carattere assai più schivo, quasi reticente. A suo agio più negli uffici del Palazzo che non in mezzo alla gente, Basha sconta forse questa percepita distanza dall’uomo della strada. E tuttavia ha l’aria di chi si mette lì, studia e trova una soluzione: è a lui che dobbiamo la libera circolazione degli albanesi in area Schengen. Sullo sfondo della contesa, resta però per noi expat soprattutto l’Albania, il Paese che vorremmo ritrovare comunque vadano le elezioni. Una terra in cui abbiamo sofferto le atrocità della guerra civile, da cui siamo dovuti fuggire con niente in mano e il cuore pieno di dolore, una terra della quale, di anno in anno, guardiamo con orgoglio e timore il riscatto. Timore perché, sia chiaro, l’Albania è una democrazia ancora giovane, in cui i conti col passato sono stati fatti forse troppo in fretta e in cui certi fantasmi si aggirano ancora indisturbati.  Orgoglio perché, se la terra delle aquile qualche volo importante ha imparato a farlo, allora è proprio nello specchio di questa democrazia giovane, con un futuro di sviluppo ancora tutto da costruire, che i Paesi europei possono trovare ispirazione per rimettere in campo il primato di una politica che sappia fare la differenza. Gli asset economico strategici del Paese offrono possibilità importanti di crescita, in qualche caso persino oltre le aspettative. Se era già chiaro agli investitori internazionali, negli anni appena passati, che il turismo poteva rappresentare opportunità importanti, lo sarà a maggior ragione adesso che l’Europa si appresta, pur con tanta fatica, a lasciarsi alle spalle la crisi pandemica. Insieme a questo, chi si troverà al comando della nazione dovrà però comprendere a fondo che il turismo sostenibile, quello che porta vera ricchezza, è sempre più legato a un’offerta esperienziale più che al puro e semplice consumo di un luogo. In altri termini, in futuro non basteranno le sdraio sul litorale, per quanto meravigliose siano le coste albanesi. Si dovrà invece preservare e rendere oggetto di narrazione il “genius loci”, lo spirito del luogo. L’Albania dovrà insomma ritrovare l’orgoglio della propria multiforme cultura, intendendo questo termine nel senso più ampio possibile: dalla valorizzazione della tradizione agroalimentare alla ricerca di quella straordinaria complessità di ramificazioni che legano il popolo albanese al resto d’Europa. Proprio nell’ottica della tanto agognata adesione all’Unione europea, l’Albania ha l’opportunità, ora più che mai, di lavorare su quei “notevoli sforzi necessari” atti a migliorare le condizioni indicate dall’UE per l’acquis: dall’ambiente ai controlli finanziari, dalla giustizia alla sicurezza nel rispetto delle libertà civili, dai media ai diritti fondamentali. Allo stesso modo, gli investimenti nell’industria manifatturiera, in un’ottica di ripresa dei consumi su scala globale, potranno stimolare ancora la classica economia di delocalizzazione favorita dal costo del lavoro. Ma se questo è ciò che è lecito aspettarsi, resta ancora una miniera di opportunità da sondare, che, a mio modesto avviso, rimane l’asset strategico più importante da cui trarre un impulso che potrebbe rivelarsi davvero decisivo nei prossimi anni. Ed è appunto qui che la mia storia personale mi fornisce elementi per elaborare la visione che ho dell’Albania del futuro, per come vorrei che fosse. Perché sono, di fatto, figlia ed erede di due diaspore, sia come ebrea che come albanese. E se c’è qualcosa che deve insegnare a un popolo l’aver vissuto l’esperienza tragica della diaspora è che, alla fine, da un elemento di debolezza iniziale, si può ricavare una chiave di accesso privilegiato al mondo globalizzato. Mi riferisco alla ricchezza più grande di cui può godere un individuo e, per estensione, il popolo a cui appartiene: il capitale delle relazioni umane. Proprio quest’anno, che cade il trentennale di quel grande esodo che spinse il popolo albanese a scappare dalla propria terra, conviene a chi si contende il governo della nazione tenere a mente un semplice dato: sono circa 2 milioni gli albanesi che vivono oggi fuori dai confini del Paese, principalmente in Italia, Germania, Austria, Grecia, Inghilterra, Francia e Usa.  Tutti con una storia dolorosa alle spalle, la gran parte di loro (di noi) si è rimboccata le maniche e si è data da fare. Dove vivo io, in Italia, gli albanesi hanno aperto aziende edili, lavorato con maestria e coscienza, hanno mandato i figli a scuola, li hanno fatti laureare. Ermal Meta ha conquistato Sanremo, io ho aperto qualche start up di successo, Klaudio Ndoja gioca nella nazionale di basket. Potrei andare avanti per ore con esempi su esempi, ma quello che conta davvero è che ciascuno di noi expat rappresenta un piccolo patrimonio di relazioni internazionali su cui l’Albania dovrebbe poter contare. Certo, si parla sempre a titolo personale, ma in questo caso voglio arrogarmi il diritto a farlo in nome di tanti expat che immagino possano pensarla come me: siamo a disposizione, vogliamo dare una mano. Non tanto perché riteniamo di dover restituire qualcosa, sia chiaro. Piuttosto, perché, proprio in quanto albanesi, non vorremmo mai che altri figli di questa terra, che ancora sentiamo nostra, dovessero mai rivivere quello che toccò vivere a noi.

Balcani: l’accordo di Prespa sancisce il cambio di nome di Macedonia del Nord.

Finalmente l’incontro fra il ministro greco Kyriakos Mitsotakis, il premier albanese Edi Rama e Zoran Zaev, Primo Ministro della Macedonia del Nord, avverrà in settimana ad Atene. Ad organizzare la conferenza è la rivista The Economist per discutere dell’accordo di Prespa che prevede il cambio di nome di Macedonia del Nord. Questo è un incontro molto importante fra questi tre paesi che sono riusciti finalmente a superare le difficoltà sul piano della comunicazione ratificando l’intesa. Questo incontro può rappresentare un nuovo inizio sul piano politico ed economico, oltre a facilitare il processo di adesione in UE per l’Albania. I Balcani rappresentano un ponte importante tra est ed ovest per l’Europa e velocizzare gli accordi è il miglior modo per fronteggiare la crisi, che coinvolge il mondo contemporaneo, e creare nuovi valori e promuovere gli scambi commerciali.

Boeri firma il Riverside: nuovo rinascimento italiano in Albania?

Il rinascimento albanese parte dall’Italia per poi approdare a Tirana, e per la precisione nel nuovo quartiere che prende nome dal fiume che si accinge alla città: il Riverside. Il progetto urbanistico, firmato da Stefano Boeri, vede la partecipazione di un team internazionale come lo studio tedesco Transsolar KlimaEngineering per la sostenibilità, MIC-Mobility in Chain per la mobilità, Esa per gli impianti e SCE Project per progettazione e calcolo strutturale. Abbiamo disegnato il masterplan di Tirana nel 2014 con una serie di zone di sviluppo tra cui quella che sarà oggetto della riqualificazione. Il progetto nasce per dare abitazioni agli sfollati del sisma del novembre 2019. Nonostante il terremoto abbia colpito soprattutto Durazzo e le città della costa, a Tirana molte case sono diventate a rischio tanto da ipotizzare una demolizione. ha affermato Stefano Boeri a IlSole24 Il masterplan, presentato dallo studio Stefano Boeri Architetti in partnership con SON-Group, illustra un quartiere all’avanguardia dove è ridisegnata un’area di 29 ettari a nord della città con annessi grandi parchi e giardini verdi, e compresi circa quaranta edifici residenziali. Il progetto si estende fino a raggiungere la piazza centrale della capitale, la quale non conosceva una rivisitazione architettonica dai tempi della dittatura fascista del Regno d’Italia. Delle quattro aree di sviluppo, la nostra è la prima a partire. Ospiterà circa 13mila persone. Abbiamo scelto di realizzare un quartiere innovativo, all’avanguardia, puntando su efficienza ed autosufficienza energetica, mobilità solo elettrica nel quartiere e una serie di accorgimenti in linea con un mondo post Covid-19. Abbiamo ragionato molto sull’idea che le città debbano funzionare come insieme di borghi entro cui ci si muove a piedi o in bicicletta. afferma Boeri in una intervista a IlSole24 Il nuovo quartiere è una vera e propria Smart City, dotata di aree di incontro per i cittadini, nonché alcune aeree sono dedicate ai laboratori artigianali, ad imitazione dei vecchi borghi italiani. Il progetto da Boeri è multietnico e multiculturale, infatti nel progetto sono inclusi sia una chiesa che una moschea, proprio nel rispetto della tradizione albanese, dove da sempre le diverse religioni coesistono pacificamente nelle comunità. Il programma conta su finanziamenti misti tra il Governo albanese, la Comunità europea e donatori internazionali, tra i quali l’Italia. aggiunge il Presidente del Consiglio albanese Edi Rama a IlSole24 La valorizzazione del progetto urbanistico Riverside si aggira intorno ai 250 milioni di euro. Con l’intervento dei privati il valore del progetto potrebbe salire ulteriormente. Il terremoto ha creato l’opportunità di fare un nuovo quartiere integrato, circa 3mila appartamenti, dove abiteranno persone che hanno perso la casa per il sisma, ma anche giovani coppie per le quali come Comune paghiamo gli interessi del mutuo. spiega il sindaco di Tirana Erion Valiaj a IlSole24 Il 22 giugno 2020 il Consiglio dei Ministri albanese ha approvato il progetto e aperto la gara per affidare i lavori alle imprese appaltatrici. In questa seconda fase c’è l’opportunità per i giovani architetti albanesi, supervisionati da Studio Boeri, di progettare i singoli edifici nel rispetto della tradizione e cultura albanese oltre a coniugare l’area di proprietà pubblica in armonia con le aree dedicate alle piccole medie imprese per il rilancio del Paese. Il progetto rappresenta per Tirana un vero e proprio rinascimento urbanistico Made in Italy, un’opera importante senza precedenti che speriamo non faccia la stessa fine del Teatro Nazionale d’Albania, anch’esso progettato dall’italiano Giulio Berté, ma in epoca fascista.

L’Albania ha bisogno di albanesi e di Europa!

Il fatto che il Primo Ministro Edi Rama scelga il salotto di Porta a Porta di Bruno Vespa per discutere dei disordini avvenuti nelle ultime settimane in Parlamento a Tirana potrebbe far pensare che la situazione sia più grave di come possa sembrare. Eppure, trovo che sia normale che questi dissidi trovino luogo in un Paese che ha una democrazia così giovane. Trovo fisiologico che ci si scontri, piuttosto che l’opposizione faccia la sua battaglia anche fomentando e portando il suo elettorato in piazza. L’Albania sta facendo un grande percorso di ricostruzione, iniziato 28 anni fa, e da imprenditrice che ha aperto un’azienda nel Paese, una società che si occupa di informatica, penso che il Paese delle aquile sia interessante e che offra dei vantaggi fiscali considerevoli. Il viaggio verso l’Unione Europea è ancora lontano visto che dobbiamo ancora adempiere i requisiti per l’ingresso in UE, ma non è più un sogno impossibile. Da giornalista invece trovo necessario l’intervento del Primo Ministro nella Tv italiana, visto i rapporti economici fra i due Paesi, come trovo curioso il fatto che il capo dell’opposizione Lulzim Basha, il pupillo di Sali Berisha, faccia delle accuse così pesanti invece di presentare e informare l’UE in merito ai presunti brogli elettorali piuttosto dello stato attuale sul cartello dei narcotrafficanti. Winston Churchill diceva che “I Balcani producono più storia rispetto a quanto ne riescano a digerire” e questa affermazione trova la sua veridicità in quanto la naturale degenerazione della politica albanese in questi giorni, che ha visto l’opposizione abbandonare e minacciare il Parlamento è una situazione complessa da spiegare, quanto difficile da dimostrare in quanto mancano documenti che attestino i fatti concreti. Il problema principale degli albanesi è la tanto agognata adesione all’Unione Europea per vedersi facilitare l’emigrazione verso Stati europei più promettenti rispetto alle possibilità di vita che ci sono attualmente in Albania. Se è vero che da una parte il lavoro svolto negli ultimi trent’anni è stato ingente, dall’altra parte l’Albania non è stata capace ancora di sradicarsi completamente dal cordone ombelicale con il passato. Il problema è culturale, perché in quel silenzio assordante che ha caratterizzato il mezzo secolo del regime hoxhaista sono stati un po’ tutti complici, senza stare troppo a sottilizzare sulle impossibilità dovute alle pressioni che facevano quelli della Sigurimi. Penso che oggi più che mai sia necessario aprire un tavolo di discussioni e riflettere sullo status quo delle cose perché è così che avviene in democrazia. Sento spesso dire dai miei connazionali che in Albania vige una dittatura, e allora io mi chiedo cosa è la vera dittatura? Ci siamo già dimenticati gli anni di Enver Hoxha? Qualora aveste ragione, come mai, mi chiedo, sia possibile che la vostra voce arrivi fuori, come è possibile che riusciate ad opporvi senza essere deportati nelle carceri dello Stato come avveniva sotto il regime di Hoxha. Non è che i disordini in Albania siano voluti e che ci siano forze oscure dietro che hanno come obiettivo la destabilizzazione dell’area balcanica al fine di indebolire il progetto e l’area europea? Non sarebbe l’ora di planare questi disordini e controversie per rimettersi in carreggiata e magari vedere negli altri Stati dell’area balcanica una opportunità per creare una Unione economica forte piuttosto che continuare ad alimentare e perpetuare politiche di stampo sovraniste? Non vorrei che, come accadde con le piramidi finanziarie, ci illudessimo che gli aiuti possano venire da fuori, perché l’Albania ha bisogno degli albanesi, perché l’essere europei non è un luogo, ma uno stato dell’essere. Ed è da lì che dovremmo cominciare noi.

Enver Hoxha Statua

La demolizione del Teatro Nazionale d’Albania? Un atto di suicidio storico.

Quale potrebbe essere il futuro di una generazione che ignora il suo passato? Rifiutare la storia e la memoria, anche attraverso il crollo di un edificio storico, significa abbandonarsi alla possibilità di ripetere gli stessi errori, oppure peggio ancora, i crimini. Ignorare la volontà e l’opinione degli artisti, intellettuali e cittadini ci mette in guardia rispetto un’era buia che abbiamo già vissuto. Cosa segna la demolizione del Teatro Nazionale d’Albania, al di là del crollo di un edificio, la cosiddetta “Mecca” della cultura albanese? Per la giornalista italo-albanese Anita Likmeta, attiva nei più importanti media italiani, oggi più che mai non può e non deve essere messa in discussione il Teatro Nazionale, perché chi in Albania parla ogni giorno di progresso dovrebbe essere consapevole che un Paese non può progredire senza cultura, ancor meno senza Storia. La ragazza di Durazzo fu costretta ad abbandonare l’Albania quando era solo una bambina, durante uno dei periodi più fragili del nostro Paese. Ma si sa che a 11 anni, un bambino non può ribellarsi agli abusi di un governo e dei suoi governanti.  Ma oggi, che è riuscita a vincere la sua battaglia contro quel volume di morte che molti di noi hanno conosciuto, Likmeta è decisa ad ostacolare la scelta del governo e a combattere a fianco di connazionali che, come lei, hanno a cuore la storia e la cultura albanese.  Likmeta è un nome popolare per il pubblico italiano quanto per quello albanese, non solo per il suo contributo mediatico, nel campo della tecnologia e dell’innovazione, degli impegni nei gruppi politici, ma anche per la sensibilizzazione alle questioni sociali, in particolare a quelle dell’emigrazione e della storia albanese. Oggi il Teatro Nazionale è anche la sua battaglia. Oltre alla determinazione per sensibilizzare l’opinione pubblica, Likmeta racconta a “Shekulli” di aver inviato una lettera, firmata da scrittori e artisti albanesi come Robert Budina, Rudi Erebera, Kastriot Çipi e Lindita Komani, all’Onorevele Romano Prodi, il quale nel 1998 intervenne in Albania per fermare le navi in direzione delle spiagge italiane che portarono a morte dozzine di albanesi, oltre a dare un’assistenza finanziaria concreta. Secondo la giornalista, in Albania dovrebbe essere istituita una commissione per la verità e la riconciliazione nazionale albanese. “Come ho detto in altre occasioni, c’è una continuità ambigua tra il vecchio e il nuovo sistema ed è necessario dare volto a quei criminali e a quella storia da cui tutti dovremmo prendere le distanze. Questo sarebbe un passo importante verso un’Albania liberale “. A questo punto ci viene da chiederci se oggi l’Albania vive un nuovo sistema totalitario sotto le fragili vesti della democrazia? Secondo Likmeta, per capire se l’Albania sta vivendo una nuova forma di dittatura, il cittadino dovrebbe chiedersi se si sente impotente dinanzi alle scelte che lo Stato impone come punizione contro una migliore coscienza pubblica, piuttosto quando lo Stato costringe i cittadini ad una cooperazione silenziosa.  Anita, da quasi 10 mesi gli artisti albanesi protestano contro la decisione del governo di demolire il Teatro Nazionale. Qual è la tua opinione in merito? Comprendo e condivido appieno la posizione degli artisti, degli scrittori, degli architetti, della cittadinanza e di tutta la classe intellettuale albanese. Il Teatro Nazionale dell’Albania rappresenta un simbolo di quella Storia che ci ha caratterizzato. È una nostra cicatrice, come lo sono anche altre, che dovrebbe fungere da promemoria, ogni volta, per ricordarci quello che abbiamo vissuto, e subito. L’Albania ha attraversato periodi difficili, è stata attraversata da eserciti in varie epoche, dagli svevi agli angioini, ai veneziani, ai cinque secoli di dominazione ottomana, all’invasione fascista, a mezzo secolo buio della dittatura hoxhaista, alla grande diaspora, alle piramidi finanziarie, ai morti del canale di Otranto. Ecco, queste sono solo alcune delle cose che hanno trovato spazio entro i nostri confini. L’Albania è stato teatro di guerra, la via per l’Oriente, la terra di mezzo. L’Europa sta attraversando un periodo delicato, si stanno mettendo in dubbio le fondamenta di principi che pensavamo fossero saldi, si sta mettendo in discussione i valori della democrazia, delle libertà conquistate in oltre 70 anni di pace. Oggi più che mai non si può mettere in discussione il Teatro Nazionale dell’Albania, perché se è vero che il progresso è importante, è tanto vero dire che non c’è progresso senza cultura, non c’è progresso senza analizzare la propria storia. Prima del Teatro Nazionale, in Albania ci sarebbe bisogno di creare una Commissione per la verità e la riconciliazione nazionale albanese, perché, ribadisco come ho fatto già in altre occasioni, c’è una continuità ambigua tra il vecchio sistema e il nuovo e che è necessario dare volto a quei criminali e a quella storia da cui dovremmo tutti prendere le distanze. Questo sarebbe un passo importante verso un’Albania liberale. E quest’ultimo si chiama progresso, da non confondere con l’occidentalismo a cascata.  La legge adottata per il crollo del Teatro Nazionale è stata restituita due volte dal presidente Ilir Meta, a causa di irregolarità. Nonostante questo, i deputati della maggioranza sono tornati in Parlamento con 75 voti a favore. Come vedi la disapprovazione dei parlamentari, non solo la volontà degli artisti, ma anche la decisione del Presidente? In Albania assistiamo ad un revisionismo reazionario, il che spiega le ragioni per cui la classe politica sudditante vuole la demolizione del Teatro Nazionale, uno dei simboli dell’era fascista a Tirana. Questo revisionismo sta aprendo la strada ad una democrazia autoritaria, e chi ha la possibilità di mettere il naso fuori dalla propria porta ne sente subito l’odore, perché é visibile. Perché anche in Albania il capitalismo sta esprimendo la sua natura, spiega la sua ragione attraverso la rivoluzione tecnologica come effetto obbligato: ricchi sempre più ricchi, poveri sempre più poveri ed emarginati dal resto della società. È un regime che si palesa visibilmente, li vediamo questi emarginati ai piedi del Plaza di Tirana, sui semafori che cercano aiuto, sulle stazioni degli autobus quando scendono le loro galline da vendere al mercato. Un mercato padrone, arrogante ed impaziente che disprezza ogni forma di resistenza, ogni forma di antifascismo come quello della lotta al diritto di avere una storia, al diritto di conservare la memoria, al diritto di opporsi perché come diceva Albert Camus “Non esiste destino che non possa essere superato dal disprezzo”.  Quando lo Stato solleva il cittadino dalla responsabilità morale, senza la quale un uomo non può definirsi tale, quel Governo sta trasformando e veicolando ogni tentativo di resistenza pubblica in un suicidio storico. Lei vive in Italia, un Paese in cui il patrimonio culturale è considerato prioritario, preservando attentamente edifici architettonici secolari. Secondo lei, cosa significa per una città come Tirana, per non dire per l’Albania, la scomparsa di uno dei monumenti istituzionali? In Italia è un po’ difficile mettere in discussione i monumenti realizzati in epoca fascista, anche perché sarebbe un investimento generoso visto il numero di opere presenti sul territorio. Tuttavia torno a ribadire che in Albania non si tratta di una scelta culturale, si tratta di business, si tratta del valore che i politici albanesi, incluso il Presidente Meta con il suo silenzio, hanno dato alla nostra Storia perché è di questo che stiamo parlando. Si sono dati una etichetta e si sono messi in vendita. È chiaro che questa è una operazione in cui ci sono molti interessi in ballo. Forse la politica albanese si deve ricordare che non siamo noi a lavorare per loro, ma che il popolo li ha eletti affinché facessero i nostri interessi e non quello dei privati stranieri che con poche briciole si comprano il loro consenso. Se il Teatro Nazionale verrà demolito nessun albanese lo perdonerà, soprattutto la Storia non lo perdonerà. Gli albanesi non hanno bisogno di nuovi centri commerciali, di carrelli della spesa dove trascinare la vergogna. L’Albania non ha bisogno di un nuovo Teatro, l’Albania ha bisogno di affrontare i suoi demoni, di dare un senso alla sua storia, di ricominciare dalla cultura.  Gli artisti albanesi stanno cercando di coinvolgere i media stranieri e istanze politiche su questo tema. Anche lei sta cercando di fermare la distruzione del teatro. Può dirci qualcosa di più sulle sue iniziative? Quello che sto cercando di fare è sensibilizzare sempre di più l’opinione pubblica in merito alla situazione che sta avvenendo in Albania. Abbiamo inviato una lettera a Romano Prodi, il quale ha già avuto modo di intervenire in Albania nel 1998 per fermare le partenze di barconi verso le coste italiane. Ma non ci fermeremo qui, abbiamo intenzione di rivolgerci agli organi europei e perfino all’Unesco se servirà per fermare questo scempio. Il mio è un interesse puramente culturale e storico. Ho lasciato la mia terra natia quando avevo soltanto 11 anni, ero una bambina e non potevo reagire ai soprusi di quel governo che ci lasciò come popolo in balia degli eventi, a bussare come disperati alle porte del mondo. Oggi mi sono conquistata la mia libertà, e ho una voce che non cesserà mai di battersi per perorare la causa e gli interessi dei miei connazionali che combattono come me le  ingiustizie, come quella di demolire un pezzo della nostra Storia e memoria.  Lei è un personaggio pubblico e spesso si fa carico delle cause albanesi. Perché pensa che questo monumento dovrebbe essere preservato? Ha un messaggio per i governanti albanesi riguardo al Teatro Nazionale? Utilizzo i miei canali social per rimanere sempre in contatto con le persone, con i nostri connazionali sparsi per il mondo. Mi piace leggere le loro storie, scambiare opinioni, discutere scelte politiche, gioire degli obiettivi raggiunti. Perché ogni vittoria di un cittadino albanese nel mondo è una conquista per tutti noi che abbiamo lottato stando a testa bassa ad aspettare che arrivasse il nostro momento. Quello che dico agli albanesi è quello che ripeto, e continuo a ripetermi, a me stessa ogni giorno: la dittatura, l’anarchia, le morti, non sono colpa mia. Non sono una mia responsabilità. La responsabilità è singola ed appartiene ad ognuno di noi. Che il valore di una persona si pesa con le scelte che compie ogni giorno. Ma che anche la “non scelta” e il “silenzio” sono una scelta, sono una responsabilità. Per comprendere se l’Albania sta vivendo una nuova forma di dittatura, il cittadino deve chiedersi se si sente impotente dinanzi a scelte che lo Stato impone come condanna contro una migliore coscienza pubblica, quando lo Stato obbliga i cittadini ad un collaborazionismo silente. Quando lo Stato solleva il cittadino dalla responsabilità morale, senza la quale un uomo non può definirsi tale, quel Governo sta trasformando e veicolando ogni tentativo di resistenza pubblica in un suicidio storico. Per cui la domanda che pongo al lettore che sta leggendo sino a qui è: tu, che ruolo e da che parte stai in questa Storia?  di Anila Dedaj su Gazeta Shekulli.

“Where the crows would have sung”, Photo & Reportage Elton Gllava.

I bambini di Bulqizë: se qui non ci fosse stato il cromo, i corvi avrebbero cantato!

Non molti sanno che l’Albania è ricchissima di risorse minerarie quali nichel, carbone, rame e cromo, quest’ultima è in quantità e qualità molto elevata. L’Albania è stata sino al 1990 il terzo produttore mondiale mentre oggi è l’unico Paese dell’area europea che possiede giacimenti così rilevanti di cromo. Secondo l’AKBN (Agenzia Nazionale delle Risorse Naturali dell’Albania), la quantità di cromo presente sul territorio supera i 10 milioni di tonnellate. Inoltre, l’Albania, è tra i Paesi dell’area mediterranea a possedere i più importanti giacimenti di fosfato e bauxite, piuttosto le riserve lapidee. Ad oggi le attività estrattive vengono concesse dal Governo albanese a società private albanesi che fanno da ponte a quelle straniere. C’è una città in particolare in Albania, Bulqizë, al confine con la Macedonia dove la presenza di cromo è maggiormente elevata. Negli ultimi dieci anni le attività estrattive sono aumentate notevolmente, così come è aumentato il numero dei lavoratori morti sul luogo di lavoro. Ma è di un altro fatto di cui vi voglio parlare, e riguarda lo sfruttamento sul lavoro dei bambini. A Bulqizë le manifestazioni da parte della cittadinanza non mancano ma spesso queste voci vengono taciute, così come vengono taciute alla cronaca internazionale le responsabilità da parte del Governo albanese, piuttosto la mancata presa di posizione da parte delle Organizzazioni Internazionali per quanto riguarda i diritti civili e quelli del bambino. Elton Gllava, fotografo albanese che vive in Italia dal 1992, ha lavorato per quattro anni ad un reportage fotografico in cui ha denunciato le condizioni dei lavoratori, del territorio e soprattutto dello sfruttamento del lavoro minorile. Una città distrutta e ribattezzata dai suoi cittadini come la valle della morte. Le prospettive di vita di chi nasce in questo territorio sono bassissime a causa della presenza eccessiva del cromo esavalente. L’unica possibilità sarebbe quella di abbandonare la città ma le condizioni di miseria generale in cui vive quasi tutta la collettività hanno piegato questi uomini e i loro bambini al lavoro di estrazione in questi giacimenti dove molti sono coloro che trovano la morte. Nonostante Bulqizë sia un piccola città, che conta intorno ai 15 mila abitanti, la città è un punto cruciale per la ricerca e lo smistamento del cromo, grazie al quale le persone riescono a sbarcare il lunario ogni fine mese. Il 25%  del Pil albanese dipende da questa pietra, della quale vengono esportate 120.000 tonnellate l’anno, per un fatturato che si aggira intorno ai 42 milioni di dollari. Una cifra enorme, che teoricamente dovrebbe permettere a chi lavora nelle miniere di permettersi una vita piuttosto agiata, ma purtroppo non è così. Il salario dei minatori si aggira intorno ai 15 euro al giorno, cifra assolutamente insufficiente per badare a tutte le spese. Il cromo viene estratto e inviato a Durazzo, dove poi i grossisti lo vendono ad Europa e Cina. Questo  metallo viene utilizzato per creare l’acciaio inox o per cromare gli oggetti, dando loro quell’aspetto lucido. Se qui non ci fosse stato il cromo, i corvi avrebbero cantato. Gllava racconta attraverso le immagini le condizioni di vita dei cittadini, e quelle dei bambini che invece di vivere la loro infanzia e andare a scuola sono costretti a lavorare e aiutare i loro genitori. I bambini, come gli adulti, iniziano il turno di lavoro nelle prime ore del mattino. Nell’ultimo anno, i giornali albanesi hanno cominciato a evidenziare le problematiche che interessano l’area dei giacimenti ma senza trapelare fatti e dati che raccontano di una realtà drammatica in cui i diritti civili sono del tutto ignorati. I minatori albanesi hanno organizzato più volte manifestazioni in cui denunciavano le loro condizioni chiedendo più tutela alle istituzioni, l’aumento di salario e l’abbassamento dell’età pensionabile a 50 anni. Le proteste servono ai lavoratori per esprimere il loro dissenso al governo albanese invitandoli a prendere posizioni a riguardo di un settore che incide  in una percentuale importante sul Pil del Paese. I minatori non denunciano direttamente le morti sul lavoro poiché, come alcuni giornali albanesi sostengono, ricevono continue minacce di morte e ricatti. Elton Gllava è rimasto a stretto contatto con i cittadini di Bulqizë, instaurando con loro un rapporto di amicizia. Ne è nata così una mostra fotografica, dal titolo: “Dove i corvi avrebbero cantato”. Scelta questa, condizionata da una frase che un vecchio disse al fotografo aspettando il passaggio di un corteo funebre: “Se qui non ci fosse stato il cromo, i corvi avrebbero cantato”. Parole che danno ulteriore riprova di come questa pietra sia fondamentale per la gente di questa città e per lo stato albanese. Allo stesso tempo, fortunatamente, il lavoro onesto di professionisti Elton Gllava ci permette di comprendere a pieno la situazione ingiusta che la gente del posto e soprattutto i bambini stanno vivendo. L’auspicio è che le condizioni dei minatori possano migliorare, e che i bambini possano ritornare sui banchi di scuola, a fare ciò che dovrebbero fare a quell’età, ovvero studiare e sognare.

Elezioni albanesi: la tregua difficile.

L’instabilità della situazione politica che si è creato in Albania in questi ultimi tre mesi a causa del boicottaggio alla vita parlamentare da parte dell’opposizione e dal suo leader Lulzim Basha, finalmente si è arenata grazie all’intervento della visita del diplomatico americano Donald Lu, il quale è riuscito nella difficile impresa, che fino a poche settimane fa sembrava impossibile, a far dialogare i due fronti politici, protagonisti delle prossime elezioni posticipate di una settimana, ossia 25 giugno.  Il diplomatico americano, perno fondamentale di questa ritrovata stabilità, è riuscito a raggiungere l’obiettivo nel trovare una sintesi tra le due principali entità politiche albanesi, ma soprattutto ad aggirare il pericolo in cui l’opposizione avrebbe potuto boicottare anche le elezioni di giugno, previste inizialmente per il 18, riuscendo così a delegittimare il futuro governo. L’azione diplomatica americana è riuscita nell’ardua trattativa tra le due parti, cosa che ha visto fallire invece le istituzioni diplomatiche europee. L’incontro tra il Partito Socialista, che ha il suo Leader in Edi Rama, e il Partito Democratico con Lulzim Basha si è realizzato in un ampio e condiviso accordo tra le parti. L’accordo inevitabile e di capitale importanza è stato necessario per garantire ulteriore trasparenza a tutto il processo elettorale. In questa ingarbugliata ed incresciosa situazione, è giunta da Bruxelles il rapporto in merito all’implementazione delle riforme economiche, il quale nonostante abbia verificato un miglioramento nel Paese, ha tuttavia incentivato la promozione di misure restrittive in ambito fiscale, spesa pubblica, ma soprattutto la lotta alla corruzione, punto dolente nel Paese delle Aquile. Alla fine dei conti, possiamo concludere che i dissidi storici fra albanesi e serbi, ad oggi sono soltanto estetici e non hanno più alcuna rilevanza politica sullo scenario internazionale.  Fino a qui tutto bene direbbe qualcuno, ma è difficile riporre le armi e dormire tranquilli in una situazione come questa, è noto a molti che l’instabilità in quest’area balcanica, dovuta anche all’irrisolta questione del contenzioso sul Kosovo tra l’Albania e la Serbia che cela vecchi rancori mai sopiti, influisce sullo status quo delle cose divenendo così un punto sostanziale della campagna elettorale di Edi Rama, il quale, in una intervista rilasciata ad un quotidiano albanese, non ha nascosto il suo desiderio di riuscire a concretizzare il progetto di una unione economica con il Kosovo visto e considerando i lunghi tempi necessari per entrare in UE. Questo processo naturale di aggregazione è stato già intrapreso dalla Serbia nei confronti della Bosnia Erzegovina, che vede in quest’ultima un partner ideale per avere uno sbocco sull’Adriatico. Alla fine dei conti, possiamo concludere che i dissidi storici fra albanesi e serbi, ad oggi sono soltanto estetici e non hanno più alcuna rilevanza politica sullo scenario internazionale. Tuttavia, lo scenario politico albanese non si presenta tra i più promettenti, se consideriamo che l’accordo raggiunto nella giornata di ieri potrebbe sgretolarsi per i reciproci sospetti e pretese tra i due partiti politici di maggioranza i quali, oltre all’accordo che apparentemente ha riportato la tregua, hanno deciso ambedue di voler correre da soli alle elezioni, senza dare spazio alle possibili coalizioni pre-elettorali che garantirebbero ad entrambi una il raggiungimento di una solida maggioranza in Parlamento. Questa scelta, che potrebbe risultare inusuale in termini di strategia, trova il suo fondamento nell’articolo 162 del codice elettorale, il quale attesta che in caso di mancate alleanze pre-elettorali i partiti vedono innalzarsi lo sbarramento al 3%, azzerando il rischio sia per il partito socialista che quello democratico. A guardare la situazione non possiamo non notare come le minoranze in Albania siano abbandonate del tutto a se stesse, sul tavolo dei giochi sono assenti i loro rappresentanti. È un tragitto scivoloso quello intrapreso dai due maggiori Leader, offuscare la rilevanza che queste minoranze etniche hanno sul territorio albanese significherebbe aggiungere delle crepe ad una Storia che ancora deve presentarsi a se stessa. Tale scelta, non potrà che sfociare a lungo andare in una inevitabile insurrezione da parte delle minoranze che si vedono costrette ai margini della res publica albanese. La strada verso l’agognato sogno europeo per il popolo albanese è ancora lungo ed arduo, ma certamente possiamo dire che queste elezioni si presentano come un punto fondamentale per il raggiungimento di tale obiettivo.

L’Albania “flat-tax” e l’immigrazione all’incontrario.

Settimana scorsa a DiMartedì, oltre ai grandi temi politici che riguardano il nostro bel paese, si è toccato il tema delle tasse. Il conduttore Giovanni Floris ha portato il pubblico italiano in un viaggio: in Albania. Ero in soprappensiero quando all’improvviso il mio orecchio captò immediatamente quell’accento cosi peculiare che riconosco nei miei connazionali. Alzando gli occhi, tre bellissime ragazze inquadrate e sorridenti che alle domande del cronista rispondevano in maniera anche un po naive con frasi “L’Albania è già in Europa” piuttosto “Tirana è troppo bella. Qui ci si diverte troppo”. Quel “l’Albania è già in Europa” mi rimembrò le stesse parole che il Primo Ministro Matteo Renzi disse all’incontro con il Primo Ministro albanese Edi Rama. Era il 2014. La visita di Renzi in Albania serviva per sponsorizzare l’inclusione in Europa del paese delle aquile. Matteo Renzi sottolineava l’importanza nel fare pressione al fine di portare a termine i negoziati. Inoltre nell’incontro, che sembrava più una rimpatriata tra vecchi amici piuttosto che visita di Stato, il Primo Ministro italiano sottolineò l’importanza fondamentale che l’Albania ricopre nelle sfide geopolitiche considerando che si trova nel cuore dei Balcani. Nel reportage che settimana scorsa è andato in onda su DiMartedì il punto che si metteva in luce erano proprio le tasse che in paesi come l’Albania oppure il Montenegro sono quasi del tutto inesistenti: le tasse in queste aree balcaniche vengono chiamate nel termine tecnico flat-tax ossia tassa piatta. Questa formula adottata in Albania, che è un paese in via di sviluppo, serve a sovvenzionare le aziende che siano esse piccole o grandi imprese allo scopo di una crescita esponenziale del paese. Il termine, coniato per la prima volta dall’economista americano Milton Friedman, si propone come un regime fiscale proporzionale e non progressivo qualora non fosse seguito da deduzione o detrazione quindi nonostante l’aliquota legale sia costante l’aliquota media della flat-tax rimane fissa. L’Albania, post comunista, post immigrazioni di massa del 1991 e ancora post guerra civile 1997, in pieno periodo d’immigrazione all’incontrario, si autofinanzia per promuovere il messaggio che attraverso la formula della flat-tax adottata dalla politica albanese le aziende autoctone oppure straniere possono avere la possibilità di aprirsi ad una facile eventuale crescita che altri paesi dell’Unione non offrono. Mi verrebbe da chiedere, a questo punto perché rientrare in Europa! Guardando le immagini andate in onda da Floris si poteva constatare de facto che la realtà non è proprio così, come viene raccontata. Vedere alle fermate degli autobus contadini, scesi dai villaggi che io conosco benissimo, vendere le loro galline, ti fa percepire di come il paese vive all’interno una forte dualità. Una povertà che la contemporanea Albania vuole celare, quegli anziani dalla pensione minima che sopravvivono ai carrelli del capitalismo occidentale sono da oscurare. Quegli anziani cresciuti con un’economia di tipo pianificato stile sovietico si trovano ora in forte disagio rispetto alla realtà a cui sono sottoposti. Ironico vedere quel vecchio privo di denti parlare con il linguaggio delle mani mentre indicava all’operatore di andarsene perché per loro non c’era più nulla da mostrare. Subito dopo, il video reportage metteva a fuoco le immagini, strumento al servizio della propaganda, di un locale della Tirana da bere: il Fusion. È nel limbo Fusion che le belli albanesi sorridenti e scosciate si accompagnano con i loro sorrisi e i loro corpi sinuosi mostrandosi alla società spettacolarizzata come merce Made in China mentre i maschi brindano a suon di Dom Perignon l’alba dei nuovi tempi dove l’umiliazione di un passato, che è dietro l’angolo, non è servito da monito nel generare una forte personalità pubblica. Quell’Albania, priva di una classe sociale media e dei sindacati, andata in onda a DiMartedì è una brutta copia di un’Italia le cui scelte politiche l’hanno definita come zona vulnerabile all’interno della comunità europea. L’occidentalismo a cascata, il desiderio di inclusione e di una cultura di appartenenza veicolata da una politica emotiva denudano l’Albania immobilizzandola ed esponendola a logiche geopolitiche che per ora sembra ignorare. di Anita Likmeta su The Huffington  Post