unione europea

Lettera a tutte le comunità albanesi in Italia e in Europa

A tutte le comunità della diaspora albanese in Italia, Il recente vertice tra i 27 Stati membri dell’Unione europea e i sei Paesi dei Balcani occidentali extra-europei si è concluso con un nulla di fatto. La Bulgaria non ha ritirato il veto sulla ripresa dei negoziati di adesione con la Macedonia del Nord gettando così una pesante ombra sul percorso dell’Albania, che è legato a quello di Skopje. Per l’ennesima volta, sulla questione, non è stata raggiunta l’unanimità necessaria. L’Europa, insomma, ancora una volta, non ha tenuto nella dovuta considerazione l’Albania e il popolo albanese. Per quanto siamo consapevoli di rappresentare una piccola nazione, sia in termini territoriali che demografici, riteniamo che l’Europa non possa e non debba dimenticarsi di noi: la nostra stessa storia, il modello di convivenza interreligioso che rappresentiamo, gli sforzi enormi di democratizzazione dopo la triste parentesi della dittatura comunista, sono una patrimonio che dovrebbe essere tenuto nella massima considerazione da un’Europa che, proprio oggi, cerca di affermare i suoi valori fondanti rispetto a un vasto mondo che li mette violentemente in discussione. Tuttavia, noi albanesi non possiamo perderci d’animo: non siamo figli illegittimi di questo Continente, semmai, abbiamo fratelli distratti. Noi albanesi, come e più di altri popoli, conosciamo il prezzo che si paga per la libertà e non faremo un passo indietro sulla strada che abbiamo intrapreso con coraggio e determinazione. Da questo punto di vista, trovo rincuoranti e piene di speranza le parole del Presidente Mario Draghi, che, a margine del recente Consiglio Europeo, ha dichiarato con fermezza il suo appoggio alla causa albanese: “noi vogliamo che l’Albania venga presa e vada avanti da sola, cioè senza essere più bloccata dalle differenze, dalle divisioni che ci sono sulla Macedonia del Nord”. Come su altre questioni dirimenti, dobbiamo dunque sperare che l’autorevolezza di Mario Draghi, possa giocare un ruolo decisivo anche su questa questione. Oggi, come cittadini albanesi sparsi in varie comunità in Europa e nel mondo, dobbiamo dunque farci conoscere meglio, spiegare meglio le nostre ragioni, di nuovo e da capo. Dobbiamo rivendicare il nostro pieno diritto a sedere nel Consiglio Europeo. In questa fase storica ognuno di noi può contribuire come singolo e come comunità a fare la differenza ovunque si trovi, in Italia come in ogni altro paese europeo. È mia ferma convinzione che se noi albanesi, intesi come individui e come comunità, non parteciperemo attivamente per sostenere l’adesione dell’Albania all’Europa, faremo l’imperdonabile errore di abbandonare i Balcani al disegno egemonico dell’impero russo e di quello ottomano. Noi albanesi sappiamo bene cosa significherebbe per le nostre vite: lo abbiamo già vissuto per troppo tempo. Non vogliamo riviverlo di nuovo. Rroftë Shqipëria! 

Il filosofo Onfray: “La sinistra è diventata l’alleato più attivo del capitalismo contemporaneo”

Michel Onfray, post-anarchico, anticomunista, antiliberale, anticapitalista, attivo nell’area della sinistra alternativa, è uno dei filosofi europei più discussi. Per alcuni è un sovranista, per altri un libertario puro. Dalle sue posizioni iniziali di netto rifiuto del cristianesimo, rilettura della filosofia in chiave materialista, si è mosso verso l’accettazione di un cristianesimo “culturale”. Ha dedicato riflessioni al tema della sensualità, come preminenza dei sensi. Mentre lo intervistiamo cita Diderot: “davanti a me, c’è un solo senso, il tatto, variamente modificato: si tocca con gli occhi, il naso, la bocca, le orecchie, la pelle. È una variazione sul tema materialista presentato da Democrito”. E contesta duramente la sessualità “virtuale”: “La civiltà verso cui stiamo andando è transumanista. I suoi fautori lavorano sulla denaturazione dei corpi”. Politicamente, forse, rimane un àpota. Ma con idee molto chiare, magari discutibili, ma coerenti, su molti temi che ci toccano da vicino. Da un lato le cosiddette élites, che credono nel rafforzamento delle istituzioni sovranazionali, nell’europeismo, nella “società aperta”. Dall’altro i ‘sovranisti’ che vagheggiano un senso forte dell’identità. Alle ali estreme degli schieramenti da una parte c’è chi vuole distruggere i monumenti. E, dall’altra chi crede che il Covid sia espressione del complotto pluto giudaico massonico. Che ne pensa?Bella sintesi dei nostri tempi. Con una precisazione: il “wokismo” è ciò che resta del marxismo dopo la sua esperienza sovietica, sessantottina e mitterrandista. È una sinistra presa in prestito dai campus americani. Pensa che la sinistra si stia occupando più di “suscettibilità” che di questioni sostanziali, dunque?La sinistra ha cessato di essere sociale per diventare “la società”. Si preoccupa meno dei poveri, dei piccoli, dei miserabili nel senso di Hugo, e si concentra sulle minoranze, che impongono la loro legge alla maggioranza, questa è la definizione stessa di dittatura. È sicuro?In passato Hugo protestò contro il sistema che costringeva i poveri, come Fantine, a vendere i propri capelli e i denti per le parrucche e le dentiere ai ricchi. Oggi, alcuni che si dicono di sinistra, giustificano che Fantine possa affittare il suo utero per i figli che i ricchi comprano da loro. La mia sinistra è agli antipodi rispetto all’ideologia di questi nuovi mercanti di schiavi. Allora cosa dovrebbe significare essere davvero di sinistra oggi?Essere dalla parte di Fantine! La sinistra sociale che, negli anni ’90, ha eletto un popolo sostitutivo per sostituire quello che ho definito come il “popolo della vecchia scuola”, con neofemministe, LGBTQ+, arabo-musulmani, immigrati, giovani, ambientalisti settari, è la strada migliore del capitalismo planetario. A favore di lotte di nicchia presentate come civilizzazione: il riscaldamento globale antropogenico, la possibilità di cambiare sesso dalle elementari, la religione migratoria. In questo periodo, possiamo sfruttare i più deboli, i più modesti, i più diseredati, i “miserabili” di Victor Hugo. L’albero della società nasconde la foresta della questione sociale. La sinistra dovrebbe riguadagnare i suoi fondamenti antiliberali perché è diventata l’alleato più attivo del capitalismo contemporaneo, il suo utile idiota. E a proposito di donne. la madre del Manifesto di Ventotene, Ursula Hirschmann, sosteneva che l’unificazione politica può essere una tappa esemplare per le donne. Chi è, secondo lei, la prossima Angela Merkel?Non ci vedo nulla in Angela Merkel che sia veramente femminile o che faccia onore alla causa delle donne. Per rispondere alla sua domanda: la prossima Angela Merkel si chiama Olaf Scholz, d’altronde con lo slogan femminista e demagogico “Er kann Kanzlerin” ha vinto la campagna elettorale in Germania. Oggi, secondo alcuni intellettuali, viviamo nell’epoca del tecno-populismo. Finita la politica, insomma, restano i tecnici (in Italia abbiamo Draghi, in Francia Macron) ma sottratti alla dialettica democratica. Cosa ne pensa?Viviamo sotto un regime di neo-totalitarismo maastrichtiano, e ho raccontato tutto questo in “Teoria della dittatura”, da una lettura dei testi politici di Orwell. L’ideologia maastrichtiana è quella del sansimonismo che vuole escludere i popoli, quello che io chiamo populicidio, riattivando un concetto di Gracchus Babeuf, in nome di un governo di tecnici decretato come governo degli unici competenti. Questa ideologia maastrichtiana chiama populista qualsiasi resistenza che ci ricordi la democrazia. Ha un pool di intellettuali – in Francia Bernard-Henri Lévy, Jacques Attali, Alain Minc e altri -, che lavorano per lei. Ideologia Maastrichtiana, dice. Parliamo di Europa. Sappiamo che è un concetto instabile. L’Europa è attraversata da almeno tre filoni culturali, spesso in conflitto o difficilmente declinabili in una sintesi comune: quello latino, quello germanico e quello slavo. Cosa pensa a riguardo?L’unità di questa Europa si deve al collante giudaico-cristiano. La Francia, l’Italia, la Spagna cattolica, i paesi del nord protestanti, la Russia e altri paesi dell’Europa centrale ortodossi hanno hanno questo in comune. Ma il progetto europeo è vario e multiplo: Napoleone e Hitler volevano l’Europa. L’estrema destra, quella vera, voleva un’Europa cristiana antibolscevica. La Cia vuole la stessa Europa dei maastrichtiani, di destra e di sinistra, che attualmente sono al potere, Macron compreso. Lei ha dichiarato “Eric Zemmour è un intellettuale in politica. Quando vuoi essere Presidente della Repubblica, non hai più gli stessi doveri di quando sei un intellettuale dietro un microfono”. Come lo giudica?Zemmour riattiva la mitologia platonica del filosofo re, e io non credo a questa favola. Tutti coloro che sono stati intellettuali in politica o hanno avuto successo è perché hanno abbandonato l’intellettuale che era in loro, o hanno fallito perché hanno abbandonato il politico. Marco Aurelio era un grande filosofo, ma l’imperatore che era in lui non era molto Marco-Aureliano. Lenin era un re filosofo che si trovò presto a suo agio nel mantello del re, dimenticando il filosofo. L’etica della convinzione è dalla parte del filosofo, l’etica della responsabilità dalla parte del principe. Eric Zemmour che è un intellettuale in politica diventa sempre meno intellettuale e sempre più politico. Questo può essere il prezzo da pagare per esistere politicamente, ma, sicuramente, è il prezzo da pagare per smettere di essere un intellettuale. È nozione comune che lei si definisca “ateo cristiano”. Che vuol dire?Sono un ateo, chiaramente. E non soffro di pignolerie concettuali, vale a dire che per me Dio non esiste e le religioni sono finzioni, ma vivo in una civiltà di stampo giudaico-cristiano. Tuttavia, non pretendo di dire che sono sfuggito a questa “formattazione”. Se non altro perché la mia etica, la mia morale, i miei valori provengono dal mondo greco-romano, assorbito dal mondo giudaico-cristiano. E che anche la mia emancipazione da questa civiltà è il prodotto stesso della de-composizione di questa forma di vita.

L’Europa è in guerra

C’è una guerra in Europa. Una guerra nella quale a morire sono solo i migranti, scappati dalla parte sbagliata della storia e ammassati in migliaia al confine tra la Polonia e la Bielorussia. Stanotte è morto un bambino di un anno, assiderato nei boschi polacchi, mentre i suoi genitori erano feriti. Ora sentiremo le dichiarazioni commosse di tutti i capi di stato europei, esattamente come accadde con Aylan, il bambino morto sulle coste turche nel 2015. Una storia che si ripete e che affonda le sue radici nella perenne, sempre rinnovata guerra fredda tra USA e Mosca. Una storia antica, quasi un archetipo che torna allo scoperto ogni volta che le contingenze politiche e geopolitiche ne fanno affiorare la struttura. Come l’Ucraina, anche la Bielorussia è un paese cuscinetto della Russia, parte integrante prima dell’URSS e ancor prima dell’impero zarista. La storia si ripropone nell’estate 2020, quando in Bielorussia viene eletto Lukashenko, nonostante le fondate accuse di brogli elettorali. Da quel momento, i movimenti di liberazione bielorussa, come accadde in Ucraina e in Georgia, furono stroncati dalla Russia che ad oggi continua a elargire fondi e aiuti mantenendo vivo il governo Lukashenko, e mantenendo la Bielorussia all’interno della sua area di influenza. Mosca è riuscita dunque a creare uno stato cuscinetto che le è indispensabile non solo a fini difensivi, ma anche per mettere in atto la sua tattica di destabilizzazione in Europa. A questo fine, con l’aiuto della Turchia, la Russia ha favorito e permesso il trasporto di migliaia di migranti fino al confine con la Polonia. La morale di questa triste storia è che la lotta fra i due imperi, quello Russo e quello Americano, trova infine un punto strategico comune: indebolire l’Europa per avere campo libero negli scenari mediorientali. I governi destrorsi che tanto stanno destabilizzando l’Europa a Est, sono funzionali alla politica estera degli Stati Uniti, che cerca di sovrastare l’espansione russa verso quest’area avendo tutto l’interesse a contrapporre i nazionalismi esacerbati del Gruppo di Visegrad all’aggressività politico economica russa. In breve, mentre Mosca cerca di operare una politica di penetrazione in Europa, gli USA tentano di limitarne le manovre e di farla arretrare a Est. Come sempre, la partita si gioca naturalmente sulla pelle degli ultimi. Di questi paria della terra che si trovano schiacciati fra due fuochi, come scudi umani di cui in realtà a nessuno importa. In termini tattici l’Europa ha l’opportunità di gestire questa situazione utilizzando i Balcani Occidentali, ad esempio l’Albania che può diventare la chiave di volta n quest’area a tutti gli effetti europea, in grado di garantire un tempo sufficiente a distendere i rapporti e temporeggiare sulle scelte da intraprendere nelle prossime settimane e mesi. E poi è ora che l’Europa -tanto attiva a parole ma che non si è dotata di una politica comune sulla questione migrazioni- si dia da fare su un problema tragico e urgente. Fino ad ora l’Europa ha mostrato poca sostanza proprio sul terreno che dovrebbe appartenerle: quello dell’accoglienza, dei diritti, dell’attenzione agli ultimi. Nella grande, e spietata, partita geopolitica l’Unione Europea, fa la parte dell’inetto sveviano o musiliano, se non quella dell’assente beckettiano. Assistiamo dunque a una guerra di posizione e logoramento, che prende forma giorno dopo giorno, favorita dall’incapacità dell’Europa di contrapporre una politica estera comune e sostanziata da mezzi effettivi e deterrenti tali da scoraggiarne il perseguimento. Fa bene, il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli a commentare su Twitter: «Lo sfruttamento dei migranti e dei richiedenti asilo deve cessare, la disumanità deve cessare». È un appello e una presa in carico di responsabilità. Ed è ora che alle parole seguano i fatti.

A lezione dall’Albania, subito in soccorso del popolo afghano

Chi ha conosciuto questo mondo e, con fatica, se ne è liberato, oggi manda aerei in aiuto a Kabul. Quello che sta accadendo in questi giorni a Kabul è un genocidio in piena regola e sta avvenendo sotto i nostri occhi. Uomini, donne, anziani, adolescenti e bambini costretti a scappare senza meta per cercare rifugio dalle persecuzioni dei talebani che hanno conquistato Kabul. Non è un caso che questo avvenga ora; per chi non è a digiuno di storia contemporanea sa bene che la scelta di Biden di ritirare le truppe dal suolo afgano potrebbe essere pura strategia rispetto a quello che accadrà nei prossimi mesi, in un delinearsi di nuovi fronti sulla scacchiera geopolitica mondiale. Ma mentre il mondo intero rimane sgomento per i messaggi video e per le foto che ci arrivano da là, fa notizia la scelta del Premier dell’Albania, Edi Rama, di inviare aerei in Afghanistan per soccorrere la popolazione civile e offrire così un rifugio momentaneo a chi fugge la persecuzione. Il premier albanese espone la sua scelta in un lungo post su Facebook in cui spiega le ragioni che lo hanno spinto ad agire immediatamente. Ha ricordato che in Albania trovarono rifugio gli ebrei e che nessuna di quelle duemila persone che fuggirono dal regime di Hitler venne consegnata ai nazisti. In questo modo, oltre a dare una lezione all’Occidente, Edi Rama, leader di una giovane democrazia in un paese in larga parte musulmano, ha preso anche una posizione chiara che suona come monito all’ondivago e contraddittorio ′sentiment′ diffuso nelle democrazie occidentali rispetto a quanto sta succedendo in Afghanistan: senza se e senza ma, i talebani sono i nazisti del nuovo millennio.  Mi rincuora sapere che questa volta la mia Patria natia abbia saputo dimostrare all’Occidente cosa significa mettersi in gioco al di là delle trame e degli interessi politico-economici. Mi auguro che nelle prossime ore anche la mia Patria adottiva dimostri di essere all’altezza della propria Costituzione democratica facendosi parte attiva nel soccorso ai civili afgani. E mi scuso se la dico senza tanti giri di parole, ma la differenza fra due culture di morte come quella nazista e quella talebana sta solo nel fatto che per i nazisti si trattava di affermare la superiorità di una razza sulle altre, per i talebani si tratta di affermare una superiorità di genere: il vero obiettivo dei talebani è un patriarcato folle e perverso, volto all’annientamento morale e fisico della donna. La mercificazione e la reificazione delle donne è un fatto ancestrale proprio di molte culture nel mondo. Queste abitudini inveterate non si possono, evidentemente, mettere in discussione in Afghanistan. Quelli che oggi scappano da questa terra, quelli che si aggrappano alle ali degli aerei, sono uomini e donne che si sono compromessi con gli ideali di uguaglianza occidentali e che non sono più disposti a subire una cultura criminale che accetta di far sposare bambine di 8 anni per poi seppellirle il giorno dopo la prima notte di nozze. Mi torna in mente un film albanese che mi colpì molto (“14 vjeç dhëndër”, 14 anni sposo): una famiglia  benestante, almeno rispetto alla povertà collettiva, decide di far sposare il loro unico figlio di 14 anni con una fanciulla di 20 anni, forte e robusta ma di famiglia poverissima, affinché faccia da serva in casa. La ragazza si oppone come può, scappando e salendo sul tetto di casa, minacciando il suicidio. La madre la supplica di sposarsi per dare la possibilità alle sorelle di crescere con qualche mezzo economico in più. Mossa dal senso di colpa, la giovane Marigo cede. C’è una scena del film che narra perfettamente la condizione delle donne nell’Albania rurale di quegli anni: Marigo, come tante altre donne, di ritorno dalla campagna, porta sulle spalle un carico di legna, come un mulo da soma. Due uomini, intenti a prendere il caffè, osservano con compiacimento il ritorno delle donne dai campi. “Siamo gli uomini più fortunati! Al mondo non esistono donne come le nostre”, dice uno. Ma l’altro gli risponde: “No amico mio, non sono loro le migliori, i migliori siamo noi: servirci è il minimo che possono fare”. Chi ha conosciuto questo mondo e, con fatica, se ne è liberato, oggi sta mandando gli aerei in soccorso a Kabul.

30 anni fa. Intervista alla madre: perché salisti sulla Vlora lasciandomi in Albania?

L’8 agosto 1991 ai Durazzo in ventimila diedero l’assalto a un’imbarcazione e costrinsero il capitano a salpare per l’Italia, “Lamerica”. La piccola Anita restò, Ervehe partì con gli altri due figli. L’8 agosto del 1991, a 376,18 km da Bari, partì una nave, la Vlora, con a bordo il più grande carico di esseri umani della storia: oltre 20mila persone. Fuggivano dall’Albania, il Paese che li aveva tenuti prigionieri per quasi mezzo secolo. Oggi ricorre il trentennale del più grande esodo che l’Europa abbia conosciuto negli ultimi cinquant’anni. Mia madre Ervehe era uno di quegli esseri umani che si imbarcarono a Durazzo per trovare libertà in Italia. Ho chiesto a lei di parlarmi di quel giorno perché, finora, non ne abbiamo mai parlato. Mamma, cosa ti spinse a partire?Ricordo i giorni prima della partenza, la città era soffocata dal caldo. Tutti lo dicevano, tutti ne parlavano: stava per succedere qualcosa di straordinario. Dicevano che sarebbe partita una grande nave ma che sarebbe stato difficile, se non impossibile, trovare posto. Così l’8 agosto ci mettemmo in fila alle prime ore dell’alba. Aspettavamo di vederla arrivare in porto. Io avevo lasciato casa, così, su due piedi, dopo aver chiuso la porta a due mandate. Avevo preparato qualcosa da mangiare per tuo fratello, che allora aveva 9 mesi e per Emy, che aveva 4 anni: non avevo altro. Quando arrivò il momento di salire, tenevo i bambini attaccati a me, in modo che non venissero schiacciati dalla calca. Ricordo che a un certo punto chiusero la strada che immetteva al porto. Noi però ce l’avevamo fatta, eravamo dentro. Eravamo migliaia. Altrettanti però erano rimasti fuori, premevano agli sbarramenti. Quelli della milizia cominciarono a sparare in aria per spaventare la folla, poi persero il controllo della situazione: ci furono morti e feriti. Io non parlavo, guardavo per terra, tenevo Flori al seno e Emy per mano. Seguivamo il flusso di quella marea umana. Eravamo come un torrente in piena. Perché eri sola?Sapevo che era l’ultima possibilità di partire per l’Italia, che non ci sarebbero state altre navi. Lo sapevano tutti. Lo urlavano con i megafoni. Avevamo paura di rimanere bloccati per sempre in Albania, che non ci sarebbero state altre occasioni. Nessuno voleva restare nell’inferno in cui avevamo vissuto per anni, anche a costo di rimetterci la vita. Com’è stato il viaggio?Ricordo che non c’era un centimetro per muoversi. Eravamo appiccicati. Non si respirava. Undici ore senza mangiare e senza bere. La gente si faceva i bisogni addosso. C’era un odore terribile: chi vomitava, chi piangeva. Ma dovevo restare in piedi e proteggere i tuoi fratelli, perché la calca non li schiacciasse. Ricordo che c’erano uomini appesi alle ringhiere della nave, che si tenevano attaccati mentre la nave partiva. Hanno resistito quanto hanno potuto, poi sono caduti in mare. Durante la traversata anche chi sveniva, chi perdeva conoscenza, veniva buttato a mare. Era una di quelle situazioni in cui gli uomini si mostrano per quello che sono davvero. Un uomo mi dette un po’ di caffé con lo zucchero che mi aiutò a restare in piedi fino a Bari: Dio lo benedica. Sono felice, a mia volta, di aver dato un sorso di latte dal biberon che avevo preparato per Flori a una bambina che piangeva in braccio a sua madre. Per il resto, sapevo solo che dovevo farmi forza. Ripetermi che sarebbe andato tutto bene e che prima o poi avremmo raggiunto la meta. Non volevo morire in mare. Volevo vivere. Perché non hai portato anche me?Eri dai nonni, i miei genitori. Anche volendo, non avrei fatto in tempo a venire a prenderti. La nave partiva, era l’ultima nave. Mi dicevo che un giorno sarei tornata a riprenderti. Non c’è stato istante in cui non ti abbia pensato. Ho pianto per mesi, ogni giorno, per questo. Ogni giorno mi chiedevo se avevi da mangiare, se stavi bene. Non riesco a parlare di questo. Rifaresti di nuovo quella scelta?Non lo so. È tutto cambiato, non riesco a giudicare oggi quello che è successo quel giorno. Sono cambiata anch’io. So che eravamo stati violentati nell’anima, nella dignità, nella nostra stessa identità. È vero che non avevamo mai viaggiato e visto cosa ci fosse fuori dall’Albania, ma nel cuore sapevamo tutti che fuori doveva esserci per forza qualcosa di meglio. La dittatura ti porta via l’anima: questo lo avevamo sperimentato tutti sulla nostra pelle. Hai detto che durante il viaggio molte persone vennero gettate in mare. Lo ricordo troppo bene. Zia Dana, di ritorno dal ginnasio, faceva fatica a respirare. I nonni la raggiunsero sull’uscio di casa. Si sedettero sulle scale. Zia piangeva a dirotto e diceva a loro di farsi forti. Poi ci diede la terribile notizia che tu, Emarilda e Flori eravate morti in mare. Ricordo che i nonni restarono in silenzio, non dissero una parola. Io invece scappai correndo disperata. Poi, settimane dopo, sempre la zia Dana ci disse che era riuscita a mettersi in contatto con te. Non ci credeva. Te lo aveva chiesto cento volte: “Ela, ma sei davvero tu?”. Era vero, le avevi detto: una donna con due bambini erano morti in mare, ma non eravate voi. Mamma, ma tu di cosa avevi paura su quella nave?Non avevo paura. In cuor mio sentivo che ce l’avrei fatta. Avevo fede. Come si dice? La fede è certezza di cose che si sperano, dimostrazione di cose che non si vedono.

Ritorno a Tirana, come una ragazzina che ritrovi donna

L’Albania si avvia verso una nuova era della sua storia e in questo tragitto c’è bisogno di tutti. Tornare nella terra in cui sono nata, dopo lunghi anni, è stata per me una esperienza di forte impatto, uno scontro di sensazioni con le quali, appena rientrata in Italia, devo fare i conti. Tirana non è più la città che ricordavo: come una ragazzina che ritrovi donna, Tirana ha cambiato faccia, è cresciuta in altezza, quasi non la riconoscevo. Eppure, accanto ai nuovi grattacieli e al grande centro commerciale Toptani, qua e là resistono residui dell’urbanistica hoxhaista. Come a ricordarmi l’infanzia difficile da cui quella ragazzina è scampata. Camminando per le strade della capitale ho incontrato i volti solcati dalle rughe di una vita che non è stata mai facile, ma anche la freschezza di una gioventù cha ha voglia di mettersi in gioco, con una luce negli occhi, con una vitalità che mi ricorda quella di certi film italiani degli anni sessanta. E nonostante l’occidentalismo possa far paura, perché ha investito la società come un tornado, senza quasi lasciare il tempo agli albanesi di capire quello che stava succedendo, è tuttavia palpabile la disponibilità a mettersi in gioco, a rischiarsi il futuro in un mondo difficile ma finalmente aperto a infinite possibilità. Piazza Skanderberg, oggi tutta area pedonale, comunica una grande apertura: i bambini giocano, i musicisti di strada ti regalano ad ogni angolo della piazza un sorriso e suonano il classico repertorio di musica “arbëreshë”. Camminando in mezzo alla piazza, le immagini memoriali di come l’avevo conosciuta si sovrappongono a quelle che mi trovo davanti agli occhi, e mentre pranzo in uno dei ristoranti più modaioli della capitale, il mio sguardo sconfina oltre le grandi vetrate del locale. Il mio commensale, Dastid Miluka, considerato uno dei più grandi pittori albanesi contemporanei, mi indica la statua dell’eroe nazionale e subito dopo mi indica il chiosco dove i cittadini fanno la fila per vaccinarsi, ricordandomi che proprio lì, al posto di quel presidio per la salute pubblica, spadroneggiava un tempo quella statua di Enver Hoxha che 30 anni prima, proprio lui e i suoi amici studenti, buttarono giù e trascinarono via. La vittoria alle elezioni del leader del Partito Socialista Edi Rama è sulla bocca di tutti quelli che incontro. C’è chi ne è contento chi no. Alla grossa, i cittadini di Tirana non si mostrano entusiasti, mentre chi abita nelle periferie, soprattutto i contadini con cui ho avuto modo di parlare, lo adorano: è decisamente il loro uomo. A differenza delle democrazie europee insomma, il centrosinistra qui ancora non pare coincidere con le ZTL. La cosa straordinaria di Tirana, lo capisco subito, è che il potere è davvero a due strette di mano: i politici, o chi lavora per loro, non hanno la spocchia di chi è arrivato. Gli albanesi sono un popolo ospitale, non sono mai riuscita a pagare un caffé. L’ospite è sacro in Albania, e un ospite, mi rendo conto, è quello che sono. E mentre faccio la turista da un angolo all’altro della città, da uno studio televisivo all’altro, noto i volti delle persone. Quelli sì non sono granché cambiati. Accetto l’invito del rabbino dell’Albania Yisroel Finman, al centro cinematografico Pietro Marubbi, pittore italiano naturalizzato albanese e sostenitore di Garibaldi, che venne coinvolto durante i moti risorgimentali nell’omicidio del sindaco di Piacenza costringendolo così, nel 1856, a emigrare nell’Albania dell’impero ottomano. Il centro cinematografico Marubbi ha un giardino meraviglioso, pieno di opere di artisti contemporanei albanesi. Con il rabbino rimaniamo seduti a parlare dell’Albania degli ultimi anni, dei movimenti studenteschi, degli ebrei che vennero salvati dal popolo albanese, del progetto di costruire insieme un Albanians National Museum of Holocaust e, più in generale, di questa fragile democrazia che ci vede tutti coinvolti. Inizia a pioviccicare e lasciamo il centro cinematografico e il suo meraviglioso giardino che si apre accanto al Ministero delle Finanze e del Commercio. Una strada provinciale ci separa dai nuovi palazzi costruiti negli ultimi anni. Ammassi di cemento che fuoriescono dalla terra e che i cittadini albanesi chiamano case. Non c’è equilibrio architettonico, sono palazzi partoriti in piena crescita economica del paese: ricordano le speculazioni edilizie dell’Italia del boom. Palazzi senza una identità, senza storia: grigi e stretti, gli uni agli altri, come a tentare di non cadere nonostante sembrino ancora nuovi. Per strada i cittadini vanno in bicicletta, altri in macchine dal motore truccato, con  il volume dello stereo a mille. Le persone qui si affrettano per andare da qualche parte, sembrano tutte in ritardo. Cerco di scrutare i loro volti, nei loro occhi leggo ancora smarrimento e un po’ di tristezza. Una giovane donna mi viene incontro, è ben vestita, con la sua 24 ore sotto braccio. Ha uno sguardo sospettoso. Cammina su tacchi a spillo altissimi. In punta di piedi al suo dolore, penso. E infine l’incontro con Blendi Fevziu, il conduttore TV più noto in Albania che qui paragonano a Bruno Vespa. Un uomo molto gentile. Fevziu, negli studi di RTVKlan, mi mostra la statua di mio zio, il pittore Ibrahim Kodra, migrante a sua volta nell’epoca del re Zogu e morto a Milano nel 2006, che è riuscito a salvare. E così, davanti a quella statua che riproduce le immagini dei suoi quadri, rivedo la mia storia. Perché l’arte, come la filosofia, anticipa la vita e getta la sua rete di senso sempre un po’ più in là, in un’Albania fantastica ancora tutta da inventarsi. Ma Tirana è una capitale in grande espansione, il lavoro di questi ultimi 30 anni è visibile nelle strade, negli edifici, nei parchi, nei locali alla moda. Camminare per le vie di questa città non fa più paura. Anzi, si ha come la percezione di essere protetti. L’Albania si avvia verso una nuova era della sua storia e in questo tragitto c’è bisogno di tutti. Negli occhi dei miei connazionali in questi giorni ho letto voglia di vivere, desiderio di ripartire, di scoprirsi. Nei volti dei cittadini albanesi ho letto tanti valori, ma soprattutto ho visto la partecipazione attiva alle tematiche politiche: la partecipazione dei cittadini comuni alle discussioni in ogni bar, mi ha commosso. I giovani albanesi sono pieni di talento, sono gentili, aperti al futuro e alle potenziali connessioni culturali. In Albania, in questi giorni, non mi è mai capitato di ascoltare una parola denigratoria o offensiva. Qui il razzismo non è ancora di casa. Per il resto, in questo viaggio di ritorno nella mia patria di origine, la sensazione più buffa che ho provato riguarda proprio la constatazione di quanto il popolo  albanese sia simile a quello italiano. Simile, certo, ma solo ancora un po’ più giovane. Sapere di poter cambiare le cose: questa è la sensazione che riassume tutto il mio viaggio. Il terzo mandato di Rama può suggellare questa nuova ripartenza se l’Europa finalmente comprendesse che è necessario far ripartire i negoziati di adesione il prima possibile. Perché c’è una forza nel popolo albanese che ancora ti coinvolge pienamente e ti trascina a ripensarti come individuo nella storia, come cittadino nel mondo, come essere umano in viaggio. Questa energia io credo possa davvero servire all’Europa e all’Italia: il paese di fronte adesso è ancora più vicino.

L’Albania che verrà

L’augurio è che chi si troverà a guidare il paese dopo le elezioni abbia la forza di guardare un passo più in là dell’urgenza del momento. A pochi giorni dalle elezioni in Albania, voglio tornare sulle questioni balcaniche, perché ancora una volta mi pare quello lo scacchiere geopolitico sul quale l’Europa potrà giocare una partita decisiva. Dipenderà infatti dalla capacità di inclusione dell’Europa rispetto a quest’area, europea a tutti gli effetti, il futuro stesso dell’Unione e la sua capacità di fungere da hub fra oriente e occidente, e fra nord e sud del mondo. Intanto, colpisce la vittoria alle elezioni in Kosovo di Vjosa Osmani, che succede Hashim Thaçi, dimessosi dopo le accuse del Tribunale dell’Aia per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, perché per la seconda volta, dopo Antifefe Jahjaga, in quest’area balcanica, considerata da sempre paese satellite dell’Albania, a vincere è una donna. Un esito dal forte valore simbolico: da una parte il riscatto rispetto a quel terribile e ancora troppo recente passato di stupri etnici che ha devastato la vita di migliaia di donne kosovare, dall’altra il riconoscimento che sono proprio le donne (e i giovani) la risorsa più importante per il futuro del paese. Questo chiaro segno di svolta non potrà non pesare, in qualche modo, anche sull’agenda del governo che uscirà dalle urne albanesi la prossima settimana. Perché continuo a pensare a quella storia che racconta Ismail Kadaré, della cittadina assediata dall’esercito turco, che resiste grazie a un crudele espediente: un cavallo lasciato senz’acqua per lunghi giorni e infine liberato svela ai cittadini una fonte nascosta d’acqua che consentirà loro di sopravvivere. Se penso a questa storia come a una metafora della condizione albanese, vedo i quarant’anni di regime hoxhaista come il giogo che ha reso il popolo albanese assetato quanto il cavallo di Kadaré: dopo lunghi anni di transizione si tratta dunque, ancora adesso, di scovare le fonti d’acqua nascoste nel paese. Con un’età media minore di cinque anni rispetto alla media europea, l’Albania che uscirà dalle urne fra due settimane dovrà fare i conti col fatto che sono proprio i giovani e le donne questa risorsa nascosta da cui potrà scaturire lo sviluppo economico dei prossimi anni: riconoscere la loro centralità, da molti punti di vista, significa peraltro riconoscere la necessità di quel cambio di paradigma, nell’esercizio dei poteri, che coincide esattamente con le priorità poste dell’EU per portare a termine l’acquis. Il governo che uscirà dalle urne ha, di fatto, questo obiettivo a portata di mano, ma potrà raggiungerlo soltanto se saprà dimostrare, sin da subito, di essersi sbarazzato degli ultimi cascami di quella sfiducia verso le libertà, eredità di ogni regime, che altro non è se non una residua sfiducia nel popolo e quindi nel paese stesso. Questa volta, dunque, la sfida fra Rama e Basha è davvero decisiva non solo perché avviene a ridosso di una elezione storica come quella in Kosovo, ma soprattutto perché, chi vincerà, dovrà rispondere a una precisa chiamata di portata epocale. Se infatti la pandemia rappresenta in qualche modo l’anno zero di una nuova èra, a chi si aggiudicherà il governo del Paese spetterà l’opportunità di scegliere da che parte della storia si debba guardare. Restando ancora nell’ambito descritto dalla metafora di Kadaré, il reperimento delle nuove risorse avverrà tanto prima quanto più il paese sarà lasciato libero di esprimere le sue potenzialità, proprio a partire dai giovani, che sono la fascia di popolazione più pronta e attrezzata culturalmente per cogliere le occasioni che si presenteranno nella spinta reattiva post-pandemica. Che questa sia la fonte nascosta del paese infatti non è una petizione di principio o un semplice esercizio di wishful thinking, ma una realtà suffragata da dati eloquenti legati al fenomeno migratorio: in Italia la comunità albanese è la terza per numero, dopo quella rumena e quella marocchina, ma la prima per numero di iscrizioni all’università. Di più: guardando i grafici risulta che oltre il 48% degli iscritti è donna. Secondo il rapporto del 2018 sull’integrazione dei migranti del governo italiano, infine, leggiamo che le donne albanesi nelle università italiane hanno conseguito, rispetto agli altri iscritti non italiani, i migliori risultati. Se dunque vogliamo trovare una morale alla storia di Kadaré, da questi dati risulta chiaro chi abbia più sete di conoscenza, di sviluppo e innovazione, e chi rappresenti quindi l’asset più importante su cui fondare la nuova Albania dell’era post-pandemica alle porte. A partire da questo, per esempio, si potrebbe cominciare col rafforzare i corridoi inter-universitari Albania-Italia già in essere, e far nascere dei veri e propri gemellaggi con le università italiane su settori strategici della ricerca e dell’innovazione: è senz’altro interesse dell’Italia velocizzare il processo di adesione dell’Albania all’Europa, ma lo sarà ancora di più se all’Italia verranno offerte occasioni di investire risorse in un paese che, anche solo per la sua collocazione geografica, è destinato ad avere un ruolo chiave sul fronte geopolitico dei prossimi anni.  Il compito che sta davanti al governo che uscirà dalle urne è, in definitiva, quello di ribaltare la prospettiva da cui si è guardato all’Europa, nel momento stesso in cui si faranno passi decisivi verso l’acquis: l’Albania non potrà più limitarsi ad essere destinataria di progetti che la coinvolgono passivamente o di aiuti umanitari volti a stabilizzarne il fronte interno nell’ottica della pax balcanica. I giovani e le donne dovranno essere messi in condizione di presentarsi come soggetti attivi che possano entrare davvero in relazione con l’Europa espansiva del recovery fund. Perché quella che viene sarà un’Europa che avrà tutto l’interesse a rafforzare i propri confini verso Oriente. Dopo la Brexit, del resto, per non cadere nell’ininfluenza geopolitica, un’Unione Europea amputata non avrà altra scelta se non quella di rafforzare la sua presenza continentale: il tempo e l’occasione sono dunque arrivati. L’augurio è che chi si troverà a guidare il paese dopo le elezioni abbia la forza di guardare un passo più in là dell’urgenza del momento, perché il futuro si costruisce già da ieri.

Christine Lagarde: la ripresa dell’Europa sarà limitata.

Christine Lagarde, Presidente della Banca Centrale Europea, ha dichiarato che l’aumento dei risparmi delle famiglie frenerà la domanda dei consumatori e questo significa che l’economia europea si riprenderà molto lentamente. Lagarde, inoltre, si esprime anche in merito ai danni subiti dalle compagnie aeree, le quali sono state danneggiate da questa crisi mondiale in maniera permanente. I dati che la BCE ha diffuso oggi mostrano come i cittadini europei hanno risparmiato tra febbraio a maggio raggiungendo un picco storico ossia 7,3 miliardi di euro. I risparmi delle famiglie dell’eurozona sono aumentati del 136%. La BCE ha promosso un programma di acquisto di obbligazioni di emergenza passando da 600 miliardi a 1350 miliardi di euro in modo da garantire che i costi di finanziamento rimangano basse per le famiglie e per le aziende. Questa manovra permette che i prestiti crescano rapidamente. La Presidente della BCE si congratula inoltre con i Paesi europei per aver azionato politiche fiscali rapide e si è augurata che al vertice del 17 luglio si possa raggiungere un accordo sul proposto fondo di recupero da 750 miliardi di euro. Lagarde ha aggiunto che il livello del debito aumenterà sia per i Paesi che per le aziende per cui i prestiti dovranno essere effettuati con la formula del nuovo bond austriaco da 100 anni. La Presidente della BCE non ha mancato di estendere la sua vicinanza alla categoria più fragile, ossia i giovani e le donne, affermando che saranno i primi a beneficiare di un programma di aiuto rivolto a loro.

La vecchia Europa ci ricorda il futuro della nuova.

Il Covid-19 ci porta molto lontano, nell’Antica Grecia, la stessa che coniò la parola “Europa”, e che distingueva con essa il mondo civilizzato da quello che non lo era: la guerra del Peloponneso (430-404 a.C) fra Sparta ed Atene. Perché se è vero che historia magistra vitae allora dovremmo tentare di capire come l’illuminante Atene di allora gestì quella peste, che secondo il racconto del famoso storico Tucidide, era entrata nella città Stato attraverso il porto del Pireo, l’unica fonte di cibo e rifornimenti. La pandemia fece moltissimi morti in tutta la costa del Mediterraneo Orientale, presentandosi violenta a più riprese. Come allora Tucidide ricorda la retorica della propaganda sociale, politica, economica e culturale, che in tutta Ellade si faceva sull’importanza del rimanere uniti, anche oggi quella stessa distanza forzata aiuta a contenere il virus. Storicamente le pandemie sono la principale causa della diminuzione demografica nonché della mutazione degli assetti geopolitici sul piano mondiale. La peste di Atene colpì tutti e senza distinzioni sociali ed economiche; la gente si sentiva abbandonata, per cui tutto il sistema di valori conosciuto sino ad allora venne messo in discussione. Addirittura i religiosi più ferventi erano convinti che si trattasse di una prova degli dei, che favorissero come vincitrice Sparta; sembra quasi di vedere delle similitudini nelle capriole mediatiche di Donald Trump mentre tenta di dare la colpa alla Cina di Xi Jinping, senza però averne le prove, come l’America ci sta abituando sia prassi fare. C’è poi un dato particolare negli scritti di Tucidide, che è quello inerente alle conseguenze dell’epidemia sulla res publica. Lo storico ateniese evidenzia come in quel periodo si verificò la totale scomparsa dei costumi sociali: la malattia aveva infatti avuto gravi ripercussioni sull’ordine civile e religioso. I cittadini di Atene avevano smesso di avere rispetto della Legge e non ne temevano le conseguenze poiché si sentivano già sotto un giogo più grande che li avrebbe condannati a morte. Così le persone spendevano tutto il loro patrimonio a loro disposizione, e mentre molti perdevano, c’erano anche pochi individui chi investivano nella città, diventando molto ricchi. E questo sicuramente avverrà anche ai giorni nostri, per chi saprà trarne vantaggio. Un altro dato significativo che ci viene dalla Grecia antica, è quello relativo ai comportamenti disonorevoli: le persone avevano cessato le buone abitudini perché non erano più interessati a coltivare la loro buona reputazione, considerando che sarebbero morti in breve tempo. Un rischio che corrono anche le nostre democrazie moderne oggi e nell’immediato futuro.  Oggi il Pireo della vecchia e moderna Atene sono gli aeroporti di Milano, Parigi, Londra, New York, Tokyo, Singapore, Pechino, punti di snodo della nostra contemporaneità, tutti strettamente collegati fra loro, mentre l’odierna guerra del Peloponneso è quella tra il sistema tradizionale del concepire il lavoro e la longa manus del capitalismo. La nostra società è quindi obbligata a ripensare ai modelli del lavoro, di autoimpiego e di gestione delle risorse nell’era della odierna globalizzazione. Ripercorrendo i passi dello storico Tucidide possiamo annotare alcuni dati in merito ai comportamenti delle persone in vari ambiti, perché se le persone sono costrette a casa, alcuni settori dell’economia ne guadagneranno in termini di crescita, come per esempio il digital, mentre altri, per esempio l’industria e il turismo, ne usciranno profondamente lacerati. Così come in passato le pandemie hanno avuto delle ripercussioni socioeconomiche, oggi è più facile registrarne gli effetti, anche guardando i dati, molto più cospicui oggi di allora; perché se è vero che la politica del Bel Paese forse oggi non stia brillando nelle proprie scelte, la forza degli italiani si conferma nella consueta capacità di trasformare anche una tragedia come questa in una possibile quanto necessaria opportunità.  Il Covid-19 sta infatti modificando i nostri comportamenti, incidendo ad esempio su come le persone cercano le informazioni online. Secondo la ricerca sulle parole chiavi ricercate dagli utenti italiani sui motori di ricerca, seotesteronline.com, azienda italiana specializzata in analisi SEO, afferma che sono aumentate le ricerche nei settori del food delivery, ecommerce, medico così come in quello della telefonia mobile, mentre i settori dell’automotive e del travel ne sono usciti distrutti.  Il fatto che trascorriamo maggior tempo a casa ci ha portato anche ad un aumento delle conversazioni sui social, e questo dato lo conferma creationdose.com, startup italiana specializzata in Martech, verificando un incremento dei messaggi diretti su Instagram di oltre 71%, mentre le stories e i live sono aumentati oltre il 75%, con contenuti su sport in casa, cucina e momenti condivisi in famiglia. Mentre su TikTok l’aumento è stato di oltre 2.3 miliardi di visualizzazioni solo sull’hashtag #iorestoacasa, iniziativa social che ha visto gli italiani condividere la necessità di restare presso le proprie abitazioni in questa fase di crisi e quindi di lockdown.   Con la permanenza obbligata in casa abbiamo cambiato anche il modo di vivere il lavoro, e questo sta spingendo l’Italia verso un forzato processo di digital trasformation, che comunque il Paese necessitava da tempo: siamo infatti passati da 570 mila smart workers di ottobre 2019 a 3 milioni di marzo 2020 secondo coderblock.com, la startup italiana specializzata nel lavoro da remoto. Il fatto che non possiamo muoverci da casa ci ha condotti inoltre ad adottare nuovi abitudini nello shopping, e ha visto l’impennata dell’ecommerce come modalità agevole per fare acquisti. Secondo Netcomm, il consorzio italiano sull’ecommerce, il lockdown ha triplicato i nuovi consumatori online: sono infatti 2 milioni in più rispetto ai 700 mila del 2019. Mentre Nielsen, azienda globale di performance management, conferma il boom degli ordini online, con una crescita sul territorio nazionale di +82,3%. Anche i grandi brand stanno investendo sempre di più nell’ecommerce, lo confermano i dati di japal.it, specializzata in questo ambito, che da sola ha visto un aumento delle vendite di oltre il 155%.  Il valore di avere strumenti che ci permettono di comunicare i nostri messaggi e l’interattività con cui agiamo è una possibilità in più rispetto ai cives di Atene perché in questa storia siamo tutti coinvolti e insieme possiamo tentare di contribuire alla nascita di una nuova Era e verso un nuovo futuro, lasciandone delle tracce evidenti e durature, e non solo temporanee e strettamente legate a questa emergenza. E già successo nella Storia, e succederà anche adesso. Ma è altrettanto vero che, oggi più che mai, temi come la privacy e la libertà dovrebbero scuoterci, perché vanno ripensate le dinamiche del potere tra chi detiene il monopolio delle informazioni e gli Stati (ci stiamo rendendo conto tutti solo ora, e tardi con le app di contact tracking, di quanto tutto questi sia importante e di come impatta davvero nel nostro quotidiano). Questi temi possono essere affrontati solo in termini politici (e non solo quindi sotto il profilo sanitario o economico), ed è giunto il momento in cui i nostri governi (e probabilmente per primi i popoli europei) riorganizzino le loro idee rispetto allo status quo delle cose, perché le possibilità per uscire fuori da questa piaga, antica come il mondo, sono solo due: quella di essere sommersi da questa onda, oppure di cavalcarla, consegnando a noi tutti cittadini spazi aperti dove pensare e progettare le nostre vite e il nostro futuro, nella concretezza dei nostri diritti e doveri, e della nostra libertà. Come si dice oggi in Italia: distanti, ma uniti. Così oggi l’Europa deve guardare a quella che era la sua vera forma primordiale, quella incisa nelle parole di Altiero Spinelli in quel Manifesto di Ventotene, e che fa eco al motto dell’Unione Europea ancora oggi: unita, nella diversità. Sperando davvero che questa sciagura possa essere almeno l’occasione per unirci davvero; e per riunirci, nella nostra Europa.

L’Albania ha bisogno di albanesi e di Europa!

Il fatto che il Primo Ministro Edi Rama scelga il salotto di Porta a Porta di Bruno Vespa per discutere dei disordini avvenuti nelle ultime settimane in Parlamento a Tirana potrebbe far pensare che la situazione sia più grave di come possa sembrare. Eppure, trovo che sia normale che questi dissidi trovino luogo in un Paese che ha una democrazia così giovane. Trovo fisiologico che ci si scontri, piuttosto che l’opposizione faccia la sua battaglia anche fomentando e portando il suo elettorato in piazza. L’Albania sta facendo un grande percorso di ricostruzione, iniziato 28 anni fa, e da imprenditrice che ha aperto un’azienda nel Paese, una società che si occupa di informatica, penso che il Paese delle aquile sia interessante e che offra dei vantaggi fiscali considerevoli. Il viaggio verso l’Unione Europea è ancora lontano visto che dobbiamo ancora adempiere i requisiti per l’ingresso in UE, ma non è più un sogno impossibile. Da giornalista invece trovo necessario l’intervento del Primo Ministro nella Tv italiana, visto i rapporti economici fra i due Paesi, come trovo curioso il fatto che il capo dell’opposizione Lulzim Basha, il pupillo di Sali Berisha, faccia delle accuse così pesanti invece di presentare e informare l’UE in merito ai presunti brogli elettorali piuttosto dello stato attuale sul cartello dei narcotrafficanti. Winston Churchill diceva che “I Balcani producono più storia rispetto a quanto ne riescano a digerire” e questa affermazione trova la sua veridicità in quanto la naturale degenerazione della politica albanese in questi giorni, che ha visto l’opposizione abbandonare e minacciare il Parlamento è una situazione complessa da spiegare, quanto difficile da dimostrare in quanto mancano documenti che attestino i fatti concreti. Il problema principale degli albanesi è la tanto agognata adesione all’Unione Europea per vedersi facilitare l’emigrazione verso Stati europei più promettenti rispetto alle possibilità di vita che ci sono attualmente in Albania. Se è vero che da una parte il lavoro svolto negli ultimi trent’anni è stato ingente, dall’altra parte l’Albania non è stata capace ancora di sradicarsi completamente dal cordone ombelicale con il passato. Il problema è culturale, perché in quel silenzio assordante che ha caratterizzato il mezzo secolo del regime hoxhaista sono stati un po’ tutti complici, senza stare troppo a sottilizzare sulle impossibilità dovute alle pressioni che facevano quelli della Sigurimi. Penso che oggi più che mai sia necessario aprire un tavolo di discussioni e riflettere sullo status quo delle cose perché è così che avviene in democrazia. Sento spesso dire dai miei connazionali che in Albania vige una dittatura, e allora io mi chiedo cosa è la vera dittatura? Ci siamo già dimenticati gli anni di Enver Hoxha? Qualora aveste ragione, come mai, mi chiedo, sia possibile che la vostra voce arrivi fuori, come è possibile che riusciate ad opporvi senza essere deportati nelle carceri dello Stato come avveniva sotto il regime di Hoxha. Non è che i disordini in Albania siano voluti e che ci siano forze oscure dietro che hanno come obiettivo la destabilizzazione dell’area balcanica al fine di indebolire il progetto e l’area europea? Non sarebbe l’ora di planare questi disordini e controversie per rimettersi in carreggiata e magari vedere negli altri Stati dell’area balcanica una opportunità per creare una Unione economica forte piuttosto che continuare ad alimentare e perpetuare politiche di stampo sovraniste? Non vorrei che, come accadde con le piramidi finanziarie, ci illudessimo che gli aiuti possano venire da fuori, perché l’Albania ha bisogno degli albanesi, perché l’essere europei non è un luogo, ma uno stato dell’essere. Ed è da lì che dovremmo cominciare noi.