Immigrazione

Carola Rackete all’UE: abbandonare i migranti in mare è vergognoso!

Oggi 29 giugno 2020, Carola Rackete, la capitana che lavora per la ONG Sea Watch, ha espresso il suo disappunto in merito alle scelte che i governi europei stanno attuando sui migranti in mare definendole “vergognose”. Diversi stati europei, tra cui Spagna, Malta, Italia, Paesi Bassi e Germania, continuano a ostacolare il salvataggio e il monitoraggio delle missioni in mare e in volo” Carola Rackete Oggi, esattamente un anno fa, la capitana della Sea Watch 3, Carola Rackete, condusse la sua nave nel porto italiano di Lampedusa facendo scendere 40 migranti. Questa scelta fece discutere moltissimo considerando gli ordini dell’allora Ministro leghista Matteo Salvini. Salvini non è più in carica al governo e in generale, in Europa, sembra che nulla è cambiato dall’anno scorso considerando l’incidente avvenuto a Pasqua dove 51 migranti e 5 morti sono stati rimpatriati dal governo maltese in Libia. L’Europa ha abbandonato completamente i migranti in balia delle onde nel Mar Mediterraneo affinché affoghino per spaventare quei paria della terra che decidono di partire verso le coste europee fuggendo dai campi di concentramento libici. Un po’ come fece il governo italiano durante il 1996 con gli albanesi, i quali, molti di loro, persero la vita nel Mar Adriatico: famosa la notte buia quando la Kater i Rades venne speronata dalla nave italiana e dove persero la vita 103 albanesi che giacciono ancora nel Canale di Otranto. Una tragedia mai indagata davvero e per la quale i familiari, dopo più di 20 anni, cercano ancora giustizia. La Rackete ha definito l’agenzia di frontiera dell’UE Frontex come la garante della politica razzista degli Stati europei. Se #BlackLivesMatter negli Stati Uniti chiede di sconfiggere i dipartimenti di polizia, di conseguenza dobbiamo chiedere a #DefundFrontex in Europa. Carola Rackete Affermazione che Frontex ha definito come “assurdità da gruppi marginali” e che “l’agenzia protegge i confini di centinaia di milioni di persone in tutta Europa”.

Migranti: la violenza di frontiera dei governi UE.

Dunja Mijatovic, il Commissario europeo per i diritti umani, il 19 giugno 2020, alla vigilia della giornata mondiale del rifugiato, ha invitato gli Stati europei a rispettare gli impegni presi in merito agli aiuti ai rifugiati. In un tweet ha espresso il suo disappunto rispetto alle scelte attuate negli ultimi mesi dicendo che “I respingimenti e la violenza alle frontiere violano i diritti dei rifugiati e dei migranti, nonché cittadini degli stati europei. Quando la polizia o altre forze dell’ordine possono agire impunemente in modo illegale e violento, la loro responsabilità viene erosa e la protezione dei cittadini viene messa a repentaglio. L’impunità per gli atti illeciti da parte della polizia è una negazione del principio di uguaglianza nella legge e nella dignità di tutti i cittadini e mina profondamente la fiducia dei cittadini nelle istituzioni statali“. Il Commissario europeo per i diritti umani incolpa i Paesi UE per aver aggirato le leggi affermando inoltre che alcuni politici sono promotori dell’idea che i diritti dei migranti possono essere messi in secondo piano al fine di proteggere i confini considerando lo status quo che stiamo vivendo a causa del Covid-19. I migranti sono lasciati a rischio delle loro vite in mare, sono tornati in paesi pericolosi, sottoposti a maltrattamenti o detenzioni arbitrarie, tenuti separati dalle loro famiglie o collocati in campi sovraffollati in condizioni spaventose. Dunja Mijatovic, Commissario europeo per i diritti umani. La Convenzione europea sui diritti umani esiste da quasi 70 anni e, secondo il Commissario europeo, mai come oggi i diritti dei rifugiati sono stati violati con cotanta sistematicità. D’altronde, come afferma anche Dunja Mijatovic, avviene sempre più di frequente che gli Stati europei oltrepassino le leggi europee sui diritti umani, e questo atteggiamento sta diventando sempre di più una prassi comune. I Paesi dell’area UE si concentrano sulla ricerca di “nuovi modi per impedire che tali obblighi diventino applicabili in primo luogo“, invece di essere garanti che loro politiche in materia di asilo e migrazione siano conformi alla legge e quindi ai sensi della Convenzione sui diritti umani. Inoltre, il Commissario europeo, ha avuto da ridire anche sull’Italia facendo riferimento al caso Hirsi Jamaa, quando il Bel Paese costrinse i migranti a rientrare in Libia, scelta che le valse una sanzione dalla Corte EDU nel 2012 . Il caso Hirsi Jamaa mise in allarme tutti gli altri Paesi UE, i quali negli anni hanno escogitato nuova modalità per sollevarsi da qualsiasi responsabilità rispetto a coloro che si trovano nel mare. Mentre questo mette gli Stati membri del Consiglio d’Europa a debita distanza dagli eventi, non fa nulla per impedire ai migranti di essere esposti a torture o trattamenti disumani o degradanti. afferma il Commissario UE per i diritti umani Mijatovic. I Paesi UE hanno creato molta confusione e sono responsabili di una cattiva gestione rispetto alle risorse e investimenti che vengono promossi in materia di asilo ai rifugiati. Inoltre, alcune sentenze giudiziarie, sono state manipolate dai Paesi UE stessi al fine di giustificare le pratiche di respingimento. Il fatto che tutta l’area europea sia contagiata e manipolata da una propaganda politica che alimenta l’odio verso i migranti attraverso una forte infodemia atta a deviare l’opinione pubblica verso una forte intolleranza che erge la protezione dei confini al di sopra dei diritti umani stessi. I governi europei dovrebbero pienamente comprendere che non sono nella posizione di decidere se rispettare una legge o meno, piuttosto prendere atto che la Convenzione sui diritti umani va rispettata ai sensi della legge la quale non può essere violata o raggirata. Inoltre, il Commissario europeo per i diritti umani, si augura che il mandato della Germania come Presidente del Consiglio europeo possa rafforzare la protezione dei diritti umani e le politiche in materia di asilo in Europa.

Donne in fuga dalla guerra in Siria.

Un fuggire transitivo.

Mi capita spesso, ultimamente, di sentire un forte senso di apatia, di sentirmi inerme dinanzi al frastuono delle notizie quotidiane, alle urla, alla banalità, al turpiloquio, alla mise en scene bieca e oscena a cui ci hanno abituato i talk show, tutti i talk show. Eppure li guardo sugli schermi di tutti i telegiornali, quelle immagini e storie che ti stuprano l’anima, quegli occhi di quegli uomini e donne che aspettano su tutte le Diciotti, o nei campi profughi. Le speranze nutrite, le attese nei luoghi comuni. L’ansia perché in questa storia ti è capitato di raffigurare l’individuo diverso, l’altro, che in fondo gli altri siamo tutti noi. L’uomo senza Stato, l’uomo abbandonato, l’uomo senza Storia, l’uomo vinto. L’essere transitorio, in questo tempo che si piega attraverso i permessi negati, e l’umanità inasprita dentro le poesie mai lette che si trovano nelle tasche di coloro che non conosceranno mai il risveglio in quel tempo di quel luogo sognato. Conosco quegli occhi, sono anche i miei, mentre mi cerco ancora tra un libro e un articolo, un decreto legge, forse. Non sono mai riuscita ad abituarmi alla mia nuova condizione di cives libero, è come se una parte di me fosse rimasta ancora lì, sul porto di Bari, che vent’anni fa mi dava rifugio. Fuggire è una condizione dell’uomo da tempi immemorabili, fuggiamo tutti in qualche maniera. Da una terra che non ci dà opportunità per crescere, da una situazione familiare, da una relazione che ci sta stretta, o semplicemente da una vita che ci imprigiona. Ecco, che fuggire assume un significato più ampio, un diritto legittimo di cui non potremmo privarci. Sono nata nella città di Durazzo, e cresciuta tra le colline e montagne albanesi che si affacciano sul Mar Adriatico. L’Albania è piena di laghi e fiumi, di cui da piccola, ne seguivo il corso che puntualmente approdava sulla spiaggia di Lalzi, a pochi chilometri da Durazzo. Sono rimasta sempre molto colpita dall’immagine dei fiumi che vedevo concludersi sul Mare Nostrum; trascorrevo ore e ore per cercare di capire dove finisse tutta quell’acqua dolce. I fiumi sono tutti diversi, ci sono quelli impetuosi, quelli risoluti, quelli lenti, quelli fangosi, quelli informi, quelli rassegnati, e quelli a delta che appaiono solenni. E questi fiumi si mischiano all’acqua salata, altri la sporcano, altri deviano, altri ancora irrompono, distruggono, e infine, al tramonto della stagione invernale, mi è capitato di osservare un fiume che sembrava danzasse con il mare. E anche il Mare non riceve allo stesso modo, come la costa non consente a tutti i fiumi di abbandonarsi nella stessa maniera. La vita di una natura che combatte anche con se stessa, il racconto geologico di un viaggio che non conosce la fine. L’incontro di rivoli d’acqua, di pietre sparse, di sabbia muta, di perle preziose. Le nostre, quelle di tutti noi. Fuggire è un verbo transitivo, significa andare verso, perché ogni sistema vivente, che porta in se la complessità, saprà resistere al cambiamento del suo equilibrio.

Albania durante gli anni '70.

Albania 1970: le donne e il comunismo.

Mi chiamo Ismete Selmanaj, sono una cittadina italo-albanese. Sono nata a Durazzo, e come tanti miei connazionali sono emigrata in Italia nell’ormai lontano 1992, subito dopo la caduta del regime comunista di Enver Hoxha. Messina è la città che mi diede ospitalità in quegli anni bui, nella città siciliana sono nati e cresciuti i miei tre figli. Sono trascorsi più di 25 anni da quei fatti terribili che videro protagonista il mio Paese, il mio popolo, e solo oggi riesco a focalizzare in maniera nitida quel passato di cui sono stata testimone. Il partito sceglieva per me, per noi, per tutti noi. Ognuno di noi aveva un destino prestabilito, un destino che lo Stato sceglieva, e che noi tutti dovevamo compiere per il bene della collettività. Ho sempre amato la letteratura, e quando frequentavo il ginnasio in Albania ho scritto poesie e racconti riuscendo a vincere anche concorsi letterari. Ho smesso la mia passione per intraprendere gli studi universitari che il partito scelse per me. Durante il regime comunista nessuno dei giovani aveva la possibilità di compiere una scelta libera. Il partito sceglieva per me, per noi, per tutti noi. Ognuno di noi aveva un destino prestabilito, un destino che lo Stato sceglieva, e che noi tutti dovevamo compiere per il bene della collettività. Lo Stato decideva di quanti ingegneri, fisici, matematici, chimici, biologi, architetti, scienziati, economisti, pittori, e giornalisti avesse bisogno. Era chiaro a tutti che il regime focalizzava la sua attenzione sulle materie tecniche, mentre quelle umanistiche erano quasi del tutto ignorate. Gli scrittori che non si allineavano alle volontà del Partito venivano perseguitati, esclusi, denigrati, abbandonati. Lo Stato dava molta rilevanza al numero degli scrittori presenti sul territorio, quelli che obbedivano, gli scrittori del regime, venivano idolatrati, premiati affinché la loro opera fosse un encomio al regime stesso. Gli scrittori, che oggi definiremmo borderline piuttosto che non si allineavano alle volontà del Partito, venivano perseguitati, esclusi, denigrati, abbandonati in una specie di oblio. Questi scrittori venivano addirittura minacciati, oppressi dal regime molti di loro si suicidavano poiché era l’unico modo per manifestare il loro dissenso. In tutto questo quasi nessuno menziona le condizioni della donna albanese, del suo ruolo nella società, e io di questo voglio parlare. Mi chiamo Ismete Selmanaj e sono l’autrice di “Verginità Rapite”, e della storia di Mira, la protagonista del romanzo, che vi voglio raccontare.  

Il Governo degli Stati Uniti d’America ha abbandonato i siriani: il caso Ziadeh.

Radwan Ziadeh è un dissidente siriano di 41 anni e vive con la sua famiglia in un sobborgo di Washington. Avversario politico del presidente Bashar al-Assad in Siria, Ziadeh è un emigrato politico che vive da dieci anni negli Stati Uniti dove ha ottenuto la borsa di studio presso la GeorgeTown e la Harvard University, e infine dall’Istituto degli Stati Uniti per la pace. Ma l’amministrazione Trump ha inciso sul suo percorso di vita e il signor Ziadeh, circa un mese fa, ha ricevuto in casa una lettera di dodici pagine che riportava la definitiva sospensione del suo asilo politico. Il caso del siriano Ziadeh merita la giusta attenzione perché sottolinea il netto divario che c’è tra la legge americana sull’immigrazione e la sua politica estera. Dopo l’11 settembre 2001 le disposizioni contro il terrorismo sono state rafforzate e negli ultimi tre anni tutti i gruppi di opposizione armati nel mondo sono stati vagliati dal governo statunitense come organizzazioni terroristiche. Chiunque appoggiasse queste “organizzazioni non classificate” , sia finanziariamente che diplomaticamente, veniva squalificato dalla possibilità di ricevere i permessi di soggiorno o di perdere, come nel caso di Ziadeh, l’asilo politico. Ziadeh è un uomo che è sempre stato in prima linea, facendosi il portavoce sulla situazione siriana, ha scritto libri e ha testimoniato al Palazzo del Congresso fino a qualche mese fa, prima dell’amministrazione Trump. La famiglia Ziadeh non riesce a dare una spiegazione logica a tale provvedimento nei loro confronti, i figli di Ziadeh sono nati negli Stati Uniti e ora tutti si trovano spaesati e non sanno più di ciò che sarà delle loro vite. La situazione di Ziadeh è compromessa e riorganizzare una nuova vita è un percorso arduo e spinoso visto le relazioni politiche internazionali, e dove l’opzione di rientrare in patria è inaccettabile considerando le condizioni di guerra in cui imperversa il suo Paese, e visto che su Ziadeh c’è un mandato di cattura in atto dal Daesh che lo ritiene un traditore e una spia degli americani e questo perché Ziadeh ha tenuto nel corso degli anni 2012 e 2013 delle conferenze per discutere e trovare una possibile transazione democratica in Siria. Queste conferenze si sono tenute a Istanbul, in Turchia, dove un gruppo si è autoproclamato comandanti della confederazione chiamandosi Libero Esercito Siriano , mentre l’altro gruppo si sono definiti come i leader politici affiliati alla Fratellanza Mussulmana Siriana. Il governo americano conosceva molto bene entrambi i gruppi e il Dipartimento di Stato americano si è prodigato sostenendoli nella loro lotta, fornendo loro stipendi e armi, in particolare ai membri della Fratellanza mussulmana, i quali hanno giocato un ruolo fondamentale nel Consiglio Nazionale Siriano. L’ex ambasciatore americano in Siria, Robert S. Ford, in risposta a ciò che sta accadendo alla famiglia Ziadeh ha sottolineato in una mail inviata al governo americano che nessuno dei membri dei due gruppi a cui il signor Ziadeh aveva invitato a collaborare potevano essere considerati organizzazioni terroristiche e che la Fratellanza Mussulmana non ha alcuna “connessione amministrativa” con gli altri gruppi dei Fratelli Mussulmani Siriani sparsi nel mondo e soprattutto che Hillary Clinton, John Kerry e l’ex ambasciatore Ford si sono incontrati con la delegazione dell’opposizione che includeva anche i membri della Fratellanza mussulmana siriana. Nella lettera inviata al signor Ziadeh il governo americano ha giustificato la scelta del mancato rinnovo dell’asilo politico scrivendo che il fatto che entrambi i gruppi, sia il Libero Esercito Siriano che la Fratellanza Mussulmana Siriana hanno utilizzato le armi con l’intento di mettere in pericolo la sicurezza dei funzionari del governo siriano, per cui entrambi i gruppi sono stati inclusi tra le organizzazioni terroristiche. Il governo degli Stati Uniti d’America ha abbandonato i siriani. Il signor Ziadeh, tramite il suo avvocato Steven H. Schulman, si appella al governo americano e in merito alla decisione presa dall’amministrazione Trump sostiene che farsi portavoce ed invitare i membri dei gruppi di opposizione a riunirsi in una conferenza per discutere del futuro politico della Siria non può essere considerato allo stesso modo di aiutarli materialmente promuovendo le loro agende e che “fornire sostegno materiale ai gruppi” può significare qualsiasi cosa. Il presidente del Refugees International ed ex funzionario dell’amministrazione Obama, Eric Schwartz, definisce la disposizione della legge sull’immigrazione come “un prodotto del periodo post 11 settembre”, periodo in cui nasceva il reparto che si occupava delle organizzazioni terroristiche non designate, pertanto l’agenzia dell’immigrazione ha dichiarato che il signor Ziadeh è un perseguitato politico per cui in  linea con la richiesta dell’asilo politico, mentre secondo il governo americano il sostegno di Ziadeh al Libero Esercito Siriano e alla Fratellanza Mussulmana Siriana è motivo per negare la sua richiesta. “Il governo degli Stati Uniti d’America ha abbandonato i siriani” dice un sterminato signor Ziadeh, il quale sostiene che la scelta del governo americano è un messaggio più grande del rifiuto.

Yemeniti che presentano i documenti per ricevere le razioni alimentari che vengono fornite dalla caritas locale a Sana, la capitale. Hani Mohammed/Associated Press

Yemen: la guerra che i mass media non possono raccontare.

Mercoledì 19 luglio 2017, il portavoce delle Nazioni Unite, Farhan Haq, ha espresso in una nota le sue preoccupazioni circa la situazione in Yemen visto il bombardamento che ha visto la morte di 20 civili che stavano tentando la fuga, oltre ad aver criticato aspramente le restrizioni in atto che ostruiscono i giornalisti di raggiungere il Paese. Il bombardamento è avvenuto nella giornata di martedì nella provincia sud occidentale di Taiz, mentre il numero esatto delle vittime è stato certificato alcune ore dopo. L’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati ha subito affermato che la maggior parte delle persone rimaste vittime provenivano da famiglie che a loro volta avevano abbandonato le loro case tentando la fuga per mettersi in salvo. Almeno due milioni di yemeniti hanno evacuato le aree sotto attacco come Taiz, la regione da cui almeno il 27% dei profughi proviene. L’attuale conflitto in Yemen ha causato la morte di più di 10.000 persone creando così un disastro umanitario urgente, inoltre a causa della carestia si sta diffondendo endemicamente il colera che ha già sterminato più di 300.000 individui. Un’altra agenzia ha dichiarato in merito alla situazione che l’ultimo incidente di martedì scorso evidenzia ulteriormente i pericoli che i civili yemeniti sono costretti ad affrontare, in particolare coloro che tentano la fuga per scappare dalla violenza vengono perseguitati e torturati. Da circa due anni l’Arabia Saudita con il sostegno dei suoi alleati combattono contro l’Houthis, un gruppo yemenita sostenuto dall’Iran, che sta letteralmente sfrattando il governo saudita grazie al supporto delle forze che provengono dalla capitale Sana, imponendosi così al controllo della maggior parte dei territori dello Yemen, considerato il Paese più povero del Medio Oriente. L’attuale conflitto in Yemen ha causato la morte di più di 10.000 persone creando così un disastro umanitario urgente, inoltre, a causa della carestia, si sta diffondendo endemicamente il colera, che ha già sterminato più di 300.000 individui. La coalizione saudita è molto criticata dai gruppi che prestano soccorso alle vittime, i quali tentano una via di dialogo al fine di mettere al riparo da questo conflitto almeno i civili. A loro volta i sauditi rispondono che stanno cercando di evitare di bombardare sui civili ma che talvolta fanno degli errori le cui conseguenze collaterali sono la morte di centinaia di persone. Mentre il conflitto interno allo Yemen si fa sempre più vivo, l’Onu e altre organizzazioni impegnate ad aiutare i civili yemeniti criticano i blocchi che i sauditi hanno collocato ai trasporti e all’aviazione impossibilitando così i carichi degli aiuti ad entrare, oltre al blocco messo in atto ai giornalisti che non possono presenziare per fare le loro cronistoria su ciò che sta avvenendo in questa parte del mondo, come è accaduto a Gibuti dove tre giornalisti della BBC sono stati arrestati mentre invece i carichi destinati a Sana sono stati declinati. Farhan Haq, scrive che ciò che sta accadendo in Yemen merita urgente attenzione da parte di tutti i media e si auspica che si creino le condizioni per sedersi ad un tavolo e dialogare sulle condizioni e sulla possibilità che gli aiuti aerei non vengano più bloccati, così come l’accesso per i giornalisti nel territorio.            

Gazmend Freitag.

Gazmend Freitag: sogno il mio Kosovo unito all’Albania, sotto un’unica nazione.

Gazmend Freitag è un artista, un pittore per l’esattezza. Nato e cresciuto in Kosovo, nel 1990 dovette abbandonare gli studi in Giurisprudenza, tutte le scuole vennero chiuse in quel periodo, a causa della guerra e dei continui attacchi da parte dell’ex Jugoslavia. A soli 22 anni, Gazmend Freitag si trasferì in Germania, dove ci rimase per una decina d’anni, per poi emigrare di nuovo, e questa volta a Linz, in Austria. E lì, nella famosa e antica Linz, centro del Sacro Impero Romano dal 1489 al 1493, Gazmend ha ricominciato la sua nuova vita, senza dimenticare il suo sogno di rientrare nella sua terra e trovare finalmente il Kosovo unito all’Albania, sotto un’unica nazione. Gazmend Freitag, ci racconti qualcosa di lei, delle sue origini. Sono albanese, classe 1968, sono nato a Pataçan i Poshtëm, in Kosovo. Sono il terzo di cinque fratelli.  Com’è stata la sua infanzia, che ricordi ha? Ho avuto una infanzia molto felice. Sono cresciuto in un ambiente familiare accogliente e numeroso, insomma una tipica famiglia contadina. Avevamo tre case con grandi giardini, un cane, alcune mucche e due grandi cavalli. I miei familiari erano viticoltori.  In che anno avete abbandonato la vostra città natia, che ricordo ha di quel periodo?  A causa della chiusura dell’Università del Kosovo, dove io studiavo Legge, dalla politica aggressiva dell’ex Jugoslavia, decisi di emigrare in Germania. Era il 1990, e io avevo 22 anni.  Come sono stati i primi anni da emigrato? Inizialmente ero molto affranto e il mio pensiero era rivolto sempre alla mia terra natia, nutrivo la speranza di ritornarci a breve termine per completare i miei studi, ma così non è stato. A Balingen conobbi una ragazza tedesca, ci sposammo e vissi con lei per dieci anni, poi il nostro matrimonio finì e io mi trasferii a Linz in Austria, dove vivo solo e mi occupo principalmente di arte figurativa.  Perché sceglieste Linz?  Scelsi questa città perché ci abita il mio quarto fratello Sabedini, il quale è un dottore e qui ha il suo studio. Mi piace la città che è attraversata dal fiume Danubio, la sua natura, il suo carattere multiculturale. La città di Linz è molto presente nei miei lavori, in qualche modo mi sento parte di questa città. Oggi siete un’artista molto apprezzato, qual’è il tema che amate maggiormente?  Sono sincero, non c’è un tema che amo in maniera particolare. I ritratti della mitologia albanese, le figurazioni e i paesaggi della mia terra mi hanno toccato nel mio percorso. Oggi, sono molto interessato alla natura pacifica e al nudo. Il mio interesse per il nudo invece è nato grazie ad Annelies Oberdanner, professoressa di arte all’Università di Linz, che io ho frequentato nel 2013 e 2014. Quanto è presente il Kosovo nei suoi lavori? Il Kosovo è sempre presente nei miei lavori. Giorno dopo giorno sento nell’anima il bisogno di dipingere i miei ricordi nel Kosovo e in Albania, che considero allo stesso modo la mia patria. Penso che sia un processo naturale. Le pitture ad olio “Ura e gurit në Prizren – Il ponte di pietra a Prizren” è stato molto apprezzato dal pubblico, il quale conosce i miei lavori, quella collezione privata appartiene oggi ad un albanese molto benestante che abita a Vienna.  Ha mai pensato di far ritorno in Kosovo?  Con la mente torno in Kosovo e in Albania ogni giorno, ma sono trascorsi quasi 3 decadi da allora e io mi trovo ancora in diaspora. Forse un giorno, io tornerò.  Secondo lei, quali sono i lati positivi e negativi del Kosovo? Sono trascorsi 30 anni e naturalmente il Kosovo e l’Albania sono cambiati, questo è un fattore positivo. Per valutare i fattori negativi dovrei viverci.   Sono molti i giovani che stanno emigrando dall’Albania e dal Kosovo alla ricerca di un futuro migliore, come vedete questo fenomeno? Trovo che la gioventù albanese e kosovara sia meravigliosa, come trovo naturale il loro desiderio di misurarsi con il mondo fuori, per capire e per crescere, per completarsi e rinascere dalle ceneri di un passato troppo ingombrante.  Crede che l’Albania sia pronta per entrare nell’Unione europea? Sì. L’Albania è l’Europa. Gli europei possono imparare dalle vicissitudini e quindi dal passato degli albanesi. Gli albanesi, questo popolo abbandonato, un popolo di pace e democratico, ospitale e fedele.  Cosa pensa invece del futuro del Kosovo in Europa? Credo che il Kosovo come l’Albania entreranno nella grande famiglia europea. Sono convinto che ciò avverrà molto presto. Che rapporti ha con il Kosovo e i kosovari? Sono molto legato al Kosovo e ai kosovari. Oggi, grazie ad internet e ai social network come Facebook ho ritrovato molti amici  e conosciuto molte persone con storie simili alla mia sia dal Kosovo che Albania.  Cosa la colpisce maggiormente ogni volta che rientra in Kosovo e in Albania? Se devo dire la verità, in 27 anni sono tornato in Kosovo soltanto una volta, nel 2003, dove ho avuto la possibilità di visitare anche l’Albania, realizzando così il mio sogno da bambino nel vedere la terra dell’eroe Skenderbeu, piuttosto Naim Frasheri, Migjeni o del grande maestro Ibrahim Kodra. Non ho mai conosciuto in Europa una terra bella, misteriosa, con una natura potente quanto l’Albania. È stato amore a prima vista.  La lingua dell’arte apre le porte della comunicazione.  Cosa pensate della politica in Austria, soprattutto delle posizioni in merito all’immigrazione? La politica è una giostra poco interessante per me. Gira sempre su stessa, è nella sua natura non vedere davvero gli altri. È veloce, irrequieta. Ti divora dentro se cerchi di capirla, e anche quando la capisci. Ciò che posso dire è che l’Austria è una nazione vicina alle tematiche dell’immigrazione e gli austriaci si sono sempre prodigati ad aiutare, forse in Europa se ne parla poco ma chi vive e viene a visitare l’Austria lo capisce subito. Poi, l’Austria e l’Albania sono legati da rapporti storici.  Come vede e vive lo stato dell’arte oggi?  La pittura è cibo spirituale e come tale è fondamentale. La lingua dell’arte apre le porte della comunicazione.  Chi sono gli artisti che amate maggiormente? Il genio Leonardo da Vinci, Picasso, Ibrahim Kodra e Lucian Freud sono tra gli artisti che ho amato e che mi hanno ispirato.  Crede che i giovani albanesi e kosovari emigrati saranno capaci di fare la differenza in Kosovo come in Albania? Io posso parlare per me che sono qui, perché non faccio distinzione tra il Kosovo e l’Albania. Il sogno di noi kosovari è sempre stato quello di unirci finalmente all’Albania ed essere finalmente un’unica nazione. Forse, prima o poi, questo avverrà.  Sta preparando una nuova esposizione? Se sì, dove? Attualmente sto curando la mia esposizione all’Ambasciata albanese a Vienna. Ho una offerta per una nuova esposizione personale in Albania per l’anno 2018, ma il progetto è ancora in fase embrionale per cui non posso espormi troppo.  Faleminderit shumë Gazmend.

Tirana, Albania.

Il patriottismo è l’ultimo rifugio di un farabutto.

Samuel Johnson aveva ragione nel pensare che il patriottismo fosse l’ultimo rifugio di un farabutto. Dire di essere patriottici in questo momento storico, equivale a dire di essere nazionalisti. Prova a dire a qualcuno che sei patriottico, e quello subito ti guarderà con occhio diverso, cercherà di cogliere tutti quei dettagli, che prima della tua affermazione aveva ignorato, che dimostrano quale spregevole persona tu sia e poi deciderà se classificarvi come un nemico populista. In realtà la mia è un’innocua esternazione. Patriottico per me significa ben altro da quanto uno possa pensare; in un mondo dove il famigerato populismo prende sempre più piede, dove le tendenze sovraniste e isolazioniste si fanno sempre più forti a discapito delle inclinazioni più favorevoli alla globalizzazione e al multiculturalismo, dire di essere patriottici automaticamente ti inquadra nella prima categoria, e di conseguenza in quella dei “cattivi”. Allora forse bisognerebbe chiarire meglio cosa uno intende per patriottismo, o cosa io intendo per patriottismo. In un Paese come l’Albania, dove la dittatura comunista per quasi mezzo secolo ha creato una società totalmente asservita, piegata dal peso dell’ideologia e della propaganda, il sentimento patriottico ha chiaramente un legame col passato, nel quale lo Stato era Dio. Ma questo sentimento di appartenenza, inteso comunemente con la parola patriottismo, non è, per quello che intendo io, quello malato del regime di Enver Hoxha, ma uno più romantico; una visione della propria patria slegata da complessi di superiorità o da sentimenti negativi verso chi non è uguale a te, anche perché alla fine siamo tutti stranieri per qualcuno; anzi, io trovo che sentirsi sia patriottici che sostenere il multiculturalismo non sia qualcosa di ossimorico. Ovviamente uno può chiaramente obiettare dicendo che non si sceglie il posto dove si nasce, così come non si sceglie in quale famiglia venire al mondo. Sono d’accordo. Nascere in questo mondo è un caso, ti becchi quello che ti capita. Ma allo stesso tempo c’è quel sentimento di appartenenza, di familiarità che ti lega al luogo in cui cresci. Puoi amarlo, o puoi cercare di distanziartene il più possibile, sono scelte entrambe comprensibili. Come infatti scriveva Fosco Maraini nel suo “Segreto Tibet”, citando un vecchio canto himalayano, La patria è soltanto un campo di tende in un deserto di sassi. I confini sono soltanto linee convenzionali tracciate per separare la terra che in fondo è una. Io sono patriottica, io amo il mio Paese, l’Albania, e poiché lo amo voglio che stia bene, che sia un posto bello in cui vivere. La mia relazione d’amore con l’Albania ha subìto diverse fasi. Quando da bambina sono venuta in Italia, la terra delle aquile mi sembrava come un pagina del passato di cui dimenticarsi. Ero proiettata sul presente e sulla mia vita da italiana cresciuta da genitori albanesi. Ma più avanti ho iniziato ad avere quel senso di nostalgia per l’infanzia, per le estati passate al mare, per l’odore delle strade, ed anche quello più sgradevole della spazzatura. Quando si dice che amare significa anche accettare i difetti dell’altro, allora il mio rapporto con l’Albania è un rapporto d’amore anche per questo. In Albania quasi tutti sono patriottici. Potrai vedere mille bandiere svolazzare tra le grate dei balconi, sentire canzoni che esaltano la nostra terra e le nostre usanze. Bisogna però anche dire che la cultura albanese è, soprattutto in alcune zone del paese, molto arretrata e poco aperta. Siamo un popolo che è fortemente legato all’onore, alla famiglia, un popolo che ancora deve fare i conti con una società patriarcale, che vede la donna utile solo al matrimonio. Ci sono mille difficoltà in Albania, ma proprio per questo mi sento in dovere di fare qualcosa. Sono molti gli albanesi della diaspora che dopo un periodo di tempo passato all’estero tornano in patria e mettono così a disposizione le loro competenze che hanno imparato altrove. Anche per questo ammiro l’Albania, siamo un popolo migrante, un popolo che vive ai quattro angoli del globo nonostante il nostro sia un piccolo Paese di appena tre milioni di abitanti. Non dobbiamo però farci soffocare da un orgoglio malsano, un orgoglio che rende ciechi alle nostre zone d’ombra. Il senso critico è fondamentale se davvero amiamo il nostro Paese. Io sono orgogliosa di essere albanese, perché il profumo di quella terra piena di contraddizioni mi affascina e mi fa sentire a casa. Sono legata al Paese, nonostante ci sia l’Adriatico a separarci, ed è proprio per questo che ho voglia di cambiarlo, e di migliorarlo. La mia generazione di albanesi, nella quale ripongo molta fiducia, sarà il futuro del dell’Albania. Siamo la generazione che non ha vissuto la dittatura, e per questo è meno schiacciata dal passato opprimente, siamo la generazione figlia di immigrati, la generazione dei sognatori che ha l’urgenza di creare un’Albania diversa, per tutti.

Stavri Bezhani

Figlia mia, la dittatura dei comunisti non sa chiedere scusa.

È cosa universalmente nota che nelle famiglie albanesi si parli di comunismo e di Enver Hoxha, il dittatore che ha tenuto l’Albania per 45 anni nel più assoluto isolazionismo, portando il paese ad una miseria con la quale ancora oggi, in un modo o nell’altro, bisogna fare i conti. Ed è per questo che io e mio padre molte volte finiamo per parlare del comunismo, dell’Albania della dittatura, quella che mio padre ha vissuto in prima persona e che quindi è in grado di raccontarmi. Sentirlo parlare della sua vita, lui che ora ha 54 anni, mi aiuta a capire che clima si respirava a quei tempi, quando io ancora non ero nata. Ho quindi deciso di fargli qualche domanda sulla dittatura comunista, e di raccogliere la sua personale testimonianza che potete leggere di seguito. Quand’è stato il momento esatto in cui hai capito che vivevi in una dittatura? I dubbi sono sorti quando sentivo le storie che mi raccontava mia madre, anche se comunque a quell’età non potevo veramente rendermi conto della situazione. Che storie ti raccontava?  Raccontava di quando si sono rotti i rapporti con la Cina. Era il 1976, io avevo 13 anni. Mia madre aveva molta paura ma nei miei confronti cercava di mostrarsi forte, mi rassicurava, dato che ero un bambino sensibile. Mi diceva che eravamo un popolo forte, che il partito era forte; insomma, mi faceva la morale. Avevo un po’ di paura ma, come ho detto prima, non riuscivo a capire veramente. È stato al terzo anno di università, nel 1984, che ho davvero capito che qualcosa non andava. In primo luogo vedevo che c’era molta repressione: tutti avevano paura di tutti, nessuno esprimeva le proprie opinioni per paura che altri sentissero e andassero a riferire ai professori o a esponenti del partito. In secondo luogo vedevo che alcuni professori facenti parte del partito erano completi idioti. Non tutti i professori erano così, ce n’erano tanti di ben preparati, ma di quelli che facevano parte del partito, quelli che insegnavano per lo più storia del partito, marxismo-leninismo ed economia politica, erano completamente ignoranti, in tutti i sensi. Ed erano questi stessi a dettare legge nell’istituto. In terzo luogo, quando andavo a trovare mio zio che lavorava in fabbrica (nel kombinat, più propriamente un insieme di fabbriche) vedevo che molte persone si registravano e tornavano poi a casa. Dato che avevo studiato economia con risultati ottimi, mio zio mi raccontava che continuavano ad alzare il tasso di produttività; per esempio, se un operaio faceva 16 pezzi e guadagnava 1000 lekë, la prossima volta la fabbrica alzava il tasso a 20 per far guadagnare poi sempre lo stesso salario. Facevano quindi in modo che l’operaio rimanesse sempre allo stesso punto. La produttività aumentava, anche con l’aiuto delle macchine, ma la paga rimaneva la stessa di prima. Io in questo vedevo una grande contraddizione. E la più grande contraddizione erano quelli che non lavoravano e prendevano comunque la loro paga. Un’altra cosa che mi pareva difettosa era che in alcuni quartieri nella città in cui studiavo, alcune persone ascoltavano la radio di Zagabria e la musica slava e venivano sorvegliati e perseguitati dalla sicurezza e dalla polizia e odiati dalla gente. Loro alla fin fine erano persone come le altre, ascoltavano solo della musica. Insomma, capivo che qualcosa non andava, che quel sistema non aveva vita lunga, ma su cosa sarebbe successo in futuro non avevo la più pallida idea; si sarebbe fatta una guerra, ci sarebbe stata una rivoluzione? Questo io non l’avrei capito nemmeno più tardi. Vedevo anche che l’economia della campagna diminuiva sempre di più a causa del processo di collettivizzazione del 1981 che doveva in teoria arricchirci ma che in pratica ci rese ancora più poveri. Qual è stato invece l’aspetto più positivo della dittatura, se ce n’è stato uno? La parte positiva era che non c’era droga. Un’altra cosa che mi piaceva, nonostante il sistema fosse dittatoriale, era che fino ai 18 anni non era permesso fumare e se lo facevi l’opinione ti condannava. Non solo le ragazze non dovevano fumare ma neanche i ragazzi. Fino ai 18-20 anni soltanto forse il 5 per cento dei ragazzi fumava, le ragazze men che meno, per loro era impossibile. Nemmeno l’alcol era permesso. Un’altra cosa positiva era che quel sistema ha fatto un grande sforzo per portare avanti un programma di educazione, anche se questo non andava fino in fondo ed era fortemente influenzato dal partito. Il regime aveva dato molto valore all’educazione, nonostante questa fosse imbevuta di ideologia. Tutti andavano a scuola e questo processo ha aiutato a ridurre il tasso di analfabetismo del paese. E l’aspetto più negativo? Durante un conflitto per, esempio, mettiamo che io nell’età che ho adesso fossi negli anni 80, potevo uccidere una persona e la condanna non la soffrivo solo io ma tutta la mia famiglia. Se io andavo in prigione, per esempio, tu e la mamma venivate deportate ed isolate in un posto sperduto, dovevate presentarvi ogni giorno alla polizia locale, dovevate lavorare nei campi, i lavori più pesanti, vi veniva sottratto il diritto all’educazione. Quindi dici che l’aspetto più negativo era che i famigliari di un condannato dovevano anche loro ingiustamente soffrire di una colpa che non era la loro? Sì, se uccidevo qualcuno dovevo andare in prigione io, non la mia famiglia. Accadeva solo in casi di omicidio oppure anche per altri crimini? L’omicidio è l’esempio più semplice. Se qualcuno voleva fuggire e oltrepassare il confine tutta la famiglia veniva internata. C’era poi la persecuzione politica, le infrastrutture erano poco sviluppate, la gente non poteva muoversi liberamente. Mi ricordo che una volta mi dicevi che la cosa peggiore che la dittatura ha fatto è stato instillare il dubbio e il sospetto all’interno delle stesse famiglie. Sì, esatto, anche fra moglie e marito. Quali conseguenze ha avuto la dittatura nella vita delle persone? In quel periodo c’era una tale concentrazione di ideologia all’interno del sistema scolastico, a partire dalle elementari fino all’università, che appesantiva il programma. Tutto era ricondotto a queste materie: storia del partito, marxismo-leninismo, economia del partito. E la fedeltà al partito veniva valutata dai professori in base a quanto eri bravo in queste materie. Quindi gli studenti bravi, quelli che studiavano tanto, impiegavano un sacco del loro tempo per studiare quelle materie, perché alla fine ne avrebbero ricavato un guadagno. Potevi ricevere valutazioni negative anche se in matematica e fisica eri eccellente. L’appesantimento dovuto a queste materie, che allora si dicevano “sociali”, ma che in realtà erano pura ideologia, faceva in modo che persino chi usciva dalle università non fosse veramente padrone della materia per cui aveva studiato. Perché avevano perso tempo con quelle altre materie. Noi poi non conoscevamo per nulla il concetto di proprietà. Ogni cosa apparteneva allo Stato e lo Stato lo organizzava. I contadini nelle campagne non avevano terra, eccetto per un piccolo orticello di pochi metri quadri, e tutto il resto del terreno era della cooperativa, era in comune. Noi l’idea della proprietà non ce l’avevamo. E la conseguenza di questo è che quando il sistema è cambiato noi non sapevamo cosa fare, nessuno aveva messo da parte qualche risparmio. Anzi, la maggior parte dei contadini, che al tempo erano il 70 per cento della popolazione, è ritornata a vecchi metodi di produzione della terra. La cosa quindi più negativa è che il sistema ci ha lasciati impreparati una volta che la dittatura era finita. Anche solo negli anni novanta le costruzioni erano ispirate al modello russo, fatte senza isolamento termico, senza alcun tipo di cosa, solo cemento e mattoni e null’altro. E per quanto riguarda te personalmente, che conseguenze ti ha lasciato il regime? Io avevo il desiderio di continuare gli studi come economista in campo agricolo o industriale, oppure come ingegnere, ma non mi potevano far fare quello che volevo. Era lo Stato a decidere dove saresti andato. Dato che mi avevano messo a fare l’insegnante di matematica e fisica, io questo lavoro alla fine lo facevo anche controvoglia. Altra conseguenza nella mia generazione era che noi vedavamo il mondo in bianco e nero, in due colori, amici e nemici. Ancora oggi ci sono conseguenze di questa cosa in Albania. Vedi per esempio il Partito Democratico, dove si sono raggruppati tutti quelli che non volevano Enver Hoxha, secondo il modo di pensare che abbiamo. Noi vediamo le cose in bianco e nero, non rispettiamo l’opinione altrui, vogliamo tutti avere la stessa opinione. Questa è la cosa più negativa, l’io. Io devo comandare, io so, io faccio, si farà come dico io perché solo io so. Non ci sono opinioni contrarie, non c’è dialogo. E questo conflitto c’era anche nelle famiglie. Noi famiglie non sappiamo dialogare. Non conosciamo la tolleranza. Altra cosa, non conosciamo la parola “scusa”. La mia generazione non conosce la parola “scusa”. Tu pensa, io ho cambiato quattro volte mestiere nella mia vita, prima economista, poi insegnante, commerciante ed infine muratore. Al liceo mi sono impegnato in economia e sono stato uno dei più bravi allievi usciti dalla scuola di Berat. E lo Stato, invece di prepararmi come economista, mi ha fatto fare poi l’insegnante. Era un ç’organizim i organizuar (una disorganizzazione pianificata), come si dice qua in Albania. Non far specializzare una persona come me, che eccelleva in quella materia, era una disgrazia di quel regime. Quando il sistema è cambiato ho iniziato a fare il commerciante, qua in Italia poi ho fatto il muratore. Insomma, poi le conseguenze secondarie e terziarie sono molte. Ma la più importante era questa, l’assenza di dialogo in famiglia, che c’è ancora oggi e fin quando ci sarà la mia generazione questa cosa non sparirà.

Immigrazione

Il nuovo Olocausto si chiama immigrazione, ed avviene nel Mar Mediterraneo.

Accade in tutto il mondo: i migranti oggi sono ammassati in veri e propri campi di concentramento, costretti dietro dei muri. I primi vent’anni del Duemila non sono poi tanto diversi da quelli del Novecento.   di Anita Likmeta su Linkiesta Non vi racconterò la mia storia, perché sarebbe uguale alla storia dei milioni di migranti che scappano dalle proprie case, dalla propria terra, a causa delle dittature, delle guerre e della povertà. Sarebbe soltanto un eco retorico e autoreferenziale, e probabilmente l’ennesimo. La storia dell’albanese sfortunato, partito sulla nave Vlora, che alla fine ce l’ha fatta. Ma non sarebbe reale, e non sarebbe vera, e soprattutto non renderebbe giustizia agli incontabili morti di questi anni, a cui abbiamo taciuto persino la storia. Eppure anche la mia storia potrebbe essere l’esempio perfetto di quello che accade oggi nel Mondo. Sono una migrante, proprio come quegli egiziani, libici, somali, etiopi, siriani, messicani: i migranti del Mondo che oggi sono ammassati in dei veri e propri campi di concentramento, costretti dietro dei muri, che a guardarli sembra che i primi anni venti del Duemila non siano poi tanto diversi da quegli anni Venti di inizio Novecento. Sono semplicemente una delle migliaia di persone, non rifugiati politici, non profughi di guerra, non clandestini, non richiedenti asilo, non migranti economici, che è riuscita a sopravvivere e a concludere quel viaggio. Sono cioè solo fortunata. Badate bene, non etichette, sto parlando di persone, che anni fa hanno attraversato un confine, magari il mare, sperando di trovare in un’altra parte del Mondo, nel mio caso in Europa, una speranza di una vita migliore, rispetto allo scenario di morte o disperazione che lasciavano. Perché negli anni Novanta la mia terra era diventata un posto pericoloso in cui vivere. Perché in ogni parte del Mondo, quando la gente è ridotta alla fame, è disposta a tutto, fino a piegare l’aria all’odore del piombo. Oggi però ho una nuova casa: l’Italia. Certo, non dimentico la mia Patria natia, ma ne ho anche una adottiva, che fra alti e bassi è riuscita a darmi un’opportunità. In ogni parte del Mondo, quando la gente è ridotta alla fame, è disposta a tutto, fino a piegare l’aria all’odore del piombo. Ma i migranti oggi sono ammassati in dei veri e propri campi di concentramento.   Non è stato un percorso facile da affrontare, nemmeno quello dopo quel viaggio: in Italia ho conosciuto anche il razzismo, il sessismo, i luoghi comuni sui migranti in genere, e nel mio caso quelli sugli albanesi, ma ho conosciuto anche la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’Uomo e delle libertà fondamentali, la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e la Dichiarazione universale dei diritti umani; cioè ho scoperto che come persona avevo dei diritti inalienabili, cioè che avevo diritto ad esserci, e che non mi poteva essere negato. Ma soprattutto in Italia ho avuto la possibilità di scegliere di studiare, di scegliere un percorso di vita, di scegliere uno stile di vita: in Italia ho scoperto che potevo avere un mio pensiero, e che poteva essere idealmente diverso da tutti, libero e critico, che potevo esporlo nei modi e nei metodi che ritenevo più opportuni, nel rispetto di me stessa e degli altri. Mi ha permesso di essere oggi qui, come giornalista, e raccontarvi questa storia. Forse voi non ci pensate, forse chi nasce qui pensa che sia davvero normale essere liberi, intendo liberi davvero, e che sia sempre così e ovunque. Ma no, non lo è. Ed essere migrante ti permette di apprezzarlo in un modo nuovo, unico. Di respirare l’aria e sentirne davvero l’odore. Perché se oggi sono qui a raccontarvi tutto questo, è davvero grazie a questo viaggio. Sono milioni i migranti che sono partiti, che partono, e migliaia quelli che non sono mai arrivati, e che non arriveranno mai a destinazione. Essere qui stasera, per me, è un onore e un privilegio, ma lo sarà fino in fondo, solo se rispetterò la memoria di chi è stato meno fortunato di me; magari perché un gommone è affondato, magari perché ucciso ancora prima di partire, magari perché non aveva i soldi per pagarsi lo scafista di turno. Voi forse non ci pensate, ma sta succedendo anche in questo momento, e c’è un’Anita, su quel confine, a cui stanno impedendo di pensare, di parlare, di realizzarsi, di vivere, di esistere. Di non essere, solo perché non si è nati in quella parte di Mondo che s’illude di meritarselo più degli altri. In Italia ho conosciuto anche il razzismo, il sessismo, i luoghi comuni sui migranti in genere. Ma ho conosciuto anche la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’Uomo e delle libertà fondamentali, ho scoperto cioè che come persona avevo dei diritti inalienabili. Vedete, quando muore un cittadino occidentale, a Parigi come a New York, vengono eretti memoriali, vengono intitolate piazze e strade, si riempiono giustamente i giornali e i telegiornali con la cronistoria della vita di ciascuna di quelle persone; ma quando muore un migrante, beh, allora si tace. E quel silenzio è assordante quanto il senso di colpa che cerchiamo di nascondere. Quell’individuo, senza nome, senza documento, a cui è negata persino la Storia, è spesso solo un numero su una bara: il Migrante Ignoto, quello che abbiamo visto sfilare in tutti questi anni a Lampedusa, e che si è perso in quel grande cimitero blu che è diventato il Mar Mediterraneo. Perché le nostre torri gemelle, quelle europee, sono oggi in fondo al Mare Nostrum; nostro perché degli albanesi, degli italiani, dei francesi, degli spagnoli, dei greci, nostro perché di tutti noi europei. Negli anni Novanta, la guerra e l’anarchia sconvolsero il mio Paese, l’Albania. Una volta erano gli italiani a lasciare la propria terra, le proprie case, i propri affetti, nella speranza del sogno americano; ieri lo era l’Albania dei barconi, di chi attraversava l’Adriatico verso l’illusione del sogno italiano. Ma questo è accaduto tante altre volte, anche altrove, in tempi e Paesi diversi: qualcuno che lasciava la propria miseria, in cerca di una speranza. È accaduto, e accadrà ancora. Perché i migranti non sono quelli che vengono a rubarvi il lavoro, a occuparvi le case, ad approfittare di questo o quell’altro. I migranti, sono anche Anita. Persone, come voi e come me, che hanno diritto ad una speranza, ad un sogno, ad una vita. E spero che dopo stasera, prima di dire quella parola razzista che non andrebbe mai detta, ve lo ricorderete.