Interviste

Il filosofo Onfray: “La sinistra è diventata l’alleato più attivo del capitalismo contemporaneo”

Michel Onfray, post-anarchico, anticomunista, antiliberale, anticapitalista, attivo nell’area della sinistra alternativa, è uno dei filosofi europei più discussi. Per alcuni è un sovranista, per altri un libertario puro. Dalle sue posizioni iniziali di netto rifiuto del cristianesimo, rilettura della filosofia in chiave materialista, si è mosso verso l’accettazione di un cristianesimo “culturale”. Ha dedicato riflessioni al tema della sensualità, come preminenza dei sensi. Mentre lo intervistiamo cita Diderot: “davanti a me, c’è un solo senso, il tatto, variamente modificato: si tocca con gli occhi, il naso, la bocca, le orecchie, la pelle. È una variazione sul tema materialista presentato da Democrito”. E contesta duramente la sessualità “virtuale”: “La civiltà verso cui stiamo andando è transumanista. I suoi fautori lavorano sulla denaturazione dei corpi”. Politicamente, forse, rimane un àpota. Ma con idee molto chiare, magari discutibili, ma coerenti, su molti temi che ci toccano da vicino. Da un lato le cosiddette élites, che credono nel rafforzamento delle istituzioni sovranazionali, nell’europeismo, nella “società aperta”. Dall’altro i ‘sovranisti’ che vagheggiano un senso forte dell’identità. Alle ali estreme degli schieramenti da una parte c’è chi vuole distruggere i monumenti. E, dall’altra chi crede che il Covid sia espressione del complotto pluto giudaico massonico. Che ne pensa?Bella sintesi dei nostri tempi. Con una precisazione: il “wokismo” è ciò che resta del marxismo dopo la sua esperienza sovietica, sessantottina e mitterrandista. È una sinistra presa in prestito dai campus americani. Pensa che la sinistra si stia occupando più di “suscettibilità” che di questioni sostanziali, dunque?La sinistra ha cessato di essere sociale per diventare “la società”. Si preoccupa meno dei poveri, dei piccoli, dei miserabili nel senso di Hugo, e si concentra sulle minoranze, che impongono la loro legge alla maggioranza, questa è la definizione stessa di dittatura. È sicuro?In passato Hugo protestò contro il sistema che costringeva i poveri, come Fantine, a vendere i propri capelli e i denti per le parrucche e le dentiere ai ricchi. Oggi, alcuni che si dicono di sinistra, giustificano che Fantine possa affittare il suo utero per i figli che i ricchi comprano da loro. La mia sinistra è agli antipodi rispetto all’ideologia di questi nuovi mercanti di schiavi. Allora cosa dovrebbe significare essere davvero di sinistra oggi?Essere dalla parte di Fantine! La sinistra sociale che, negli anni ’90, ha eletto un popolo sostitutivo per sostituire quello che ho definito come il “popolo della vecchia scuola”, con neofemministe, LGBTQ+, arabo-musulmani, immigrati, giovani, ambientalisti settari, è la strada migliore del capitalismo planetario. A favore di lotte di nicchia presentate come civilizzazione: il riscaldamento globale antropogenico, la possibilità di cambiare sesso dalle elementari, la religione migratoria. In questo periodo, possiamo sfruttare i più deboli, i più modesti, i più diseredati, i “miserabili” di Victor Hugo. L’albero della società nasconde la foresta della questione sociale. La sinistra dovrebbe riguadagnare i suoi fondamenti antiliberali perché è diventata l’alleato più attivo del capitalismo contemporaneo, il suo utile idiota. E a proposito di donne. la madre del Manifesto di Ventotene, Ursula Hirschmann, sosteneva che l’unificazione politica può essere una tappa esemplare per le donne. Chi è, secondo lei, la prossima Angela Merkel?Non ci vedo nulla in Angela Merkel che sia veramente femminile o che faccia onore alla causa delle donne. Per rispondere alla sua domanda: la prossima Angela Merkel si chiama Olaf Scholz, d’altronde con lo slogan femminista e demagogico “Er kann Kanzlerin” ha vinto la campagna elettorale in Germania. Oggi, secondo alcuni intellettuali, viviamo nell’epoca del tecno-populismo. Finita la politica, insomma, restano i tecnici (in Italia abbiamo Draghi, in Francia Macron) ma sottratti alla dialettica democratica. Cosa ne pensa?Viviamo sotto un regime di neo-totalitarismo maastrichtiano, e ho raccontato tutto questo in “Teoria della dittatura”, da una lettura dei testi politici di Orwell. L’ideologia maastrichtiana è quella del sansimonismo che vuole escludere i popoli, quello che io chiamo populicidio, riattivando un concetto di Gracchus Babeuf, in nome di un governo di tecnici decretato come governo degli unici competenti. Questa ideologia maastrichtiana chiama populista qualsiasi resistenza che ci ricordi la democrazia. Ha un pool di intellettuali – in Francia Bernard-Henri Lévy, Jacques Attali, Alain Minc e altri -, che lavorano per lei. Ideologia Maastrichtiana, dice. Parliamo di Europa. Sappiamo che è un concetto instabile. L’Europa è attraversata da almeno tre filoni culturali, spesso in conflitto o difficilmente declinabili in una sintesi comune: quello latino, quello germanico e quello slavo. Cosa pensa a riguardo?L’unità di questa Europa si deve al collante giudaico-cristiano. La Francia, l’Italia, la Spagna cattolica, i paesi del nord protestanti, la Russia e altri paesi dell’Europa centrale ortodossi hanno hanno questo in comune. Ma il progetto europeo è vario e multiplo: Napoleone e Hitler volevano l’Europa. L’estrema destra, quella vera, voleva un’Europa cristiana antibolscevica. La Cia vuole la stessa Europa dei maastrichtiani, di destra e di sinistra, che attualmente sono al potere, Macron compreso. Lei ha dichiarato “Eric Zemmour è un intellettuale in politica. Quando vuoi essere Presidente della Repubblica, non hai più gli stessi doveri di quando sei un intellettuale dietro un microfono”. Come lo giudica?Zemmour riattiva la mitologia platonica del filosofo re, e io non credo a questa favola. Tutti coloro che sono stati intellettuali in politica o hanno avuto successo è perché hanno abbandonato l’intellettuale che era in loro, o hanno fallito perché hanno abbandonato il politico. Marco Aurelio era un grande filosofo, ma l’imperatore che era in lui non era molto Marco-Aureliano. Lenin era un re filosofo che si trovò presto a suo agio nel mantello del re, dimenticando il filosofo. L’etica della convinzione è dalla parte del filosofo, l’etica della responsabilità dalla parte del principe. Eric Zemmour che è un intellettuale in politica diventa sempre meno intellettuale e sempre più politico. Questo può essere il prezzo da pagare per esistere politicamente, ma, sicuramente, è il prezzo da pagare per smettere di essere un intellettuale. È nozione comune che lei si definisca “ateo cristiano”. Che vuol dire?Sono un ateo, chiaramente. E non soffro di pignolerie concettuali, vale a dire che per me Dio non esiste e le religioni sono finzioni, ma vivo in una civiltà di stampo giudaico-cristiano. Tuttavia, non pretendo di dire che sono sfuggito a questa “formattazione”. Se non altro perché la mia etica, la mia morale, i miei valori provengono dal mondo greco-romano, assorbito dal mondo giudaico-cristiano. E che anche la mia emancipazione da questa civiltà è il prodotto stesso della de-composizione di questa forma di vita.

30 anni fa. Intervista alla madre: perché salisti sulla Vlora lasciandomi in Albania?

L’8 agosto 1991 ai Durazzo in ventimila diedero l’assalto a un’imbarcazione e costrinsero il capitano a salpare per l’Italia, “Lamerica”. La piccola Anita restò, Ervehe partì con gli altri due figli. L’8 agosto del 1991, a 376,18 km da Bari, partì una nave, la Vlora, con a bordo il più grande carico di esseri umani della storia: oltre 20mila persone. Fuggivano dall’Albania, il Paese che li aveva tenuti prigionieri per quasi mezzo secolo. Oggi ricorre il trentennale del più grande esodo che l’Europa abbia conosciuto negli ultimi cinquant’anni. Mia madre Ervehe era uno di quegli esseri umani che si imbarcarono a Durazzo per trovare libertà in Italia. Ho chiesto a lei di parlarmi di quel giorno perché, finora, non ne abbiamo mai parlato. Mamma, cosa ti spinse a partire?Ricordo i giorni prima della partenza, la città era soffocata dal caldo. Tutti lo dicevano, tutti ne parlavano: stava per succedere qualcosa di straordinario. Dicevano che sarebbe partita una grande nave ma che sarebbe stato difficile, se non impossibile, trovare posto. Così l’8 agosto ci mettemmo in fila alle prime ore dell’alba. Aspettavamo di vederla arrivare in porto. Io avevo lasciato casa, così, su due piedi, dopo aver chiuso la porta a due mandate. Avevo preparato qualcosa da mangiare per tuo fratello, che allora aveva 9 mesi e per Emy, che aveva 4 anni: non avevo altro. Quando arrivò il momento di salire, tenevo i bambini attaccati a me, in modo che non venissero schiacciati dalla calca. Ricordo che a un certo punto chiusero la strada che immetteva al porto. Noi però ce l’avevamo fatta, eravamo dentro. Eravamo migliaia. Altrettanti però erano rimasti fuori, premevano agli sbarramenti. Quelli della milizia cominciarono a sparare in aria per spaventare la folla, poi persero il controllo della situazione: ci furono morti e feriti. Io non parlavo, guardavo per terra, tenevo Flori al seno e Emy per mano. Seguivamo il flusso di quella marea umana. Eravamo come un torrente in piena. Perché eri sola?Sapevo che era l’ultima possibilità di partire per l’Italia, che non ci sarebbero state altre navi. Lo sapevano tutti. Lo urlavano con i megafoni. Avevamo paura di rimanere bloccati per sempre in Albania, che non ci sarebbero state altre occasioni. Nessuno voleva restare nell’inferno in cui avevamo vissuto per anni, anche a costo di rimetterci la vita. Com’è stato il viaggio?Ricordo che non c’era un centimetro per muoversi. Eravamo appiccicati. Non si respirava. Undici ore senza mangiare e senza bere. La gente si faceva i bisogni addosso. C’era un odore terribile: chi vomitava, chi piangeva. Ma dovevo restare in piedi e proteggere i tuoi fratelli, perché la calca non li schiacciasse. Ricordo che c’erano uomini appesi alle ringhiere della nave, che si tenevano attaccati mentre la nave partiva. Hanno resistito quanto hanno potuto, poi sono caduti in mare. Durante la traversata anche chi sveniva, chi perdeva conoscenza, veniva buttato a mare. Era una di quelle situazioni in cui gli uomini si mostrano per quello che sono davvero. Un uomo mi dette un po’ di caffé con lo zucchero che mi aiutò a restare in piedi fino a Bari: Dio lo benedica. Sono felice, a mia volta, di aver dato un sorso di latte dal biberon che avevo preparato per Flori a una bambina che piangeva in braccio a sua madre. Per il resto, sapevo solo che dovevo farmi forza. Ripetermi che sarebbe andato tutto bene e che prima o poi avremmo raggiunto la meta. Non volevo morire in mare. Volevo vivere. Perché non hai portato anche me?Eri dai nonni, i miei genitori. Anche volendo, non avrei fatto in tempo a venire a prenderti. La nave partiva, era l’ultima nave. Mi dicevo che un giorno sarei tornata a riprenderti. Non c’è stato istante in cui non ti abbia pensato. Ho pianto per mesi, ogni giorno, per questo. Ogni giorno mi chiedevo se avevi da mangiare, se stavi bene. Non riesco a parlare di questo. Rifaresti di nuovo quella scelta?Non lo so. È tutto cambiato, non riesco a giudicare oggi quello che è successo quel giorno. Sono cambiata anch’io. So che eravamo stati violentati nell’anima, nella dignità, nella nostra stessa identità. È vero che non avevamo mai viaggiato e visto cosa ci fosse fuori dall’Albania, ma nel cuore sapevamo tutti che fuori doveva esserci per forza qualcosa di meglio. La dittatura ti porta via l’anima: questo lo avevamo sperimentato tutti sulla nostra pelle. Hai detto che durante il viaggio molte persone vennero gettate in mare. Lo ricordo troppo bene. Zia Dana, di ritorno dal ginnasio, faceva fatica a respirare. I nonni la raggiunsero sull’uscio di casa. Si sedettero sulle scale. Zia piangeva a dirotto e diceva a loro di farsi forti. Poi ci diede la terribile notizia che tu, Emarilda e Flori eravate morti in mare. Ricordo che i nonni restarono in silenzio, non dissero una parola. Io invece scappai correndo disperata. Poi, settimane dopo, sempre la zia Dana ci disse che era riuscita a mettersi in contatto con te. Non ci credeva. Te lo aveva chiesto cento volte: “Ela, ma sei davvero tu?”. Era vero, le avevi detto: una donna con due bambini erano morti in mare, ma non eravate voi. Mamma, ma tu di cosa avevi paura su quella nave?Non avevo paura. In cuor mio sentivo che ce l’avrei fatta. Avevo fede. Come si dice? La fede è certezza di cose che si sperano, dimostrazione di cose che non si vedono.

Enver Hoxha Statua

La demolizione del Teatro Nazionale d’Albania? Un atto di suicidio storico.

Quale potrebbe essere il futuro di una generazione che ignora il suo passato? Rifiutare la storia e la memoria, anche attraverso il crollo di un edificio storico, significa abbandonarsi alla possibilità di ripetere gli stessi errori, oppure peggio ancora, i crimini. Ignorare la volontà e l’opinione degli artisti, intellettuali e cittadini ci mette in guardia rispetto un’era buia che abbiamo già vissuto. Cosa segna la demolizione del Teatro Nazionale d’Albania, al di là del crollo di un edificio, la cosiddetta “Mecca” della cultura albanese? Per la giornalista italo-albanese Anita Likmeta, attiva nei più importanti media italiani, oggi più che mai non può e non deve essere messa in discussione il Teatro Nazionale, perché chi in Albania parla ogni giorno di progresso dovrebbe essere consapevole che un Paese non può progredire senza cultura, ancor meno senza Storia. La ragazza di Durazzo fu costretta ad abbandonare l’Albania quando era solo una bambina, durante uno dei periodi più fragili del nostro Paese. Ma si sa che a 11 anni, un bambino non può ribellarsi agli abusi di un governo e dei suoi governanti.  Ma oggi, che è riuscita a vincere la sua battaglia contro quel volume di morte che molti di noi hanno conosciuto, Likmeta è decisa ad ostacolare la scelta del governo e a combattere a fianco di connazionali che, come lei, hanno a cuore la storia e la cultura albanese.  Likmeta è un nome popolare per il pubblico italiano quanto per quello albanese, non solo per il suo contributo mediatico, nel campo della tecnologia e dell’innovazione, degli impegni nei gruppi politici, ma anche per la sensibilizzazione alle questioni sociali, in particolare a quelle dell’emigrazione e della storia albanese. Oggi il Teatro Nazionale è anche la sua battaglia. Oltre alla determinazione per sensibilizzare l’opinione pubblica, Likmeta racconta a “Shekulli” di aver inviato una lettera, firmata da scrittori e artisti albanesi come Robert Budina, Rudi Erebera, Kastriot Çipi e Lindita Komani, all’Onorevele Romano Prodi, il quale nel 1998 intervenne in Albania per fermare le navi in direzione delle spiagge italiane che portarono a morte dozzine di albanesi, oltre a dare un’assistenza finanziaria concreta. Secondo la giornalista, in Albania dovrebbe essere istituita una commissione per la verità e la riconciliazione nazionale albanese. “Come ho detto in altre occasioni, c’è una continuità ambigua tra il vecchio e il nuovo sistema ed è necessario dare volto a quei criminali e a quella storia da cui tutti dovremmo prendere le distanze. Questo sarebbe un passo importante verso un’Albania liberale “. A questo punto ci viene da chiederci se oggi l’Albania vive un nuovo sistema totalitario sotto le fragili vesti della democrazia? Secondo Likmeta, per capire se l’Albania sta vivendo una nuova forma di dittatura, il cittadino dovrebbe chiedersi se si sente impotente dinanzi alle scelte che lo Stato impone come punizione contro una migliore coscienza pubblica, piuttosto quando lo Stato costringe i cittadini ad una cooperazione silenziosa.  Anita, da quasi 10 mesi gli artisti albanesi protestano contro la decisione del governo di demolire il Teatro Nazionale. Qual è la tua opinione in merito? Comprendo e condivido appieno la posizione degli artisti, degli scrittori, degli architetti, della cittadinanza e di tutta la classe intellettuale albanese. Il Teatro Nazionale dell’Albania rappresenta un simbolo di quella Storia che ci ha caratterizzato. È una nostra cicatrice, come lo sono anche altre, che dovrebbe fungere da promemoria, ogni volta, per ricordarci quello che abbiamo vissuto, e subito. L’Albania ha attraversato periodi difficili, è stata attraversata da eserciti in varie epoche, dagli svevi agli angioini, ai veneziani, ai cinque secoli di dominazione ottomana, all’invasione fascista, a mezzo secolo buio della dittatura hoxhaista, alla grande diaspora, alle piramidi finanziarie, ai morti del canale di Otranto. Ecco, queste sono solo alcune delle cose che hanno trovato spazio entro i nostri confini. L’Albania è stato teatro di guerra, la via per l’Oriente, la terra di mezzo. L’Europa sta attraversando un periodo delicato, si stanno mettendo in dubbio le fondamenta di principi che pensavamo fossero saldi, si sta mettendo in discussione i valori della democrazia, delle libertà conquistate in oltre 70 anni di pace. Oggi più che mai non si può mettere in discussione il Teatro Nazionale dell’Albania, perché se è vero che il progresso è importante, è tanto vero dire che non c’è progresso senza cultura, non c’è progresso senza analizzare la propria storia. Prima del Teatro Nazionale, in Albania ci sarebbe bisogno di creare una Commissione per la verità e la riconciliazione nazionale albanese, perché, ribadisco come ho fatto già in altre occasioni, c’è una continuità ambigua tra il vecchio sistema e il nuovo e che è necessario dare volto a quei criminali e a quella storia da cui dovremmo tutti prendere le distanze. Questo sarebbe un passo importante verso un’Albania liberale. E quest’ultimo si chiama progresso, da non confondere con l’occidentalismo a cascata.  La legge adottata per il crollo del Teatro Nazionale è stata restituita due volte dal presidente Ilir Meta, a causa di irregolarità. Nonostante questo, i deputati della maggioranza sono tornati in Parlamento con 75 voti a favore. Come vedi la disapprovazione dei parlamentari, non solo la volontà degli artisti, ma anche la decisione del Presidente? In Albania assistiamo ad un revisionismo reazionario, il che spiega le ragioni per cui la classe politica sudditante vuole la demolizione del Teatro Nazionale, uno dei simboli dell’era fascista a Tirana. Questo revisionismo sta aprendo la strada ad una democrazia autoritaria, e chi ha la possibilità di mettere il naso fuori dalla propria porta ne sente subito l’odore, perché é visibile. Perché anche in Albania il capitalismo sta esprimendo la sua natura, spiega la sua ragione attraverso la rivoluzione tecnologica come effetto obbligato: ricchi sempre più ricchi, poveri sempre più poveri ed emarginati dal resto della società. È un regime che si palesa visibilmente, li vediamo questi emarginati ai piedi del Plaza di Tirana, sui semafori che cercano aiuto, sulle stazioni degli autobus quando scendono le loro galline da vendere al mercato. Un mercato padrone, arrogante ed impaziente che disprezza ogni forma di resistenza, ogni forma di antifascismo come quello della lotta al diritto di avere una storia, al diritto di conservare la memoria, al diritto di opporsi perché come diceva Albert Camus “Non esiste destino che non possa essere superato dal disprezzo”.  Quando lo Stato solleva il cittadino dalla responsabilità morale, senza la quale un uomo non può definirsi tale, quel Governo sta trasformando e veicolando ogni tentativo di resistenza pubblica in un suicidio storico. Lei vive in Italia, un Paese in cui il patrimonio culturale è considerato prioritario, preservando attentamente edifici architettonici secolari. Secondo lei, cosa significa per una città come Tirana, per non dire per l’Albania, la scomparsa di uno dei monumenti istituzionali? In Italia è un po’ difficile mettere in discussione i monumenti realizzati in epoca fascista, anche perché sarebbe un investimento generoso visto il numero di opere presenti sul territorio. Tuttavia torno a ribadire che in Albania non si tratta di una scelta culturale, si tratta di business, si tratta del valore che i politici albanesi, incluso il Presidente Meta con il suo silenzio, hanno dato alla nostra Storia perché è di questo che stiamo parlando. Si sono dati una etichetta e si sono messi in vendita. È chiaro che questa è una operazione in cui ci sono molti interessi in ballo. Forse la politica albanese si deve ricordare che non siamo noi a lavorare per loro, ma che il popolo li ha eletti affinché facessero i nostri interessi e non quello dei privati stranieri che con poche briciole si comprano il loro consenso. Se il Teatro Nazionale verrà demolito nessun albanese lo perdonerà, soprattutto la Storia non lo perdonerà. Gli albanesi non hanno bisogno di nuovi centri commerciali, di carrelli della spesa dove trascinare la vergogna. L’Albania non ha bisogno di un nuovo Teatro, l’Albania ha bisogno di affrontare i suoi demoni, di dare un senso alla sua storia, di ricominciare dalla cultura.  Gli artisti albanesi stanno cercando di coinvolgere i media stranieri e istanze politiche su questo tema. Anche lei sta cercando di fermare la distruzione del teatro. Può dirci qualcosa di più sulle sue iniziative? Quello che sto cercando di fare è sensibilizzare sempre di più l’opinione pubblica in merito alla situazione che sta avvenendo in Albania. Abbiamo inviato una lettera a Romano Prodi, il quale ha già avuto modo di intervenire in Albania nel 1998 per fermare le partenze di barconi verso le coste italiane. Ma non ci fermeremo qui, abbiamo intenzione di rivolgerci agli organi europei e perfino all’Unesco se servirà per fermare questo scempio. Il mio è un interesse puramente culturale e storico. Ho lasciato la mia terra natia quando avevo soltanto 11 anni, ero una bambina e non potevo reagire ai soprusi di quel governo che ci lasciò come popolo in balia degli eventi, a bussare come disperati alle porte del mondo. Oggi mi sono conquistata la mia libertà, e ho una voce che non cesserà mai di battersi per perorare la causa e gli interessi dei miei connazionali che combattono come me le  ingiustizie, come quella di demolire un pezzo della nostra Storia e memoria.  Lei è un personaggio pubblico e spesso si fa carico delle cause albanesi. Perché pensa che questo monumento dovrebbe essere preservato? Ha un messaggio per i governanti albanesi riguardo al Teatro Nazionale? Utilizzo i miei canali social per rimanere sempre in contatto con le persone, con i nostri connazionali sparsi per il mondo. Mi piace leggere le loro storie, scambiare opinioni, discutere scelte politiche, gioire degli obiettivi raggiunti. Perché ogni vittoria di un cittadino albanese nel mondo è una conquista per tutti noi che abbiamo lottato stando a testa bassa ad aspettare che arrivasse il nostro momento. Quello che dico agli albanesi è quello che ripeto, e continuo a ripetermi, a me stessa ogni giorno: la dittatura, l’anarchia, le morti, non sono colpa mia. Non sono una mia responsabilità. La responsabilità è singola ed appartiene ad ognuno di noi. Che il valore di una persona si pesa con le scelte che compie ogni giorno. Ma che anche la “non scelta” e il “silenzio” sono una scelta, sono una responsabilità. Per comprendere se l’Albania sta vivendo una nuova forma di dittatura, il cittadino deve chiedersi se si sente impotente dinanzi a scelte che lo Stato impone come condanna contro una migliore coscienza pubblica, quando lo Stato obbliga i cittadini ad un collaborazionismo silente. Quando lo Stato solleva il cittadino dalla responsabilità morale, senza la quale un uomo non può definirsi tale, quel Governo sta trasformando e veicolando ogni tentativo di resistenza pubblica in un suicidio storico. Per cui la domanda che pongo al lettore che sta leggendo sino a qui è: tu, che ruolo e da che parte stai in questa Storia?  di Anila Dedaj su Gazeta Shekulli.

Anita Likmeta

La ragazza di Durazzo si candida in politica in Italia: non dimentico le mie radici!

di Valeria Dedaj La giornalista e blogger Anita Likmeta, grazie al suo bagaglio professionale e la sua volontà di agire, è oggi una delle candidate di uno dei gruppi politici che sta facendo più parlare in Italia, 10 Volte Meglio. In questa intervista racconta i ricordi che custodisce per il suo Paese natio e il suo desiderio di contribuire all’Albania. Anita custodisce caramente i ricordi di un’infanzia trascorsa tra le colline di Rrubjekë, nell’entroterra albanese, quando sognava grandi storie di cui sarebbe stata la protagonista. E con tanta intransigenza Anita Likmeta conserva i valori come la verità, l’onestà e l’integrità come parte inseparabile di lei. Nota per il suo contributo nel mondo della tecnologia e dell’innovazione, all’impegno sulle questioni sociali e all’attenzione sul fenomeno dell’immigrazione, Likmeta si racconta in esclusiva su “Shekulli“, dove condivide emozioni, storie e i suoi piani per il futuro, compresa l’Albania. Se torniamo indietro nel tempo, quali sono i ricordi che salva dell’Albania? Se penso alla mia infanzia, penso alle colline di Rrubjekë. Ricordo quando le terre erano statali, l’immagine di donne e uomini che imbracciavano le loro zappe dirigendosi al lavoro. Ricordo gli abiti modesti, e dai colori opachi, che coprivano le gambe stanche delle donne, le quali affondavano le zappe coordinandosi tra una zolla di terra e l’altra. Ricordo quando mi dissero che mia madre era partita per l’Italia con la prima nave assieme alla sorellina e al fratellino, di appena 9 mesi. Il caos post regime, il primo giorno di scuola a Rrubjekë, il comizio dell’allora Primo Ministro Sali Berisha nel piazzale della scuola gremita da contadini urlanti che vedevano in lui un miracolo, l’eroe che li avrebbe condotti in una dimensione di vita migliore. Ma così non fu e non poteva esserlo. Ricordo gli anni delle piramidi finanziarie, mio zio, che nonostante gli sforzi del nonno a farlo ragionare, vendette casa ma poi perse tutto, e infine disperato e umiliato partì per la Grecia per fare un lavoro misero perché ai cittadini albanesi di quegli anni erano stati depredati anche da quei pochi averi che avevano. La quiete che precedeva la guerra civile del 1996-97. Ricordo quando la TVSH trasmetteva le lezioni per i bambini perché non potevamo andare a scuola a causa delle sommosse in atto. Ricordo le parole di mio nonno che mi diceva che gli albanesi sono un popolo con una grande storia ma che 50 anni di dittatura hanno piegato lo spirito critico nelle persone, il regime ha indebolito la volontà di farsi voce, di farsi coraggio. Nonno era un socialista liberale, e prima di partire per l’Italia mi raccomandò di studiare, mi chiese di non dimenticare mai le radici perché prima o poi si torna sempre da dove si è partiti. Quali erano i suoi primi sogni per il futuro? Da piccola amavo leggere, lessi tutti i libri di cui l’istituto elementare disponeva. Quando rientravo da scuola e portavo a pasciare le pecore nelle terre con mio cugino, mi portavo sempre con me racconti di autori stranieri come Gianni Rodari, piuttosto i classici greci che ho amato tantissimo. Onestamente da piccola non mi era ancora chiaro cosa avrei fatto concretamente, ma sognavo grandi storie di cui sarei stata la protagonista. Eccellevo negli studi, amavo dipingere e avrei voluto studiare arte, ma vivevo in campagna e i nonni erano troppo anziani e non avrebbero potuto seguirmi. La partenza per l’Italia, come è avvenuto? Aveva solo 10 anni, quali i ricordi di questo viaggio sconosciuto per lei? La partenza per l’Italia è un ricordo vivo nella mia memoria. Erano circa le undici del mattino quando io e la mia famiglia partimmo da Durazzo, salita a bordo raggiunsi la poppa e stetti lì tutto il tempo a guardare i volti delle persone. C’era tanta gente, tanti bambini, le loro urla, e poi i pianti. Persone, che forse, si salutavano per l’ultima volta. Stetti lì, aggrappata a quell’istante, all’immagine della mia terra rimpicciolirsi, ad ogni metro. Raggiungemmo Bari nella notte del 3 giugno del 1997. Ricordo i controlli della polizia italiana, le strade illuminate, e poi gli autogrill, e l’odore dei cornetti caldi al cioccolato. Molti albanesi ricordano i loro inizi discriminatori. Ma quanto si è sentita straniera in Italia, e ci sono state persone che le hanno dato una mano per alzarsi, anche moralmente? La prima difficoltà che ho trovato è stata la lingua, trascorsi tutta l’estate a studiare la grammatica italiana perché avevo bisogno di comunicare, di raccontare, di misurarmi con i compagni italiani. Poi le lingue sono diventate una passione per me, oggi ne parlo sei. Sono stati Socrate, Platone, Seneca, Virgilio, Dante, Boccaccio, Petrarca, Manzoni, Marx, Nietzsche, Goethe, Dostoevskij, Čechov, Puškin, Brecht, Levi, Arendt, de Beauvoir, de Saint-Exupéry, Silone, Spinelli, Hajdari ecc. a crescermi, a motivarmi e a credere che potevo realizzare qualsiasi cosa io avessi realmente voluto, e così è stato, nonostante tutte le difficoltà. L’Albania è sempre presente nei miei pensieri. In Italia ha concluso gli studi liceali ed universitari. Poi Parigi è stata un’altra destinazione nella sua formazione. Cosa può dirci in più? Dopo la maturità classica, ho conseguito gli studi all’Accademia di Arte Drammatica “Corrado Pani” a Roma dove ho studiato drammaturgia. Successivamente mi sono iscritta e ho conseguito la laurea in Lettere e Filosofia all’Università degli Studi “La Sapienza”. Poi ho vissuto a Parigi, per due anni, dove ho potuto approfondire gli studi in Filosofia, e dove ho avuto l’opportunità di lavorare ad un documentario in cui ho intervistato artisti, politici, comunicatori, scrittori tra cui Ismail Kadaré. Durante i suoi studi a Parigi ha lavorato ad un saggio storico in merito alle relazioni tra l’Albania e l’Italia durante la Seconda Guerra Mondiale. Ma qual’è il suo rapporto concreto con la sua terra natia durante questo periodo di 20 anni? L’Albania è sempre presente nei miei pensieri, inoltre in Italia sono Co-Founder di una Holding di Comunicazione che si occupa di Digital Transformation e abbiamo sedi in 3 Paesi europei tra cui l’Albania, dove abbiamo una società, Bit2Be Shpk che si occupa di software. Cerco nel mio piccolo di contribuire, anche se mi piacerebbe molto mettere a disposizione le mie conoscenze e professionalità al servizio dell’Albania. Attrice, giornalista, blogger, e non solo. Dove si rispecchia di più Anita? Sopra ogni cosa, a me piace fare. Trovo che sia la cosa più bella in assoluto vedere le tue idee prendere forma. Ad oggi posso dire che, nonostante la storia di cui sono stata co-protagonista assieme ad altri albanesi, ho vissuto la vita che volevo. Non sono attaccata alle cose, tutto ciò di cui ho bisogno è sempre con me. Ho imparato che tutto è in perpetuo movimento e che siamo davvero nulla dinanzi ai grandi eventi della vita. Verità ed integrità sono per me i valori più alti.  Infine, è tra le candidate di un gruppo politico in Italia. Cosa puoi dirci in merito a questo movimento? Il movimento politico nazionale di 10 Volte Meglio è un gruppo composto da professionisti, imprenditori, manager, a cui potrò contribuire portando i miei valori perché oggi più che mai ritengo sia necessario prendere posizione per cambiare lo status quo delle cose. Trovo che in Albania ci sia una continuità ambigua tra il vecchio e il nuovo. Quali sono i suoi obiettivi in questo settore della politica? L’Italia è il Paese in cui ho scelto di vivere, il Paese che, vent’anni fa, mi ospitò dandomi la possibilità di studiare e soprattutto gli strumenti per potermi sollevare e realizzare nella vita. Per me queste sono ragioni più che valide che mi spingono oggi a fare qualcosa per contribuire a un’Italia che sia capace di rispondere al fenomeno della globalizzazione e in grado di misurarsi con le sfide di un’economia mondiale sempre più interdipendente. Perché credo in un’Italia inclusiva, che sia davvero multietnica e multiculturale e che veda nei “New Italians” non un problema, ma una reale risorsa dalle potenzialità ancora inesplorate. Credo nei valori europei del Manifesto di Ventotene, che superino il modello comunitario verso una politica continentale realmente federale e che abbia all’orizzonte il grande sogno europeo cresciuto con la generazione Erasmus: gli Stati Uniti d’Europa. Questo mio impegno nasce dalla profonda convinzione che quello che stiamo vivendo oggi sia un cambiamento tecnologico senza eguali nella storia. Per questo ritengo che una nuova politica debba essere in grado di dare le giuste risposte ai problemi etici e sociali che questo fenomeno comporta, rimettendo sempre al centro le persone. Che cosa pensa dello sviluppo della politica albanese, cosa la incuriosisce? Ha mai sentito il sostegno della politica albanese quando era immigrata?  Nei miei articoli parlo spesso della politica albanese. Ho seguito con molta attenzione le elezioni, e sono rimasta molto colpita dal malcontento generale dei cittadini albanesi, nei loro commenti leggevo la resa, come se votare fosse una perdita di tempo verso uno status quo delle cose già predefinito. Ecco, io credo che bisognerebbe istillare il senso civico in Albania, ma soprattutto sarebbe fondamentale creare una Commissione per la verità e la riconciliazione nazionale albanese, perché credo ci sia una continuità ambigua tra il vecchio e il nuovo, ma che soprattutto non abbiamo dato volti e nomi a quei criminali e a quello storia da cui dovremmo tutti prendere le distanze. Questo sarebbe un piccolo, grande passo sociale verso un’Albania liberale. Per rispondere poi alla tua domanda, non ho mai sentito il supporto della politica albanese, ma sono certa che avranno avuto il loro gran da fare in questi anni. Tuttavia, la sua vita è concentrata sull’Italia, ma ha mai pensato di ritornare in Albania. Se sì, quale sarebbe il contributo che potrebbe dare? Diciamo che non escludo nulla, come dicevo prima mi piacerebbe poter contribuire in maniera visibile e concreta in Albania, mettere il mio bagaglio di esperienze e professionalità al servizio della collettività, e avrei già alcune idee valide, se avessi il sostegno del governo albanese potrei agire diversamente ed essere più veloce. E infine, quali sono i progetti di Anita per il futuro, anche in politica? A breve termine, sogno l’Albania in Europa. Quello che so per certo però è che rimarrò la stessa bambina sognatrice delle colline di Rrubjekë, e in ogni caso integra ed onesta.

Matteo Renzi e Pippo Civati.

Pippo Civati: Il tempo delle ambiguità è finito. L’Unità è la sfida del centrosinistra.

Ancor prima che D’Alema lanciasse il suo appello, lei è stato promotore del progetto per un Centro Sinistra unito e alternativo al Partito Democratico. Ad oggi, crede che ci siano i margini per una coalizione tra lei , Orlando, Emiliano, Pisapia, Bersani e Sinistra italiana, e in più in generale tutte quelle forze che stanno a sinistra?  Da due anni propongo una soluzione autonoma e unitaria a sinistra. Per una sinistra di governo, che abbia un programma chiaro, un «Manifesto» preciso e dettagliato, e candidi persone credibili a interpretarlo in Parlamento. Prima eravamo in pochi, pochissimi: ora lo dicono quasi tutti. Mi fa piacere. Bisogna avere passione e pazienza, in politica. Sarà soltanto una lista oppure un soggetto politico vero e proprio? Sarà una proposta elettorale, rigorosa e puntuale, che unisca ciò che a sinistra già c’è, con un progetto, però, da sottoscrivere e a cui non derogare, come è stato fatto ahinoi in questa legislatura.  Quali saranno le modalità per definire il leader?  Credo che sia necessario prima di tutto individuare una squadra di persone che collaborino, per costruire questo percorso. Il leader sarà più un riferimento che un «despota», come accade in altri partiti, quasi tutti. La Sinistra che fa la destra aiuta inevitabilmente la destra. Per mille ragioni: culturali, politiche e anche elettorali. Se con Berlusconi scendi a patti – ripetutamente – è un po’ difficile poi spiegare al tuo elettorato che si deve fare un fronte contro di lui e i suoi alleati. Lei pensa di poter coprire il ruolo di questa eventuale nuova coalizione, oppure pensava a qualcun altro? Penso che il mio compito sia portare le idee di Possibile in questo percorso e di farle valere. Un lavoro certosino, accuratissimo e documentato più di ogni altro che può servire a tutta la compagine. Cosa pensa della vittoria schiacciante del centro destra alle amministrative? La Sinistra che fa la destra aiuta inevitabilmente la destra. Per mille ragioni: culturali, politiche e anche elettorali. Se con Berlusconi scendi a patti – ripetutamente – è un po’ difficile poi spiegare al tuo elettorato che si deve fare un fronte contro di lui e i suoi alleati. Se approvi leggi in continuità con quanto la destra proponeva, ti ritrovi scoperto. Non solo a sinistra, proprio strutturalmente, in generale. Quindi, lei cosa propone? Prima di tutto, l’autonomia. Come ripeto da tempo, autonomia e unità servono entrambe, ma la prima è condizione della seconda. Il tempo delle ambiguità è finito, da molto tempo. Il dialogo con il Pd e con Renzi (il PdR), da cui Pisapia era partito, con il voto del 4 dicembre 2016 e con l’appello di qualche giorno dopo, non era «possibile» e ciò era già stato dimostrato ampiamente dagli anni di governo, dalla cultura politica che li aveva accompagnati, dalle scelte ‘irrevocabili’ assunte dagli esecutivi che si sono succeduti. Gli ultimi eventi hanno soltanto confermato questo stato di cose: non c’era bisogno di aspettare il secondo turno delle Amministrative per rendersene conto. Come pensa si organizzerà la sinistra? L’unità è una sfida, altrettanto importante. Nessuno capirebbe due liste a sinistra (non a sinistra del Pd, perché il Pd ha definitivamente compiuto la sua scelta centrista, rispetto alla quale Renzi è stato un Macron ante litteram): quando dico da Boccia al Che Guevara – scherzando ma facendo molto sul serio – proprio a questo mi riferisco. Rinunciare a questa possibilità in partenza, è un errore micidiale. Quando nel 1991, la nave Vlora attraccava nel porto di Bari, in Italia si assaporò quella che oggi sarebbe diventata il problema che coinvolge tutta l’area europea: l’immigrazione. I provvedimenti messi in atto dall’Unione europea non sono serviti a fermare le ondate che ogni giorno sbarcano a Lampedusa. Dove si sta sbagliando?  Non si può fermare un processo migratorio, si deve gestire, regolare secondo principi e rispettando il diritto internazionale. L’Europa è mancata, perché ogni Stato ha preferito chiudersi piuttosto che condividere il problema. E l’Italia, che è geograficamente in mezzo al mare, si trova più esposta di altri. Dimitris Avramopoulos, commissario dell’Unione europea agli Affari interni e alle politiche sull’immigrazione, sostiene che per affrontare alla radice il problema dei flussi migratori, l’Unione europea deve cooperare con i Paesi di origine dei migranti, anche se a volte si tratta di dittature. Il problema spesso è che questi Paesi non hanno più un governo e non c’è un interlocutore con cui interagire. Qual’è la sua posizione in merito? Certo, però prima di tutto l’Europa e i Paesi membri dovrebbero smettere di armare e fiancheggiare i Paesi in guerra, depredare di risorse intere porzioni del territorio africano, proseguire con una logica coloniale e con le collusioni tra i grandi poteri multinazionali e le classi dirigenti di alcuni paesi. Qual’è la sua posizione in rapporto alle politiche dell’immigrazione?  Con Possibile abbiamo presentato una legge quadro, siamo l’unica forza politica ad averlo fatto, con il concorso di tutti coloro che si occupano dell’argomento e della gestione del fenomeno. Siamo per strumenti selettivi, canali legali per chi cerca lavoro, tempi più rapidi per chi chiede asilo, una riforma del regolamento di Dublino, la scelta del rigore nella gestione del sistema dell’accoglienza. Cosa si sente di dire ai new italians?  Sono quasi un milione le persone – i nuovi italiani – che hanno appunto ottenuto la cittadinanza negli ultimi anni. Credo sia necessario coinvolgerli a pieno titolo nella vita del nostro Paese, anche a livello politico, per affrontare insieme le questioni posta dall’interculturalità e dalla necessità di condividere diritti e doveri. Li chiamo «italiani alla seconda», perché hanno scelto questo Paese per vivere, lavorare, far crescere i propri figli. Anche a loro va esteso il patto repubblicano da rinnovare tra i cittadini italiani e le loro istituzioni. Un patto che è anche sociale, perché questo Paese è spaventato, impoverito, diseguale, e perciò sempre più spaventato, anche dall’immigrazione. Compito della politica è dare risposte efficienti e rigorose.

Gazmend Freitag.

Gazmend Freitag: sogno il mio Kosovo unito all’Albania, sotto un’unica nazione.

Gazmend Freitag è un artista, un pittore per l’esattezza. Nato e cresciuto in Kosovo, nel 1990 dovette abbandonare gli studi in Giurisprudenza, tutte le scuole vennero chiuse in quel periodo, a causa della guerra e dei continui attacchi da parte dell’ex Jugoslavia. A soli 22 anni, Gazmend Freitag si trasferì in Germania, dove ci rimase per una decina d’anni, per poi emigrare di nuovo, e questa volta a Linz, in Austria. E lì, nella famosa e antica Linz, centro del Sacro Impero Romano dal 1489 al 1493, Gazmend ha ricominciato la sua nuova vita, senza dimenticare il suo sogno di rientrare nella sua terra e trovare finalmente il Kosovo unito all’Albania, sotto un’unica nazione. Gazmend Freitag, ci racconti qualcosa di lei, delle sue origini. Sono albanese, classe 1968, sono nato a Pataçan i Poshtëm, in Kosovo. Sono il terzo di cinque fratelli.  Com’è stata la sua infanzia, che ricordi ha? Ho avuto una infanzia molto felice. Sono cresciuto in un ambiente familiare accogliente e numeroso, insomma una tipica famiglia contadina. Avevamo tre case con grandi giardini, un cane, alcune mucche e due grandi cavalli. I miei familiari erano viticoltori.  In che anno avete abbandonato la vostra città natia, che ricordo ha di quel periodo?  A causa della chiusura dell’Università del Kosovo, dove io studiavo Legge, dalla politica aggressiva dell’ex Jugoslavia, decisi di emigrare in Germania. Era il 1990, e io avevo 22 anni.  Come sono stati i primi anni da emigrato? Inizialmente ero molto affranto e il mio pensiero era rivolto sempre alla mia terra natia, nutrivo la speranza di ritornarci a breve termine per completare i miei studi, ma così non è stato. A Balingen conobbi una ragazza tedesca, ci sposammo e vissi con lei per dieci anni, poi il nostro matrimonio finì e io mi trasferii a Linz in Austria, dove vivo solo e mi occupo principalmente di arte figurativa.  Perché sceglieste Linz?  Scelsi questa città perché ci abita il mio quarto fratello Sabedini, il quale è un dottore e qui ha il suo studio. Mi piace la città che è attraversata dal fiume Danubio, la sua natura, il suo carattere multiculturale. La città di Linz è molto presente nei miei lavori, in qualche modo mi sento parte di questa città. Oggi siete un’artista molto apprezzato, qual’è il tema che amate maggiormente?  Sono sincero, non c’è un tema che amo in maniera particolare. I ritratti della mitologia albanese, le figurazioni e i paesaggi della mia terra mi hanno toccato nel mio percorso. Oggi, sono molto interessato alla natura pacifica e al nudo. Il mio interesse per il nudo invece è nato grazie ad Annelies Oberdanner, professoressa di arte all’Università di Linz, che io ho frequentato nel 2013 e 2014. Quanto è presente il Kosovo nei suoi lavori? Il Kosovo è sempre presente nei miei lavori. Giorno dopo giorno sento nell’anima il bisogno di dipingere i miei ricordi nel Kosovo e in Albania, che considero allo stesso modo la mia patria. Penso che sia un processo naturale. Le pitture ad olio “Ura e gurit në Prizren – Il ponte di pietra a Prizren” è stato molto apprezzato dal pubblico, il quale conosce i miei lavori, quella collezione privata appartiene oggi ad un albanese molto benestante che abita a Vienna.  Ha mai pensato di far ritorno in Kosovo?  Con la mente torno in Kosovo e in Albania ogni giorno, ma sono trascorsi quasi 3 decadi da allora e io mi trovo ancora in diaspora. Forse un giorno, io tornerò.  Secondo lei, quali sono i lati positivi e negativi del Kosovo? Sono trascorsi 30 anni e naturalmente il Kosovo e l’Albania sono cambiati, questo è un fattore positivo. Per valutare i fattori negativi dovrei viverci.   Sono molti i giovani che stanno emigrando dall’Albania e dal Kosovo alla ricerca di un futuro migliore, come vedete questo fenomeno? Trovo che la gioventù albanese e kosovara sia meravigliosa, come trovo naturale il loro desiderio di misurarsi con il mondo fuori, per capire e per crescere, per completarsi e rinascere dalle ceneri di un passato troppo ingombrante.  Crede che l’Albania sia pronta per entrare nell’Unione europea? Sì. L’Albania è l’Europa. Gli europei possono imparare dalle vicissitudini e quindi dal passato degli albanesi. Gli albanesi, questo popolo abbandonato, un popolo di pace e democratico, ospitale e fedele.  Cosa pensa invece del futuro del Kosovo in Europa? Credo che il Kosovo come l’Albania entreranno nella grande famiglia europea. Sono convinto che ciò avverrà molto presto. Che rapporti ha con il Kosovo e i kosovari? Sono molto legato al Kosovo e ai kosovari. Oggi, grazie ad internet e ai social network come Facebook ho ritrovato molti amici  e conosciuto molte persone con storie simili alla mia sia dal Kosovo che Albania.  Cosa la colpisce maggiormente ogni volta che rientra in Kosovo e in Albania? Se devo dire la verità, in 27 anni sono tornato in Kosovo soltanto una volta, nel 2003, dove ho avuto la possibilità di visitare anche l’Albania, realizzando così il mio sogno da bambino nel vedere la terra dell’eroe Skenderbeu, piuttosto Naim Frasheri, Migjeni o del grande maestro Ibrahim Kodra. Non ho mai conosciuto in Europa una terra bella, misteriosa, con una natura potente quanto l’Albania. È stato amore a prima vista.  La lingua dell’arte apre le porte della comunicazione.  Cosa pensate della politica in Austria, soprattutto delle posizioni in merito all’immigrazione? La politica è una giostra poco interessante per me. Gira sempre su stessa, è nella sua natura non vedere davvero gli altri. È veloce, irrequieta. Ti divora dentro se cerchi di capirla, e anche quando la capisci. Ciò che posso dire è che l’Austria è una nazione vicina alle tematiche dell’immigrazione e gli austriaci si sono sempre prodigati ad aiutare, forse in Europa se ne parla poco ma chi vive e viene a visitare l’Austria lo capisce subito. Poi, l’Austria e l’Albania sono legati da rapporti storici.  Come vede e vive lo stato dell’arte oggi?  La pittura è cibo spirituale e come tale è fondamentale. La lingua dell’arte apre le porte della comunicazione.  Chi sono gli artisti che amate maggiormente? Il genio Leonardo da Vinci, Picasso, Ibrahim Kodra e Lucian Freud sono tra gli artisti che ho amato e che mi hanno ispirato.  Crede che i giovani albanesi e kosovari emigrati saranno capaci di fare la differenza in Kosovo come in Albania? Io posso parlare per me che sono qui, perché non faccio distinzione tra il Kosovo e l’Albania. Il sogno di noi kosovari è sempre stato quello di unirci finalmente all’Albania ed essere finalmente un’unica nazione. Forse, prima o poi, questo avverrà.  Sta preparando una nuova esposizione? Se sì, dove? Attualmente sto curando la mia esposizione all’Ambasciata albanese a Vienna. Ho una offerta per una nuova esposizione personale in Albania per l’anno 2018, ma il progetto è ancora in fase embrionale per cui non posso espormi troppo.  Faleminderit shumë Gazmend.

Stavri Bezhani

Figlia mia, la dittatura dei comunisti non sa chiedere scusa.

È cosa universalmente nota che nelle famiglie albanesi si parli di comunismo e di Enver Hoxha, il dittatore che ha tenuto l’Albania per 45 anni nel più assoluto isolazionismo, portando il paese ad una miseria con la quale ancora oggi, in un modo o nell’altro, bisogna fare i conti. Ed è per questo che io e mio padre molte volte finiamo per parlare del comunismo, dell’Albania della dittatura, quella che mio padre ha vissuto in prima persona e che quindi è in grado di raccontarmi. Sentirlo parlare della sua vita, lui che ora ha 54 anni, mi aiuta a capire che clima si respirava a quei tempi, quando io ancora non ero nata. Ho quindi deciso di fargli qualche domanda sulla dittatura comunista, e di raccogliere la sua personale testimonianza che potete leggere di seguito. Quand’è stato il momento esatto in cui hai capito che vivevi in una dittatura? I dubbi sono sorti quando sentivo le storie che mi raccontava mia madre, anche se comunque a quell’età non potevo veramente rendermi conto della situazione. Che storie ti raccontava?  Raccontava di quando si sono rotti i rapporti con la Cina. Era il 1976, io avevo 13 anni. Mia madre aveva molta paura ma nei miei confronti cercava di mostrarsi forte, mi rassicurava, dato che ero un bambino sensibile. Mi diceva che eravamo un popolo forte, che il partito era forte; insomma, mi faceva la morale. Avevo un po’ di paura ma, come ho detto prima, non riuscivo a capire veramente. È stato al terzo anno di università, nel 1984, che ho davvero capito che qualcosa non andava. In primo luogo vedevo che c’era molta repressione: tutti avevano paura di tutti, nessuno esprimeva le proprie opinioni per paura che altri sentissero e andassero a riferire ai professori o a esponenti del partito. In secondo luogo vedevo che alcuni professori facenti parte del partito erano completi idioti. Non tutti i professori erano così, ce n’erano tanti di ben preparati, ma di quelli che facevano parte del partito, quelli che insegnavano per lo più storia del partito, marxismo-leninismo ed economia politica, erano completamente ignoranti, in tutti i sensi. Ed erano questi stessi a dettare legge nell’istituto. In terzo luogo, quando andavo a trovare mio zio che lavorava in fabbrica (nel kombinat, più propriamente un insieme di fabbriche) vedevo che molte persone si registravano e tornavano poi a casa. Dato che avevo studiato economia con risultati ottimi, mio zio mi raccontava che continuavano ad alzare il tasso di produttività; per esempio, se un operaio faceva 16 pezzi e guadagnava 1000 lekë, la prossima volta la fabbrica alzava il tasso a 20 per far guadagnare poi sempre lo stesso salario. Facevano quindi in modo che l’operaio rimanesse sempre allo stesso punto. La produttività aumentava, anche con l’aiuto delle macchine, ma la paga rimaneva la stessa di prima. Io in questo vedevo una grande contraddizione. E la più grande contraddizione erano quelli che non lavoravano e prendevano comunque la loro paga. Un’altra cosa che mi pareva difettosa era che in alcuni quartieri nella città in cui studiavo, alcune persone ascoltavano la radio di Zagabria e la musica slava e venivano sorvegliati e perseguitati dalla sicurezza e dalla polizia e odiati dalla gente. Loro alla fin fine erano persone come le altre, ascoltavano solo della musica. Insomma, capivo che qualcosa non andava, che quel sistema non aveva vita lunga, ma su cosa sarebbe successo in futuro non avevo la più pallida idea; si sarebbe fatta una guerra, ci sarebbe stata una rivoluzione? Questo io non l’avrei capito nemmeno più tardi. Vedevo anche che l’economia della campagna diminuiva sempre di più a causa del processo di collettivizzazione del 1981 che doveva in teoria arricchirci ma che in pratica ci rese ancora più poveri. Qual è stato invece l’aspetto più positivo della dittatura, se ce n’è stato uno? La parte positiva era che non c’era droga. Un’altra cosa che mi piaceva, nonostante il sistema fosse dittatoriale, era che fino ai 18 anni non era permesso fumare e se lo facevi l’opinione ti condannava. Non solo le ragazze non dovevano fumare ma neanche i ragazzi. Fino ai 18-20 anni soltanto forse il 5 per cento dei ragazzi fumava, le ragazze men che meno, per loro era impossibile. Nemmeno l’alcol era permesso. Un’altra cosa positiva era che quel sistema ha fatto un grande sforzo per portare avanti un programma di educazione, anche se questo non andava fino in fondo ed era fortemente influenzato dal partito. Il regime aveva dato molto valore all’educazione, nonostante questa fosse imbevuta di ideologia. Tutti andavano a scuola e questo processo ha aiutato a ridurre il tasso di analfabetismo del paese. E l’aspetto più negativo? Durante un conflitto per, esempio, mettiamo che io nell’età che ho adesso fossi negli anni 80, potevo uccidere una persona e la condanna non la soffrivo solo io ma tutta la mia famiglia. Se io andavo in prigione, per esempio, tu e la mamma venivate deportate ed isolate in un posto sperduto, dovevate presentarvi ogni giorno alla polizia locale, dovevate lavorare nei campi, i lavori più pesanti, vi veniva sottratto il diritto all’educazione. Quindi dici che l’aspetto più negativo era che i famigliari di un condannato dovevano anche loro ingiustamente soffrire di una colpa che non era la loro? Sì, se uccidevo qualcuno dovevo andare in prigione io, non la mia famiglia. Accadeva solo in casi di omicidio oppure anche per altri crimini? L’omicidio è l’esempio più semplice. Se qualcuno voleva fuggire e oltrepassare il confine tutta la famiglia veniva internata. C’era poi la persecuzione politica, le infrastrutture erano poco sviluppate, la gente non poteva muoversi liberamente. Mi ricordo che una volta mi dicevi che la cosa peggiore che la dittatura ha fatto è stato instillare il dubbio e il sospetto all’interno delle stesse famiglie. Sì, esatto, anche fra moglie e marito. Quali conseguenze ha avuto la dittatura nella vita delle persone? In quel periodo c’era una tale concentrazione di ideologia all’interno del sistema scolastico, a partire dalle elementari fino all’università, che appesantiva il programma. Tutto era ricondotto a queste materie: storia del partito, marxismo-leninismo, economia del partito. E la fedeltà al partito veniva valutata dai professori in base a quanto eri bravo in queste materie. Quindi gli studenti bravi, quelli che studiavano tanto, impiegavano un sacco del loro tempo per studiare quelle materie, perché alla fine ne avrebbero ricavato un guadagno. Potevi ricevere valutazioni negative anche se in matematica e fisica eri eccellente. L’appesantimento dovuto a queste materie, che allora si dicevano “sociali”, ma che in realtà erano pura ideologia, faceva in modo che persino chi usciva dalle università non fosse veramente padrone della materia per cui aveva studiato. Perché avevano perso tempo con quelle altre materie. Noi poi non conoscevamo per nulla il concetto di proprietà. Ogni cosa apparteneva allo Stato e lo Stato lo organizzava. I contadini nelle campagne non avevano terra, eccetto per un piccolo orticello di pochi metri quadri, e tutto il resto del terreno era della cooperativa, era in comune. Noi l’idea della proprietà non ce l’avevamo. E la conseguenza di questo è che quando il sistema è cambiato noi non sapevamo cosa fare, nessuno aveva messo da parte qualche risparmio. Anzi, la maggior parte dei contadini, che al tempo erano il 70 per cento della popolazione, è ritornata a vecchi metodi di produzione della terra. La cosa quindi più negativa è che il sistema ci ha lasciati impreparati una volta che la dittatura era finita. Anche solo negli anni novanta le costruzioni erano ispirate al modello russo, fatte senza isolamento termico, senza alcun tipo di cosa, solo cemento e mattoni e null’altro. E per quanto riguarda te personalmente, che conseguenze ti ha lasciato il regime? Io avevo il desiderio di continuare gli studi come economista in campo agricolo o industriale, oppure come ingegnere, ma non mi potevano far fare quello che volevo. Era lo Stato a decidere dove saresti andato. Dato che mi avevano messo a fare l’insegnante di matematica e fisica, io questo lavoro alla fine lo facevo anche controvoglia. Altra conseguenza nella mia generazione era che noi vedavamo il mondo in bianco e nero, in due colori, amici e nemici. Ancora oggi ci sono conseguenze di questa cosa in Albania. Vedi per esempio il Partito Democratico, dove si sono raggruppati tutti quelli che non volevano Enver Hoxha, secondo il modo di pensare che abbiamo. Noi vediamo le cose in bianco e nero, non rispettiamo l’opinione altrui, vogliamo tutti avere la stessa opinione. Questa è la cosa più negativa, l’io. Io devo comandare, io so, io faccio, si farà come dico io perché solo io so. Non ci sono opinioni contrarie, non c’è dialogo. E questo conflitto c’era anche nelle famiglie. Noi famiglie non sappiamo dialogare. Non conosciamo la tolleranza. Altra cosa, non conosciamo la parola “scusa”. La mia generazione non conosce la parola “scusa”. Tu pensa, io ho cambiato quattro volte mestiere nella mia vita, prima economista, poi insegnante, commerciante ed infine muratore. Al liceo mi sono impegnato in economia e sono stato uno dei più bravi allievi usciti dalla scuola di Berat. E lo Stato, invece di prepararmi come economista, mi ha fatto fare poi l’insegnante. Era un ç’organizim i organizuar (una disorganizzazione pianificata), come si dice qua in Albania. Non far specializzare una persona come me, che eccelleva in quella materia, era una disgrazia di quel regime. Quando il sistema è cambiato ho iniziato a fare il commerciante, qua in Italia poi ho fatto il muratore. Insomma, poi le conseguenze secondarie e terziarie sono molte. Ma la più importante era questa, l’assenza di dialogo in famiglia, che c’è ancora oggi e fin quando ci sarà la mia generazione questa cosa non sparirà.

Piccolo Cafè

Michele Casadei Massari: il sogno americano del “Piccolo Café”.

Michele Casadei Massari, classe 1975, nasce in Romagna, a Riccione per la precisione. Ben presto si accorge della sua passione per la cucina, passione trasmessagli dal nonno Gigi, figura determinante nel percorso di vita di Michele, il quale ha vissuto a Bali, in Asia, prima di approdare nella Grande Mela soltanto otto anni fa. L’ascesa di Michele a New York è avvenuto in un breve lasso di tempo grazie alle sue capacità e al suo ottimismo nell’affrontare le nuove sfide che la vita gli presenta davanti. Michele è Founder ed Executive Chef del Piccolo Café che conta ben quattro locali a Manhattan oltre a vantare della collaborazione con i più prestigiosi clienti nella moda oltreoceano. L’American Dream di Michele Casadei Massari aggiunge nei prossimi mesi un altro e importante traguardo con l’apertura di un nuovo locale, La Lucciola. Michele, a che età è nata la tua passione per la cucina e perché? Lo ricordo lucidamente, avevo 6 anni e ammiravo il nonno Gigi, il mio cuoco preferito di sempre. Il vecchio viaggiava tutto il mondo con l’atlante e amava spendere i meritati giorni di inizio pensione nella sua cucina economica a legna, a Monterado nelle Marche.  Lo guardavo mentre se ne stava seduto sulla consumata e pizzichina impagliatura della sedia a corredo del solido legnoso tavolo bianco. Lo studiavo nei suoi riti; pulire i tordi, bollire le bietole, pulire le patate, lavare la trippa, fare la cresca, spurgare le lumache e bollire le vongole e infine, filtrare con cura la sabbia. In quel mio piccolo tempo, i giorni scorrevano spensierati, mentre l’amore di mio nonno mi avvolgeva come una coperta, la sua onestà, il suo essere ligio e dedito al lavoro mi rassicuravano facendo crescere in me la consapevolezza dell’uomo che sarei divenuto. Per il nonno la cucina era sinonimo di famiglia, eravamo noi, ero io. Il nonno aveva delle mani bellissime, le più pulite ed eleganti mani da uomo che io avessi mai visto, e con quelle mani tagliava e sminuzzava con rigorosa attenzione tutto, utilizzando coltelli affilatissimi e di epoche eterne, tutti del passato. Nonno Gigi credeva solo nella cottura a legna, diffidava del gas. Nonno Gigi era pulitissimo, era paziente. Quando avevo nove anni cucinai per la prima volta per mia madre e il suo compagno e quella per me fu l’inizio della mia carriera. Devo tutto al nonno, l’uomo con il quale trascorsi i miei giorni migliori, la mia infanzia.   Che percorso di studi hai compiuto?  Mi sono iscritto al corso di Farmacia e l’ho frequentato per un breve periodo, poi sono passato a studiare Medicina, una mia grande passione, ancora oggi compro e leggo libri di genetica. Ecco, il mio percorso di studi universitari è stato scoordinato perché ero distratto, avevo la testa altrove. Sono sempre stato una persona indipendente per cui ho scelto di tuffarmi subito nel mondo del lavoro, avrei voluto portare a termine gli studi in Medicina se non altro per rendere felice il babbo, al quale chiedo venia in questa intervista. Tuttavia devo dire che la passione per le materie scientifiche, come la Fisica o Chimica, spesso incrocia e si coniuga con il mio mestiere di Chef. C’è stato un periodo in cui mi dedicavo a studiare l’uso del sale nella sua composizione ma soprattutto di comprendere cosa fossero e come andassero trattati i grassi, le temperature e le bizzarre forme ed evoluzioni delle proteine, poi gli zuccheri e la loro irreversibilità alle alte temperature. Insomma, io non smetto mai di studiare perché trovo irresistibile il progresso della nostra materia. La cucina e le sue tecniche, gli utensili, l’equipments e le strategie, sono per me la parte affascinante e meravigliosa del mio piccolo mondo, del mio Piccolo Café.  Quando e qual’è stato il motivo per cui hai deciso di lasciare l’Italia?  Non l’ho mai deciso e né mi sono incoraggiato, l’ho semplicemente colto e poi perseguito con tenacia e ardore, ho afferrato l’opportunità e mi sono lanciato. Sono uno testardo e paziente con l’arte del mettermi in gioco, ora lo rifaccio con la mia nuova sfida che è il ristorante La Lucciola. Perché hai scelto New York? Perché volevo un mercato, una piazza, un teatro eclettico, multirazziale e poliedrico, perché pensavo e lo penso tutt’oggi che il viaggio, l’avventura che avrebbe costituito sarebbe stato il vero premio e traguardo di questa sfida, e che sarebbe stato comunque un forte bagaglio di esperienza e sopravvivenza. Raccontami la storia del “Piccolo Café”, com’è nato?  È nato sullo sdraio di una estate calda in Sardegna. Pensavo e ripensavo crogiolandomi su queste domande: cosa mi piace, cosa so fare e cosa posso fare ovunque io sia? La risposta mi venne naturale: me stesso sempre. Ospitare, cucinare, accudire, ascoltare, incontrare, raccontare, vendere, leggere, e quindi condividere. Optai per un atto eccezionale in accordo con la domanda e la risposta, ossia di fare la prima caffetteria tradizionale italiana ever a Union Square durante il mercatino di Natale in uno spazio di un metro quadrato. Mi parse l’idea vincente, l’ho voluto tanto per cui detto e fatto! È molto difficile riuscire ad entrare e stabilirsi negli U.S.A per motivi di lavoro. Tu, di quale visto ti sei avvalso?  Mi sono avvalso del visto E2.  Com’è stato il primo periodo? Quali le difficoltà? È stato molto stimolante, difficilissimo ma allo stesso tempo esaltante. Non capivo nulla, ero curiosissimo e mi mettevo sempre nella condizione di ascoltare ed approfondire. La Grande Mela dove tutto era possibile, il più grande “Blue Ocean” di sempre. Non conoscevo nulla di questo mercato e quindi ero estremamente sereno, eccitato e ottimista, quest’ultimo è un mio tratto caratteriale perché credo in tutti e in tutto quello che faccio, sempre. Le difficoltà oggettive furono metriche, ambientamento e orientamento fisico e culturale, capirsi anzi intendersi in tutto al meglio, inserirsi e sincronizzarsi con i luoghi e le persone, ottenere e avanzare, fare i passi giusti. Dal punto di vista lavorativo, pensi che i rapporti siano più facilitati rispetto all’Italia?  Non saprei, perché sono sempre io, sarei sempre io, approccerei comunque il lavoro con lo stesso stimolo e idealismo. Mi sveglio da sempre pieno di voglia di fare e mi pare ci siano sempre opportunità, credo nelle idee e nella loro velocissima attuazione, amo l’Italia e ne sono fierissimo, quindi la vedo sempre come una opportunità e un mercato in continua evoluzione. Trovi che ci siano più opportunità di lavoro?  In questo preciso momento non credo, forse c’è più velocità e pragmatismo, ma vivo a NY , l’America è grande e tanto diversa da NY e non solo NY, credo che qui ci sia meno pregiudizio sull’impresa e che ci sia una atteggiamento di rewarding culturale sincero, mirato al risultato e al perseguimento che stimola e spinge a fare e rifare sempre di più, sbagliare e ricominciare. Spesso la tua domanda la pongo ai giovani italiani che spesso incontro in questa città e le risposte sono molto cambiate oggi rispetto agli ultimi anni. Il governo Obama ha rappresentato il cambiamento, l’entusiasmo, il cambio generazionale e finalmente la risposta all’America “bianca” che oggi torna ad inquietare.  È più facile aprire un’attività in U.S rispetto all’Italia? Potrei non essere aggiornatissimo ma direi che in linea di massima è più facile qui dove tutto è fattibile on line e con l’assistenza gratuita. Come si vive nell’America Trumpiana?  Sto rinnovando in questi giorni il mio visto, quindi mi è facile risponderti: con attesa e speranza e con cauta osservazione. Cosa ne pensi delle politiche dell’immigrazione attuate dal nuovo governo di Donald Trump? Non le ho ancora capite, ma sono certo che questo Paese, ma soprattutto questa città è fatta di diversity, di mix, di tanti desideri, di tante religioni, di talenti e propulsione e qui, a New York, tutto si unisce e si armonizza in questo melting pot razziale e culturale con osmosi naturale. Ad oggi, consiglieresti ad un giovane di trasferirsi per cercare lavoro in America? Consiglierei per ora di attendere e capire al meglio e il prima possibile le direttive per i visto e le concrete opportunità e limitazioni, quindi prima lo studio e l’idea, poi sì, attuandosi velocemente e con ambizione. Pensi mai di rientrare in Italia? Per ora no, e non permanentemente, solo perché qui non ho ancora finito, mi sento di aver appena iniziato. Come ti accennavo prima, sto aprendo un nuovo locale, il quinto, che si chiama La Lucciola. E poi, sai, rientro spesso in Italia, anche ora grazie a te attraverso questa intervista. Ascolto moltissima musica italiana, leggo i giornali e grazie alla nostre magnifiche radio italiane e le loro app (adoro i podcasts) seguo con interesse le vicende politiche del nostro Paese.   Come vedi l’Italia vivendo fuori? Bellissima, colta, intellettuale, sensata, coraggiosa, educata, audace, dialettica e autentica, si capisce che la amo tanto? Per i giovani che ti stanno leggendo in questa intervista, nella tua attività ci sono posizioni aperte?  Visti e nuove o modificate regole di immigrazione permettendo, assolutamente sì, soprattutto ora che stiamo aprendo il nuovo locale.  Dove mandare le candidature?  recruitment@piccolocafe.us Grazie Michele per avermi rilasciato questa intervista e in bocca al lupo nella tua avventura Made in USA. 

Gëzim Hajdari

Gëzim Hajdari: storia del dissidente fra Albania e Italia.

Gëzim Hajdari, ci racconti un po’ di lei, delle sue origini, della sua famiglia.  Sono nato nel 1957, in Darsìa. (Lushnje), in Albania, in una famiglia di ex-proprietari terrieri e commercianti, i cui beni sono stati confiscati durante la dittatura comunista di Enver Hoxha. Negli anni ’30 la mia famiglia possedeva due negozi nel pieno centro della città di Lushnje, una macchina, centinaia di ettari di terreni, boschi e bestiame. Mio padre a sedici anni si unì alla Resistenza partigiana. Dopo la guerra studiò a Tirana come geometra-ragioniere. Ha lavorato per alcuni anni presso l’ufficio del catasto di Lushnje, città dove è nata anche mia madre. Nur è una donna semplice e generosa come la madre terra. È cresciuta con le suore italiane, che avevano il convento vicino a casa sua. I suoi genitori lavoravano come agricoltori. Sono molto legato a Nur, che è sempre presente nella mia opera. Quando mio nonno, Velì Hajdari venne dichiarato kulak, i dirigenti del Partito comunista decisero di licenziare mio padre. La casa di mio nonno veniva frequentata dai dervish, membri della confraternita mistica dei bektashi, di cui faceva parte anche la mia famiglia. Per il resto della sua vita mio padre ha lavorato come pastore di buoi della cooperativa comunista ricevendo a fine mese dallo Stato i soldi che bastavano solo per comprare il pane quotidiano. Ogni mattina, quando andava nei campi, nel sacco, insieme al desinare, Nur gli metteva un romanzo da leggere. Era un grande lettore, amava i classici russi, francesi e inglesi. Nelle notti invernali ci raccontava le saghe che aveva letto durante la giornata. Attorno al caminetto, in silenzio, noi bambini ascoltavamo rapiti. Spesso, ci commuovevamo al suo raccontare. Alla luce pallida della candela ci lacrimavano gli occhi. Il racconto più struggente fu la storia di Anna Karenina. Una volta mia madre gli disse, mentre asciugava il volto, «Basta Rizà con questi romanzi, i figli si commuovono». Ma egli non smise mai di raccontare ciò che leggeva di giorno mentre pascolava i buoi. Ogni sera ci sedevamo attorno al caminetto, aspettando con impazienza di ascoltare una nuova saga. Il resto della mia vita appartiene alle lotte per la libertà e per la democrazia del mio Paese, denunce contro i crimini della dittatura comunista di Hoxha e contro gli abusi e le speculazioni dei nuovi regimi mascherati, disillusioni, minacce di morte, fughe, esili, condanne al silenzio da parte della mafia politica e culturale di Tirana; più di dodici anni di mestieri diversi come manovale per sopravvivere, sia in Patria che in Occidente, studi infiniti, viaggi in Africa, in Asia e nel sud del mondo testimoniando diverse e dimenticate realtà, spesso rischiando anche la vita. Lei ha iniziato giovanissimo a comporre poesia, come è nata questa passione? Ho iniziato a scrivere al primo anno delle medie, all’età di undici-dodici anni. La persona che mi ha fatto innamorare della la poesia è stato mio nonno paterno e poi mio padre, il quale recitava a noi bambini, prima di dormire, i canti epici dedicati ai guerrieri leggendari quali «Mujo», «Halil», «Gjergj Elez Alia» e  «Aikuna piange il figlio Omero». Mentre della la lirica popolare mi fece innamorare lo zio di mia madre Selìm. Quando frequentavo le medie nella città di Lushnje, spesso dormivo dai miei nonni materni. Questo accadeva quando faceva brutto tempo e non potevo tornare nel villaggio. Allora preferivo trascorrere la notte presso i miei nonni anziani. Mio nonno era molto affezionato a me, diceva a mia madre che assomigliavo a lui. Suo fratello Selìm aveva fatto il nizam, così venivano chiamati in turco i soldati albanesi che combattevano per conto della Sublime Porta di Istanbul, durante il dominio degli Ottomani nei Balcani. Egli aveva combattuto in Iran e Iraq per diversi anni. Non si sposò, visse il resto della sua vita con i ricordi degli anni del nizam. Ogni persona che incontrava gli raccontava la sua vita da soldato nei deserti lontani. I suoi racconti mi affascinavano molto. Spesso Selìm, dopo avermi raccontato dei lunghi viaggi per i deserti, degli addestramenti faticosi, delle battaglie feroci con i nemici dell’impero Ottomano, della morte dei suoi commilitoni, iniziava a cantare con una bellissima voce dei canti che raccontavano di tutto questo. Ho portato sempre con me l’amore per i canti dei nizam. Finché un giorno decisi di tradurre questo patrimonio inestimabile del popolo albanese in italiano. Il volume «I canti dei nizam / Këngët e nizamit» è stato pubblicato nel 2012 da Besa Editrice.           Quali sono stati i primi autori che ha letto e quali quelli che hanno lasciato un’impronta su di lei?  Le opere degli autori che ho letto mentre frequentavo le medie e i primi anni del Ginnasio sono: «Le Quartine» di Omar Khayam; «Il Gulistan» di Saadi Shiraz; «Anna Karenina» di Tolstoj, i racconti di Čechov; le liriche di Puskin, Sergej Esenin ed Éduard Bagrickij; «Il Demone» di Lermontov; «Foglie d’erba» di Walt Whitman; «I quartieri del mondo» di Jannis Ritsos; «Decameron» di Boccacio; «Il De rerum natura» di Lucrezio; «L’inferno» di Alighieri; «La Saga dei Forsyte» di Galsworthy; i racconti dello scrittore indiano Krishan Chander; «Il rosso e il nero» di Stendhal e le liriche di Heinrich Heine. Questi grandi autori, tradotti magistralmente in albanese, hanno segnato per sempre il mio destino di poeta. Come ha vissuto la relazione con la sua passione durante gli anni del regime? Gli anni del regime di Enver Hoxha albanese rimarranno sempre un mistero per me, ma anche per gli albanesi. Nessuno di noi sapeva quello che accadeva nel cuore del potere comunista, per non parlare poi dei campi di internamento e delle prigioni. Nulla trapelava al di fuori delle mura dei recinti della dittatura del proletariato. E forse nulla si saprà dato che l’altra metà della verità storica si nasconde negli archivi segreti, ormai ‘ripuliti’, dai regimi post comunisti di Tirana. Quindi un poeta come me viveva tra passione per la poesia e il terrore. Quando si inaspriva la lotta di classe, la mia famiglia veniva etichettata come nemica del partito comunista, invece quando la lotta di classe viveva un periodo di ‘pausa’ riuscivamo a vivere. Sono testimone vivente di molti arresti: “In nome del popolo siete in arresto!” da parte del Sigurim, la polizia politica del regime. Dopo ogni cittadino arrestato, la gente sussurrava: “Chissà a chi toccherà domani!”. Si poteva finire dietro le sbarre anche per una ‘parola’, per una ‘metafora’ oppure per un ‘sogno’. Io avevo come compagno di banco nel Ginnasio Jozef Radi, figlio dell’intellettuale Lazer Radi, perseguitato politico, il quale viveva nel campo di internamento di Savër, Lushnje. Davanti al mio Ginnasio di tanto in tanto, passavano i carri militari carichi di uomini, donne e bambini deportati. Venivano da tutte le parti del Paese, per passare il resto della loro vita nei lager della mia città. Mentre furgoni con i finestrini bloccati dalle sbarre, portavano i prigionieri politici. Sono state le letture dei classici che mi hanno ‘salvato’ e, allo stesso tempo, temprato la mia consapevolezza di poeta nei tempi bui della storia albanese. Mentre il paesaggio brullo e mistico della mia provincia collinosa di Darsia mi dava un po’ di conforto negli anni della mia gioventù. Quando avvenne la scelta di abbandonare l’Albania? Quali furono le ragioni che la spinsero a tale scelta? Nell’inverno del 1991, sono stato tra i fondatori del Partito Democratico e del Partito Repubblicano della città di Lushnje, partiti d’opposizione, e fui eletto segretario provinciale per i repubblicani nella suddetta città. Sono cofondatore del settimanale di opposizione Ora e Fjalës. Più tardi, nelle elezioni politiche del 1992, mi sono presentato come candidato al parlamento nelle liste del PRA, ma non venni eletto. Nel corso della mia intensa attività di esponente politico e di giornalista d’opposizione, ho denunciato pubblicamente e ripetutamente i crimini, gli abusi, la corruzione economica e culturale, nonché le speculazioni della vecchia nomenclatura di Hoxha e della più recente fase post-comunista. Anche per queste ragioni, a seguito di ripetute minacce subite, sono stato costretto, nell’aprile del 1992, a fuggire dal mio Paese. Del resto, capì che il cosiddetto cambiamento democratico albanese non era altro che un gioco sporco deciso già a tavolino. La vecchia nomenclatura comunista di Enver Hoxha, con l’aiuto dei ‘poteri oscuri’ dall’oltre Oceano, si sono impossessati di nuovo del potere politico, economico e culturale del Paese delle aquile. I cosiddetti ex-perseguitati politici durante il comunismo, invece di fondare un loro partito, per aprire la strada ad un cambiamento radicale dell’amministrazione, della società e dello Stato,  preferirono dividere il potere e le ruberie con i loro boia. È così che è stato ucciso definitivamente il sogno della libertà, della vera democrazia e della sovranità dell’Albania. Come sono stati i primi anni da emigrante? I primi anni in Italia sono stati molto duri. Avevo trentacinque anni e dovevo iniziare da zero. In tasca non avevo nessun centesimo, prima di partire da Durazzo avevo in tasca i soldi del biglietto solo di andata. Avevo perso tutto. Sconfitto. Per sopravvivere ho dovuto lavorare come pulitore di stalle, zappatore, manovale, aiuto tipografo. E nel frattempo frequentavo un’altra facoltà in Lettere Moderne alla Sapienza di Roma pagando tutte le tasse universitarie, oltre l’affitto di casa e da mangiare. Era l’inizio degli anni ’90. L’Albania a quel tempo si identificava con le prostitute, con gli assassini, i ladri, stupratori. Un poeta come me dove essere tre volte più bravo dei suoi colleghi italiani e quelli che provenivano da altri Paesi. Le domande provocatorie nei miei confronti in quanto uomo di cultura e cittadino albanese erano all’ordine del giorno. Inoltre dovevo scrivere sia in albanese che in italiano dato che non avevo lettori albanesi. Le prime raccolte poetiche le ho pubblicate di tasca mia. Non conoscevo nessun editore italiano. Ci voleva denaro e tempo per andare a contattare degli editori nelle grandi città. Io lavoravo dalla mattina e rientravo a casa la sera e non potevo fare nulla. È il caso di raccontare un fatto triste che mi è accaduto durante i primi mesi in Italia. A quel tempo facevo dei lavori saltuari come manovale, i datori di lavoro a volte mi pagavano, a volte no. Nei primi mesi trovai rifugio presso alcuni miei connazionali. La casa dove loro risiedevano era stata offerta dal Comune, quindi non pagavano affitto. Questi signori all’inizio mi hanno ospitato, poi un giorno mi cacciarono di casa. Li ho pregati di stare ancora qualche settimana affinché trovassi un lavoro che mi poteva permettere di affittare una stanza, ma nulla da fare. Mi ricordo che andavo in giro per la città bussando casa per casa chiedendo lavoro, ma appena le persone sentivano la parola ‘albanese’, chiudevano la porta dicendomi: “Vada via, siete dei ladri e criminali!”. Forse avevano ragione, nei primi anni ’90 gli albanesi occupavano le prime pagine della cronaca nera sui giornali e dei media italiani. Finché un giorno ho trovato lavoro come manovale presso una piccola ditta edile. Finalmente sono riuscito a trovare alloggio in un rudere disabitato da mezzo secolo dove l’affitto era basso. Perché sceglieste di vivere in Italia? Ho scelto l’Italia perché i nostri popoli hanno condiviso lo stesso destino durante la storia. L’Italia è stata sempre la grande porta che ha collegato l’Albania con il resto dell’Europa. E poi la lingua e la cultura italiana mi è stata sempre molto familiare. Non dobbiamo dimenticare che la letteratura albanese è nata in latino. Quali erano allora i rapporti che aveva con la classe intellettuale italiana, come fu l’accoglienza? I primi anni per me sono stati anni di fatica enorme, sofferenza e grande angoscia esistenziale. Non c’era tempo per fare “l’intellettuale“. L’intellettuale in Italia e all’estero lo facevano i poeti e scrittori del realismo socialista di Tirana, che insieme ai loro colleghi perseguitati fino a ieri durante il regime comunista, venivano nominati addetti culturali, ambasciatori, direttori della Fondazione Soros, oppure venivano ospitati nelle residenze di scrittura ovunque per Europa. Quei pochi poeti come me che denunciavano pubblicamente gli abusi, la corruzione e i traffici tra mafia e governanti, venivano etichettati come nemici dell’Albania.  Per me si trattava di lottare giorno e notte per …

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Albania

Myrteza Minxhaj: prima che la Storia si dimentichi di noi.

Succede che, sfogliando migliaia di mail e messaggi che mi arrivano ogni giorno, capita di leggere le parole di un uomo che ha una storia speciale. Myrteza Minxhaj è uno dei protagonisti di quello sbarco biblico che avvenne nel 1991 nel porto di Brindisi. Oggi racconto la sua storia. Myrteza, raccontaci chi sei. Sono nato il 22 maggio del lontano 1953, nel mese di Ramadan ed è per questo che mi hanno dato questo nome, affinché io, orfano, potessi ricordare. La mia città natale, Delvina, è posizionato a sud dell’Albania, nella Çameria. Com’è stata la sua infanzia lì? Non sono rimasto per molto nella mia città natale, dopo alcuni anni ci siamo spostati andando sempre di più verso ovest, come nel paese di Sasaj, dove sono cresciuto e formato. I dieci anni trascorsi in questa parte dell’Albania mi risultano oggi come ricordi lontani; ogni volta che ho la possibilità di fare ritorno incontro vecchi amici di scuola. Mi sembra di vedere un vecchio film. Quando vi siete allontanati dall’Albania. Quale il ricordo? C’è un motto albanese che recita “L’Albania si rivolta ogni cento anni”, così come accadde con il comando italiano a Valona un secolo fa. La stessa  incomprensione ci ha portati all’anarchia totale nel 1991, ma questa volta gli albanesi non avevano di fronte il corpo italiano ma il nostro governo in assoluto immobilismo, piegati dal regime dittatoriale che avevamo appena superato. Abbiamo provato e vissuto tutte le difficoltà del momento, abbiamo aspettato a lungo, fino al giorno in cui ci è apparso possibile accarezzare il sogno di ricominciare una possibile vita altrove. Per me, come credo per molti, non ci sarebbe stato nessuna guerra civile, neppure la morte mi avrebbe fermato. Nel 1991 facevo il meccanico sulla nave Kallmi, per cui ero favorito qualora avessi optato nella scelta di espatriare. Il 5 marzo ricordo che c’era grande clamore, ricordo tutte le urla delle persone che erano parcheggiati fuori dall’area portuale.  La mattina seguente, il 6 marzo 1991, rientrammo nel porto per il cambio del turno. Io, con altri colleghi, ci stavamo spostando nell’area trattamento minerali quando vidi alcuni ragazzi del mio palazzo che mi chiamavano per chiedermi se li potevo aiutare a farli passare per poi salire sulla nave. Assieme ai miei colleghi facemmo entrare il gruppo dentro la nave che a breve sarebbe partita. I ragazzi del mio condominio mi guardavano da lontano e uno di loro ricordo che mi chiese “Myrteza, perché non sali? Dai, parti con noi”. Appena udii le parole che mi dissero, il respiro mi si ruppe nel petto, l’angoscia mi avvinghiò lo stomaco. La testa mi poneva mille domande. Di mia moglie, mia figlia, che ne sarebbe stato? La decisione era una certezza in me. Non avrei mai scelto di  sacrificare mettendo a rischio le loro vite. Perché un maschio, in fondo, fa quel può. E con questi pochi pensieri in tasca salii su quella nave prendendo parte a quello sbarco di dimensioni bibliche per cui l’Albania come gli albanesi verranno ricordati, ancora per molto tempo. Cosa si ricorda di quelle ore in viaggio? Sono trascorsi 26 anni, eppure una scena mi sovviene spesso alla mente; ricordo una coppia di Scutari che si avvicinarono a me chiedendomi se li potevo far salire a bordo e che potevano pagarmi con 40.000 lek. Quei soldi erano arrotolati e legati da uno spago. Mi spiegarono che erano a Durazzo perché pensavano di acquistare in città un televisore perché nel loro paese non era possibile fare un acquisto del genere. Comunicai a loro che il viaggio era gratuito e che non mi dovevano nulla. Ma l’uomo insistette raggelandomi nelle sue parole: “Prendi questi  soldi fratello, goditeli come potrai. L’unica cosa che vogliamo è salire a bordo e partire. Sono 60 anni che viviamo in una prigione a cielo aperto: i miei nonni, i miei genitori e adesso la mia famiglia. Voglio partire per piangere anche quel poco che troverò.” A sentir le sue parole subito mi vennero in mente i versi del poeta Migjeni che alla domanda “Per il cadavere del bambino chi dobbiamo ringraziare?” egli rispondeva “Spedite il corpo morente dell’infante al deputato, al ministro o a qualcun altro”. E lo sbarco? Il 7 marzo 1991 raggiungemmo il porto di Brindisi nelle prime ore del mattino, erano le cinque. Il viaggio, ringraziando il buon Dio, fu buono. All’arrivo al porto di Brindisi ricordo il grande calore con il quale fummo ricevuti. Gli italiani si sono mostrati un popolo amico, un popolo meraviglioso, pieno di umanità. Per molti di noi, quel giorno segnava l’inizio di una nuova vita. Molti di noi erano coscienti che nella perdita c’era la possibilità di una vittoria: una vita possibile, dignitosa. Molti di noi, almeno oggi, non vogliono più ricordarsi, talvolta non vogliono accettare di essere parte di quel mosaico che nei peggiori incubi ancora urla per essere raccontato. Come ha vissuto i primi anni da immigrato? Cosa posso dirle, cara giovane ragazza, i primi anni sono stati difficili. Il pensiero costante era sempre quello di riuscire a inserirsi nel tessuto sociale italiano, un’impresa molto ardua. Come la lingua, il primo ostacolo da superare perché ci impediva ogni sorta di possibile di comunicazione con gli italiani. Lei è uno storico, è stato pubblicato in Albania, quali lavori ha dovuto svolgere nei primi anni in Italia? Come si manteneva? Ho sempre amato la storia, la letteratura, le arti in generale. In Albania, da giovane, mi sono specializzato in meccanica e in agraria. A Durazzo, ho lavorato nel reparto dell’area portuale ed è qui che ho sviluppato la mia passione per i testi storici e la letteratura. In Italia ho fatto qualsiasi genere di lavoro per mantenere me e la mia famiglia. Poi nel tempo ho avuto la possibilità di lavorare sui miei saggi che hanno trovato l’interesse di case editrici albanesi. Il mio primo saggio storico “Vitelia gadishulli ne perendim” è stato pubblicato e tradotto anche in italiano grazie al giornalista Hasan Alia.  Perché avete scelto l’Italia per vivere? La risposta è semplice: io vivevo in Albania di fronte al mare e sapevo che dall’altra parte dell’Adriatico c’era l’Italia, un Paese a cui l’Albania è legato per tanti motivi storici. Di conseguenza vivere in Italia è stata una scelta abbastanza naturale. È chiaro che l’Albania è al centro dei suoi studi. Assolutamente. L’Albania è il centro dei miei studi e delle mie ricerche storiche, archeologiche, geografiche e linguistiche. Ha mai pensato di far ritorno e vivere in Albania? Una cosa è certa: noi partimmo nella speranza di trovare quella famosa “busta d’oro” e ad oggi posso dirti che ognuno ha le sue ragioni per rimanere come per ritornare. Quali sono i lati positivi e negativi del Paese delle aquile? Prima di tutto l’Albania possiede è ricca nella flora e nella fauna. Clima mediterraneo, minerali di prima qualità da nord a sud, ricco di falde acquifere e infine di energie dal gas al petrolio. Come spiega la forte immigrazione che sta avvenendo nei Paesi europei, specialmente quelli del Sud come l’Albania piuttosto l’Italia? Penso che il problema coinvolge tutta la popolazione mondiale che sempre di più emigreranno verso i Paesi del nord Europa che si presentano più ospitali e favoriscono la possibilità di una vita dignitosa. Pensa che l’Albania è pronta ad entrare nell’Unione Europea? Il ritardo di questo processo non può mettere in dubbio l’ingresso dell’Albania nell’Unione Europea. I problemi causati dai conflitti nell’area balcanica a causa delle tensioni fra i vari Paesi non possono rappresentare un freno per le politiche interne in Albania. Bisogna continuare a migliorare i parametri al fine di raggiungere gli obiettivi necessari per entrare nell”UE, anche perché se dovessimo fermarci ai dissidi dovremmo mettere in discussione le quattro aree di cui l’Albania è stata espropriata e di cui non ha mai avuto risposte dalla comunità internazionale e che forse mai avrà. Insomma non possiamo fermarci a queste questioni, almeno non adesso. In che rapporti è con l’Albania e con gli albanesi? Ho vissuto per 37 anni in Albania, lì mi sono formato come individuo, mi sono sposato e ho messo su famiglia. Ho fratelli, sorelle, cugini e amici. Ho un rapporto speciale con i miei connazionali. Nonostante le difficoltà vissute durante il regime dittatoriale piuttosto gli anni dell’anarchia io non parlerò mai male del mio Paese e tanto meno degli albanesi che stanno cercando di mettersi alle spalle una storia difficile da digerire. Cosa la colpisce maggiormente quando rientra in Albania? Ciò che mi impressiona di più è la crescita esponenziale che vedo ogni volta che ritorno in Albania. La mia città, Durazzo, è in continua crescita sia verticalmente che orizzontalmente. C’è un grande progresso e questo lo trovo molto positivo. Di cosa vi state occupando attualmente? Da circa 15 anni mi occupo di ricerche sulla storia dell’Albania. I miei interessi vertono in quest’area così sensibile perché dell’Albania, a parte i barconi, si conosce poco. Io, nel mio piccolo, cerco di fare qualcosa, di lasciare un mio contributo per tracciare una linea del percorso che, noi come popolo, abbiamo attraversato: dagli Illiri, ai bizantini, ai veneziani, agli ottomani, all’Indipendenza del 1912, al regno con Zogu, all’era fascista, alla dittatura di Enver Hoxha fino al 1991, che mi ha visto tra i protagonisti dello sbarco biblico di cui il mondo è a conoscenza. Come dicevo qualche domanda fa, sono stato già pubblicato con il mio saggio storico “Vitelia gadishulli ne perendim”, adesso sta per essere pubblicato in Albania un saggio storico dell’autore italiano Giuseppe Catapano di cui ho curato la traduzione in lingua albanese assieme a mia figlia. Adesso sto lavorando al mio secondo libro “Lashtesia e gjuhes shqipe” ossia l’eredità della lingua albanese. Io ho un lavoro e una famiglia a cui devo pensare per cui mi è difficile conciliare la mia passione con tutto il resto, ma lo faccio con amore e con dignità nella convinzione di lasciare ai posteri che verranno qualcosa di prezioso, in fondo un libro è sempre uno specchio dove vedersi e chissà forse riconoscersi. Come vede il futuro dell’Albania? Mi viene in mente ciò che lessi tra le pagine del libro di Nostradamus, il quale diceva “Attenti agli albanesi, perché essi non hanno ancora detto l’ultima parola nella Storia”, piuttosto un altro testo che recitava “Gli albanesi hanno sofferto molto, e questo li ha resi lenti nel processo dello sviluppo, ma nella prima metà del 21 secolo apparterrà a loro, i quali conosceranno una crescita  e sviluppo senza precedenti”. Ecco, che uno ci creda o meno, piuttosto metta in discussione certi autori oppure parole, io voglio pensare ma soprattutto sperare che l’Albania e gli albanesi possano far parte di quell’Europa dei popoli che tutti un giorno sogniamo di diventare.