Socrate

Lorenzo Marsili: Un’altra Storia è possibile. L’Utopia diventa realtà!

Montalianamente, inizio dicendo ciò che questo libro non è e non vuole. Non è un libro ideologico, o meglio, non è un libro fazioso costruito su granitiche certezze che vengono fatte cadere una dopo l’altra sulla testa del lettore per spaventarlo e convincerlo a dire sì, è tutto vero. Non è una prosa poetica e non contiene favole ben scritte ma impalpabili, esteticamente impeccabili ma vuote come certe acconciature cotonate e laccate ad oltranza. Non è un libro che vuole farci ingurgitare pozioni magiche e panacee, non somiglia né ad una lunga predica né ad una di quelle televendite a metà strada tra l’Oroscopo del mago cialtronescamente improvvisato e l’elisir di lunga vita che fa campare fino a centoventisei anni e fa anche ricrescere i capelli. È un libro (e finalmente siamo al segno più, alla pars construens) che ci racconta una storia vera, documentata. Una storia di cui tutti noi siamo personaggi, siamo parte integrante della vicenda e dell’azione ed ogni gesto, ogni scelta, che lo vogliamo o meno, ha un peso sulla trama, la influenza, la orienta, la determina. Queste pagine ci dicono, anzi ci fanno vedere, tramite i racconti e i resoconti basati su fatti oggettivi, dati e statistiche, che mentre il presente si crogiola nella sabbia melmosa di minuscole beghe di potere per una sedia in più e mentre i politici si azzuffano, verbalmente e non solo, in misere sfide all’Ok Corral, il mondo, letteralmente, crolla. Fisicamente e metaforicamente. Si sfaldano i ghiacciai e franano i terreni, collassano i mercati e le finanze di intere nazioni, si dissolvono modi di vita, di convivenza, di solidarietà tra esseri umani. E loro litigano per un selfie o per un aggettivo scritto in un tweet.  Qualcuno potrebbe dire, lasciamoli nel loro brodo. Lasciamo che si azzannino tra di loro e sbraitino e sbavino, tanto alla fine escono di scena uno dopo l’altro. Atteggiamento psicologicamente comprensibile ma estremamente deleterio e con un micidiale effetto boomerang. È qui che entra in ballo il titolo del libro, La tua patria è il mondo intero. Ci è utile come punto di riferimento, è la nostra stella polare mentre scorriamo le pagine. Serve sia a ricordarci costantemente la nostra posizione sia a tracciare una rotta, la sola possibile. Se la nostra patria è il mondo intero, non possiamo lasciarli nel loro brodo. Non possiamo osservare il mondo come spettatori distratti o come turisti per caso. Perché non c’è un altro luogo dove andare, non c’è un continente diverso, ancora vergine, inesplorato. Siamo noi questo mondo, questo attimo che viviamo. E il nostro mondo e il nostro tempo sono il risultato di una lunga serie di azioni e reazioni che si sono susseguite nel corso dei secoli, sono ciò che è stato generato e plasmato dagli uomini che hanno osato dire e pensare che le cose non potevano restare come erano, e che loro, i potenti, non potevano essere lasciati a divorare e ad avvelenare un brodo che in realtà non è il loro. Non è facile estrapolare brani da questo libro. Non perché non ve ne siano di rilevanti, ma, piuttosto, per il problema contrario: ogni pagina ha un peso, una rilevanza su un discorso che si estende gradualmente, partendo da apparenti dettagli che in realtà assumono una funzione esplicativa (e anche una forza emozionale) che li colloca in primo piano e così via, in un alternarsi costante di riferimenti e notizie che arricchiscono il discorso senza mai appesantirlo, senza diventare orpelli o ornamenti. Dopo il titolo del libro, non ci troviamo di fronte ad un paragrafo bensì ad un’immagine: la foto del Giardino Zoologico di Berlino. Veniamo informati immediatamente dopo che il Giardino è stato “aperto al pubblico nel 1906. Il cancello d’ingresso unisce colonne ioniche e inferriate belle époque a motivi tradizionali e a una pianificazione cinese dei giardini. Cinque anni più tardi, nel 1911, la dinastia dei Qing viene deposta da una rivoluzione popolare. La nuova Repubblica cinese sancisce il tramonto di tremila anni di storia imperiale”. I due elementi che emergono da questo primo impatto con il libro sono essenzialmente due: l’apparato iconografico, espressione visiva della volontà di documentarsi e di documentare, e, sul piano del contenuto, la descrizione immediata, tramite un esempio concreto, del tema, del focus del volume: il cambiamento, la trasformazione, costante, universale, nel tempo e nello spazio. “Ci troviamo, tutti quanti – sostiene Marsili – nel Giardino Zoologico di Pechino. Chi in una gabbia più grande, chi in una più piccola, chi in una gabbia più comoda, chi in una più sfortunata. Ma tutti quanti alla mercé di una straordinaria trasformazione storica, economica, morale e culturale che non siamo più noi, nessuno di noi, a guidare e governare. È un mondo divenuto colonia di se stesso, incapace di scegliere in autonomia e costretto ad inseguire eventi che paiono emanare da un oramai inesistente centro imperiale”. Il libro è diviso in capitoli, ciascuno a sua volta suddiviso in paragrafi o sottosezioni, contraddistinte da un titolo, quasi sempre sintetico, essenziale, sia nella forma che nella sostanza. C’è la determinazione, il desiderio sincero, di rendere la comunicazione schietta, sincera. Se ogni interazione dialogica è una partita a scacchi, o un incontro di scherma o di lotta libera, tra un’opinione e un’idea contrapposta, tra una visione del mondo e quella contraria, orientata da e verso prospettive altre, qui si tende a rendere il gioco più leale possibile, vige la regola aurea del fair play.  Non è un thriller, questo libro. O meglio non ci vuole spaventare per il gusto di farlo, così, per mero divertimento e gusto dello spettacolo. Assomiglia, piuttosto, ad una docufiction, i cui personaggi sono gli eventi e in cui gli eventi sono le decisioni, spesso tragiche, prese da personaggi messi al potere da un regista incapace o in malafede, o da milioni di registi ignari, tragicamente disinformati: “Oramai sappiamo non solamente che i cambiamenti climatici sono reali – prosegue Marsili – ma che da questi dipendono l’organizzazione e la sopravvivenza stessa della comunità umana. È evidente come nessuno Stato nazionale sia in grado di affrontare e governare tale sfida. Ma c’è di più. È lo stesso sistema internazionale ad accelerare il cammino verso il disastro. Non solamente, come è ovvio, perché le strutture di governo basate su accordi fra Stati sovrani, ciascuno con i propri interessi di breve periodo e le proprie gelosie, appaiono sempre più incapaci di affrontare comunemente una sfida planetaria di questa portata. Ma perché proprio il sistema degli Stati nazionali produce una folle rincorsa alla ricchezza e al potere che rende le nostre società e il nostro concetto di sviluppo tragicamente dipendenti dalla distruzione del mondo”. La distruzione del mondo. È giusto riflettere con adeguata cura e lentezza su queste parole. Non possiamo e non dobbiamo lasciarle scivolare via frettolosamente come i troppi slogan da cui siamo bombardati quotidianamente. Il punto è questo: fermarsi a riflettere e combattere prima di ogni altra cosa contro la tendenza alla disinformazione. Comoda per chi la impone e la nutre, perché gli consente di lasciare le cose come stanno, conservando poltrone comode e lussuose, e comoda anche per chi la subisce, per chi la ingurgita come un pastone insapore che però riempie lo stomaco e consente di dedicarsi a cose più lievi, più effimere, pensieri usa e getta. La posizione di Marsili è chiara, ben definita, appassionatamente esposta e sentita dal profondo delle sue convinzioni. Ma, è giusto ripeterlo, non si ha mai l’impressione di addentrarsi in discorsi deliberatamente avvolti da una di quelle foschie artificiali e artificiose tipo set cinematografico anni Cinquanta. Marsili (ed è questo uno degli aspetti di maggior rilievo del libro), le nebbie, semmai, tende a diradarle, a dissolverle. Espone parole che spesso sono cose, dati di fatto, anche nel senso letterale del termine. Attinge a piene mani alla Storia, ai discorsi registrati e trascritti degli uomini di stato, dei leader, dei ministri, di chiunque si sia trovato, in vari secoli, ad avere in mano le leve del potere, della programmazione economica e sociale, delle scelte fondamentali per le nazioni, i popoli, e il pianeta. Quel “mondo intero” che torna, ineluttabile, davanti ai nostri occhi e sulle nostre spalle di emuli involontari di Atlante. Alcuni libri, saggi e romanzi ma non solo, descrivono il cataclisma, in atto o in potenza, ma lasciano che sia il lettore a identificare la causa o un possibile sbocco, una qualche soluzione. A seconda di chi legge verrà chiamato in causa il Fato (che gli antichi germanici consideravano non meno forte degli dei) oppure qualche forma di Provvidenza. Non è questo, per fortuna, che fa questo libro. L’autore si espone in prima persona, ci mette la faccia ed ha il coraggio non solo di evocare la parola Utopia ma di dichiarare che tale Utopia a ben vedere è una realtà ed è la sola strada praticabile, rebus sic stantibus. La grande scommessa che abbiamo di fronte non è, solamente, quella di modificare un sistema economico e politico ingiusto, produttore seriale di miseria e ineguaglianza. Non è, semplicemente, quella di cambiare alla radice un modello di sviluppo che espelle sempre più persone dal diritto ad una vita degna e che sta portando il nostro pianeta al collasso. Ma è tornare a correre alla velocità della luce. È riuscire a inserire la politica, e la democrazia, dietro il dispiegamento delle ali del futuro. Dove si trova la radice di questo drammatico scarto di velocità? Si trova nella contraddizione fra una storia oramai mondiale e una politica rimasta ancorata alla dimensione nazionale. Ricucire lo scarto significa superare idee, pratiche e abitudini che ci trasciniamo dietro da centinaia di anni. È questo il punto, il nocciolo del libro. Passare da una dimensione nazionale della politica e del pensiero ad una dimensione che vada oltre, che superi tali ristretti e ormai antistorici confini. A sostegno della sua tesi, nel punto culminante della sua esposizione, Marsili cita Ernest Bloch il quale in The Utopian Function of Art and Literature afferma che: “Ciò che si è perso […] è molto semplicemente la capacità di immaginare la totalità come qualcosa che potrebbe essere completamente differente […]. La mia tesi a riguardo è che ogni persona, nel suo profondo, che lo ammetta o meno, è cosciente che ciò potrebbe essere possibile o potrebbe essere differente. Non solamente che potrebbero vivere senza penuria e probabilmente senza ansia, ma che potrebbero anche vivere come uomini liberi. Ma al tempo stesso, l’apparato sociale si è indurito e ritorto contro le persone, e così, tutto ciò che appare ai loro occhi come una possibilità raggiungibile, come la possibilità evidente di una soddisfazione, si presenta a loro come radicalmente impossibile”.  Si inizia da questo assunto, da ciò che sembra, o che qualcuno vuole fare apparire, impossibile, per poi arrivare al coraggio del salto, dello scarto, della trasformazione. Nel contesto specifico, così come nel libro nella sua totalità, Marsili parte dal nodo fondamentale dell’ecologia per poi arrivare a considerazioni di respiro più ampio: “Superare gli ovvi limiti di un’azione esclusivamente nazionale a favore del clima significa in prima battuta costruire un movimento globale capace di cambiare il senso comune sulla crisi climatica. Per quanto importanti saranno le azioni che alcuni Paesi o l’Unione Europea nel suo complesso potranno prendere, sappiamo bene che i cambiamenti climatici non verranno risolti in un Paese, neppure nel più importante”. Da qui, questo libro costruito tessera per tessera come un mosaico, o come un libro giallo di Simenon, giunge non solo a darci la visione d’insieme, svelando o ribadendo il movente, il delitto e i colpevoli, ma anche a suggerire uno scenario diverso possibile, ed è questo l’elemento di novità, il valore aggiunto.  Viviamo un momento storico particolare, in cui le categorie della modernità, prima fra tutte quella dello Stato nazionale, si squagliano dinnanzi ai nostri occhi. È un momento di incertezza, di insicurezza e di rabbia, come lo è ogni momento in cui sembrano mancare una direzione, un appiglio e un punto fermo. Ma è anche un momento di straordinaria opportunità. Il momento in cui torna possibile iniziare …

Lorenzo Marsili: Un’altra Storia è possibile. L’Utopia diventa realtà! Leggi tutto »

Anita Likmeta

La ragazza di Durazzo si candida in politica in Italia: non dimentico le mie radici!

di Valeria Dedaj La giornalista e blogger Anita Likmeta, grazie al suo bagaglio professionale e la sua volontà di agire, è oggi una delle candidate di uno dei gruppi politici che sta facendo più parlare in Italia, 10 Volte Meglio. In questa intervista racconta i ricordi che custodisce per il suo Paese natio e il suo desiderio di contribuire all’Albania. Anita custodisce caramente i ricordi di un’infanzia trascorsa tra le colline di Rrubjekë, nell’entroterra albanese, quando sognava grandi storie di cui sarebbe stata la protagonista. E con tanta intransigenza Anita Likmeta conserva i valori come la verità, l’onestà e l’integrità come parte inseparabile di lei. Nota per il suo contributo nel mondo della tecnologia e dell’innovazione, all’impegno sulle questioni sociali e all’attenzione sul fenomeno dell’immigrazione, Likmeta si racconta in esclusiva su “Shekulli“, dove condivide emozioni, storie e i suoi piani per il futuro, compresa l’Albania. Se torniamo indietro nel tempo, quali sono i ricordi che salva dell’Albania? Se penso alla mia infanzia, penso alle colline di Rrubjekë. Ricordo quando le terre erano statali, l’immagine di donne e uomini che imbracciavano le loro zappe dirigendosi al lavoro. Ricordo gli abiti modesti, e dai colori opachi, che coprivano le gambe stanche delle donne, le quali affondavano le zappe coordinandosi tra una zolla di terra e l’altra. Ricordo quando mi dissero che mia madre era partita per l’Italia con la prima nave assieme alla sorellina e al fratellino, di appena 9 mesi. Il caos post regime, il primo giorno di scuola a Rrubjekë, il comizio dell’allora Primo Ministro Sali Berisha nel piazzale della scuola gremita da contadini urlanti che vedevano in lui un miracolo, l’eroe che li avrebbe condotti in una dimensione di vita migliore. Ma così non fu e non poteva esserlo. Ricordo gli anni delle piramidi finanziarie, mio zio, che nonostante gli sforzi del nonno a farlo ragionare, vendette casa ma poi perse tutto, e infine disperato e umiliato partì per la Grecia per fare un lavoro misero perché ai cittadini albanesi di quegli anni erano stati depredati anche da quei pochi averi che avevano. La quiete che precedeva la guerra civile del 1996-97. Ricordo quando la TVSH trasmetteva le lezioni per i bambini perché non potevamo andare a scuola a causa delle sommosse in atto. Ricordo le parole di mio nonno che mi diceva che gli albanesi sono un popolo con una grande storia ma che 50 anni di dittatura hanno piegato lo spirito critico nelle persone, il regime ha indebolito la volontà di farsi voce, di farsi coraggio. Nonno era un socialista liberale, e prima di partire per l’Italia mi raccomandò di studiare, mi chiese di non dimenticare mai le radici perché prima o poi si torna sempre da dove si è partiti. Quali erano i suoi primi sogni per il futuro? Da piccola amavo leggere, lessi tutti i libri di cui l’istituto elementare disponeva. Quando rientravo da scuola e portavo a pasciare le pecore nelle terre con mio cugino, mi portavo sempre con me racconti di autori stranieri come Gianni Rodari, piuttosto i classici greci che ho amato tantissimo. Onestamente da piccola non mi era ancora chiaro cosa avrei fatto concretamente, ma sognavo grandi storie di cui sarei stata la protagonista. Eccellevo negli studi, amavo dipingere e avrei voluto studiare arte, ma vivevo in campagna e i nonni erano troppo anziani e non avrebbero potuto seguirmi. La partenza per l’Italia, come è avvenuto? Aveva solo 10 anni, quali i ricordi di questo viaggio sconosciuto per lei? La partenza per l’Italia è un ricordo vivo nella mia memoria. Erano circa le undici del mattino quando io e la mia famiglia partimmo da Durazzo, salita a bordo raggiunsi la poppa e stetti lì tutto il tempo a guardare i volti delle persone. C’era tanta gente, tanti bambini, le loro urla, e poi i pianti. Persone, che forse, si salutavano per l’ultima volta. Stetti lì, aggrappata a quell’istante, all’immagine della mia terra rimpicciolirsi, ad ogni metro. Raggiungemmo Bari nella notte del 3 giugno del 1997. Ricordo i controlli della polizia italiana, le strade illuminate, e poi gli autogrill, e l’odore dei cornetti caldi al cioccolato. Molti albanesi ricordano i loro inizi discriminatori. Ma quanto si è sentita straniera in Italia, e ci sono state persone che le hanno dato una mano per alzarsi, anche moralmente? La prima difficoltà che ho trovato è stata la lingua, trascorsi tutta l’estate a studiare la grammatica italiana perché avevo bisogno di comunicare, di raccontare, di misurarmi con i compagni italiani. Poi le lingue sono diventate una passione per me, oggi ne parlo sei. Sono stati Socrate, Platone, Seneca, Virgilio, Dante, Boccaccio, Petrarca, Manzoni, Marx, Nietzsche, Goethe, Dostoevskij, Čechov, Puškin, Brecht, Levi, Arendt, de Beauvoir, de Saint-Exupéry, Silone, Spinelli, Hajdari ecc. a crescermi, a motivarmi e a credere che potevo realizzare qualsiasi cosa io avessi realmente voluto, e così è stato, nonostante tutte le difficoltà. L’Albania è sempre presente nei miei pensieri. In Italia ha concluso gli studi liceali ed universitari. Poi Parigi è stata un’altra destinazione nella sua formazione. Cosa può dirci in più? Dopo la maturità classica, ho conseguito gli studi all’Accademia di Arte Drammatica “Corrado Pani” a Roma dove ho studiato drammaturgia. Successivamente mi sono iscritta e ho conseguito la laurea in Lettere e Filosofia all’Università degli Studi “La Sapienza”. Poi ho vissuto a Parigi, per due anni, dove ho potuto approfondire gli studi in Filosofia, e dove ho avuto l’opportunità di lavorare ad un documentario in cui ho intervistato artisti, politici, comunicatori, scrittori tra cui Ismail Kadaré. Durante i suoi studi a Parigi ha lavorato ad un saggio storico in merito alle relazioni tra l’Albania e l’Italia durante la Seconda Guerra Mondiale. Ma qual’è il suo rapporto concreto con la sua terra natia durante questo periodo di 20 anni? L’Albania è sempre presente nei miei pensieri, inoltre in Italia sono Co-Founder di una Holding di Comunicazione che si occupa di Digital Transformation e abbiamo sedi in 3 Paesi europei tra cui l’Albania, dove abbiamo una società, Bit2Be Shpk che si occupa di software. Cerco nel mio piccolo di contribuire, anche se mi piacerebbe molto mettere a disposizione le mie conoscenze e professionalità al servizio dell’Albania. Attrice, giornalista, blogger, e non solo. Dove si rispecchia di più Anita? Sopra ogni cosa, a me piace fare. Trovo che sia la cosa più bella in assoluto vedere le tue idee prendere forma. Ad oggi posso dire che, nonostante la storia di cui sono stata co-protagonista assieme ad altri albanesi, ho vissuto la vita che volevo. Non sono attaccata alle cose, tutto ciò di cui ho bisogno è sempre con me. Ho imparato che tutto è in perpetuo movimento e che siamo davvero nulla dinanzi ai grandi eventi della vita. Verità ed integrità sono per me i valori più alti.  Infine, è tra le candidate di un gruppo politico in Italia. Cosa puoi dirci in merito a questo movimento? Il movimento politico nazionale di 10 Volte Meglio è un gruppo composto da professionisti, imprenditori, manager, a cui potrò contribuire portando i miei valori perché oggi più che mai ritengo sia necessario prendere posizione per cambiare lo status quo delle cose. Trovo che in Albania ci sia una continuità ambigua tra il vecchio e il nuovo. Quali sono i suoi obiettivi in questo settore della politica? L’Italia è il Paese in cui ho scelto di vivere, il Paese che, vent’anni fa, mi ospitò dandomi la possibilità di studiare e soprattutto gli strumenti per potermi sollevare e realizzare nella vita. Per me queste sono ragioni più che valide che mi spingono oggi a fare qualcosa per contribuire a un’Italia che sia capace di rispondere al fenomeno della globalizzazione e in grado di misurarsi con le sfide di un’economia mondiale sempre più interdipendente. Perché credo in un’Italia inclusiva, che sia davvero multietnica e multiculturale e che veda nei “New Italians” non un problema, ma una reale risorsa dalle potenzialità ancora inesplorate. Credo nei valori europei del Manifesto di Ventotene, che superino il modello comunitario verso una politica continentale realmente federale e che abbia all’orizzonte il grande sogno europeo cresciuto con la generazione Erasmus: gli Stati Uniti d’Europa. Questo mio impegno nasce dalla profonda convinzione che quello che stiamo vivendo oggi sia un cambiamento tecnologico senza eguali nella storia. Per questo ritengo che una nuova politica debba essere in grado di dare le giuste risposte ai problemi etici e sociali che questo fenomeno comporta, rimettendo sempre al centro le persone. Che cosa pensa dello sviluppo della politica albanese, cosa la incuriosisce? Ha mai sentito il sostegno della politica albanese quando era immigrata?  Nei miei articoli parlo spesso della politica albanese. Ho seguito con molta attenzione le elezioni, e sono rimasta molto colpita dal malcontento generale dei cittadini albanesi, nei loro commenti leggevo la resa, come se votare fosse una perdita di tempo verso uno status quo delle cose già predefinito. Ecco, io credo che bisognerebbe istillare il senso civico in Albania, ma soprattutto sarebbe fondamentale creare una Commissione per la verità e la riconciliazione nazionale albanese, perché credo ci sia una continuità ambigua tra il vecchio e il nuovo, ma che soprattutto non abbiamo dato volti e nomi a quei criminali e a quello storia da cui dovremmo tutti prendere le distanze. Questo sarebbe un piccolo, grande passo sociale verso un’Albania liberale. Per rispondere poi alla tua domanda, non ho mai sentito il supporto della politica albanese, ma sono certa che avranno avuto il loro gran da fare in questi anni. Tuttavia, la sua vita è concentrata sull’Italia, ma ha mai pensato di ritornare in Albania. Se sì, quale sarebbe il contributo che potrebbe dare? Diciamo che non escludo nulla, come dicevo prima mi piacerebbe poter contribuire in maniera visibile e concreta in Albania, mettere il mio bagaglio di esperienze e professionalità al servizio della collettività, e avrei già alcune idee valide, se avessi il sostegno del governo albanese potrei agire diversamente ed essere più veloce. E infine, quali sono i progetti di Anita per il futuro, anche in politica? A breve termine, sogno l’Albania in Europa. Quello che so per certo però è che rimarrò la stessa bambina sognatrice delle colline di Rrubjekë, e in ogni caso integra ed onesta.