Immigrazione

Il filosofo Onfray: “La sinistra è diventata l’alleato più attivo del capitalismo contemporaneo”

Michel Onfray, post-anarchico, anticomunista, antiliberale, anticapitalista, attivo nell’area della sinistra alternativa, è uno dei filosofi europei più discussi. Per alcuni è un sovranista, per altri un libertario puro. Dalle sue posizioni iniziali di netto rifiuto del cristianesimo, rilettura della filosofia in chiave materialista, si è mosso verso l’accettazione di un cristianesimo “culturale”. Ha dedicato riflessioni al tema della sensualità, come preminenza dei sensi. Mentre lo intervistiamo cita Diderot: “davanti a me, c’è un solo senso, il tatto, variamente modificato: si tocca con gli occhi, il naso, la bocca, le orecchie, la pelle. È una variazione sul tema materialista presentato da Democrito”. E contesta duramente la sessualità “virtuale”: “La civiltà verso cui stiamo andando è transumanista. I suoi fautori lavorano sulla denaturazione dei corpi”. Politicamente, forse, rimane un àpota. Ma con idee molto chiare, magari discutibili, ma coerenti, su molti temi che ci toccano da vicino. Da un lato le cosiddette élites, che credono nel rafforzamento delle istituzioni sovranazionali, nell’europeismo, nella “società aperta”. Dall’altro i ‘sovranisti’ che vagheggiano un senso forte dell’identità. Alle ali estreme degli schieramenti da una parte c’è chi vuole distruggere i monumenti. E, dall’altra chi crede che il Covid sia espressione del complotto pluto giudaico massonico. Che ne pensa?Bella sintesi dei nostri tempi. Con una precisazione: il “wokismo” è ciò che resta del marxismo dopo la sua esperienza sovietica, sessantottina e mitterrandista. È una sinistra presa in prestito dai campus americani. Pensa che la sinistra si stia occupando più di “suscettibilità” che di questioni sostanziali, dunque?La sinistra ha cessato di essere sociale per diventare “la società”. Si preoccupa meno dei poveri, dei piccoli, dei miserabili nel senso di Hugo, e si concentra sulle minoranze, che impongono la loro legge alla maggioranza, questa è la definizione stessa di dittatura. È sicuro?In passato Hugo protestò contro il sistema che costringeva i poveri, come Fantine, a vendere i propri capelli e i denti per le parrucche e le dentiere ai ricchi. Oggi, alcuni che si dicono di sinistra, giustificano che Fantine possa affittare il suo utero per i figli che i ricchi comprano da loro. La mia sinistra è agli antipodi rispetto all’ideologia di questi nuovi mercanti di schiavi. Allora cosa dovrebbe significare essere davvero di sinistra oggi?Essere dalla parte di Fantine! La sinistra sociale che, negli anni ’90, ha eletto un popolo sostitutivo per sostituire quello che ho definito come il “popolo della vecchia scuola”, con neofemministe, LGBTQ+, arabo-musulmani, immigrati, giovani, ambientalisti settari, è la strada migliore del capitalismo planetario. A favore di lotte di nicchia presentate come civilizzazione: il riscaldamento globale antropogenico, la possibilità di cambiare sesso dalle elementari, la religione migratoria. In questo periodo, possiamo sfruttare i più deboli, i più modesti, i più diseredati, i “miserabili” di Victor Hugo. L’albero della società nasconde la foresta della questione sociale. La sinistra dovrebbe riguadagnare i suoi fondamenti antiliberali perché è diventata l’alleato più attivo del capitalismo contemporaneo, il suo utile idiota. E a proposito di donne. la madre del Manifesto di Ventotene, Ursula Hirschmann, sosteneva che l’unificazione politica può essere una tappa esemplare per le donne. Chi è, secondo lei, la prossima Angela Merkel?Non ci vedo nulla in Angela Merkel che sia veramente femminile o che faccia onore alla causa delle donne. Per rispondere alla sua domanda: la prossima Angela Merkel si chiama Olaf Scholz, d’altronde con lo slogan femminista e demagogico “Er kann Kanzlerin” ha vinto la campagna elettorale in Germania. Oggi, secondo alcuni intellettuali, viviamo nell’epoca del tecno-populismo. Finita la politica, insomma, restano i tecnici (in Italia abbiamo Draghi, in Francia Macron) ma sottratti alla dialettica democratica. Cosa ne pensa?Viviamo sotto un regime di neo-totalitarismo maastrichtiano, e ho raccontato tutto questo in “Teoria della dittatura”, da una lettura dei testi politici di Orwell. L’ideologia maastrichtiana è quella del sansimonismo che vuole escludere i popoli, quello che io chiamo populicidio, riattivando un concetto di Gracchus Babeuf, in nome di un governo di tecnici decretato come governo degli unici competenti. Questa ideologia maastrichtiana chiama populista qualsiasi resistenza che ci ricordi la democrazia. Ha un pool di intellettuali – in Francia Bernard-Henri Lévy, Jacques Attali, Alain Minc e altri -, che lavorano per lei. Ideologia Maastrichtiana, dice. Parliamo di Europa. Sappiamo che è un concetto instabile. L’Europa è attraversata da almeno tre filoni culturali, spesso in conflitto o difficilmente declinabili in una sintesi comune: quello latino, quello germanico e quello slavo. Cosa pensa a riguardo?L’unità di questa Europa si deve al collante giudaico-cristiano. La Francia, l’Italia, la Spagna cattolica, i paesi del nord protestanti, la Russia e altri paesi dell’Europa centrale ortodossi hanno hanno questo in comune. Ma il progetto europeo è vario e multiplo: Napoleone e Hitler volevano l’Europa. L’estrema destra, quella vera, voleva un’Europa cristiana antibolscevica. La Cia vuole la stessa Europa dei maastrichtiani, di destra e di sinistra, che attualmente sono al potere, Macron compreso. Lei ha dichiarato “Eric Zemmour è un intellettuale in politica. Quando vuoi essere Presidente della Repubblica, non hai più gli stessi doveri di quando sei un intellettuale dietro un microfono”. Come lo giudica?Zemmour riattiva la mitologia platonica del filosofo re, e io non credo a questa favola. Tutti coloro che sono stati intellettuali in politica o hanno avuto successo è perché hanno abbandonato l’intellettuale che era in loro, o hanno fallito perché hanno abbandonato il politico. Marco Aurelio era un grande filosofo, ma l’imperatore che era in lui non era molto Marco-Aureliano. Lenin era un re filosofo che si trovò presto a suo agio nel mantello del re, dimenticando il filosofo. L’etica della convinzione è dalla parte del filosofo, l’etica della responsabilità dalla parte del principe. Eric Zemmour che è un intellettuale in politica diventa sempre meno intellettuale e sempre più politico. Questo può essere il prezzo da pagare per esistere politicamente, ma, sicuramente, è il prezzo da pagare per smettere di essere un intellettuale. È nozione comune che lei si definisca “ateo cristiano”. Che vuol dire?Sono un ateo, chiaramente. E non soffro di pignolerie concettuali, vale a dire che per me Dio non esiste e le religioni sono finzioni, ma vivo in una civiltà di stampo giudaico-cristiano. Tuttavia, non pretendo di dire che sono sfuggito a questa “formattazione”. Se non altro perché la mia etica, la mia morale, i miei valori provengono dal mondo greco-romano, assorbito dal mondo giudaico-cristiano. E che anche la mia emancipazione da questa civiltà è il prodotto stesso della de-composizione di questa forma di vita.

L’Europa è in guerra

C’è una guerra in Europa. Una guerra nella quale a morire sono solo i migranti, scappati dalla parte sbagliata della storia e ammassati in migliaia al confine tra la Polonia e la Bielorussia. Stanotte è morto un bambino di un anno, assiderato nei boschi polacchi, mentre i suoi genitori erano feriti. Ora sentiremo le dichiarazioni commosse di tutti i capi di stato europei, esattamente come accadde con Aylan, il bambino morto sulle coste turche nel 2015. Una storia che si ripete e che affonda le sue radici nella perenne, sempre rinnovata guerra fredda tra USA e Mosca. Una storia antica, quasi un archetipo che torna allo scoperto ogni volta che le contingenze politiche e geopolitiche ne fanno affiorare la struttura. Come l’Ucraina, anche la Bielorussia è un paese cuscinetto della Russia, parte integrante prima dell’URSS e ancor prima dell’impero zarista. La storia si ripropone nell’estate 2020, quando in Bielorussia viene eletto Lukashenko, nonostante le fondate accuse di brogli elettorali. Da quel momento, i movimenti di liberazione bielorussa, come accadde in Ucraina e in Georgia, furono stroncati dalla Russia che ad oggi continua a elargire fondi e aiuti mantenendo vivo il governo Lukashenko, e mantenendo la Bielorussia all’interno della sua area di influenza. Mosca è riuscita dunque a creare uno stato cuscinetto che le è indispensabile non solo a fini difensivi, ma anche per mettere in atto la sua tattica di destabilizzazione in Europa. A questo fine, con l’aiuto della Turchia, la Russia ha favorito e permesso il trasporto di migliaia di migranti fino al confine con la Polonia. La morale di questa triste storia è che la lotta fra i due imperi, quello Russo e quello Americano, trova infine un punto strategico comune: indebolire l’Europa per avere campo libero negli scenari mediorientali. I governi destrorsi che tanto stanno destabilizzando l’Europa a Est, sono funzionali alla politica estera degli Stati Uniti, che cerca di sovrastare l’espansione russa verso quest’area avendo tutto l’interesse a contrapporre i nazionalismi esacerbati del Gruppo di Visegrad all’aggressività politico economica russa. In breve, mentre Mosca cerca di operare una politica di penetrazione in Europa, gli USA tentano di limitarne le manovre e di farla arretrare a Est. Come sempre, la partita si gioca naturalmente sulla pelle degli ultimi. Di questi paria della terra che si trovano schiacciati fra due fuochi, come scudi umani di cui in realtà a nessuno importa. In termini tattici l’Europa ha l’opportunità di gestire questa situazione utilizzando i Balcani Occidentali, ad esempio l’Albania che può diventare la chiave di volta n quest’area a tutti gli effetti europea, in grado di garantire un tempo sufficiente a distendere i rapporti e temporeggiare sulle scelte da intraprendere nelle prossime settimane e mesi. E poi è ora che l’Europa -tanto attiva a parole ma che non si è dotata di una politica comune sulla questione migrazioni- si dia da fare su un problema tragico e urgente. Fino ad ora l’Europa ha mostrato poca sostanza proprio sul terreno che dovrebbe appartenerle: quello dell’accoglienza, dei diritti, dell’attenzione agli ultimi. Nella grande, e spietata, partita geopolitica l’Unione Europea, fa la parte dell’inetto sveviano o musiliano, se non quella dell’assente beckettiano. Assistiamo dunque a una guerra di posizione e logoramento, che prende forma giorno dopo giorno, favorita dall’incapacità dell’Europa di contrapporre una politica estera comune e sostanziata da mezzi effettivi e deterrenti tali da scoraggiarne il perseguimento. Fa bene, il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli a commentare su Twitter: «Lo sfruttamento dei migranti e dei richiedenti asilo deve cessare, la disumanità deve cessare». È un appello e una presa in carico di responsabilità. Ed è ora che alle parole seguano i fatti.

Governare l’odio

Come ebrea post-moderna non posso che appoggiarmi a due pilastri sicuri: la Torah e Freud. Qualche giorno fa, in un’occasione di campagna elettorale, mi era stato chiesto di parlare dell’odio. Avrei voluto declinare l’invito, che pure mi onorava, e dirmi impreparata sulla materia. Invece, per quanto mi sentissi piuttosto lontana da un certa dilagante suscettibilità per la quale il valore umano sarebbe sempre commisurato ai torti che abbiamo, o che crediamo di avere subito, ho dovuto confessare a me stessa di essere piuttosto versata nella materia.  Intanto perché, in quanto ebrea, appartengo al popolo sicuramente più odiato della storia, dai tempi dei faraoni fino a quelli dell’imbianchino viennese e oltre. E poi perché, come immigrata albanese a Cepagatti, provincia di Pescara, posso raccontare tutta una serie di aneddoti dei quali oggi sorrido ma sui cui ricordo di aver versato più di qualche lacrimuccia da bambina. Ma, dunque, che cos’è l’odio? Soprattutto, quand’è che cominciamo a odiare? Ora, se fra i lettori ci fossero anime candide che ritengono l’odio un sentimento tardivo, una indispettita reazione alla mancanza d’amore o di cura che ci affligge solo dopo aver subito un torto, ebbene, io credo che si sbaglino. L’odio nasce un po’ prima di scoprire che Babbo Natale non esiste. Come ebrea post-moderna, diciamo così, non posso che appoggiarmi a due pilastri sicuri: la Torah e Freud.  Per Freud l’odio ha a che fare con la scoperta stessa dell’oggetto, con la prima grande ferita narcisistica costituita dalla scoperta che non è tutto Io, ma che c’è qualcosa là fuori: il mondo, insomma, quel complesso intreccio di stimoli e frustrazioni che il bambino comincia a scoprire sin da subito. L’odio sarebbe quindi secondo Freud il modo stesso della nostra prima capacità di conoscere, di fare esperienza. Del resto, se ripesco fra i ricordi sempre più sbiaditi del mio passato di studentessa di filosofia, trovo che nella relazione fichtiana fra Io e Non-Io entra sempre in gioco quello che il filosofo tedesco chiama Anstoss: un’irritazione, uno stimolo urticante che dà il via. Il calcio di inizio, insomma, visto che Anstoss vuole dire anche questo. Certo, che il mondo, in principio, si conosca nell’odio, non è una prospettiva rassicurante. Perché se così è, l’odio ci appare allora come un sentimento primigenio, connaturato all’uomo. Semplicemente inestirpabile. La questione dunque è come possiamo farci i conti, come possiamo conviverci. Soprattutto, come questa prima modalità del conoscere e del rapportarsi al mondo possa di volta in volta essere disciolta in altro, neutralizzata, per così dire. E qui mi torna in mente la storia di Miriam e Aron, che sparlavano di Mosè, che aveva sposato Sefora, una donna madianita. E a Miriam e Aron, Sefora non piaceva. Non per qualcosa che dipendesse da lei, per una sua colpa, ma proprio in quanto donna madianita. Senza girarci intorno, insomma, secondo loro Mosè non avrebbe dovuto sposare una donna di colore. Ora, la cosa interessante, è che per questa professione di odio, proprio Miriam, colei cioè a cui secondo la Torah si deve la salvezza matrilineare del popolo di Israele, viene punita dal Signore: si ammala di lebbra e viene “esiliata” dall’accampamento. Mosè allora intercede per lei, chiede al Signore che la guarisca. Mosè insomma non ricambia Miriam con la stessa moneta. Così Miriam dopo sette giorni guarisce dalla lebbra dell’odio e viene riammessa nell’accampamento. La morale della storia è sin troppo semplice, ma è bene esplicitarla: l’odio fa peggio a chi lo prova che al soggetto contro cui si scaglia. Ed è, per giunta, una malattia contagiosa. Così infatti l’odio fa male al Faraone, a cui ha indurito il cuore. E l’odio professato dal Faraone fa male agli stessi Egiziani, molti dei quali ne sono stati infettati. Tanto che al Deuteronomio tocca ricordare che l’odio va maneggiato con cura e dispensato il meno possibile: “Non odiare l’egiziano perché foste stranieri nella sua terra”. E tocca invece all’Esodo stabilire di chi sia la responsabilità della persecuzione, senza che agli Ebrei possa venire in mente di fare di ogni erba un fascio: “Allora sorse un nuovo Re, che non aveva conosciuto Giuseppe”. Sembra un dettaglio da niente, ma non lo è: il nuovo Re non aveva conosciuto Giuseppe. Suona quasi come una circostanza attenuante. E qui la morale si fa più fine, più densa di implicazioni che interrogano la coscienza. L’odio fa male a chi lo prova ancor più che a chi ne è bersaglio, dicevo. Ma la nostra difesa dall’odio consiste allora, ogni volta, nel mostrare un accesso alla conoscenza dell’Altro che passi per una via diversa dall’irritazione causata dalla primigenia ferita narcisistica insita nel conoscere stesso. Nel presentare, con pazienza e ogni volta, Giuseppe al nuovo Re. Ogni volta, con pazienza, presentarsi da capo. Così, insomma, mi chiamo Anita Likmeta. Sono una cittadina italiana, nata in Albania. Ho imparato, con fatica, una lingua, la vostra, che adesso è diventata  la mia. Quanto ho ricevuto, oggi, sono qui a restituire.

30 anni fa. Intervista alla madre: perché salisti sulla Vlora lasciandomi in Albania?

L’8 agosto 1991 ai Durazzo in ventimila diedero l’assalto a un’imbarcazione e costrinsero il capitano a salpare per l’Italia, “Lamerica”. La piccola Anita restò, Ervehe partì con gli altri due figli. L’8 agosto del 1991, a 376,18 km da Bari, partì una nave, la Vlora, con a bordo il più grande carico di esseri umani della storia: oltre 20mila persone. Fuggivano dall’Albania, il Paese che li aveva tenuti prigionieri per quasi mezzo secolo. Oggi ricorre il trentennale del più grande esodo che l’Europa abbia conosciuto negli ultimi cinquant’anni. Mia madre Ervehe era uno di quegli esseri umani che si imbarcarono a Durazzo per trovare libertà in Italia. Ho chiesto a lei di parlarmi di quel giorno perché, finora, non ne abbiamo mai parlato. Mamma, cosa ti spinse a partire?Ricordo i giorni prima della partenza, la città era soffocata dal caldo. Tutti lo dicevano, tutti ne parlavano: stava per succedere qualcosa di straordinario. Dicevano che sarebbe partita una grande nave ma che sarebbe stato difficile, se non impossibile, trovare posto. Così l’8 agosto ci mettemmo in fila alle prime ore dell’alba. Aspettavamo di vederla arrivare in porto. Io avevo lasciato casa, così, su due piedi, dopo aver chiuso la porta a due mandate. Avevo preparato qualcosa da mangiare per tuo fratello, che allora aveva 9 mesi e per Emy, che aveva 4 anni: non avevo altro. Quando arrivò il momento di salire, tenevo i bambini attaccati a me, in modo che non venissero schiacciati dalla calca. Ricordo che a un certo punto chiusero la strada che immetteva al porto. Noi però ce l’avevamo fatta, eravamo dentro. Eravamo migliaia. Altrettanti però erano rimasti fuori, premevano agli sbarramenti. Quelli della milizia cominciarono a sparare in aria per spaventare la folla, poi persero il controllo della situazione: ci furono morti e feriti. Io non parlavo, guardavo per terra, tenevo Flori al seno e Emy per mano. Seguivamo il flusso di quella marea umana. Eravamo come un torrente in piena. Perché eri sola?Sapevo che era l’ultima possibilità di partire per l’Italia, che non ci sarebbero state altre navi. Lo sapevano tutti. Lo urlavano con i megafoni. Avevamo paura di rimanere bloccati per sempre in Albania, che non ci sarebbero state altre occasioni. Nessuno voleva restare nell’inferno in cui avevamo vissuto per anni, anche a costo di rimetterci la vita. Com’è stato il viaggio?Ricordo che non c’era un centimetro per muoversi. Eravamo appiccicati. Non si respirava. Undici ore senza mangiare e senza bere. La gente si faceva i bisogni addosso. C’era un odore terribile: chi vomitava, chi piangeva. Ma dovevo restare in piedi e proteggere i tuoi fratelli, perché la calca non li schiacciasse. Ricordo che c’erano uomini appesi alle ringhiere della nave, che si tenevano attaccati mentre la nave partiva. Hanno resistito quanto hanno potuto, poi sono caduti in mare. Durante la traversata anche chi sveniva, chi perdeva conoscenza, veniva buttato a mare. Era una di quelle situazioni in cui gli uomini si mostrano per quello che sono davvero. Un uomo mi dette un po’ di caffé con lo zucchero che mi aiutò a restare in piedi fino a Bari: Dio lo benedica. Sono felice, a mia volta, di aver dato un sorso di latte dal biberon che avevo preparato per Flori a una bambina che piangeva in braccio a sua madre. Per il resto, sapevo solo che dovevo farmi forza. Ripetermi che sarebbe andato tutto bene e che prima o poi avremmo raggiunto la meta. Non volevo morire in mare. Volevo vivere. Perché non hai portato anche me?Eri dai nonni, i miei genitori. Anche volendo, non avrei fatto in tempo a venire a prenderti. La nave partiva, era l’ultima nave. Mi dicevo che un giorno sarei tornata a riprenderti. Non c’è stato istante in cui non ti abbia pensato. Ho pianto per mesi, ogni giorno, per questo. Ogni giorno mi chiedevo se avevi da mangiare, se stavi bene. Non riesco a parlare di questo. Rifaresti di nuovo quella scelta?Non lo so. È tutto cambiato, non riesco a giudicare oggi quello che è successo quel giorno. Sono cambiata anch’io. So che eravamo stati violentati nell’anima, nella dignità, nella nostra stessa identità. È vero che non avevamo mai viaggiato e visto cosa ci fosse fuori dall’Albania, ma nel cuore sapevamo tutti che fuori doveva esserci per forza qualcosa di meglio. La dittatura ti porta via l’anima: questo lo avevamo sperimentato tutti sulla nostra pelle. Hai detto che durante il viaggio molte persone vennero gettate in mare. Lo ricordo troppo bene. Zia Dana, di ritorno dal ginnasio, faceva fatica a respirare. I nonni la raggiunsero sull’uscio di casa. Si sedettero sulle scale. Zia piangeva a dirotto e diceva a loro di farsi forti. Poi ci diede la terribile notizia che tu, Emarilda e Flori eravate morti in mare. Ricordo che i nonni restarono in silenzio, non dissero una parola. Io invece scappai correndo disperata. Poi, settimane dopo, sempre la zia Dana ci disse che era riuscita a mettersi in contatto con te. Non ci credeva. Te lo aveva chiesto cento volte: “Ela, ma sei davvero tu?”. Era vero, le avevi detto: una donna con due bambini erano morti in mare, ma non eravate voi. Mamma, ma tu di cosa avevi paura su quella nave?Non avevo paura. In cuor mio sentivo che ce l’avrei fatta. Avevo fede. Come si dice? La fede è certezza di cose che si sperano, dimostrazione di cose che non si vedono.

Ritorno a Tirana, come una ragazzina che ritrovi donna

L’Albania si avvia verso una nuova era della sua storia e in questo tragitto c’è bisogno di tutti. Tornare nella terra in cui sono nata, dopo lunghi anni, è stata per me una esperienza di forte impatto, uno scontro di sensazioni con le quali, appena rientrata in Italia, devo fare i conti. Tirana non è più la città che ricordavo: come una ragazzina che ritrovi donna, Tirana ha cambiato faccia, è cresciuta in altezza, quasi non la riconoscevo. Eppure, accanto ai nuovi grattacieli e al grande centro commerciale Toptani, qua e là resistono residui dell’urbanistica hoxhaista. Come a ricordarmi l’infanzia difficile da cui quella ragazzina è scampata. Camminando per le strade della capitale ho incontrato i volti solcati dalle rughe di una vita che non è stata mai facile, ma anche la freschezza di una gioventù cha ha voglia di mettersi in gioco, con una luce negli occhi, con una vitalità che mi ricorda quella di certi film italiani degli anni sessanta. E nonostante l’occidentalismo possa far paura, perché ha investito la società come un tornado, senza quasi lasciare il tempo agli albanesi di capire quello che stava succedendo, è tuttavia palpabile la disponibilità a mettersi in gioco, a rischiarsi il futuro in un mondo difficile ma finalmente aperto a infinite possibilità. Piazza Skanderberg, oggi tutta area pedonale, comunica una grande apertura: i bambini giocano, i musicisti di strada ti regalano ad ogni angolo della piazza un sorriso e suonano il classico repertorio di musica “arbëreshë”. Camminando in mezzo alla piazza, le immagini memoriali di come l’avevo conosciuta si sovrappongono a quelle che mi trovo davanti agli occhi, e mentre pranzo in uno dei ristoranti più modaioli della capitale, il mio sguardo sconfina oltre le grandi vetrate del locale. Il mio commensale, Dastid Miluka, considerato uno dei più grandi pittori albanesi contemporanei, mi indica la statua dell’eroe nazionale e subito dopo mi indica il chiosco dove i cittadini fanno la fila per vaccinarsi, ricordandomi che proprio lì, al posto di quel presidio per la salute pubblica, spadroneggiava un tempo quella statua di Enver Hoxha che 30 anni prima, proprio lui e i suoi amici studenti, buttarono giù e trascinarono via. La vittoria alle elezioni del leader del Partito Socialista Edi Rama è sulla bocca di tutti quelli che incontro. C’è chi ne è contento chi no. Alla grossa, i cittadini di Tirana non si mostrano entusiasti, mentre chi abita nelle periferie, soprattutto i contadini con cui ho avuto modo di parlare, lo adorano: è decisamente il loro uomo. A differenza delle democrazie europee insomma, il centrosinistra qui ancora non pare coincidere con le ZTL. La cosa straordinaria di Tirana, lo capisco subito, è che il potere è davvero a due strette di mano: i politici, o chi lavora per loro, non hanno la spocchia di chi è arrivato. Gli albanesi sono un popolo ospitale, non sono mai riuscita a pagare un caffé. L’ospite è sacro in Albania, e un ospite, mi rendo conto, è quello che sono. E mentre faccio la turista da un angolo all’altro della città, da uno studio televisivo all’altro, noto i volti delle persone. Quelli sì non sono granché cambiati. Accetto l’invito del rabbino dell’Albania Yisroel Finman, al centro cinematografico Pietro Marubbi, pittore italiano naturalizzato albanese e sostenitore di Garibaldi, che venne coinvolto durante i moti risorgimentali nell’omicidio del sindaco di Piacenza costringendolo così, nel 1856, a emigrare nell’Albania dell’impero ottomano. Il centro cinematografico Marubbi ha un giardino meraviglioso, pieno di opere di artisti contemporanei albanesi. Con il rabbino rimaniamo seduti a parlare dell’Albania degli ultimi anni, dei movimenti studenteschi, degli ebrei che vennero salvati dal popolo albanese, del progetto di costruire insieme un Albanians National Museum of Holocaust e, più in generale, di questa fragile democrazia che ci vede tutti coinvolti. Inizia a pioviccicare e lasciamo il centro cinematografico e il suo meraviglioso giardino che si apre accanto al Ministero delle Finanze e del Commercio. Una strada provinciale ci separa dai nuovi palazzi costruiti negli ultimi anni. Ammassi di cemento che fuoriescono dalla terra e che i cittadini albanesi chiamano case. Non c’è equilibrio architettonico, sono palazzi partoriti in piena crescita economica del paese: ricordano le speculazioni edilizie dell’Italia del boom. Palazzi senza una identità, senza storia: grigi e stretti, gli uni agli altri, come a tentare di non cadere nonostante sembrino ancora nuovi. Per strada i cittadini vanno in bicicletta, altri in macchine dal motore truccato, con  il volume dello stereo a mille. Le persone qui si affrettano per andare da qualche parte, sembrano tutte in ritardo. Cerco di scrutare i loro volti, nei loro occhi leggo ancora smarrimento e un po’ di tristezza. Una giovane donna mi viene incontro, è ben vestita, con la sua 24 ore sotto braccio. Ha uno sguardo sospettoso. Cammina su tacchi a spillo altissimi. In punta di piedi al suo dolore, penso. E infine l’incontro con Blendi Fevziu, il conduttore TV più noto in Albania che qui paragonano a Bruno Vespa. Un uomo molto gentile. Fevziu, negli studi di RTVKlan, mi mostra la statua di mio zio, il pittore Ibrahim Kodra, migrante a sua volta nell’epoca del re Zogu e morto a Milano nel 2006, che è riuscito a salvare. E così, davanti a quella statua che riproduce le immagini dei suoi quadri, rivedo la mia storia. Perché l’arte, come la filosofia, anticipa la vita e getta la sua rete di senso sempre un po’ più in là, in un’Albania fantastica ancora tutta da inventarsi. Ma Tirana è una capitale in grande espansione, il lavoro di questi ultimi 30 anni è visibile nelle strade, negli edifici, nei parchi, nei locali alla moda. Camminare per le vie di questa città non fa più paura. Anzi, si ha come la percezione di essere protetti. L’Albania si avvia verso una nuova era della sua storia e in questo tragitto c’è bisogno di tutti. Negli occhi dei miei connazionali in questi giorni ho letto voglia di vivere, desiderio di ripartire, di scoprirsi. Nei volti dei cittadini albanesi ho letto tanti valori, ma soprattutto ho visto la partecipazione attiva alle tematiche politiche: la partecipazione dei cittadini comuni alle discussioni in ogni bar, mi ha commosso. I giovani albanesi sono pieni di talento, sono gentili, aperti al futuro e alle potenziali connessioni culturali. In Albania, in questi giorni, non mi è mai capitato di ascoltare una parola denigratoria o offensiva. Qui il razzismo non è ancora di casa. Per il resto, in questo viaggio di ritorno nella mia patria di origine, la sensazione più buffa che ho provato riguarda proprio la constatazione di quanto il popolo  albanese sia simile a quello italiano. Simile, certo, ma solo ancora un po’ più giovane. Sapere di poter cambiare le cose: questa è la sensazione che riassume tutto il mio viaggio. Il terzo mandato di Rama può suggellare questa nuova ripartenza se l’Europa finalmente comprendesse che è necessario far ripartire i negoziati di adesione il prima possibile. Perché c’è una forza nel popolo albanese che ancora ti coinvolge pienamente e ti trascina a ripensarti come individuo nella storia, come cittadino nel mondo, come essere umano in viaggio. Questa energia io credo possa davvero servire all’Europa e all’Italia: il paese di fronte adesso è ancora più vicino.

#CoronavirusStories: ritorno al futuro.

Mi chiamo Zeralda Daja, ho 23 anni, sono nata in Italia ma i miei genitori sono albanesi. Sono una laureanda in Scienze Umanistiche all’Università di Urbino, e sono madre di una splendida bambina. Tutto ciò che so dell’Albania lo devo ai miei genitori che ogni volta mi raccontano gli anni vissuti li, prima che emigrassero per l’Italia. Mia madre e mio padre spesso mi narrano quei giorni in cui il caos imperversava nella vita di tutti i cittadini albanesi, nella loro piccola comunità. Mi raccontano che avevano paura di vivere quelle giornate che sembravano fossero interminabili. Lunghe attese per sapere cosa stesse succedendo, cosa avrebbero fatto, dove sarebbero andati. Mi dicono che nessuno aveva risposte. Poi ci sono state le emigrazioni di massa, ma ormai quei fatti sono storicizzati. Non trascurare le piccole buone azioni, pensando che non sono di alcun beneficio; anche le piccole gocce di acqua alla fine riempiranno una grande nave. Non trascurare le azioni negative solo perché sono piccole; per quanto piccola possa essere una scintilla, può bruciare un pagliaio grande come una montagna. Buddha Un mese fa pensavo alla mia tesi di laurea, avevo appena incontrato la mia relatrice per concordare alcune pratiche, andavo tranquillamente dai miei genitori per pranzare le domeniche, come da rito famigliare. Passeggiavo con mia figlia per tutto il paesino assaporando i primi giorni di primavera tra le margherite e i fiori di ciliegio appena nati. Organizzavo le mie giornate tra impegni e commissioni, ma poi ad un tratto tutto è cambiato. State a casa, limitate i contatti, uscite solo per necessità. Messaggio che vari enti nazionali riportano sulle tv. Non comprendevo la dimensione delle cose, d’altronde nessuno in quelle ore aveva chiaro ciò che stava accadendo e i danni che questa crisi avrebbe e sta tuttora comportando. Trovai rifugio nelle mie parole accettando una situazione che è paradossale, quasi inaccettabile. In fondo, la vita a volte fa brutti scherzi, quando ti prepari a viverla, ti scombussola i piani. Una vecchia storia per me, un po’ come quella che i miei genitori vissero in Albania, tanti anni fa. I nostri nonni, i miei genitori, i libri di storia narrano delle guerre, ma io non ricordo nessuna guerra nella mia giovane vita. Allora mi chiedo, sono queste le nuove guerre? La guerra ha i suoi protagonisti ed antagonisti, ma in questo scenario di morte e di sospensione dei diritti civili, mi chiedo chi sia il nemico. L’uomo, la natura, un virus o la grande paura. Da qualche parte ho letto che il pianeta si sta vendicando: come a dire basta ai soprusi, alle deforestazioni, all’inquinamento in atto. E come se ad un certo punto tutto il sistema di valori occidentali fosse messo in discussione, e quindi crollato. Eppure tutti lo dicono, tutti lo pensano: dobbiamo utilizzare questo tempo in quarantena per riflettere sulle nostre vite, sulle nostre relazioni, sulle nostre abitudini. Quando ci illudevamo che i rapporti virtuali fossero più importanti di quelli reali, sulle vite di tutti irrompe un protagonista: un virus che ci costringe a vivere ammassati nei rispettivi metri quadri, e solo ora comprendiamo il valore della comunione con il prossimo. Ora realizziamo il valore di uno sguardo o quello di un abbraccio. Quando il razzismo e le ideologie estremiste iniziavano a prevalere nei rapporti umani e l’egocentrismo di una nazione non accettava rivali, il virus ci dimostra che di fronte alla vita e alla morte siamo tutti uguali, e molto lentamente si iniziano a vedere i segni di solidarietà fra popoli. O forse le prime alleanze di un futuro scenario geopolitico. Un gesto di solidarietà lo abbiamo visto alcuni giorni fa quando il premier albanese Edi Rama ha inviato in Italia 30 medici per aiutare l’ospedale di Brescia e Bergamo, le due città più colpite dall’emergenza Coronavirus. È vero che tutti sono rinchiusi dentro le loro frontiere e anche Paesi ricchissimi hanno girato la schiena agli altri ma forse esattamente perché noi non siamo ricchi e neanche privi di memoria, non ci possiamo permettere di non dimostrare all’Italia che gli albanesi e l’Albania non abbandonano mai l’amico in difficoltà. Oggi noi siamo tutti italiani e l’Italia deve vincere questa guerra. Edi Rama, Primo Ministro albanese Per quanto possa costringermi a trovare il perché di questa situazione, per quanto possa fare riflessioni in merito alle tematiche che stiamo affrontando come nazione, come Europa, non ho risposte. Ciò che posso dire è per quanto la normalità, la quotidianità, e persino la vita mediocre di tanti di noi fossero noiosi da digerire, oggi è quello di cui ho più bisogno. Le relazioni sono anche un atto fisico, in luoghi fisici, e senza di essi siamo birilli che stanno in piedi con la giusta distanza per essere abbattuti da qualsiasi essere che impugna una palla per tirarcela addosso, per poi fare strike facendoci cadere. Quando venivano messe in dubbio persino le guerre e gli eventi passati, considerandoli come troppo esagerati o addirittura inventati, ecco che ti ritrovi in guerra. Questa volta non con armi, trincee, nucleari ma contro un virus, un essere sconosciuto invisibile che ti minaccia e ti rende insicuro, dubitando di te stesso e di chi ti sta intorno. Perché la guerra rende insicuri, un’insicurezza di cui non te ne accorgi finché non ne sei dentro. Quando le nazioni innalzavano muri, chiudevano le frontiere, arriva un virus che ci costringe a velocizzare quel processo ma per la ragione opposta: difendere il prossimo. Quei confini con quei Paesi che ancora crediamo alleati. La sensazione che provo è quella di impotenza, colpa, minaccia, paura e di perdita. Questa parte della storia ci informa che siamo tutti sulla stessa barca, che chiunque può essere colpito, sia il povero che il ricco. Questa crisi ci accomuna, questa battaglia potremmo vincerla insieme soltanto se ognuno di noi si responsabilizza e si prende cura del prossimo. Forse quello che avevamo perso di vista è proprio il concetto del prendersi cura, perché la diffidenza che una certa propaganda politica ci aveva incitato ad avere ci ha condotti a non percepire più l’altro, dove l’altro siamo tutti noi.

Migranti africani siedono in cima ad una recinzione di confine durante un tentativo di attraversare territori spagnoli, tra Marocco e l'enclave nord africana di Melilla, il 22 ottobre 2014. Credit: Jesus Blasco de Avellaneda /Reuters

Destra e Sinistra sono finite: la nuova sfida politica è fra Sovranismo e Mondialismo.

Ogni anno The Economist pubblica una serie di articoli, spesso provocatori, ipotizzando scenari possibili sul futuro del mondo sia a breve che lungo termine. All’ipotesi sull’abolizione dei confini politici, il settimanale inglese risponde che il mondo si arricchirebbe “immensamente“, e che produrremmo ogni anno un PIL di 68 mila miliardi in più. La ragione di questo aumento trova la sua spiegazione nel fatto che se uno si sposta da un Paese sottosviluppato a uno sviluppato moltiplicherebbe la sua produttività, della serie “chi prima zappava il suolo con un aratro di legno, ora guida un trattore”. Secondo il settimanale, qualsiasi lavoro produce di più se viene svolto in un Paese sviluppato che in uno dove le infrastrutture e i governi non funzionano. Alla domanda, quanta gente si sposterebbe se tutte le frontiere del mondo venissero abolite e quindi dichiarate aperte, The Economist risponde basandosi su un sondaggio realizzato da Gallup, la principale società di rivelazioni mondiali, affermando che la stima in merito indicherebbe uno spostamento di persone che va da 600 milioni a più di 1 miliardo di persone, quindi indicativamente un 10% della popolazione mondiale, e che ciò si verificherebbe nel giro di circa 10 anni. Chiaramente questi numeri farebbero rabbrividire chiunque perché si teme ci possa essere una invasione di popoli che certamente sono figli di una storia e cultura diversa rispetto alla nostra, e spesso diverso per “noi” implica paura, incapacità di poter gestire una situazione che potrebbe degenerare con il rischio di un aumento copioso della criminalità e del terrorismo. Sempre, secondo The Economist, queste paure sarebbero infondate sottolinenando il fatto che negli Stati Uniti d’America il tasso di criminalità non è da legare alla presenza degli immigrati ma piuttosto alle persone che vivono da lungo tempo nel Paese, mentre in Europa accade il contrario poiché dai luoghi di guerra scappano quasi solo uomini, la percentuale delle donne è ancora molto bassa, e questi, nella maggioranza sono giovanissimi che una volta raggiunti i Paesi sviluppati si scontrano con la burocrazia alla quale rispondono, talvolta, con la violenza. Ma se le frontiere venissero aperte, di conseguenza la tratta dei viaggi illegali e nello stesso tempo disumani si interromperebbe, e che con molta probabilità le famiglie dei Paesi sottosviluppati si organizzerebbero e questo inevitabilmente diminuirebbe il tasso di criminalità. L’apertura delle frontiere oltre a portare alla crescita del PIL, come The Economist stesso afferma, ci porta a riflettere sul fatto che con molta probabilità la stabilizzazione e la crescita economica grazie al fattore immigrazione delimiterebbe l’altro fattore, il terrorismo. L’immigrazione di massa che si prevede avverrà nei prossimi anni, indubbiamente inciderà sulle politiche e sulla cultura dei Paesi Occidentali, come abbiamo avuto modo di verificare durante il periodo post-imperialista per non parlare della forte crescita demografica avvenuta negli States negli ultimi anni, ma porterà con sé anche i tratti negativi, intrinsechi alla cultura di provenienza di questi popoli, come la chiusura verso le battaglie e i traguardi (es. Femminismo, Diritti civili per i Gay ecc) che il mondo occidentale ha affrontato nell’ultimo secolo, le probabilità che in futuro potremmo avere un leader politico islamico sono molto alte, come alte sono le probabilità che ci possano essere le stesse disparità, per non parlare di ghettizzazione, a cui noi oggi sottoponiamo queste persone. È chiaro che oggi più che mai c’è bisogno che si parli di questo argomento al fine di creare politiche capaci di assorbire questi flussi migratori e spianare la strada a questa possibile integrazione fra quelli che hanno posizioni sovraniste e i mondialisti. Considerando il valore economico reale che l’immigrazione porterebbe sul tavolo, il compromesso è sicuramente la strada giusta da percorrere.      

Matteo Renzi e Pippo Civati.

Pippo Civati: Il tempo delle ambiguità è finito. L’Unità è la sfida del centrosinistra.

Ancor prima che D’Alema lanciasse il suo appello, lei è stato promotore del progetto per un Centro Sinistra unito e alternativo al Partito Democratico. Ad oggi, crede che ci siano i margini per una coalizione tra lei , Orlando, Emiliano, Pisapia, Bersani e Sinistra italiana, e in più in generale tutte quelle forze che stanno a sinistra?  Da due anni propongo una soluzione autonoma e unitaria a sinistra. Per una sinistra di governo, che abbia un programma chiaro, un «Manifesto» preciso e dettagliato, e candidi persone credibili a interpretarlo in Parlamento. Prima eravamo in pochi, pochissimi: ora lo dicono quasi tutti. Mi fa piacere. Bisogna avere passione e pazienza, in politica. Sarà soltanto una lista oppure un soggetto politico vero e proprio? Sarà una proposta elettorale, rigorosa e puntuale, che unisca ciò che a sinistra già c’è, con un progetto, però, da sottoscrivere e a cui non derogare, come è stato fatto ahinoi in questa legislatura.  Quali saranno le modalità per definire il leader?  Credo che sia necessario prima di tutto individuare una squadra di persone che collaborino, per costruire questo percorso. Il leader sarà più un riferimento che un «despota», come accade in altri partiti, quasi tutti. La Sinistra che fa la destra aiuta inevitabilmente la destra. Per mille ragioni: culturali, politiche e anche elettorali. Se con Berlusconi scendi a patti – ripetutamente – è un po’ difficile poi spiegare al tuo elettorato che si deve fare un fronte contro di lui e i suoi alleati. Lei pensa di poter coprire il ruolo di questa eventuale nuova coalizione, oppure pensava a qualcun altro? Penso che il mio compito sia portare le idee di Possibile in questo percorso e di farle valere. Un lavoro certosino, accuratissimo e documentato più di ogni altro che può servire a tutta la compagine. Cosa pensa della vittoria schiacciante del centro destra alle amministrative? La Sinistra che fa la destra aiuta inevitabilmente la destra. Per mille ragioni: culturali, politiche e anche elettorali. Se con Berlusconi scendi a patti – ripetutamente – è un po’ difficile poi spiegare al tuo elettorato che si deve fare un fronte contro di lui e i suoi alleati. Se approvi leggi in continuità con quanto la destra proponeva, ti ritrovi scoperto. Non solo a sinistra, proprio strutturalmente, in generale. Quindi, lei cosa propone? Prima di tutto, l’autonomia. Come ripeto da tempo, autonomia e unità servono entrambe, ma la prima è condizione della seconda. Il tempo delle ambiguità è finito, da molto tempo. Il dialogo con il Pd e con Renzi (il PdR), da cui Pisapia era partito, con il voto del 4 dicembre 2016 e con l’appello di qualche giorno dopo, non era «possibile» e ciò era già stato dimostrato ampiamente dagli anni di governo, dalla cultura politica che li aveva accompagnati, dalle scelte ‘irrevocabili’ assunte dagli esecutivi che si sono succeduti. Gli ultimi eventi hanno soltanto confermato questo stato di cose: non c’era bisogno di aspettare il secondo turno delle Amministrative per rendersene conto. Come pensa si organizzerà la sinistra? L’unità è una sfida, altrettanto importante. Nessuno capirebbe due liste a sinistra (non a sinistra del Pd, perché il Pd ha definitivamente compiuto la sua scelta centrista, rispetto alla quale Renzi è stato un Macron ante litteram): quando dico da Boccia al Che Guevara – scherzando ma facendo molto sul serio – proprio a questo mi riferisco. Rinunciare a questa possibilità in partenza, è un errore micidiale. Quando nel 1991, la nave Vlora attraccava nel porto di Bari, in Italia si assaporò quella che oggi sarebbe diventata il problema che coinvolge tutta l’area europea: l’immigrazione. I provvedimenti messi in atto dall’Unione europea non sono serviti a fermare le ondate che ogni giorno sbarcano a Lampedusa. Dove si sta sbagliando?  Non si può fermare un processo migratorio, si deve gestire, regolare secondo principi e rispettando il diritto internazionale. L’Europa è mancata, perché ogni Stato ha preferito chiudersi piuttosto che condividere il problema. E l’Italia, che è geograficamente in mezzo al mare, si trova più esposta di altri. Dimitris Avramopoulos, commissario dell’Unione europea agli Affari interni e alle politiche sull’immigrazione, sostiene che per affrontare alla radice il problema dei flussi migratori, l’Unione europea deve cooperare con i Paesi di origine dei migranti, anche se a volte si tratta di dittature. Il problema spesso è che questi Paesi non hanno più un governo e non c’è un interlocutore con cui interagire. Qual’è la sua posizione in merito? Certo, però prima di tutto l’Europa e i Paesi membri dovrebbero smettere di armare e fiancheggiare i Paesi in guerra, depredare di risorse intere porzioni del territorio africano, proseguire con una logica coloniale e con le collusioni tra i grandi poteri multinazionali e le classi dirigenti di alcuni paesi. Qual’è la sua posizione in rapporto alle politiche dell’immigrazione?  Con Possibile abbiamo presentato una legge quadro, siamo l’unica forza politica ad averlo fatto, con il concorso di tutti coloro che si occupano dell’argomento e della gestione del fenomeno. Siamo per strumenti selettivi, canali legali per chi cerca lavoro, tempi più rapidi per chi chiede asilo, una riforma del regolamento di Dublino, la scelta del rigore nella gestione del sistema dell’accoglienza. Cosa si sente di dire ai new italians?  Sono quasi un milione le persone – i nuovi italiani – che hanno appunto ottenuto la cittadinanza negli ultimi anni. Credo sia necessario coinvolgerli a pieno titolo nella vita del nostro Paese, anche a livello politico, per affrontare insieme le questioni posta dall’interculturalità e dalla necessità di condividere diritti e doveri. Li chiamo «italiani alla seconda», perché hanno scelto questo Paese per vivere, lavorare, far crescere i propri figli. Anche a loro va esteso il patto repubblicano da rinnovare tra i cittadini italiani e le loro istituzioni. Un patto che è anche sociale, perché questo Paese è spaventato, impoverito, diseguale, e perciò sempre più spaventato, anche dall’immigrazione. Compito della politica è dare risposte efficienti e rigorose.

Alex Majoli © : Magnum Photos

Albania: i giorni dell’odio.

Sono trascorsi più di venticinque anni da quando ci furono le prime e libere elezioni in Albania che videro la vittoria di Sali Berisha. Correva l’anno 1992, le città, i paesini e le campagne albanesi erano finalmente libere dal regime comunista di Enver Hoxha. “Siamo liberi” urlavano. “Evviva gli americani” aggiungeva qualcun altro. Le prime navi cominciavano ad abbandonare le coste del Paese in direzione dell’Italia. La mia famiglia era salpata sulla prima di esse, alla volta di Bari. Il mio villaggio si svuotò nel giro di pochi mesi. Nessuno ci riportava notizie, eravamo sconnessi completamente dal resto del mondo. Per fare una telefonata dovevamo camminare a piedi, o a galoppo di un mulo, e fare migliaia di chilometri per raggiungere Maminas, l’unica città che aveva un servizio telefonico pubblico. Le nostre giornate trascorrevano lente, inesorabili. C’era un gran silenzio per le strade. Se non fosse per il fatto che ogni famiglia aveva le armi, di fondo, si poteva dire che non era cambiato nulla rispetto ai giorni della dittatura rossa. Eppure qualcosa stava cambiando, noi che abitavamo nei villaggi eravamo completamente all’oscuro dei fatti che accadevano a Tirana. Trascorrevano settimane prima che una notizia ci raggiungesse. Nel frattempo le scuole riaprirono, io iniziavo la seconda elementare. Ricordo con lucidità il giorno in cui il Primo Ministro Sali Berisha venne a farci visita a Rrubjekë. Il suo arrivo aveva radunato tutti i paesani che lo ascoltavano con attenzione e interesse. “Sono rimasto colpito, rientrando in aereo in Albania, nell’osservare la bellezza delle nostre terre. Il vostro lavoro verrà premiato. Faremo una grande Albania, tutti insieme.” Sali Berisha Tutti, fummo colpiti dalle parole di Berisha perché non capivamo a quali terreni si riferisse, i contadini erano stati abbandonati a se stessi. Di colpo eravamo passati da un’economia di tipo pianificato alla privatizzazione dei terreni agricoli. Non c’era ordine, giorni, settimane, mesi e anni che trascorrevano nella frustrazione e incertezza, eravamo in balia degli eventi. Così, quando le piramidi finanziarie comparvero come la soluzione a tutti i nostri problemi ci abbandonammo con leggerezza, investendo tutti i risparmi, addirittura c’è chi vendette le proprie case e il proprio bestiame nella speranza di guadagnarci qualcosa. E quando la bolla delle piramidi scoppiò, il popolo era stato già denudato. Non avevamo più nulla. Eravamo soli. Eravamo arrabbiati. Eravamo abbandonati. I civili impugnarono i fucili e si versarono nelle piazze. Si sparava ovunque. Ricordo che la nostra vicina di casa venne colpita da un colpo, e morì tra le urla dei familiari. Per i vicoli vedevo adulti che insegnavano ai bambini a sparare. Quella guerra ci persegue tutti, come in un brutto incubo. Fece uscire il peggio di ognuno di noi. Eravamo piccoli, separati gli uni dagli altri. La dittatura che avevamo vissuto per mezzo secolo ci aveva resi deboli, ci aveva piegato e così rispondemmo con la debolezza, fu questo il nostro peccato.

Dastid Miluka

Dastid Miluka: l’artista che dipinge l’Albania!

Dastid Miluka è un artista albanese, un pittore per l’esattezza. Dastid, nelle sue creazioni, ama giocare con i suoi personaggi attraverso un gioco di luci e ombre che sono rappresentativi della realtà. Una parata di immagini contrastanti, colori sgargianti, luci e movimento esplorano il teatro della vita, che trova l’equilibrio nel riflesso dei sogni e degli spettri di Dastid. Dastid vive a Bruxelles, e su Anita.tv racconta il suo percorso partendo dalle sue origini, per poi parlare del viaggio che lo ha condotto fuori dai confini della sua madre patria. Dastid, raccontaci qualcosa di te. Dunque, sono nato a Tirana nel lontano 15 settembre del 1974.  Che ricordi hai della tua infanzia? Ho avuto una infanzia felice, ne ricordo la pienezza e la ricchezza di quel periodo. Quando parlo di “ricchezza” non mi riferisco alla ricchezza monetaria, poiché in quel periodo tutte le famiglie albanesi erano “uguali”, nel senso della condivisione della ricchezza che “apparteneva” al popolo, o almeno questo auspicava il principio della dittatura comunista, mi riferisco ad un altro genere di ricchezza. Io, fortunatamente, ho avuto la possibilità di vivere e di conoscere almeno tre diverse realtà di Tirana e questo mi ha permesso di venire a contatto con diverse realtà sociali che mi hanno dato, di conseguenza, l’opportunità di accrescere la mia sensibilità verso le tematiche sociali che noi bambini di quel tempo affrontavamo. La mia è stata un’infanzia felice, piena.  In quale periodo hai abbandonato l’Albania, e quali ricordi rimembri? Ho lasciato Tirana dopo gli anni ’90 per poi vivere alcuni anni in Grecia. Successivamente, sono rientrato in Albania e dopo un periodo, abbastanza lungo, nel 2003 ho deciso di trasferirmi a Bruxelles, in Belgio. Il mio percorso di vita non è molto diverso rispetto ai miei connazionali, che come me, si sono imbarcati nell’avventura sognando un destino migliore, fuori dai confini albanesi. È chiaro che lasciare indietro la propria terra, la propria città, i propri cari, è un coltello al cuore, ma tu sai che sei forzato ad andare avanti, a lottare. Un sentimento che difficilmente abbandona il mondo interiore, riaffiora ripresentandosi nella sua asprezza, e come se non bastasse, a quest’ultima si aggiunge l’insicurezza di questa lotta per la sopravvivenza; in un Paese straniero con l’impossibilità di darsi risposte sui mille perché che ridondano la mente. Credo che ogni albanese che ha vissuto e fatto il viaggio può comprendere la dimensione delle mie parole.  È stato un viaggio solitario? No. Mi sono trasferito in blocco con la mia famiglia.  Come hai vissuto i primi anni da immigrante? Non so se esiste qualcuno che può raccontare di aver vissuto i primi anni meravigliosamente! Ovviamente non do per scontato che non ci siano le eccezioni. Tuttavia, i miei primi anni non sono stati facili, anzi. È come nascere di nuovo, ripartire da zero, costruire daccapo. La città, la lingua, la cultura, i modi di dire e di fare del popolo ospitante, la loro storia. Ri-familiarizzare con i nuovi amici e integrarsi sono una serie di processi e impedimenti che bisogna necessariamente attraversare.  Parliamo del mondo del lavoro. Ti sei subito inserito? Inizialmente dovevo imparare la lingua, senza dubbio è il primo ostacolo da superare in una terra straniera. Successivamente ho svolto diversi lavori che non avevano attinenze con il mio mestiere di oggi. Come ho specificato prima, bisogna sempre attraversare un processo prima di mettersi in gioco esponendo le proprie capacità, il proprio talento, oppure, nel mio caso, l’arte. Perché hai scelto Bruxelles? Mio padre già viveva a Bruxelles da diversi anni, quindi ho deciso di fermarmi lì. Quì, ho conosciuto i musei e le possibilità che questa città mi poteva offrire e che senz’altro nell’Albania di quegli anni non avrei potuto trovare. Bruxelles mi ha rapito con il suo surrealismo. È una città che ha una grande tradizione nell’arte, soprattutto nell’arte figurativa. Bruxelles è una città mitteleuropea e questo facilita la possibilità di muoversi su diverse e interessanti piazze europee come ad esempio Parigi, Londra, Amsterdam ecc. Per non parlare che Bruxelles sta conoscendo una rinascita per quanto riguarda le arti figurative e questa fa sì che la città sia attraente sotto molti punti di vista.  Possiamo dire che oggi sei un artista molto apprezzato in Europea. Nel tuo lavoro, qual è il tema che ti sta più a cuore? Sono diversi i temi che la mia sensibilità abbraccia; certamente sono molto colpito dall’umanità, nel senso più stretto delle sfaccettature dalle attitudini alle abitudini degli uomini. Credo che queste tematiche sono la centralità del mio concepire l’arte. Ho un modo del tutto personale nel sfiorare questi temi e che nel tempo ho imparato a definire con più precisione. Per me è molto importante ricercare quei sentimenti già elaborati lungo il processo della creazione, e i rapporti che si stabiliscono attraverso i personaggi oppure le differenti situazioni in cui si trovano. È un lavoro che insegue l’altro, come uno spirale storico. Mi percepisco come un cassiere o un coordinatore della ciclicità che si riferisce ad ognuno inseguendo un filo conduttore. Mi piace lasciarmi andare e selezionare liberamente, e fidarmi del mio istinto originale per poi continuare a sviluppare l’idea fino al suo completamento. La mia è una creazione tempestiva che assume diverse forme. Per me è importante liberarmi nel processo della creazione, per comunicare le mie opere al pubblico.  Quanto c’è dell’Albania nel tuo lavoro? Penso che c’è sempre. Mi considero un artista molto legato alla Patria. Mi sono allontanato dall’Albania in un’età dove il carattere come individuo e artista era ben definito per cui ho conservato tutto dentro di me. Impossibile allontanarmi dalle mie radici, anche non volendo le radici incidono sulla visione di chiunque concepisce arte, in ogni sua forma.  Hai mai pensato di far ritorno in Albania? Senz’altro, non escludo mai l’idea di tornare a vivere nel mio Paese.  Secondo te, quali sono i lati positivi e negativi dell’Albania? C’è molto da discutere su questa domanda ma cercherò di precisare alcuni punti: ciò che trovo di molto positivo in Albania è la natura. Tra i tratti che contraddistinguono l’Albania è la ricchezza naturale che l’intero territorio possiede, a partire dalla flora e alla fauna. Per non parlare poi dei prodotti agricoli. Queste peculiarità possono essere fondamentali per il processo dello sviluppo turistico e per la crescita economica, che ad oggi è il problema principale. Certamente c’è molto da fare in questo luogo traumatizzato dalle scelte politiche, economiche e sociali effettuate nelle ultime due decadi. Voglio valorizzare ciò che in questi ultimi anni è stato fatto e penso che c’è un cammino positivo considerando le soluzioni ai molti problemi che abbiamo ereditato dal passato e queste vanno affrontate e regolate come tutte le altre. È necessario affrettare i tempi per cavalcare l’onda di questo periodo storico che certamente vede i Balcani come un punto chiave nelle politiche internazionali, e in questo l’Albania può rivelarsi il punto strategico.  Come avrai notato c’è un malessere nei giovani che vogliono espatriare che si esprime  soprattutto nei Paesi del Sud Europa. Lo stesso problema è sentito anche in Albania. Come lo interpreti questo desiderio?  È evidente che questo è una tematica molto delicata che ci riguarda tutti a livello europeo. È chiaro che l’interesse di emigrare per studiare o trovare possibilità lavorative migliori è un diritto che dovrebbe appartenere a tutti. Penso, che in Albania, questo tema è molto sentito a causa del caos socio-economico  attraversato in questi ultimi anni che noi continuiamo a chiamare come “una fase di transizione” che sfortunatamente sta andando un po’ per le lunghe. Bisogna distinguere la capacità di movimento che possono avere i giovani europei rispetto ai giovani albanesi che vengono limitati a causa di scelte politiche che ridimensionano il fenomeno permettendo così, ancora oggi, viaggi illegali  causando una piaga molto grande rispetto allo scenario che si potrebbe prospettare se ci fossero politiche economiche d’integrazione con la possibilità di individuare e di reinserire i giovani nel mondo del lavoro con possibilità di crescita. Credo che questa tematica dovrebbe essere la priorità nella politica del governo attuale, e di quelli che verranno.  Credi che l’Albania, ad oggi, risponde ai canoni per entrare nell’Unione Europea? Non mi va di esprimermi in merito, perché non sono un esperto in materia. So che bisogna raggiungere degli obiettivi per poter accedere ed essere alla stessa altezza dei Paesi membri. Tuttavia, credo che l’Albania è in Europa e questo non solo dal punto di vista geografico, penso che il futuro dell’Albania e degli albanesi non può che andare verso l’Europa.  Che rapporti hai con l’Albania, ma soprattutto con gli albanesi di oggi? Il mio legame con l’Albania è spirituale. Lì ho la famiglia, parenti e amici, per i quali cerco di essere sempre presente, quando posso. Cosa ti colpisce ogni volta che torni in Albania? L’energia, la vitalità.  Nel 2016, l’Albania ha perso uno dei suoi più grandi attori. Bujar Lako. Come hai vissuto questa perdita e che legami avevi con lui? È una grandissima perdita per l’arte, per il cinema  albanese. Io appartengo a quella generazione che è cresciuta con i suoi film, che fanno parte, ormai, della memoria di tutti, indelebilmente. La cinematografia albanese ha avuto una grande fortuna nell’aver avuto, e poter ad oggi annoverare, un grande attore come Bujar Lako. Film come “Gjeneral gramafoni”, oppure “Udha e shkronjave” non sarebbero risultati uguali se non ci fosse stata la meravigliosa interpretazione  di questo grande maestro. Credo che Bujar Lako ha lasciato una eredità molto grande all’arte albanese e sono convinto che egli sarà un punto di riferimento per molti in futuro.  Di cosa ti stai occupando ora, stai realizzando una nuova esposizione in Europa? Sono in procinto di lavorare su un nuovo ciclo di opere che porterò in esposizione. Si tratta di un processo che richiede diversi mesi, un suo tempo insomma. Fino ad allora preferisco rimanere in silenzio e non pronunciarmi, almeno fine alla fine di questo nuovo ciclo.