Germania

Kaja Kallas, Primo Ministro dell’Estonia, ha bruciato tutte le tappe divenendo una delle figure chiave della politica nell’Est Europa

Ultimamente si è parlato dell’est solo a proposito dei paesi dell’area Visegrád. Di quanto le loro politiche in tema di questione femminile e di migranti siano lontane dalle linee guida dell’Unione Europea. Ma l’Est Europa ci rivela anche delle sorprese, proprio in quell’area, i paesi Baltici, dove i dissidi territoriali, linguistici e politici, non sono mai mancati né possono ritenersi risolti. L’Estonia è un ex Paese dell’area Urss che oggi conosce una fase di potente emancipazione impersonata dalla figura di Kaja Kallas. Filo atlantista ed europeista convinta, la Kallas ha le idee chiare in termini di politica interna ed estera. Se dovessi votare per la donna dell’anno, ora che Angela Merkel si gode un meritato riposo, voterei sicuramente per Kaja Kallas. Leader del partito riformatore estone dal 2018, è stata eletta primo ministro a Tallinn a gennaio 2021. Il suo mandato è iniziato non senza difficoltà: oltre ai problemi derivanti dalla gestione della pandemia, la neo Premier ha dovuto dimostrare le sue capacità in termini di strategia politica, opponendosi alle pressioni di Mosca. Le mire espansionistiche della Russia sull’Estonia (indipendente dall’Urss dal 1991), per farla rimanere in posizione ancillare rispetto ai suoi interessi geopolitici, si sono fatte in questi mesi sempre più pressanti, complice anche la crisi dei migranti innescata da Lukashenko al confine con la Polonia. Ma anche su questo fronte la Premier estone sembra non scomporsi: attacca duramente la “matrigna” Russia rispetto alle sue mire in Ucraina, rivolgendosi a Putin con una fermezza di cui sembrano piuttosto difettare molti paesi del continente europeo. OPINIONI / L’Europa è in guerra (di A. Likmeta) Ma chi è davvero questa donna, ostile al Cremlino e decisa a raccontarci una nuova storia dell’Estonia e quindi dell’Europa? La Kallas è una figlia d’arte, se così si può dire. Suo padre, Siim Kallas, è stato membro del Consiglio Supremo dell’Urss, Direttore della Banca Centrale della Nuova Repubblica Indipendente Estone. È stato Ministro degli Esteri e Premier dal 2002 al 2003. Infine è approdato a Bruxelles, dove è stato Commissario Ue e Vicepresidente della Commissione Europea. La Kallas è inoltre nipote di Eduar Alver, fondatore della Repubblica nel 1918, mentre sua madre fu una delle tante deportate nei gulag siberiani, quando lei aveva appena 6 mesi. Una storia incredibile, e fortemente simbolica: la storia personale di Kaja Kallas incarna la storia nazionale di un paese dell’Est che fa di tutto per emanciparsi dall’influenza russa, cercando – e trovando – i suoi modelli di riferimento a Ovest. Così, per genealogia, carattere e intenzioni, la Kallas rappresenta la figura chiave per il contrasto alle mire espansionistiche di Putin in Europa. Non a caso, è stata proprio lei a posizionarsi con tanta decisione contro il North Stream, il gasdotto pensato per connettere la Russia alla Germania. La Kallas, che ha lo sguardo rivolto a Washington in funzione atlantista, ha da subito stigmatizzato il progetto coma la riedizione in chiave energetica del patto di Molotov-Von Ribbentrop. Un patto dove però l’Europa potrebbe, proprio per sudditanza energetica, dover derogare ai propri principi fondanti in cambio di forniture. Chiusi i rubinetti, insomma, una riedizione post-moderna del “generale inverno” potrebbe congelare i principi etici fondanti dell’Europa aprendo la strada al nuovo autoritarismo che avanza da Est. In definitiva, il Primo Ministro Estone, rappresenta allo stato attuale un piccolo ma indispensabile baluardo europeo contro l’involuzione politica del continente. Ella, forse unica fra tutti i leader europei, non si è mai lasciata intimidire. Forse perché la sua storia personale le ha insegnato a distinguere uno stratega, come, nel male, fu certamente Stalin, da un buon tattico, quale è sicuramente Putin. In altre parole, sa che un militare, finita la battaglia, è solo un uomo che cammina verso la fine dell’orizzonte degli eventi, accompagnato dal suo cappello.

Carola Rackete all’UE: abbandonare i migranti in mare è vergognoso!

Oggi 29 giugno 2020, Carola Rackete, la capitana che lavora per la ONG Sea Watch, ha espresso il suo disappunto in merito alle scelte che i governi europei stanno attuando sui migranti in mare definendole “vergognose”. Diversi stati europei, tra cui Spagna, Malta, Italia, Paesi Bassi e Germania, continuano a ostacolare il salvataggio e il monitoraggio delle missioni in mare e in volo” Carola Rackete Oggi, esattamente un anno fa, la capitana della Sea Watch 3, Carola Rackete, condusse la sua nave nel porto italiano di Lampedusa facendo scendere 40 migranti. Questa scelta fece discutere moltissimo considerando gli ordini dell’allora Ministro leghista Matteo Salvini. Salvini non è più in carica al governo e in generale, in Europa, sembra che nulla è cambiato dall’anno scorso considerando l’incidente avvenuto a Pasqua dove 51 migranti e 5 morti sono stati rimpatriati dal governo maltese in Libia. L’Europa ha abbandonato completamente i migranti in balia delle onde nel Mar Mediterraneo affinché affoghino per spaventare quei paria della terra che decidono di partire verso le coste europee fuggendo dai campi di concentramento libici. Un po’ come fece il governo italiano durante il 1996 con gli albanesi, i quali, molti di loro, persero la vita nel Mar Adriatico: famosa la notte buia quando la Kater i Rades venne speronata dalla nave italiana e dove persero la vita 103 albanesi che giacciono ancora nel Canale di Otranto. Una tragedia mai indagata davvero e per la quale i familiari, dopo più di 20 anni, cercano ancora giustizia. La Rackete ha definito l’agenzia di frontiera dell’UE Frontex come la garante della politica razzista degli Stati europei. Se #BlackLivesMatter negli Stati Uniti chiede di sconfiggere i dipartimenti di polizia, di conseguenza dobbiamo chiedere a #DefundFrontex in Europa. Carola Rackete Affermazione che Frontex ha definito come “assurdità da gruppi marginali” e che “l’agenzia protegge i confini di centinaia di milioni di persone in tutta Europa”.

Il rapporto fra Albania e Germania: l’alleanza economica delle due aquile.

Mentre il governo italiano rimane seduto a fronteggiare ciò che resta ancora da dire sul Covid-19, piuttosto promulgare decreti come fossero ciambelle, o addirittura la surreale proposta del bonus alle donne che vogliono fare le manager, la Germania rafforza la sua posizione in Albania, partner strategico dell’Italia da decenni per quanto riguarda l’import e l’export. Le esportazioni dell’Albania verso la Germania hanno visto un aumento rilevante nei primi cinque mesi di questo sfortunato 2020. L’Istituto di statistica albanese ha confermato che a partire da gennaio sino a maggio le esportazioni verso la Germania sono state pari a 6.874 milioni di lek, che è l’equivalente di circa 55.3 milioni di euro, rispetto ai 5.895 milioni di lek dello stesso periodo del 2019, ossia 47.5 milioni di euro. Le esportazioni hanno riguardato principalmente il settore del tessile e calzaturiero, ma un aumento importante è stato registrato anche per il settore dei macchinari e delle attrezzature. La Germania, che fino a ieri era il terzo partner dell’Albania, ha rappresentato il 7.6% del volume degli scambi commerciali con Tirana, e inoltre consolida la sua posizione con ingenti investimenti sul territorio albanese.

Bambino kosovaro che rovista nella spazzatura per cercare vestiti e avanzi di cibo.

Kosovo: l’indipendenza corrotta.

È il 17 febbraio 2008, quando a Prishtina il Parlamento kosovaro, riunitosi in una seduta straordinaria, dichiara la propria indipendenza dalla Serbia. Da ex regione autonoma della Jugoslavia, il Kosovo diventa uno Stato indipendente. La dichiarazione viene sottoscritta da tutti i deputati presenti in aula, eccezion fatta, ovviamente, per i rappresentanti della minoranza serba, i quali decidono di non presentarsi neanche. In aula viene esposta la nuova bandiera, su uno sfondo blu compare il profilo della nazione di colore giallo, sopra il quale vi sono sei stelle bianche che simboleggiano le sei comunità etniche presenti sul territorio: albanesi, serbi, turchi, bosniaci, rom e gorani. Un richiamo diretto all’Europa. Inoltre, per la prima volta in assoluto, viene intonato anche l’inno nazionale, che non prevede alcun testo. Il Kosovo entra ufficialmente nella Storia, diventando uno Stato indipendente. Il Kosovo è uno Stato orgoglioso, indipendente e libero. Hashim Thaci Trascorsi dieci anni dalla sua nascita, il piccolo Stato balcanico ha ricevuto, ad oggi, 115 riconoscimenti diplomatici come Stato indipendente. Andando nel dettaglio dei riconoscimenti, questi sono arrivati dal 58% degli Stati che fanno parte delle Nazioni Unite, per quanto riguarda invece l’Unione Europa, sono cinque i Paesi che non lo hanno ancora riconosciuto, e quattro sono membri della NATO. Col passare degli anni sono arrivati riconoscimenti importantissimi da enti internazionali, due su tutti, FIFA e UEFA, che hanno permesso agli atleti kosovari di partecipare a competizioni come le qualificazioni per il mondiale di calcio, le Olimpiadi di Rio de Janeiro del 2014, nelle quali è arrivata la prima, storica, medaglia d’oro. Conquistata dalla judoka Majilinda Kelmendi. E pochi giorni fa la bandiera kosovara ha sfilato anche alla parata d’inaugurazione dei giochi olimpici invernali che si stanno tenendo in Corea del Sud. Il caso della Catalogna ha fatto riemergere in molti l’attenzione sulla questione del Kosovo. Motivo principale per il quale da Madrid non è ancora arrivato il riconoscimento per Prishtina, in quanto dalla Spagna vedono una certa somiglianza tra la condizione catalana e quella kosovara. Proprio pochi giorni fa la Spagna ha ribadito alla Commissione Europea la propria visione sul Kosovo, dichiarando che “Il Kosovo non fa parte del processo di allargamento, ma va trattato come un caso particolare“. Occorre innanzitutto ricordare che la popolazione albanese del Kosovo è stata vittima di una guerra, 1998-99, nella quale l’intenzione di Milosevic era quella di fare della ex-regione autonoma parte della Serbia, liberandosi così della popolazione maggioritaria albanese, che ne costituisce il 90%. Fatti, questi, che non sussistono al momento a Barcellona e dintorni. Sulla dichiarazione di indipendenza kosovara si è dichiarata la Corte di giustizia internazionale, affermando che essa non viola né il diritto internazionale, né la risoluzione 1244, né tantomeno il quadro costituzionale vigente dal giorno della proclamazione stabilito dall’UNMIK. Lavoro della Corte che si è concluso in questo modo, senza che l’organo abbia dichiarato nulla per quanto riguarda il quesito se il Kosovo sia uno Stato legittimo, allo stesso tempo non ha dato alcun via libera agli altri stati per riconoscere Prishtina. Noi oggi siamo accettati da 115 paesi come Stato indipendente. Questo è un successo notevole. Ma per quanto riguarda la coesione interna, siamo ben lontani dalle aspettative. Albin Kurti Per la nascita del più giovane Stato d’Europa un ruolo decisivo e fondamentale, è stato quello degli Stati Uniti, sin dai tempi della guerra. Molto probabilmente il Kosovo non sarebbe sopravvissuto, senza l’intervento statunitense. Impegno che viene tutt’oggi ricordato dalla popolazione, con strade intitolate ad esponenti americani e la statua nella capitale in onore all’ex presidente americano Bill Clinton. Supporto nei confronti degli USA che non ha è diminuito neanche dopo l’elezione di Donald Trump. Posizione, quella di Washington, che però non è sempre stato di appoggio nei confronti di Prishtina e dintorni. Basti ricordare che prima del conflitto gli Stati Uniti consideravano l’Uçk (l’esercito di liberazione kosovaro) un’organizzazione terroristica, per poi cambiare idea e diventarne partner. Significativo cambio di rotta che venne chiarito dalle azioni di Washington nel piccolo Stato dopo la fine della guerra, con l’installazione di quella che è la base americana più grande del mondo, Camp Bondsteel, ben 955 acri di terreno. Successivamente è iniziata una politica di privatizzazione, che ha visto gli USA protagonisti di primo piano, i quali tentarono inizialmente di accaparrarsi la PTK, la società di telefonia pubblica del Kosovo, ma poi si tirarono indietro, senza però lasciarsi scappare altre occasioni come le risorse minerarie e l’oleodotto. Insomma, per gli americani la strada in Kosovo è sempre aperta. Quello della privatizzazione è un argomento cruciale per il destino del Kosovo, infatti, dal giorno dell’indipendenza, è stata adottata questa politica di vendita delle principali proprietà statali a prezzi di saldo, come se queste appartenessero ai politici, più che essere delle risorse per lo Stato e soprattutto per i cittadini. Teoricamente, laddove avviene una privatizzazione, la compagnia dovrebbe avere un miglioramento in termini di efficienza e produttività, cosa che però non sta avvenendo. L’investimento privato sembra essere diventata una scusa per poter vendere a prezzi più bassi e nei tempi minori possibili, in maniera tale che quei soldi finiscano nelle tasche degli uomini che si trovano al potere. Un processo che ha due problemi principali, il primo è la mancanza assoluta di ricerche o analisi per comprendere se la privatizzazione in un determinato caso, sia la scelta migliore; il secondo è il fatto che le caratteristiche e le differenze delle industrie e/o compagnie non sono state minimamente prese in considerazione. L’attenzione è stata data esclusivamente alle offerte degli acquirenti, per comprendere quale di queste sarebbe stata la più redditizia in termini di guadagno. Una politica che ha portato nelle casse dello Stato una cifra che si aggira intorno ai 400-500 milioni, la quale, teoricamente, sarebbe dovuta essere l’offerta per una sola delle proprietà statali. Ad oggi, la privatizzazione avrebbe dovuto portare 1-2 miliardi di euro nelle casse statali, e non la cifra irrisoria citata poc’anzi. Gli esempi più lampanti di questa politica sono le privatizzazioni della compagnia elettrica, venduta dal governo nel 2012 al gruppo turco Limak-Calik alla cifra di 26,3 milioni di euro. Una cifra irrisoria, ma che non è il punto più assurdo di questa storia, in quanto dal momento del passaggio in mano ai turchi, i cittadini kosovari hanno visto un aumento del costo della corrente elettrica e soffrono ancora di problemi con questa considerando che non hanno ancora la completa disponibilità giornaliera. E poi dell’aeroporto di Prishtina, dato in concessione per i prossimi venti anni alla cordata Limak & Airport de Lyon MAS, dal cui intervento sono previsti 100 milioni di investimenti e un allargamento di 25 mila metri quadri. Gli investimenti arrivati dall’estero in questi anni sono stati numerosi e piuttosto generosi, tanto per citarne qualcuno: Germania 292 milioni, Regno Unito 250 milioni, Svizzera 115 milioni, Slovenia 195 milioni, Austria 130 milioni. Soldi arrivati nonostante gli incentivi siano veramente pochi per investire in un paese caratterizzato da una costante instabilità politica, da un piccolo mercato domestico e da una corruzione altissima, il Kosovo si posiziona infatti al 95° posto su 197 Paesi presi in considerazione nella classifica di Transparency International. Un Paese che ha a disposizione un’enorme forza giovanile, la quale però tocca il 50% di disoccupazione. Un dato ancora peggiore è quello che riguarda le donne senza lavoro, ovvero l’80%. Numero condizionato anche da una mentalità retrograda, che vede la figura della donna soltanto come responsabile del mantenimento della casa e della crescita dei figli. Secondo il rapporto dell’agenzia statistica del Kosovo, lo stipendio medio netto nel 2016 era di 450 euro, 337 nei settori privati e 586 nei settori pubblici.Con la paga minima per gli under 35 di 130 euro e per gli over 35 di 170 euro. Per crescere economicamente il Kosovo dovrebbe concentrarsi sulle proprie infrastrutture, cercare di produrre il più possibile, per cessare di dipendere dalle importazioni. Migliorare il processo di privatizzazione, cercare di equipaggiare la propria gioventù con le abilità e le capacità richieste dal mercato. Lo Stato più giovane e uno dei più poveri d’Europa. La costante di questi dieci anni di vita è stata l’instabilità politica e la formazione di governi insicuri e incoerenti, uno su tutti l’ultimo di Ramush Haradinaj, il quale è passato dall’essere imprigionato in Francia su mandato di cattura da parte della Serbia, rischiando prima l’estradizione a Belgrado, per poi essere liberato e diventare Presidente del Consiglio dei Ministri, proprio grazie ai voti della minoranza serba, dopo che questi avevano ricevuto l’ok proprio da Belgrado. Impossibile trovare un filo logico e coerente a questa vicenda. Un Presidente del Consiglio che dalla sua dispone di 21 ministri e 82 sottosegretari e ha deciso di alzarsi il proprio stipendio a 3000 euro.  Gli ultimi tempi hanno visto una condotta rischiosa da parte delle forze al potere kosovare, le quali infatti si sono permesse di minacciare l’abrogazione della Corte Speciale per i crimini commessi dall’Esercito di Liberazione del Kosovo. Se c’era da dare un segnale che avessero qualcosa da nascondere, non avrebbero potuto fare di meglio. Sono stati 43 i deputati di maggioranza a votare la richiesta di una sessione straordinaria del Parlamento affinché fosse revocata la legge che creò la Corte nel 2015. L’intervento internazionale è stato immediato e ha permesso che la proposta venisse bloccata. Atteggiamento questo inaccettabile e spaventoso, come definito dall’Unione Europea. La classe politica sta giocando con il fuoco, in quanto sono ormai anni che non riesce a raggiungere ciò che gli è richiesto, come la definizione dei confini con il Montenegro, l’accordo di stabilizzazione con la Serbia e ora questa iniziativa non fa altro che attirare su Prishtina le ire degli attori internazionali, i quali hanno il coltello dalla parte del manico, questo è bene ricordarlo al governo Haradinaj. Dieci anni fa le speranze e i sogni erano tanti, ma poco di ciò che ci si augurava è accaduto. Il Kosovo rimane una questione che divide, a partire dalla sua indipendenza per finire alla situazione politica attuale, e soprattutto a come gli investimenti stranieri stiano conquistando il territorio, con il lasciapassare delle forze politiche. Quasi che un classe dirigente corrotta e con più di uno scheletro nell’armadio faccia comodo. Nel frattempo a subire tutto ciò, non può che essere la popolazione. Un numero altissimo di persone che negli ultimi anni ha tentato di lasciarsi alle spalle una situazione disastrosa, per cercare di costruirsi un futuro migliore in Europa, con tutte le difficoltà del caso considerando che un cittadino kosovaro necessita di un visto per poter uscire dai propri confini. Il sogno europeo è una vera e propria utopia, ed è un errore, in primis da parte di Bruxelles, dare anche la minima fiducia a Prishtina, in quanto la classe politica in questi anni non ha fatto altro che riempirsi il proprio portafoglio, lasciando in secondo piano la crescita e il miglioramento delle condizioni di vita. Dieci anni fa si urlava “New Born” e si festeggiava. Oggi le urla sono colme di rabbia e da festeggiare, è rimasto ben poco.

Angela Merkel.

Angela Merkel, la Cancelliera d’Europa.

Nella giornata di domenica 24 settembre in Germania si sono svolte le elezioni politiche. I tedeschi sono stati chiamati a votare i nuovi membri del Bundestag e l’esito è stato quello previsto, ma solo per quanto riguarda il vincitore. Angela Merkel ha confermato le previsioni che la davano come favorita, conquistando il maggior numero di voti per la quarta volta consecutiva. Sono stati i numeri di queste elezioni la vera sorpresa, a partire dai partiti vincitori CDU-CSU, che hanno conquistato il 32,93% con 246 seggi, perdendo quindi una percentuale importante del 9% e ben 65 seggi in Parlamento. Al secondo posto l’SPD di Martin Schulz, considerato il grande rivale, che però non è stato assolutamente in grado di dar fastidio alla Cancelliera, fermatosi al 20%, ovvero il peggior risultato della storia del partito socialista. Molto scalpore ha destato il partito classificatosi sul terzo gradino del podio, l’AFD. Per la prima volta dalla seconda guerra mondiale, un partito di estrema destra ottiene seggi all’interno del parlamento tedesco, ben 94. I numeri sono abbastanza chiari, e non si può che parlare dell’ennesima vittoria di Angela Merkel. Capace di conquistare ancora, dopo dodici anni di governo la fiducia di un importante numero della popolazione tedesca. Questa volta però la dimostrazione di forza è minore rispetto alle elezioni precedenti. È stata lei la prima a mostrarsi delusa, in quanto si aspettava una vittoria schiacciante e ha immediatamente dichiarato che si impegnerà a capire i motivi che hanno portato un numero rilevante dei suoi elettori a cambiare idea. Discorso che si collega in maniera istantanea allo storico risultato ottenuto dall’AFD, il partito anti-establishment, contro l’Islam, l’integrazione europea e volenteroso di una migliore relazione con la Russia. Non bisogna commettere l’errore di pensare che in Germania sia scoppiata una voglia improvvisa di nazismo e razzismo. Il 13% dei voti raggiunti dal partito di estrema destra è  arrivato in gran parte della Germania dell’Est, dove sono stati stabiliti il minor numero di migranti, ma che rappresenta quella parte della popolazione che continua a sentirsi esclusa e dimenticata, nonostante siano passati ormai ben 27 anni dalla riunificazione tedesca. Un partito che però ha mostrato immediatamente le sue debolezze, in quanto nel giorno successivo uno dei leader storici, Frauke Petry, ha dichiarato che non farà parte del gruppo parlamentare. Inoltre, la volontà degli altri partiti è quella di isolare e impedire all’estrema destra di essere in grado di condizionare le scelte del Parlamento tedesco. Nonostante l’importante risultato raggiunto dall’AFD, sulla scia che ha portato alla Brexit e alla vittoria di Trump, non ci sono le basi che possano far pensare ad un ulteriore e maggiore successo del partito che incute così tanta paura fuori dai confini tedeschi. Secondo alcuni osservatori da queste elezioni sia la CDU e soprattutto la SPD ne sono usciti fortemente indeboliti, come mai era capitato negli ultimi 60 anni. Occorre ricordare come in passato rappresentavano la quasi totalità dell’elettorato, mentre oggi ne rappresentano, insieme, poco più della metà. La  sfida più grande che aspetta Angela Merkel è quella di creare una coalizione che le permetta di governare. Dopo il rifiuto di Martin Schulz, l’unica possibilità è quella chiamata Giamaica, per i colori dei partiti che andrebbero a formarla, ovvero CDU-CSU, FDP e i Verdi. Una coabitazione che potrebbe rivelarsi problematica, viste le diverse opinioni che i tre partiti hanno sui programmi e sulle politiche ambientali. Queste elezioni mostrano come anche la Germania, la locomotiva d’Europa, non è così forte e sicura come vuole apparire. La differenza sociale è stato uno dei temi scottanti, adottato da Martin Schulz nella campagna elettorale: “Tempo per più equità. Tempo per Martin Schulz”. Considerato il secondo maggior problema secondo la popolazione teutonica, dietro solo all’immigrazione. Nonostante la Germania sia un Paese molto ricco, con uno dei PIL più alti e con il tasso di disoccupazione più basso d’Europa, la disparità tra ricchi e poveri continua ad aumentare. Il 15,7 per cento della popolazione è considerato a rischio povertà, mentre il 14,7 è già povero. La ricchezza privata dei cittadini tedeschi è più bassa rispetto a quella degli italiani e francesi ed è anche la meno distribuita d’Europa. Basti pensare che il 40% della popolazione possiede meno dell’1% della ricchezza privata del Paese. Un dato curioso è il fatto che la Germania sia uno dei Paesi con la percentuale più bassa di persone che hanno una casa di proprietà, a dispetto dell’Italia, che si qualifica prima in questa classifica che riguarda l’Europa. Occorre sottolineare come uno degli aspetti più positivi dello Stato tedesco – ovvero la disoccupazione media che si aggira intorno al 5,5%- sia  “dopato”, in quanto vengono considerati occupati anche coloro che svolgono un minijob. Il minijob è un lavoro che permette di guadagnare fino a 450 euro lavorando al massimo una quarantina di ore al mese. Uno stipendio con il quale risulta impossibile vivere e che sarebbe l’ideale esclusivamente per i giovani studenti, permettendo loro di pagarsi gli studi. Il Financial Times riporta 7,5 milioni di tedeschi minijobbers. Se per i sostenitori questo tipo di mansione ha creato più possibilità lavorative, secondo gli oppositori sta rimpiazzando i lavori a tempo pieno. Per chi invece ha un impiego a tempo pieno, la probabilità che sia un Leiharbeiter è molto alta. Costui è un lavoratore che viene “affittato” da una Leihfirma – azienda che recluta persone – che molto spesso non è interessata a qualità o capacità del lavoratore, ma il cui unico obiettivo è riempire i buchi che le aziende hanno in quel momento. Quindi una persona stipula il contratto con la Leihfirma e non con l’azienda per la quale lavorerà. Ciò comporta che l’occupazione sarà sicuramente a tempo determinato, che la paga non potrà essere delle eccellenti, anche se esiste la possibilità che l’azienda possa decidere di assumere il lavoratore. Questa è un’ottima chance soprattutto per chi arriva in Germania e ha necessità di trovare immediatamente un lavoro per risolvere i problemi come residenza e assicurazione sanitaria oppure per i cittadini tedeschi con un livello basso d’istruzione. Anche in questo caso però i numeri sono in forte aumento, nel giugno dell’anno scorso erano un milione i leiharbeiter. Questo stratagemma conviene molto alle aziende, in quanto non hanno bisogno di spendere tempo e denaro necessario alla ricerca del personale e possono liberarsene immediatamente dal momento in cui non ne hanno più bisogno. Le Leihfirma assicurano l’entrata nel mondo del lavoro, ma non la permanenza. Riconquistare la fiducia dei tedeschi dell’Est, la gestione del flusso dei migranti, migliorare il sistema del lavoro e impedire all’estrema destra di crescere. Si prospettano quattro anni molto impegnativi per Angela Merkel.

Ramush Haradinaj

Kosovo: un nuovo governo incerto e incoerente.

Nella giornata di giovedì 31 agosto, l’Alto rappresentante dell’Unione Europea, Federica Mogherini, ha ospitato a Bruxelles i presidenti di Kosovo e Serbia, Hashim Thaci e Aleksandar Vučić, per un incontro informale. L’obiettivo, primario e fondamentale, è quello di rilanciare nella miglior maniera possibile il dialogo tra i due Paesi. L’incontro stabilisce un nuovo inizio nella storia dell’intesa tra il Kosovo e la Serbia e segue quello del 3 luglio, che fu fondamentale, in quanto rappresentò la ripresa del dialogo, interrotto nei mesi precedenti. Entrambe le parti hanno concordato i passi definitivi per l’attuazione dell’accordo di giustizia raggiunto nell’ambito del dialogo facilitato dall’UE. Accordo che sarà pienamente attuato nella giornata del 17 ottobre 2017, nella quale giudici, procuratori e personale giudiziario saranno integrati nel sistema giudiziario del Kosovo. Alla conclusione dell’incontro, sia l’Alto rappresentante dell’UE che il presidente Thaci, hanno rilasciato importanti dichiarazioni ottimistiche, alle quali hanno seguito le parole di Vucic, più caute rispetto ai suoi colleghi: Per quanto piccola, esiste una possibilità di risolvere la storica questione tra serbi e albanesi, ed è nostro dovere provarci fino in fondo. Pochissimi i miglioramenti dal 2013, quando venne lanciato dall’UE il processo di normalizzazione tra i due Stati balcanici, mentre allo stesso tempo, troppe sono state le questioni che hanno portato Prishtina e Belgrado allo scontro negli ultimi anni. In questo 2017 soprattutto, diversi sono stati i motivi di contestazione tra serbi e gli albanesi del Kosovo. L’anno solare è iniziato nel peggiore dei modi, con l’arresto dell’ex generale dell’Esercito di liberazione kosovaro (Uçk) ed ex ministro, Ramush Haradinaj. Il politico kosovaro è stato arrestato dalle forze dell’ordine francesi su mandato di cattura spiccato dalla Serbia, per aver torturato e assassinato una cinquantina di persone durante la guerra. Tale avvenimento ha dato vita ai primi importanti attriti tra Prishtina e Belgrado. Se da una parte i serbi chiedevano l’estradizione di Haradinaj, dall’altra parte il Kosovo insorgeva contro il nemico, e tutti i partiti del Parlamento kosovaro votavano la sospensione del processo di normalizzazione dei rapporti con Belgrado, fino a quando non sarebbe stato rilasciato Haradinaj. Mentre la tensione cresceva e le elezioni in Serbia si avvicinavano, dalla stazione di Belgrado partiva un treno diretto per Kosova Mitrovica – la principale città dei serbi del Kosovo. Un convoglio piuttosto particolare, in quanto era stato completamente tappezzato di immagini e simboli rappresentanti la cultura serba e la religione ortodossa, e all’esterno vi era la frase “Kosovo è Serbia” scritta in ben 21 lingue, anche in albanese. Le forze dell’ordine kosovare impedirono al treno di oltrepassare il confine serbo e le tensioni non fecero altro che accrescersi, portando addirittura al pensiero di un possibile ritorno alle armi. Inoltre, sempre nel mese di gennaio, nella città di Mitrovica la parte serba eresse un muro di fronte al ponte che collega la parte nord della città, abitata dai serbi, alla parte sud abitata dagli albanesi. Fu necessario l’intervento dei rappresentanti dell’Unione Europea, affinché il muro venisse demolito dalla parte serba, autore della costruzione, la quale come contropartita chiese però più impegno da parte di Prishtina affinché venisse istituita l’Associazione delle municipalità a maggioranza serba, che permetterebbe alla minoranza serba di avere una autonomia locale. Uno dei punti cruciali degli accordi di Bruxelles del 2013. Il Kosovo, dal canto suo, vive uno dei peggiori momenti dopo l’indipendenza. Nel mese di maggio il Parlamento kosovaro ha votato la mozione di sfiducia nei confronti del  governo di Isa Mustafa. Ponendo così la parola fine all’alleanza tra il Partito Democratico del Kosovo (PDK) e la Lega Democratica del Kosovo (LDK).  Le elezioni dell’11 giugno non hanno fatto altro che complicare la situazione, in quanto il maggior numero di voti, 33%, è stato raggiunto dalla coalizione formata tra il PDK di Kadri Veseli, l’AAK di Ramush Haradinaj e NISMA di Fatmir Limaj. La grande sorpresa è stata il partito nazionalista Vetevendosje, capace di raggiungere il 27% dei voti, diventando così il partito singolo più forte del Kosovo. Dopo tre mesi di stallo politico, la situazione si è finalmente risolta, ma ciò non può essere considerata una buona notizia. La formazione del governo è stata possibile solo grazie al voltafaccia del milionario Behgjet Pacolli, che durante la scorsa settimana ha deciso di accordarsi con la coalizione che ha ottenuto la maggioranza dei voti, con la promessa di diventare il presidente del Kosovo nel 2021, anno di fine mandato di Thaci. Nella giornata di giovedì è arrivata l’elezione di Kadri Veseli come capo del Parlamento e il Presidente Thaci ha conferito a Ramush Haradinaj il compito di formare il nuovo governo. Un governo formatosi sabato, grazie al minimo dei voti, ovvero quello di 61 parlamentari. Esecutivo che sale al potere con un numero risicato, che significherà soltanto una cosa, forte instabilità. Curioso come il ruolo decisivo nella giornata di sabato sia stato dalla minoranza serba, che prima di votare ha chiesto a Belgrado come muoversi. Dalla capitale serba è arrivato l’ok riguardo al governo Haradinaj, l’uomo sul quale pende ancora un mandato di cattura a Belgrado. Inoltre, ben quattro membri del partito serbo sono stati scelti come ministri del gabinetto Haradinaj. Tanta incoerenza in questo possibile nuovo inizio. Il Kosovo, dopo ben nove anni di indipendenza, si trova ancora in un pantano vergognoso, con due importantissimi questioni da risolvere, quella della demarcazione dei confini con il Montenegro, condizione ultima richiesta da Bruxelles affinché si possa risolvere un’altra delicatissima questione, la liberalizzazione dei visti per i cittadini kosovari. Unici della penisola balcanica ai quali non è consentito muoversi al di fuori dei propri confini senza un visto. Disoccupazione a livelli gravissimi, le paghe bassissime di chi un posto ce l’ha, forte corruzione, sistema sanitario fallace, sono i motivi principali che stanno portando, di nuovo, molti kosovari ad abbandonare la propria terra e cercare fortuna all’estero. La Germania è l’obiettivo di molti, che non sanno, o fanno finta di non sapere, che la loro richiesta di asilo non verrà accettata da nessuno Stato europeo, vista la mancanza delle condizioni che prevede la possibilità di chiedere asilo. Si rischia di ripetere quello che accadde tra il 2014-15, quando circa 100mila persone tentarono di lasciare il Kosovo. Il tempo passa, ma di miglioramenti effettivi non c’è traccia.

Vins Gallico - Fabio Lucaferri, La barriera, Fandango, Roma, 2017

“La barriera” il romanzo sull’inconsistenza della nostra mente.

Il primo e decisivo passo compiuto da Vins Gallico e Fabio Lucaferri è l’umanizzazione: far capire che in questo libro non si parla di numeri, di statistiche, di esempi astratti e proiezioni su grafici teorici. Non si parla neppure di personaggi letterari. Si parla di uomini, esseri umani. In quest’ottica i dettagli, le minuzie, le caratteristiche in apparenza inconsistenti, le fragilità, i vizi, le manie, gli oroscopi, gli ascendenti, il gioco del calcio, i luoghi e le cose, contribuiscono a definire una persona, a fare da specchio, facendoci identificare per analogia o per contrasto, dando forma a un riflesso in cui possiamo e dobbiamo guardarci. Da queste infinite tessere differenti si delineano i contorni di un mosaico: il mondo così com’è. Sarebbe bello poter dire che è così solamente nella finzione, ma è proprio questo il nodo, la sfida e il senso di questa narrazione. C’è una data precisa, il 2029. Indicata con chiarezza, su un’agenda ipotetica ma ineludibile. Una data che appare lontana, eppure conosciamo i ritmi e le cadenze del tempo: quel traguardo è a un passo. C’è la descrizione di un pianeta che è una polveriera, e un solo luogo ancora conserva una parvenza di ordine e vivibilità: il più ricco e potente d’Europa, la Germania. Si salva dal caos imperante, ma a quale prezzo? Cosa si è costretti a pagare in termini di libertà e dignità umana per avere protezione? Lo sfondo del romanzo è quello descritto in questo breve sunto, arricchito da intrecci ulteriori di vite e destini e dal vibrare di trame sotterranee, intrighi, astuzie e controastuzie, corruzione, scontri, fughe, ostacoli e macchinazioni di ogni genere. Mentre ci si muove rapidissimamente da un episodio all’altro, si assimila gradualmente, potremmo dire nel sudore della tensione e della rincorsa, il messaggio sottotraccia, la verità nascosta ad di là della barriera, anche narrativa: il futuro apocalittico descritto nel romanzo in gran parte lo stiamo già vivendo. Lo intravediamo, ci viene tatuato addosso una goccia alla volta, ogni volta che in televisione all’ora di cena assistiamo a quelle trasmissioni inesorabilmente mandate in onda ogni singolo giorno Ferragosto compreso. Quelle in cui ci dicono, scrivendolo a caratteri cubitali sullo schermo del piccolo-grande-fratello, che siamo minacciati, che verremo schiacciati e che ci ammazzeranno tutti se le porte, tutte quante, non le chiudiamo. Se non ci chiudiamo. Per rendere questo senso di oppressione il romanzo adotta un ritmo che non lascia respiro: è la versione narrativa di un film d’avventura, con attraversamenti di terre desolate, città e confini, nuotate da campione olimpionico, corse di velocità e di resistenza, centometristi e mezzofondisti. Ma il vero protagonista, muto ed eloquentissimo, è lo sfondo: il mondo, il solo luogo che abbiamo, il giardino recintato a mo’ di gabbia. Il linguaggio è rapido, frenetico ma preciso. Nessuna frase è buttata là solo per fare conversazione, nessun dettaglio è meramente descrittivo. Tutto è finalizzato a fornirci i dati essenziali di un manuale di sopravvivenza, un docufilm girato a ritmi serrati in cui si mostrano mosse e contromosse, lo scontro tra le regole annichilenti del potere e la volontà di restare vivi. I diritti naturali nello scenario descritto non sono più garantiti, devono essere riconquistati in una corsa da maratoneta e il premio finale, i diamanti da salvare, sono la dignità e la libertà. Gli aguzzini qui sono molto meno appariscenti di quelli descritti nel film di John Schlesinger con Dustin Hoffmann e Laurence Olivier. Sono burocrati in apparenza scialbi, e questo li rende perfino più temibili. In questo romanzo si arriva a far sì che siano le vittime a dover anelare di essere marchiati. Il tatuaggio, l’identity matrix, è la meta per cui si è disposti a fare di tutto. Ci si getta da soli nella gabbia camuffata da luogo stabile e sicuro. Si procede nel libro, guardandosi anche alle spalle: la Germania, il Muro, Schindler’s List, Le Vite degli Altri e mille istantanee immagazzinate nella memoria riprendono vita e si intrecciano ad un futuro che è ipotesi più che plausibile e a un presente che è già dato di fatto vissuto. In un circolo che avvolge e soffoca: con la burocrazia che uccide la dignità senza neppure sporcarsi le mani. I capitoli del libro sono nomi di persona, luoghi e date. Quasi a confermare che ciò che ancora conta è l’equazione spazio-tempo, la possibilità di continuare a conservare la nostra identità a dispetto del mutare delle epoche e dei luoghi. O, meglio, saperla conservare lottando giorno dopo giorno per l’evoluzione, la sopravvivenza della specie autentica, quella specie umana che è costretta a difendere il proprio diritto alla diversità, al pensiero autonomo, alle scelte fondamentali, non ultime la sete di giustizia e di amore. Moltissimi sono i riferimenti a situazioni che conosciamo bene e con cui interagiamo quotidianamente. Nel 2029 ci sarà ancora Facebook e ci saranno i tatuaggi, ma diventeranno macabre immagini di una gigantesca schedatura collettiva. Ci sarà ancora il sesso. Ma quello descritto nel libro è rapido e quasi incolore. La passione e la gioia sono al di là della barriera. Una delle sensazioni che le pagine trasmettono è che si potrà tornare ad assaporare tutto davvero fino in fondo solo quando la corsa per la sopravvivenza potrà essere interrotta. Coerentemente, nel libro c’è poco spazio per le divagazioni “liriche” e perfino per le pause descrittive. La solo poesia possibile nel contesto raffigurato è quella dei gesti, degli sguardi rapidi d’intesa, come quelli dei naufraghi, dei fuggiaschi. Come quelli delle spie, gli infiltrati in un mondo nemico. Le occhiate rapide di chi si riconosce affine ma non può fermarsi, per non destare attenzione. La Germania del 2029 ha lineamenti in comune con quella nazista, ma anche con parenti insospettabili, la Calabria del secolo scorso e con lei il Meridione attuale e tutte le mafie di ogni genere e tipo, ad ogni latitudine. Berlino è la scenografia ideale, per questa narrazione di impronta cinematografica, rapida, intensa. La Berlino di questo romanzo è una città senza cielo, riflessa nei colori scuri di un passato di ferro e di sangue, ma anche nei vetri lucidati a specchio dei palazzi altissimi e dell’arte solenne e geometrica che atterrisce e attrae, inglobando corpi e menti nelle sue strade e nelle immense periferie livide. La bellezza è cupa. Non è morta ma deve essere risvegliata. Nel momento in cui torneremo ad essere armonici, aperti e davvero liberi, ritroveremo anche le luci, i riflessi fascinosi del sole del nord. Con abilità e in modo quasi subliminale vengono messi in atto parallelismi fondamentali. L’anno descritto si colloca a distanza di un secolo esatto da quello della grande crisi finanziaria, dal crollo di Wall Street e dell’economia globale. Il futuro è adesso e il passato è uno spettro che ancora si aggira nelle case, negli uffici, nelle officine. La Germania del 2029 ha lineamenti in comune con quella nazista, ma anche con parenti insospettabili, la Calabria del secolo scorso e con lei il Meridione attuale e tutte le mafie di ogni genere e tipo, ad ogni latitudine. Leggendo questo libro si respira a fondo, si è coinvolti anche noi in una corsa vitale, nel senso letterale del termine. La posta in palio è la più preziosa, il nostro diritto a restare umani, con tutto il bene e il male che ciò comporta, con il libero arbitrio, la capacità di riconoscerci affini a chi è diverso da noi. La sfida è ardua, lo scopriamo pagina dopo pagina. L’unico spiraglio è quello offerto dal riferimento all’ideogramma orientale che esprime il concetto di “crisi” facendo riferimento simultaneamente all’idea di pericolo e a quella di opportunità. Ciò che viene descritto e collocato in un futuro prossimo è profezia che già sconfina nella realtà. La vicenda narrata ci prepara, ci invita a mantenere tonici i muscoli delle gambe e del cuore fin d’ora, anzi, proprio ora, nel presente su cui possiamo agire, mutando noi stessi, per poter guardare negli occhi il nostro volto in un volto altro, arrivato da qualche luogo del pianeta di fronte a una Barriera che esiste, ed esisterà, solo se avrà consistenza nella nostra mente. www.ivanomugnaini.it

La piccola Angela Merkel, figlia di profughi siriani, simbolo della sottomissione al sistema tedesco.

Mamon e Tema Alhamza sono una giovane coppia siriana arrivata in Germania a ottobre del 2015. Oggi vivono nel campo profughi di Duisburg. La signora Alhamza il 27 dicembre ha dato alla luce una bambina chiamandola con il nome più tedesco che c’è: Angela Merkel. Proprio così: Angela Merkel, in onore del Cancelliere tedesco. La piccola Angela Merkel, nata di 3 chili e 300 grammi e lunga 55 centimetri, e la sua mamma Tema stanno bene e sono stati seguiti dall’équipe dell’ospedale St. John di Duisburg. Gli Alhamza sono originari del nord della Siria. I due giovani hanno deciso di emigrare a causa dei combattimenti cruenti tra il Daesh e i curdi. La signora Alhamza era incinta quando si è imbarcata per il viaggio verso l’Europa. “Qui, l’ospedale è fantastico, meglio che in Siria. Mi hanno trattata benissimo”, dice la signora Alhamza. “La Germania è come una madre per noi. Io posso vedere soltanto qui il futuro della mia famiglia”, conclude il padre di Angela Merkel. La piccola Angela Merkel, che gode di ottima salute, è stata registrata all’Ufficio anagrafe della città di Duisburg che non ha fatto obiezioni ai genitori che volevano dare come nome della bambina il nome e cognome del Cancelliere tedesco. Questo non è un fatto del tutto nuovo. Un’altra coppia, originaria del Ghana, ad agosto 2015 ha dato il nome e cognome del Cancelliere tedesco alla propria figlia e secondo la stampa tedesca il numero di queste Angela Merkel di importazione è in continua crescita. In Italia non ci sono casi di immigrati che hanno deciso di chiamare il loro figlio con il nome del presidente del Consiglio Matteo Renzi o di Silvio Berlusconi, scelta che forse non passerebbe neanche il vaglio della nostra anagrafe. Tornando al Cancelliere Angela Merkel e ai suoi numerosi fan arabi che la omaggiano nel modo più simbolico possibile, mi ritorna in mente la guerra inAlbania nel 1997. Ricordo, avevo undici anni, quando una moltitudine di immigrati, contadini dell’entroterra albanese o magari avanzi di galera, videro nella nostra guerra civile la possibilità di scappare e rifarsi una vita in Italia. Tanti di loro chiedevano ai loro figli di inscenare momenti di disperazione. Ricordo addirittura, nella piazza della scuola elementare, quando alcuni genitori ordinavano ai bambini di piangere se solo vedevamo un italiano. Ricordo che dovevamo essere gentili: insomma, noi bambini dovevamo impietosire. In quel periodo, molte donne che diedero alla luce figlie femmine le chiamarono Italia in onore del Paese che si credeva magico dalle nostre parti. Nel caso di figli maschi, i nomi erano Klajdi (Claudio), Marjo (Mario), Xhuzepe (Giuseppe). Alcuni conterranei, che erano partiti con la famosa nave del 1991 e successivamente rientrati, addirittura si prendevano gioco di noi dicendoci che in Italia i soldi crescevano sugli alberi. Per noi bambini l’Italia era un sogno meraviglioso, una terra promessa, sicché impietosire il Signor Pietro della Croce Rossa che distribuiva astucci, quaderni e grandi abbracci aveva un senso. Le numerose Angela Merkel in Germania dai tratti arabeggianti non sono solo un omaggio, ma anche una dichiarazione di sottomissione totale al sistema tedesco. Spesso i bambini rappresentano una polizza assicurativa per gli immigranti perché appunto impietosiscono. Ricordo quando ero una bambina che l’insegnante albanese di lettere ci leggeva una massima scritta dal principe di Marsillac, François de La Rochefoucauld, uno scrittore e filosofo del XVII secolo. Il filosofo francese diceva che “spesso l’umiltà non è altro che una finta sottomissione di cui ci si serve per sottomettere gli altri”. di Anita Likmeta su The Huffington Post

Esraa nel campo profughi si veste da uomo per non essere violentata.

Esraa al-Horani è una make up artist che per fuggire le avances di uomini si veste da uomo e ha smesso di lavarsi. Esraa, oggi, vive in un campo a Berlino, in una struttura posta su due piani in cui ci sono soltanto due bagni. Il campo ospita 120 rifugiati di cui 40 donne e 80 uomini. Esraa ogni notte prima di addormentarsi spinge l’armadio per bloccare ogni entrata nella sua stanza. “Non vi è alcun blocco o chiave o altro”. Poi aggiunge: “Sono stata solo picchiata e derubata”. The migrants' path: How Esraa al-Horani dressed as a boy, stopped washing to ward off men @kbennhold #iamamigrant https://t.co/6xUPVhXbu7 — Leonard Doyle (@LeonardDoyle) January 3, 2016 Un’altra donna siriana immigrando verso la Germania è stata costretta a pagare il debito contratto dal marito offrendo il proprio corpo come baratto, merce di scambio. Un’altra donna è stata picchiata pesantemente da una guardia carceraria ungherese fino a rimanere in uno stato di incoscienza poiché non aveva corrisposto alle sue lusinghe. Le storie di coloro che intraprendono il viaggio della speranza non sono mai facili da raccontare ma ancor più difficile è il viaggio delle donne di questa parte di mondo. C’è chi vive in un perpetuo stato di violenza e tace come consuetudine sociale, c’è chi paga i debiti del padre, del fratello o del marito, c’è chi, come alcune donne che ho conosciute personalmente, vivono le loro giornate maledicendo ripetutamente il giorno della loro nascita. Nascere donne in certi luoghi e certe realtà è un male. Così tutte queste donne si imbarcano per il viaggio della salvezza. Queste donne escono dal loro ruolo di “immobilità”. Queste donne sono Ulisse e la loro potenza è in questo viaggio. L’immigrazione di massa ha amplificato la violenza contro le donne. Matrimoni forzati, violenza domestica, traffico sessuale e la tratta di organi umani vengono continuamente segnalati nelle interviste dalle migranti che denunciano con le loro storie colleghi profughi, i maschi del loro clan e agenti di polizia europei. L’Istituto tedesco per i diritti umani e l’Onu affermano che nonostante l’immigrazione femminile negli ultimi anni sia cresciuta rimane tuttavia inferiore rispetto a quella maschile. Uno dei motivi che facilita la violenza nei campi di accoglienza è il sovraffollamento, la mancanza di illuminazione in alcuni casi, ma soprattutto il fatto che uomini donnee bambini dormano nelle stesse aree. Nonostante le segnalazioni di violenza da parte di alcune donne molte altre tacciono silenziose per paura dei loro mariti o capo clan. Queste donne sono ombre sotto l’ala dei loro uomini. Esistenze soffocate. di Anita Likmeta su The Huffington Post

Digerire (parte II) Rinascere nel viaggio. Nel dolore.

Parliamo delle donne. Voi li vedete questi migranti, questi esseri umani che il mondo arabo sta vomitando sulle coste italiane, al confine francese, la materia che sta generando un problema diplomatico tra Italia e Germania, tra Italia e Francia, tra Italia e Unione Europea. Dai luoghi delle rivolte, della guerra civile e delle dittature la maggior parte degli immigrati che partono sono uomini, anche se negli ultimi anni questo fattore è venuto sempre meno. Allora io mi chiedo e vi chiedo: dove sono le donne? Restano nelle zone di guerre, restano indietro per affrontare da sole quello che resta delle rivoluzioni, delle rivolte, a ricostruire dopo la morte, a rinascere, aspettando magari un giorno il ritorno dei loro uomini. Alle donne il compito di rifondare la società, di farla uscire dallo stato semi tribale o dittatoriale e agli uomini quello di cercare fortuna nei paesi cosiddetti avanzati. Nei cosiddetti paesi civili una ragazza come me non può prendere un autobus da sola, né alle quattro del mattino, né a mezzogiorno e men che meno alle nove di sera. Nei paesi cosiddetti civili una ragazza come me non può e non deve vivere una vita da single senza che questa diventi un vero e proprio inferno. Questi paesi sono civili come una guerra, civile. Questo perché ci si è dimenticati della donna. La donna è diventata ormai oggetto del pubblico piacere, la possibilità dell’essere forti in quanto esiste un sesso debole, l’attrazione degli occhi. La percezione della realtà oggigiorno è un grido d’allarme che riguarda l’incapacità atavica di affrancarsi da determinati preconcetti culturali. Ho sempre avuto la sensazione che una donna che viene da realtà di sofferenza, da un paese in smobilitazione, che ha subito atrocità di ogni tipo, è una donna che può essere facilmente succube, che si può addomesticare magari anche soltanto con la commiserazione. Se poi una donna, compiace il desiderio di certi uomini, può essere vista inconsapevolmente, in certi casi, come un trofeo di caccia in una società ancora a trazione “testosteronica”. In tutto questo c’è un “ma” dovuto all’intelligenza che una donna può avere e questo può spiazzare e rendere furioso il misericordioso ominide di turno. Le donne che partono devono affrontare nel viaggio una triplice lotta per affermarsi: come straniere, come donne e come persone lucide ed intelligenti. Molti paesi d’Europa cosiddetta “democratica” hanno grandi problemi ad accettare l’integrazione e l’emancipazione perché lo straniero fa paura, è destabilizzante; se poi ha anche idee proprie e autonome diventa una minaccia. Il vulnus umano sono gli occhi, una ferita aperta. Il dolore delle donne sta proprio in quel modo di non essere mai considerate in quanto esseri uguali con gli stessi diritti e doveri. Vivit sub pectore vulnus cioè la ferita sanguina nell’intimo del cuore, come diceva Virgilio nell’Eneide in riferimento a Didone, e per molte donne è proprio così. In molti paesi la donna viene rappresentata come essere immobile attaccata alla realtà delle cose, attaccata alla tradizione da preservare. Ci sono molti miti che potremmo citare a partire da Penelope che doveva restare nella zona della dimensione reale della vita, in attesa del ritorno del suo uomo. La donna immobile legittima la mobilità dell’uomo. La visione immobilista sulle donne trova le sue origini nel mito ma è anche un fatto storico poiché il viaggio viene associato soltanto alla virilità dell’uomo e questo genera un carattere antitetico alla femminilità. Le ragioni di questa discriminazione vanno ricercate anche nella letteratura ufficiale dei primi del Novecento quando le figure di riscatto della nazione non potevano essere femminili e tanto meno, qualora lo fossero state, le avrebbero elogiate. La mia personale storia è sicuramente collocabile in quella di figlia di una donna, quale mia madre, che ha compiuto la difficile scelta di espatriare in cerca di un futuro migliore, in cerca di possibilità ma soprattutto in cerca di una possibile realtà dove fondare le proprie radici e ricostituire la propria identità e riprendere in moto ciò che a certe donne come mia madre è stato negato o non è stato possibile. L’emigrazione femminile dovrebbe essere un argomento da riprendere, a prescindere dall’entità numerica di chi parte e di chi resta, e merita un approfondimento dal punto di vista storico proprio per la sua specificità e peculiarità. Il mio breve racconto non ha la presunzione di essere un articolo che tratta il viaggio delle donne come un trattato antropologico sulle donne ma una semplice riflessione che mi induce ad addentrarmi in quanto io stessa sono stata e sono tuttora soggetto di e nella storia. Il viaggio, sia quello delle donne che partono o di quelle che rimangono e sia quello degli uomini, rappresenta la possibilità che una forza generatrice capace di mutare, trasformare, raffinare e innalzare gli spiriti porta al cambiamento. Questo viaggio si compie attraverso la consapevolezza del dolore da superare. Il dolore in qualche maniera rappresenta già la fonte di emancipazione umana. Quell’antico obbligo al dolore, in quanto si compie una scelta attiva e talvolta o spesso passiva, è una viva ed essenziale componente psicologica e biologica e non è contaminato dall’illusione ottimistica dell’idealismo e del positivismo in modo deciso e radicale ma è capace di interpretare l’inquietudine profonda che la società occidentale vede come minaccia a causa del crollo dei valori tradizionali, messi in crisi dall’attivismo spregiudicato e dallo spirito di sopraffazione dei mercati e dunque del capitalismo. Il dolore è un atto di iniziazione, non è mai fine a se stesso. Nel dolore non vi sono casualità ma soltanto possibilità. Arrivare “attraverso” il dolore per ottenere la possibilità. Infine il dolore è cosa unicamente di Dio, appartiene soltanto a Lui in quanto Egli è la felicità infinita e soltanto nel Signore Gesù si trova la conclusione dell’angoscia misteriosa del dolore. É così che il viaggio si identifica profondamente nella vera e unica visione cristiana che nel dolore trova la sua fonte di liberazione, cioè un’azione libera. Il viaggio nel nostro tempo è di tutti noi, di piccola o grande distanza, per cui il dolore è tutt’uno con tutti noi, tutt’uno con Dio, anzi lì è Dio stesso. Il viaggio, in quanto non vive nell’accezione da protagonista o spettatore ma quello di strumento, ci porta a spogliarci delle nostre debolezze e dalle falsità e illusioni e in esso il nostro spirito si emancipa alla Verità. Il dolore e il viaggio sono essenza delle “uoma” cioè delle donne. Fa parte della loro rinascita, è capacità di discernimento, vive in coloro alle quali è toccato nuovamente riconoscersi e che sanno e sapranno sempre trascinarsi avanti. Più della consapevolezza del peccato, più del farsi “attraversare” dal viaggio e dal dolore più del “qui non finisce mai…” e più del silenzio dell’essere in orrore una donna che rinasce è un atto, un dono, della splendida creazione. di Anita Likmeta su The Huffington Post