Immigrazione

Carola Rackete all’UE: abbandonare i migranti in mare è vergognoso!

Oggi 29 giugno 2020, Carola Rackete, la capitana che lavora per la ONG Sea Watch, ha espresso il suo disappunto in merito alle scelte che i governi europei stanno attuando sui migranti in mare definendole “vergognose”. Diversi stati europei, tra cui Spagna, Malta, Italia, Paesi Bassi e Germania, continuano a ostacolare il salvataggio e il monitoraggio delle missioni in mare e in volo” Carola Rackete Oggi, esattamente un anno fa, la capitana della Sea Watch 3, Carola Rackete, condusse la sua nave nel porto italiano di Lampedusa facendo scendere 40 migranti. Questa scelta fece discutere moltissimo considerando gli ordini dell’allora Ministro leghista Matteo Salvini. Salvini non è più in carica al governo e in generale, in Europa, sembra che nulla è cambiato dall’anno scorso considerando l’incidente avvenuto a Pasqua dove 51 migranti e 5 morti sono stati rimpatriati dal governo maltese in Libia. L’Europa ha abbandonato completamente i migranti in balia delle onde nel Mar Mediterraneo affinché affoghino per spaventare quei paria della terra che decidono di partire verso le coste europee fuggendo dai campi di concentramento libici. Un po’ come fece il governo italiano durante il 1996 con gli albanesi, i quali, molti di loro, persero la vita nel Mar Adriatico: famosa la notte buia quando la Kater i Rades venne speronata dalla nave italiana e dove persero la vita 103 albanesi che giacciono ancora nel Canale di Otranto. Una tragedia mai indagata davvero e per la quale i familiari, dopo più di 20 anni, cercano ancora giustizia. La Rackete ha definito l’agenzia di frontiera dell’UE Frontex come la garante della politica razzista degli Stati europei. Se #BlackLivesMatter negli Stati Uniti chiede di sconfiggere i dipartimenti di polizia, di conseguenza dobbiamo chiedere a #DefundFrontex in Europa. Carola Rackete Affermazione che Frontex ha definito come “assurdità da gruppi marginali” e che “l’agenzia protegge i confini di centinaia di milioni di persone in tutta Europa”.

Migranti: la violenza di frontiera dei governi UE.

Dunja Mijatovic, il Commissario europeo per i diritti umani, il 19 giugno 2020, alla vigilia della giornata mondiale del rifugiato, ha invitato gli Stati europei a rispettare gli impegni presi in merito agli aiuti ai rifugiati. In un tweet ha espresso il suo disappunto rispetto alle scelte attuate negli ultimi mesi dicendo che “I respingimenti e la violenza alle frontiere violano i diritti dei rifugiati e dei migranti, nonché cittadini degli stati europei. Quando la polizia o altre forze dell’ordine possono agire impunemente in modo illegale e violento, la loro responsabilità viene erosa e la protezione dei cittadini viene messa a repentaglio. L’impunità per gli atti illeciti da parte della polizia è una negazione del principio di uguaglianza nella legge e nella dignità di tutti i cittadini e mina profondamente la fiducia dei cittadini nelle istituzioni statali“. Il Commissario europeo per i diritti umani incolpa i Paesi UE per aver aggirato le leggi affermando inoltre che alcuni politici sono promotori dell’idea che i diritti dei migranti possono essere messi in secondo piano al fine di proteggere i confini considerando lo status quo che stiamo vivendo a causa del Covid-19. I migranti sono lasciati a rischio delle loro vite in mare, sono tornati in paesi pericolosi, sottoposti a maltrattamenti o detenzioni arbitrarie, tenuti separati dalle loro famiglie o collocati in campi sovraffollati in condizioni spaventose. Dunja Mijatovic, Commissario europeo per i diritti umani. La Convenzione europea sui diritti umani esiste da quasi 70 anni e, secondo il Commissario europeo, mai come oggi i diritti dei rifugiati sono stati violati con cotanta sistematicità. D’altronde, come afferma anche Dunja Mijatovic, avviene sempre più di frequente che gli Stati europei oltrepassino le leggi europee sui diritti umani, e questo atteggiamento sta diventando sempre di più una prassi comune. I Paesi dell’area UE si concentrano sulla ricerca di “nuovi modi per impedire che tali obblighi diventino applicabili in primo luogo“, invece di essere garanti che loro politiche in materia di asilo e migrazione siano conformi alla legge e quindi ai sensi della Convenzione sui diritti umani. Inoltre, il Commissario europeo, ha avuto da ridire anche sull’Italia facendo riferimento al caso Hirsi Jamaa, quando il Bel Paese costrinse i migranti a rientrare in Libia, scelta che le valse una sanzione dalla Corte EDU nel 2012 . Il caso Hirsi Jamaa mise in allarme tutti gli altri Paesi UE, i quali negli anni hanno escogitato nuova modalità per sollevarsi da qualsiasi responsabilità rispetto a coloro che si trovano nel mare. Mentre questo mette gli Stati membri del Consiglio d’Europa a debita distanza dagli eventi, non fa nulla per impedire ai migranti di essere esposti a torture o trattamenti disumani o degradanti. afferma il Commissario UE per i diritti umani Mijatovic. I Paesi UE hanno creato molta confusione e sono responsabili di una cattiva gestione rispetto alle risorse e investimenti che vengono promossi in materia di asilo ai rifugiati. Inoltre, alcune sentenze giudiziarie, sono state manipolate dai Paesi UE stessi al fine di giustificare le pratiche di respingimento. Il fatto che tutta l’area europea sia contagiata e manipolata da una propaganda politica che alimenta l’odio verso i migranti attraverso una forte infodemia atta a deviare l’opinione pubblica verso una forte intolleranza che erge la protezione dei confini al di sopra dei diritti umani stessi. I governi europei dovrebbero pienamente comprendere che non sono nella posizione di decidere se rispettare una legge o meno, piuttosto prendere atto che la Convenzione sui diritti umani va rispettata ai sensi della legge la quale non può essere violata o raggirata. Inoltre, il Commissario europeo per i diritti umani, si augura che il mandato della Germania come Presidente del Consiglio europeo possa rafforzare la protezione dei diritti umani e le politiche in materia di asilo in Europa.

Donne in fuga dalla guerra in Siria.

Un fuggire transitivo.

Mi capita spesso, ultimamente, di sentire un forte senso di apatia, di sentirmi inerme dinanzi al frastuono delle notizie quotidiane, alle urla, alla banalità, al turpiloquio, alla mise en scene bieca e oscena a cui ci hanno abituato i talk show, tutti i talk show. Eppure li guardo sugli schermi di tutti i telegiornali, quelle immagini e storie che ti stuprano l’anima, quegli occhi di quegli uomini e donne che aspettano su tutte le Diciotti, o nei campi profughi. Le speranze nutrite, le attese nei luoghi comuni. L’ansia perché in questa storia ti è capitato di raffigurare l’individuo diverso, l’altro, che in fondo gli altri siamo tutti noi. L’uomo senza Stato, l’uomo abbandonato, l’uomo senza Storia, l’uomo vinto. L’essere transitorio, in questo tempo che si piega attraverso i permessi negati, e l’umanità inasprita dentro le poesie mai lette che si trovano nelle tasche di coloro che non conosceranno mai il risveglio in quel tempo di quel luogo sognato. Conosco quegli occhi, sono anche i miei, mentre mi cerco ancora tra un libro e un articolo, un decreto legge, forse. Non sono mai riuscita ad abituarmi alla mia nuova condizione di cives libero, è come se una parte di me fosse rimasta ancora lì, sul porto di Bari, che vent’anni fa mi dava rifugio. Fuggire è una condizione dell’uomo da tempi immemorabili, fuggiamo tutti in qualche maniera. Da una terra che non ci dà opportunità per crescere, da una situazione familiare, da una relazione che ci sta stretta, o semplicemente da una vita che ci imprigiona. Ecco, che fuggire assume un significato più ampio, un diritto legittimo di cui non potremmo privarci. Sono nata nella città di Durazzo, e cresciuta tra le colline e montagne albanesi che si affacciano sul Mar Adriatico. L’Albania è piena di laghi e fiumi, di cui da piccola, ne seguivo il corso che puntualmente approdava sulla spiaggia di Lalzi, a pochi chilometri da Durazzo. Sono rimasta sempre molto colpita dall’immagine dei fiumi che vedevo concludersi sul Mare Nostrum; trascorrevo ore e ore per cercare di capire dove finisse tutta quell’acqua dolce. I fiumi sono tutti diversi, ci sono quelli impetuosi, quelli risoluti, quelli lenti, quelli fangosi, quelli informi, quelli rassegnati, e quelli a delta che appaiono solenni. E questi fiumi si mischiano all’acqua salata, altri la sporcano, altri deviano, altri ancora irrompono, distruggono, e infine, al tramonto della stagione invernale, mi è capitato di osservare un fiume che sembrava danzasse con il mare. E anche il Mare non riceve allo stesso modo, come la costa non consente a tutti i fiumi di abbandonarsi nella stessa maniera. La vita di una natura che combatte anche con se stessa, il racconto geologico di un viaggio che non conosce la fine. L’incontro di rivoli d’acqua, di pietre sparse, di sabbia muta, di perle preziose. Le nostre, quelle di tutti noi. Fuggire è un verbo transitivo, significa andare verso, perché ogni sistema vivente, che porta in se la complessità, saprà resistere al cambiamento del suo equilibrio.

Albania durante gli anni '70.

Albania 1970: le donne e il comunismo.

Mi chiamo Ismete Selmanaj, sono una cittadina italo-albanese. Sono nata a Durazzo, e come tanti miei connazionali sono emigrata in Italia nell’ormai lontano 1992, subito dopo la caduta del regime comunista di Enver Hoxha. Messina è la città che mi diede ospitalità in quegli anni bui, nella città siciliana sono nati e cresciuti i miei tre figli. Sono trascorsi più di 25 anni da quei fatti terribili che videro protagonista il mio Paese, il mio popolo, e solo oggi riesco a focalizzare in maniera nitida quel passato di cui sono stata testimone. Il partito sceglieva per me, per noi, per tutti noi. Ognuno di noi aveva un destino prestabilito, un destino che lo Stato sceglieva, e che noi tutti dovevamo compiere per il bene della collettività. Ho sempre amato la letteratura, e quando frequentavo il ginnasio in Albania ho scritto poesie e racconti riuscendo a vincere anche concorsi letterari. Ho smesso la mia passione per intraprendere gli studi universitari che il partito scelse per me. Durante il regime comunista nessuno dei giovani aveva la possibilità di compiere una scelta libera. Il partito sceglieva per me, per noi, per tutti noi. Ognuno di noi aveva un destino prestabilito, un destino che lo Stato sceglieva, e che noi tutti dovevamo compiere per il bene della collettività. Lo Stato decideva di quanti ingegneri, fisici, matematici, chimici, biologi, architetti, scienziati, economisti, pittori, e giornalisti avesse bisogno. Era chiaro a tutti che il regime focalizzava la sua attenzione sulle materie tecniche, mentre quelle umanistiche erano quasi del tutto ignorate. Gli scrittori che non si allineavano alle volontà del Partito venivano perseguitati, esclusi, denigrati, abbandonati. Lo Stato dava molta rilevanza al numero degli scrittori presenti sul territorio, quelli che obbedivano, gli scrittori del regime, venivano idolatrati, premiati affinché la loro opera fosse un encomio al regime stesso. Gli scrittori, che oggi definiremmo borderline piuttosto che non si allineavano alle volontà del Partito, venivano perseguitati, esclusi, denigrati, abbandonati in una specie di oblio. Questi scrittori venivano addirittura minacciati, oppressi dal regime molti di loro si suicidavano poiché era l’unico modo per manifestare il loro dissenso. In tutto questo quasi nessuno menziona le condizioni della donna albanese, del suo ruolo nella società, e io di questo voglio parlare. Mi chiamo Ismete Selmanaj e sono l’autrice di “Verginità Rapite”, e della storia di Mira, la protagonista del romanzo, che vi voglio raccontare.  

Yemeniti che presentano i documenti per ricevere le razioni alimentari che vengono fornite dalla caritas locale a Sana, la capitale. Hani Mohammed/Associated Press

Yemen: la guerra che i mass media non possono raccontare.

Mercoledì 19 luglio 2017, il portavoce delle Nazioni Unite, Farhan Haq, ha espresso in una nota le sue preoccupazioni circa la situazione in Yemen visto il bombardamento che ha visto la morte di 20 civili che stavano tentando la fuga, oltre ad aver criticato aspramente le restrizioni in atto che ostruiscono i giornalisti di raggiungere il Paese. Il bombardamento è avvenuto nella giornata di martedì nella provincia sud occidentale di Taiz, mentre il numero esatto delle vittime è stato certificato alcune ore dopo. L’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati ha subito affermato che la maggior parte delle persone rimaste vittime provenivano da famiglie che a loro volta avevano abbandonato le loro case tentando la fuga per mettersi in salvo. Almeno due milioni di yemeniti hanno evacuato le aree sotto attacco come Taiz, la regione da cui almeno il 27% dei profughi proviene. L’attuale conflitto in Yemen ha causato la morte di più di 10.000 persone creando così un disastro umanitario urgente, inoltre a causa della carestia si sta diffondendo endemicamente il colera che ha già sterminato più di 300.000 individui. Un’altra agenzia ha dichiarato in merito alla situazione che l’ultimo incidente di martedì scorso evidenzia ulteriormente i pericoli che i civili yemeniti sono costretti ad affrontare, in particolare coloro che tentano la fuga per scappare dalla violenza vengono perseguitati e torturati. Da circa due anni l’Arabia Saudita con il sostegno dei suoi alleati combattono contro l’Houthis, un gruppo yemenita sostenuto dall’Iran, che sta letteralmente sfrattando il governo saudita grazie al supporto delle forze che provengono dalla capitale Sana, imponendosi così al controllo della maggior parte dei territori dello Yemen, considerato il Paese più povero del Medio Oriente. L’attuale conflitto in Yemen ha causato la morte di più di 10.000 persone creando così un disastro umanitario urgente, inoltre, a causa della carestia, si sta diffondendo endemicamente il colera, che ha già sterminato più di 300.000 individui. La coalizione saudita è molto criticata dai gruppi che prestano soccorso alle vittime, i quali tentano una via di dialogo al fine di mettere al riparo da questo conflitto almeno i civili. A loro volta i sauditi rispondono che stanno cercando di evitare di bombardare sui civili ma che talvolta fanno degli errori le cui conseguenze collaterali sono la morte di centinaia di persone. Mentre il conflitto interno allo Yemen si fa sempre più vivo, l’Onu e altre organizzazioni impegnate ad aiutare i civili yemeniti criticano i blocchi che i sauditi hanno collocato ai trasporti e all’aviazione impossibilitando così i carichi degli aiuti ad entrare, oltre al blocco messo in atto ai giornalisti che non possono presenziare per fare le loro cronistoria su ciò che sta avvenendo in questa parte del mondo, come è accaduto a Gibuti dove tre giornalisti della BBC sono stati arrestati mentre invece i carichi destinati a Sana sono stati declinati. Farhan Haq, scrive che ciò che sta accadendo in Yemen merita urgente attenzione da parte di tutti i media e si auspica che si creino le condizioni per sedersi ad un tavolo e dialogare sulle condizioni e sulla possibilità che gli aiuti aerei non vengano più bloccati, così come l’accesso per i giornalisti nel territorio.            

Immigrazione

Il nuovo Olocausto si chiama immigrazione, ed avviene nel Mar Mediterraneo.

Accade in tutto il mondo: i migranti oggi sono ammassati in veri e propri campi di concentramento, costretti dietro dei muri. I primi vent’anni del Duemila non sono poi tanto diversi da quelli del Novecento.   di Anita Likmeta su Linkiesta Non vi racconterò la mia storia, perché sarebbe uguale alla storia dei milioni di migranti che scappano dalle proprie case, dalla propria terra, a causa delle dittature, delle guerre e della povertà. Sarebbe soltanto un eco retorico e autoreferenziale, e probabilmente l’ennesimo. La storia dell’albanese sfortunato, partito sulla nave Vlora, che alla fine ce l’ha fatta. Ma non sarebbe reale, e non sarebbe vera, e soprattutto non renderebbe giustizia agli incontabili morti di questi anni, a cui abbiamo taciuto persino la storia. Eppure anche la mia storia potrebbe essere l’esempio perfetto di quello che accade oggi nel Mondo. Sono una migrante, proprio come quegli egiziani, libici, somali, etiopi, siriani, messicani: i migranti del Mondo che oggi sono ammassati in dei veri e propri campi di concentramento, costretti dietro dei muri, che a guardarli sembra che i primi anni venti del Duemila non siano poi tanto diversi da quegli anni Venti di inizio Novecento. Sono semplicemente una delle migliaia di persone, non rifugiati politici, non profughi di guerra, non clandestini, non richiedenti asilo, non migranti economici, che è riuscita a sopravvivere e a concludere quel viaggio. Sono cioè solo fortunata. Badate bene, non etichette, sto parlando di persone, che anni fa hanno attraversato un confine, magari il mare, sperando di trovare in un’altra parte del Mondo, nel mio caso in Europa, una speranza di una vita migliore, rispetto allo scenario di morte o disperazione che lasciavano. Perché negli anni Novanta la mia terra era diventata un posto pericoloso in cui vivere. Perché in ogni parte del Mondo, quando la gente è ridotta alla fame, è disposta a tutto, fino a piegare l’aria all’odore del piombo. Oggi però ho una nuova casa: l’Italia. Certo, non dimentico la mia Patria natia, ma ne ho anche una adottiva, che fra alti e bassi è riuscita a darmi un’opportunità. In ogni parte del Mondo, quando la gente è ridotta alla fame, è disposta a tutto, fino a piegare l’aria all’odore del piombo. Ma i migranti oggi sono ammassati in dei veri e propri campi di concentramento.   Non è stato un percorso facile da affrontare, nemmeno quello dopo quel viaggio: in Italia ho conosciuto anche il razzismo, il sessismo, i luoghi comuni sui migranti in genere, e nel mio caso quelli sugli albanesi, ma ho conosciuto anche la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’Uomo e delle libertà fondamentali, la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e la Dichiarazione universale dei diritti umani; cioè ho scoperto che come persona avevo dei diritti inalienabili, cioè che avevo diritto ad esserci, e che non mi poteva essere negato. Ma soprattutto in Italia ho avuto la possibilità di scegliere di studiare, di scegliere un percorso di vita, di scegliere uno stile di vita: in Italia ho scoperto che potevo avere un mio pensiero, e che poteva essere idealmente diverso da tutti, libero e critico, che potevo esporlo nei modi e nei metodi che ritenevo più opportuni, nel rispetto di me stessa e degli altri. Mi ha permesso di essere oggi qui, come giornalista, e raccontarvi questa storia. Forse voi non ci pensate, forse chi nasce qui pensa che sia davvero normale essere liberi, intendo liberi davvero, e che sia sempre così e ovunque. Ma no, non lo è. Ed essere migrante ti permette di apprezzarlo in un modo nuovo, unico. Di respirare l’aria e sentirne davvero l’odore. Perché se oggi sono qui a raccontarvi tutto questo, è davvero grazie a questo viaggio. Sono milioni i migranti che sono partiti, che partono, e migliaia quelli che non sono mai arrivati, e che non arriveranno mai a destinazione. Essere qui stasera, per me, è un onore e un privilegio, ma lo sarà fino in fondo, solo se rispetterò la memoria di chi è stato meno fortunato di me; magari perché un gommone è affondato, magari perché ucciso ancora prima di partire, magari perché non aveva i soldi per pagarsi lo scafista di turno. Voi forse non ci pensate, ma sta succedendo anche in questo momento, e c’è un’Anita, su quel confine, a cui stanno impedendo di pensare, di parlare, di realizzarsi, di vivere, di esistere. Di non essere, solo perché non si è nati in quella parte di Mondo che s’illude di meritarselo più degli altri. In Italia ho conosciuto anche il razzismo, il sessismo, i luoghi comuni sui migranti in genere. Ma ho conosciuto anche la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’Uomo e delle libertà fondamentali, ho scoperto cioè che come persona avevo dei diritti inalienabili. Vedete, quando muore un cittadino occidentale, a Parigi come a New York, vengono eretti memoriali, vengono intitolate piazze e strade, si riempiono giustamente i giornali e i telegiornali con la cronistoria della vita di ciascuna di quelle persone; ma quando muore un migrante, beh, allora si tace. E quel silenzio è assordante quanto il senso di colpa che cerchiamo di nascondere. Quell’individuo, senza nome, senza documento, a cui è negata persino la Storia, è spesso solo un numero su una bara: il Migrante Ignoto, quello che abbiamo visto sfilare in tutti questi anni a Lampedusa, e che si è perso in quel grande cimitero blu che è diventato il Mar Mediterraneo. Perché le nostre torri gemelle, quelle europee, sono oggi in fondo al Mare Nostrum; nostro perché degli albanesi, degli italiani, dei francesi, degli spagnoli, dei greci, nostro perché di tutti noi europei. Negli anni Novanta, la guerra e l’anarchia sconvolsero il mio Paese, l’Albania. Una volta erano gli italiani a lasciare la propria terra, le proprie case, i propri affetti, nella speranza del sogno americano; ieri lo era l’Albania dei barconi, di chi attraversava l’Adriatico verso l’illusione del sogno italiano. Ma questo è accaduto tante altre volte, anche altrove, in tempi e Paesi diversi: qualcuno che lasciava la propria miseria, in cerca di una speranza. È accaduto, e accadrà ancora. Perché i migranti non sono quelli che vengono a rubarvi il lavoro, a occuparvi le case, ad approfittare di questo o quell’altro. I migranti, sono anche Anita. Persone, come voi e come me, che hanno diritto ad una speranza, ad un sogno, ad una vita. E spero che dopo stasera, prima di dire quella parola razzista che non andrebbe mai detta, ve lo ricorderete.

Piccolo Cafè

Michele Casadei Massari: il sogno americano del “Piccolo Café”.

Michele Casadei Massari, classe 1975, nasce in Romagna, a Riccione per la precisione. Ben presto si accorge della sua passione per la cucina, passione trasmessagli dal nonno Gigi, figura determinante nel percorso di vita di Michele, il quale ha vissuto a Bali, in Asia, prima di approdare nella Grande Mela soltanto otto anni fa. L’ascesa di Michele a New York è avvenuto in un breve lasso di tempo grazie alle sue capacità e al suo ottimismo nell’affrontare le nuove sfide che la vita gli presenta davanti. Michele è Founder ed Executive Chef del Piccolo Café che conta ben quattro locali a Manhattan oltre a vantare della collaborazione con i più prestigiosi clienti nella moda oltreoceano. L’American Dream di Michele Casadei Massari aggiunge nei prossimi mesi un altro e importante traguardo con l’apertura di un nuovo locale, La Lucciola. Michele, a che età è nata la tua passione per la cucina e perché? Lo ricordo lucidamente, avevo 6 anni e ammiravo il nonno Gigi, il mio cuoco preferito di sempre. Il vecchio viaggiava tutto il mondo con l’atlante e amava spendere i meritati giorni di inizio pensione nella sua cucina economica a legna, a Monterado nelle Marche.  Lo guardavo mentre se ne stava seduto sulla consumata e pizzichina impagliatura della sedia a corredo del solido legnoso tavolo bianco. Lo studiavo nei suoi riti; pulire i tordi, bollire le bietole, pulire le patate, lavare la trippa, fare la cresca, spurgare le lumache e bollire le vongole e infine, filtrare con cura la sabbia. In quel mio piccolo tempo, i giorni scorrevano spensierati, mentre l’amore di mio nonno mi avvolgeva come una coperta, la sua onestà, il suo essere ligio e dedito al lavoro mi rassicuravano facendo crescere in me la consapevolezza dell’uomo che sarei divenuto. Per il nonno la cucina era sinonimo di famiglia, eravamo noi, ero io. Il nonno aveva delle mani bellissime, le più pulite ed eleganti mani da uomo che io avessi mai visto, e con quelle mani tagliava e sminuzzava con rigorosa attenzione tutto, utilizzando coltelli affilatissimi e di epoche eterne, tutti del passato. Nonno Gigi credeva solo nella cottura a legna, diffidava del gas. Nonno Gigi era pulitissimo, era paziente. Quando avevo nove anni cucinai per la prima volta per mia madre e il suo compagno e quella per me fu l’inizio della mia carriera. Devo tutto al nonno, l’uomo con il quale trascorsi i miei giorni migliori, la mia infanzia.   Che percorso di studi hai compiuto?  Mi sono iscritto al corso di Farmacia e l’ho frequentato per un breve periodo, poi sono passato a studiare Medicina, una mia grande passione, ancora oggi compro e leggo libri di genetica. Ecco, il mio percorso di studi universitari è stato scoordinato perché ero distratto, avevo la testa altrove. Sono sempre stato una persona indipendente per cui ho scelto di tuffarmi subito nel mondo del lavoro, avrei voluto portare a termine gli studi in Medicina se non altro per rendere felice il babbo, al quale chiedo venia in questa intervista. Tuttavia devo dire che la passione per le materie scientifiche, come la Fisica o Chimica, spesso incrocia e si coniuga con il mio mestiere di Chef. C’è stato un periodo in cui mi dedicavo a studiare l’uso del sale nella sua composizione ma soprattutto di comprendere cosa fossero e come andassero trattati i grassi, le temperature e le bizzarre forme ed evoluzioni delle proteine, poi gli zuccheri e la loro irreversibilità alle alte temperature. Insomma, io non smetto mai di studiare perché trovo irresistibile il progresso della nostra materia. La cucina e le sue tecniche, gli utensili, l’equipments e le strategie, sono per me la parte affascinante e meravigliosa del mio piccolo mondo, del mio Piccolo Café.  Quando e qual’è stato il motivo per cui hai deciso di lasciare l’Italia?  Non l’ho mai deciso e né mi sono incoraggiato, l’ho semplicemente colto e poi perseguito con tenacia e ardore, ho afferrato l’opportunità e mi sono lanciato. Sono uno testardo e paziente con l’arte del mettermi in gioco, ora lo rifaccio con la mia nuova sfida che è il ristorante La Lucciola. Perché hai scelto New York? Perché volevo un mercato, una piazza, un teatro eclettico, multirazziale e poliedrico, perché pensavo e lo penso tutt’oggi che il viaggio, l’avventura che avrebbe costituito sarebbe stato il vero premio e traguardo di questa sfida, e che sarebbe stato comunque un forte bagaglio di esperienza e sopravvivenza. Raccontami la storia del “Piccolo Café”, com’è nato?  È nato sullo sdraio di una estate calda in Sardegna. Pensavo e ripensavo crogiolandomi su queste domande: cosa mi piace, cosa so fare e cosa posso fare ovunque io sia? La risposta mi venne naturale: me stesso sempre. Ospitare, cucinare, accudire, ascoltare, incontrare, raccontare, vendere, leggere, e quindi condividere. Optai per un atto eccezionale in accordo con la domanda e la risposta, ossia di fare la prima caffetteria tradizionale italiana ever a Union Square durante il mercatino di Natale in uno spazio di un metro quadrato. Mi parse l’idea vincente, l’ho voluto tanto per cui detto e fatto! È molto difficile riuscire ad entrare e stabilirsi negli U.S.A per motivi di lavoro. Tu, di quale visto ti sei avvalso?  Mi sono avvalso del visto E2.  Com’è stato il primo periodo? Quali le difficoltà? È stato molto stimolante, difficilissimo ma allo stesso tempo esaltante. Non capivo nulla, ero curiosissimo e mi mettevo sempre nella condizione di ascoltare ed approfondire. La Grande Mela dove tutto era possibile, il più grande “Blue Ocean” di sempre. Non conoscevo nulla di questo mercato e quindi ero estremamente sereno, eccitato e ottimista, quest’ultimo è un mio tratto caratteriale perché credo in tutti e in tutto quello che faccio, sempre. Le difficoltà oggettive furono metriche, ambientamento e orientamento fisico e culturale, capirsi anzi intendersi in tutto al meglio, inserirsi e sincronizzarsi con i luoghi e le persone, ottenere e avanzare, fare i passi giusti. Dal punto di vista lavorativo, pensi che i rapporti siano più facilitati rispetto all’Italia?  Non saprei, perché sono sempre io, sarei sempre io, approccerei comunque il lavoro con lo stesso stimolo e idealismo. Mi sveglio da sempre pieno di voglia di fare e mi pare ci siano sempre opportunità, credo nelle idee e nella loro velocissima attuazione, amo l’Italia e ne sono fierissimo, quindi la vedo sempre come una opportunità e un mercato in continua evoluzione. Trovi che ci siano più opportunità di lavoro?  In questo preciso momento non credo, forse c’è più velocità e pragmatismo, ma vivo a NY , l’America è grande e tanto diversa da NY e non solo NY, credo che qui ci sia meno pregiudizio sull’impresa e che ci sia una atteggiamento di rewarding culturale sincero, mirato al risultato e al perseguimento che stimola e spinge a fare e rifare sempre di più, sbagliare e ricominciare. Spesso la tua domanda la pongo ai giovani italiani che spesso incontro in questa città e le risposte sono molto cambiate oggi rispetto agli ultimi anni. Il governo Obama ha rappresentato il cambiamento, l’entusiasmo, il cambio generazionale e finalmente la risposta all’America “bianca” che oggi torna ad inquietare.  È più facile aprire un’attività in U.S rispetto all’Italia? Potrei non essere aggiornatissimo ma direi che in linea di massima è più facile qui dove tutto è fattibile on line e con l’assistenza gratuita. Come si vive nell’America Trumpiana?  Sto rinnovando in questi giorni il mio visto, quindi mi è facile risponderti: con attesa e speranza e con cauta osservazione. Cosa ne pensi delle politiche dell’immigrazione attuate dal nuovo governo di Donald Trump? Non le ho ancora capite, ma sono certo che questo Paese, ma soprattutto questa città è fatta di diversity, di mix, di tanti desideri, di tante religioni, di talenti e propulsione e qui, a New York, tutto si unisce e si armonizza in questo melting pot razziale e culturale con osmosi naturale. Ad oggi, consiglieresti ad un giovane di trasferirsi per cercare lavoro in America? Consiglierei per ora di attendere e capire al meglio e il prima possibile le direttive per i visto e le concrete opportunità e limitazioni, quindi prima lo studio e l’idea, poi sì, attuandosi velocemente e con ambizione. Pensi mai di rientrare in Italia? Per ora no, e non permanentemente, solo perché qui non ho ancora finito, mi sento di aver appena iniziato. Come ti accennavo prima, sto aprendo un nuovo locale, il quinto, che si chiama La Lucciola. E poi, sai, rientro spesso in Italia, anche ora grazie a te attraverso questa intervista. Ascolto moltissima musica italiana, leggo i giornali e grazie alla nostre magnifiche radio italiane e le loro app (adoro i podcasts) seguo con interesse le vicende politiche del nostro Paese.   Come vedi l’Italia vivendo fuori? Bellissima, colta, intellettuale, sensata, coraggiosa, educata, audace, dialettica e autentica, si capisce che la amo tanto? Per i giovani che ti stanno leggendo in questa intervista, nella tua attività ci sono posizioni aperte?  Visti e nuove o modificate regole di immigrazione permettendo, assolutamente sì, soprattutto ora che stiamo aprendo il nuovo locale.  Dove mandare le candidature?  recruitment@piccolocafe.us Grazie Michele per avermi rilasciato questa intervista e in bocca al lupo nella tua avventura Made in USA. 

Albania

Myrteza Minxhaj: prima che la Storia si dimentichi di noi.

Succede che, sfogliando migliaia di mail e messaggi che mi arrivano ogni giorno, capita di leggere le parole di un uomo che ha una storia speciale. Myrteza Minxhaj è uno dei protagonisti di quello sbarco biblico che avvenne nel 1991 nel porto di Brindisi. Oggi racconto la sua storia. Myrteza, raccontaci chi sei. Sono nato il 22 maggio del lontano 1953, nel mese di Ramadan ed è per questo che mi hanno dato questo nome, affinché io, orfano, potessi ricordare. La mia città natale, Delvina, è posizionato a sud dell’Albania, nella Çameria. Com’è stata la sua infanzia lì? Non sono rimasto per molto nella mia città natale, dopo alcuni anni ci siamo spostati andando sempre di più verso ovest, come nel paese di Sasaj, dove sono cresciuto e formato. I dieci anni trascorsi in questa parte dell’Albania mi risultano oggi come ricordi lontani; ogni volta che ho la possibilità di fare ritorno incontro vecchi amici di scuola. Mi sembra di vedere un vecchio film. Quando vi siete allontanati dall’Albania. Quale il ricordo? C’è un motto albanese che recita “L’Albania si rivolta ogni cento anni”, così come accadde con il comando italiano a Valona un secolo fa. La stessa  incomprensione ci ha portati all’anarchia totale nel 1991, ma questa volta gli albanesi non avevano di fronte il corpo italiano ma il nostro governo in assoluto immobilismo, piegati dal regime dittatoriale che avevamo appena superato. Abbiamo provato e vissuto tutte le difficoltà del momento, abbiamo aspettato a lungo, fino al giorno in cui ci è apparso possibile accarezzare il sogno di ricominciare una possibile vita altrove. Per me, come credo per molti, non ci sarebbe stato nessuna guerra civile, neppure la morte mi avrebbe fermato. Nel 1991 facevo il meccanico sulla nave Kallmi, per cui ero favorito qualora avessi optato nella scelta di espatriare. Il 5 marzo ricordo che c’era grande clamore, ricordo tutte le urla delle persone che erano parcheggiati fuori dall’area portuale.  La mattina seguente, il 6 marzo 1991, rientrammo nel porto per il cambio del turno. Io, con altri colleghi, ci stavamo spostando nell’area trattamento minerali quando vidi alcuni ragazzi del mio palazzo che mi chiamavano per chiedermi se li potevo aiutare a farli passare per poi salire sulla nave. Assieme ai miei colleghi facemmo entrare il gruppo dentro la nave che a breve sarebbe partita. I ragazzi del mio condominio mi guardavano da lontano e uno di loro ricordo che mi chiese “Myrteza, perché non sali? Dai, parti con noi”. Appena udii le parole che mi dissero, il respiro mi si ruppe nel petto, l’angoscia mi avvinghiò lo stomaco. La testa mi poneva mille domande. Di mia moglie, mia figlia, che ne sarebbe stato? La decisione era una certezza in me. Non avrei mai scelto di  sacrificare mettendo a rischio le loro vite. Perché un maschio, in fondo, fa quel può. E con questi pochi pensieri in tasca salii su quella nave prendendo parte a quello sbarco di dimensioni bibliche per cui l’Albania come gli albanesi verranno ricordati, ancora per molto tempo. Cosa si ricorda di quelle ore in viaggio? Sono trascorsi 26 anni, eppure una scena mi sovviene spesso alla mente; ricordo una coppia di Scutari che si avvicinarono a me chiedendomi se li potevo far salire a bordo e che potevano pagarmi con 40.000 lek. Quei soldi erano arrotolati e legati da uno spago. Mi spiegarono che erano a Durazzo perché pensavano di acquistare in città un televisore perché nel loro paese non era possibile fare un acquisto del genere. Comunicai a loro che il viaggio era gratuito e che non mi dovevano nulla. Ma l’uomo insistette raggelandomi nelle sue parole: “Prendi questi  soldi fratello, goditeli come potrai. L’unica cosa che vogliamo è salire a bordo e partire. Sono 60 anni che viviamo in una prigione a cielo aperto: i miei nonni, i miei genitori e adesso la mia famiglia. Voglio partire per piangere anche quel poco che troverò.” A sentir le sue parole subito mi vennero in mente i versi del poeta Migjeni che alla domanda “Per il cadavere del bambino chi dobbiamo ringraziare?” egli rispondeva “Spedite il corpo morente dell’infante al deputato, al ministro o a qualcun altro”. E lo sbarco? Il 7 marzo 1991 raggiungemmo il porto di Brindisi nelle prime ore del mattino, erano le cinque. Il viaggio, ringraziando il buon Dio, fu buono. All’arrivo al porto di Brindisi ricordo il grande calore con il quale fummo ricevuti. Gli italiani si sono mostrati un popolo amico, un popolo meraviglioso, pieno di umanità. Per molti di noi, quel giorno segnava l’inizio di una nuova vita. Molti di noi erano coscienti che nella perdita c’era la possibilità di una vittoria: una vita possibile, dignitosa. Molti di noi, almeno oggi, non vogliono più ricordarsi, talvolta non vogliono accettare di essere parte di quel mosaico che nei peggiori incubi ancora urla per essere raccontato. Come ha vissuto i primi anni da immigrato? Cosa posso dirle, cara giovane ragazza, i primi anni sono stati difficili. Il pensiero costante era sempre quello di riuscire a inserirsi nel tessuto sociale italiano, un’impresa molto ardua. Come la lingua, il primo ostacolo da superare perché ci impediva ogni sorta di possibile di comunicazione con gli italiani. Lei è uno storico, è stato pubblicato in Albania, quali lavori ha dovuto svolgere nei primi anni in Italia? Come si manteneva? Ho sempre amato la storia, la letteratura, le arti in generale. In Albania, da giovane, mi sono specializzato in meccanica e in agraria. A Durazzo, ho lavorato nel reparto dell’area portuale ed è qui che ho sviluppato la mia passione per i testi storici e la letteratura. In Italia ho fatto qualsiasi genere di lavoro per mantenere me e la mia famiglia. Poi nel tempo ho avuto la possibilità di lavorare sui miei saggi che hanno trovato l’interesse di case editrici albanesi. Il mio primo saggio storico “Vitelia gadishulli ne perendim” è stato pubblicato e tradotto anche in italiano grazie al giornalista Hasan Alia.  Perché avete scelto l’Italia per vivere? La risposta è semplice: io vivevo in Albania di fronte al mare e sapevo che dall’altra parte dell’Adriatico c’era l’Italia, un Paese a cui l’Albania è legato per tanti motivi storici. Di conseguenza vivere in Italia è stata una scelta abbastanza naturale. È chiaro che l’Albania è al centro dei suoi studi. Assolutamente. L’Albania è il centro dei miei studi e delle mie ricerche storiche, archeologiche, geografiche e linguistiche. Ha mai pensato di far ritorno e vivere in Albania? Una cosa è certa: noi partimmo nella speranza di trovare quella famosa “busta d’oro” e ad oggi posso dirti che ognuno ha le sue ragioni per rimanere come per ritornare. Quali sono i lati positivi e negativi del Paese delle aquile? Prima di tutto l’Albania possiede è ricca nella flora e nella fauna. Clima mediterraneo, minerali di prima qualità da nord a sud, ricco di falde acquifere e infine di energie dal gas al petrolio. Come spiega la forte immigrazione che sta avvenendo nei Paesi europei, specialmente quelli del Sud come l’Albania piuttosto l’Italia? Penso che il problema coinvolge tutta la popolazione mondiale che sempre di più emigreranno verso i Paesi del nord Europa che si presentano più ospitali e favoriscono la possibilità di una vita dignitosa. Pensa che l’Albania è pronta ad entrare nell’Unione Europea? Il ritardo di questo processo non può mettere in dubbio l’ingresso dell’Albania nell’Unione Europea. I problemi causati dai conflitti nell’area balcanica a causa delle tensioni fra i vari Paesi non possono rappresentare un freno per le politiche interne in Albania. Bisogna continuare a migliorare i parametri al fine di raggiungere gli obiettivi necessari per entrare nell”UE, anche perché se dovessimo fermarci ai dissidi dovremmo mettere in discussione le quattro aree di cui l’Albania è stata espropriata e di cui non ha mai avuto risposte dalla comunità internazionale e che forse mai avrà. Insomma non possiamo fermarci a queste questioni, almeno non adesso. In che rapporti è con l’Albania e con gli albanesi? Ho vissuto per 37 anni in Albania, lì mi sono formato come individuo, mi sono sposato e ho messo su famiglia. Ho fratelli, sorelle, cugini e amici. Ho un rapporto speciale con i miei connazionali. Nonostante le difficoltà vissute durante il regime dittatoriale piuttosto gli anni dell’anarchia io non parlerò mai male del mio Paese e tanto meno degli albanesi che stanno cercando di mettersi alle spalle una storia difficile da digerire. Cosa la colpisce maggiormente quando rientra in Albania? Ciò che mi impressiona di più è la crescita esponenziale che vedo ogni volta che ritorno in Albania. La mia città, Durazzo, è in continua crescita sia verticalmente che orizzontalmente. C’è un grande progresso e questo lo trovo molto positivo. Di cosa vi state occupando attualmente? Da circa 15 anni mi occupo di ricerche sulla storia dell’Albania. I miei interessi vertono in quest’area così sensibile perché dell’Albania, a parte i barconi, si conosce poco. Io, nel mio piccolo, cerco di fare qualcosa, di lasciare un mio contributo per tracciare una linea del percorso che, noi come popolo, abbiamo attraversato: dagli Illiri, ai bizantini, ai veneziani, agli ottomani, all’Indipendenza del 1912, al regno con Zogu, all’era fascista, alla dittatura di Enver Hoxha fino al 1991, che mi ha visto tra i protagonisti dello sbarco biblico di cui il mondo è a conoscenza. Come dicevo qualche domanda fa, sono stato già pubblicato con il mio saggio storico “Vitelia gadishulli ne perendim”, adesso sta per essere pubblicato in Albania un saggio storico dell’autore italiano Giuseppe Catapano di cui ho curato la traduzione in lingua albanese assieme a mia figlia. Adesso sto lavorando al mio secondo libro “Lashtesia e gjuhes shqipe” ossia l’eredità della lingua albanese. Io ho un lavoro e una famiglia a cui devo pensare per cui mi è difficile conciliare la mia passione con tutto il resto, ma lo faccio con amore e con dignità nella convinzione di lasciare ai posteri che verranno qualcosa di prezioso, in fondo un libro è sempre uno specchio dove vedersi e chissà forse riconoscersi. Come vede il futuro dell’Albania? Mi viene in mente ciò che lessi tra le pagine del libro di Nostradamus, il quale diceva “Attenti agli albanesi, perché essi non hanno ancora detto l’ultima parola nella Storia”, piuttosto un altro testo che recitava “Gli albanesi hanno sofferto molto, e questo li ha resi lenti nel processo dello sviluppo, ma nella prima metà del 21 secolo apparterrà a loro, i quali conosceranno una crescita  e sviluppo senza precedenti”. Ecco, che uno ci creda o meno, piuttosto metta in discussione certi autori oppure parole, io voglio pensare ma soprattutto sperare che l’Albania e gli albanesi possano far parte di quell’Europa dei popoli che tutti un giorno sogniamo di diventare.

Edison Balla

Edison Balla, giovane promessa dell’arte made in Albania.

Edison Balla, giovane promessa dell’arte made in Albania, classe 1997, racconta in questa intervista i suoi inizi di carriera, i suoi maestri, i suoi sogni ma soprattutto dipinge attraverso le sue parole l’Albania odierna, un quadro in continuo movimento.  Edison, raccontaci chi sei? Dove sei nato e quando? Sono nato  a Tirana, in Albania, il 14 gennaio 1997. Inizialmente ho vissuto a Shijak, in provincia di Durazzo; successivamente quando iniziai gli studi liceali mi trasferii a Durazzo, dove ho vissuto per quattro anni, insomma fino a compimento del mio percorso scolastico. Infine, a Tirana dove mi sono iscritto all’Accademia delle Belle Arti.  Qual è stato il tuo percorso di studio?  Come vi dicevo, ho frequentato la scuola elementare nella piccola provincia. Alcune persone, inclusi amici e parenti, quando videro che io nutrivo la passione per il disegno e la pittura, non esitarono ad incoraggiarmi e per questo scelsi di iscrivermi al liceo artistico “Jan Kukuzeli”, dove, per quattro anni, ho avuto l’opportunità di perfezionarmi nell’arte della scultura. Questi quattro anni, molto proficui per me, sono stati fondamentali per la mia crescita, oggi continuo a proseguire i miei studi nell’Accademia delle Belle Arti indirizzo scultura e ceramica.  In cosa ti sei specializzato? Dopo aver sperimentato un pò di tutto al liceo, mi sono specializzato nella lavorazione della ceramica, anche se la pittura è una passione che non morirà mai in me, tanto che, qualche tempo fa, mi ha portato a Capri, in Italia, ad esibirmi e a concorrere assieme ad artisti internazionali. Per me la parola “specializzazione” vuol dire poco, non è congrua a quella che è l’intendimento creativo per un artista. Personalmente alcune idee le percepisco molto di più tridimensionali mentre altre le preferisco vedere come un “telaio”.  Puoi raccontarci un pò meglio la storia della tua famiglia d’origine? Le origini della mia famiglia sono di Tirana, mio nonno lavorava, in passato, come Capo anticriminalità organizzata a Durazzo, fu per questo motivo che noi ci trasferimmo ad abitare a Durazzo, la città che mi ha cresciuto e influenzato anche nella mia identità artistica. La mia famiglia è gente semplice ma grandi lavoratori, i quali hanno realizzato le loro aspirazioni nel pieno rispetto della dignità, attraverso sacrifici.  Cosa ne pensano i tuoi familiari di questa tua scelta?  I miei familiari, inizialmente, non erano d’accordo con la mia scelta perché intraprendere un percorso artistico in Albania può presentare molti ostacoli, specialmente per un giovane come me, quindi è stato molto difficile convincerli, ma la mia tenacia e il mio lavoro li ha portati a pensare che forse dovevano darmi la possibilità di misurarmi con il mio talento e andare fino in fondo. Ad oggi, dopo un percorso di traguardi raggiunti, almeno accademici, i miei genitori sono felici per me, e anzi, mi incoraggiano.  Quali sono stati i tuoi Maestri principali nel percorso che hai fatto in Albania, e quali gli artisti che ti hanno ispirato? Diciamo che sono stati i professori del liceo ad aver profondamente inciso nel mio modo di concepire e fare arte, ma c’è stata una persona in maniera speciale ad aver fatto la differenza per me, la pedagoga Florina Shani, alla quale sono grato e per la quale nutro grande rispetto. Poi, gli artisti che maggiormente hanno influito in me sono Lucian Freud, Rene Magritte, Egon Schiele.  Cosa ti ispira nel tuo lavoro? Nel mio lavoro trovo l’ispirazione nella natura, nella psicologia, mi piace pensare agli aspetti intimi della persona; l’uomo che tutto costruisce e tutto distrugge, il mondo emozionale.  La tua storia è quella di un ragazzo che è nato esattamente nel periodo post anarchico, post guerra civile, insomma sei un Millennians balcanico, come vive un ragazzo come te l’Albania di oggi?  Un giovane d’oggi in Albania deve combattere ancora di più per raggiungere gli obiettivi che si prefissa. In Albania puoi trovare eccellenze in ogni campo per cui il livello di concorrenza è altissimo per non parlare della lotta di classe sociale piuttosto quella politica, e infine economica. Personalmente trovo interessante quando l’ambiente diventa competitivo perché mi porta a migliorare.  Cosa pensi dell’immigrazione? Penso che l’immigrazione  è necessario per conoscere nuovi orizzonti e per misurarsi con nuovi mondi, oltre il proprio. Per quanto riguarda le famiglie, invece, a volte è una scelta incondizionata per tentare la fortuna e costruirsi una vita migliore altrove. Certo, è molto triste pensare di lasciare la patria natia a causa delle difficoltà e dello Stato che non sovvenziona e incentiva con contributi le famiglie. Ma spesso, l’emigrazione si rivela un viaggio molto interessante.  Pensi mai di voler lasciare l’Albania per andare altrove? E se sì, dove ti piacerebbe andare e perché? Sì, l’ho pensato. Per me sarebbe interessante vivere in un altro Paese per sviluppare al meglio le mie possibilità. Ho pensato a Capri, ci sono stato, come vi dicevo, e l’ho trovato molto bello sotto ogni profilo. Mi è piaciuto la gente, il clima, ma soprattutto è un luogo che ispira molto. Onestamente ho sempre amato l’Italia, per la sua cultura e per le possibilità che questo Paese può dare ad un artista. Certo, non escludo a priori gli altri Paesi.  Cosa, secondo te, manca ancora all’Albania?  Penso che in Albania manchino le possibilità affinché un artista possa svilupparsi al meglio, questo perché da noi non si respira ancora un’aria internazionale. Poi, cosa ancora più importante, in Albania manca la capacità di integrare il vecchio con il nuovo. Non ci sono ancora politiche d’integrazione atte a riequilibrare le lotte sociali che viviamo nel Paese.  I tuoi genitori ti raccontano quegli anni? E i tuoi lavori sono condizionati dalla tua storia? No, i miei lavori non sono condizionati dai fattori storici. I miei lavori rappresentano me e quello che io penso, oggi.  Cosa pensi degli ambienti accademici in Albania? Quello che posso dire è che il livello accademico in Albania è molto buono anche se ancora non ci misuriamo con gli standard che l’Unione Europea propone.  Secondo te, il mondo dell’arte è sovvenzionato dalla classe politica albanese? Voglio essere onesto: penso che la politica albanese raramente degna di uno sguardo il mondo dell’arte, ciò a cui noi assistiamo ogni giorno è la messa in scena dei personalismi individuali. Una cosa vergognosa!  Come vedi l’Albania oggi?  L’Albania è un Paese bellissimo, io attualmente vivo qui, anche se incontro molte difficoltà, come le incontrano tutti gli albanesi che ogni giorno nel loro piccolo tentano di fare la differenza con grandi sacrifici.  E degli albanesi, cosa ne pensi? E dei tuoi coetanei?  Io osservo e vedo che i miei connazionali sono spaesati, increduli insomma in una grande difficoltà storica. Personalmente sono fortunato perché sono circondato da artisti e vivo in un ambiente dove pullulano le idee nonostante manchino i fondi. I miei coetanei invece, li vedo pietrificati, passivi e demotivati. Come interpreta un giovane come te le derive totalitariste e ultranazionaliste che in molti albanesi sono presenti? Penso che l’Albania, oggi, sia il nodo da sciogliere per capire molte dinamiche che ancora non sono chiare perché é mancante dal punto di vista delle fonti storiche, non c’è un’unica voce ufficiale. Io sono orgoglioso del mio Paese quanto di essere albanese. Spero soltanto che i politici inizino a mettere da parte i loro personalismi per poi indicarci una strada percorribile per il bene comune.  Pensi che l’Albania e gli albanesi siano pronti per entrare nell’Unione Europea, oppure pensi che questa scelta non è opportuna in questo periodo storico? Penso che non siamo pronti relativamente. In Albania abbiamo ancora problemi di politica interna, come le tasse oppure il debito pubblico nazionale. Qui, manca il lavoro. La domanda che io mi pongo spesso è come possiamo essere pronti per sottometterci a delle nuove leggi da parte dell’Unione Europea quando ancora siamo incapaci di decidere la direzione basilare da prendere, in questo piccolo Paese.  Che messaggio vorresti dare ai quei giovani artisti, albanesi e non, che in Italia e nel mondo ti leggeranno attraverso le tue parole in questa intervista? Il messaggio che io posso lasciare agli artisti e giovani albanesi non è soltanto quello di lavorare per quello in cui eccelliamo e amiamo ma, di farsi forza e combattere per nutrire quell’ego professionale al fine di incamminarci verso il futuro che da oggi si chiamerà anche Albania.  Quali sono le tue speranze, i tuoi sogni?  I miei sogni hanno a che fare con l’arte. ovviamente. E proprio su questo sto lavorando ad una esposizione a Capri, in Italia, assieme a mio cugino Renato Balla, il quale è un fotografo. Nell’esposizione ci saranno i miei quadri accompagnati da installazioni visive. Insomma, posso dire che i miei sogni, ad oggi, in parte si stanno realizzando anche se la strada da fare è ancora molto lunga e non mancano le difficoltà, ma in queste difficoltà incontro persone, giovani e non, che abbracciano le mie speranze e questo è il più bell’abbraccio perché mi incoraggia a fare meglio ma soprattutto mi motiva a lottare per portare fuori, attraverso il mio lavoro, la mia Albania, il mio popolo.  E siamo all’ultima domanda per te, giovane Sig. Balla, se potessi scegliere il tuo colore preferito per dipingere il mondo quale sceglieresti? Il mio colore preferito è il nero. Per me è il colore che contiene dentro tutti gli altri colori, tutti i colori primari sono dentro. Poi, è così che filtro il mondo in quanto penso che il nero, senza l’accezione negativa che gli affibbiano, è il colore simbolo dell’umanità, dell’universo, la vita, la morte, la luce, la passione, il mistero, l’emozione.  Grazie Edison, che la tua arte possa danzare al ritmo dei sogni più belli, di quelli che un giorno ti fanno dire “C’era una volta un mondo…” e poi magari di fronte si trovano un quadro, il tuo. Edison Balla.

Ghapios Garas, imprenditore egiziano, fondatore in Italia di un’azienda che fattura 7 milioni.

L’arte di arrangiarsi funziona in Egitto come in certe zone d’Italia. E così al Cairo – se vuoi un computer o un cellulare e non puoi permettertelo nuovo – tanto vale andare su un prodotto ricondizionato. Cioè riparato dopo un’avaria. Ghapios Garas è un imprenditore egiziano, naturalizzato italiano, consapevole che la domanda di beni elettronici a basso costo sarà sempre più alta. Usato sicuro, insomma. E per questo ha dato vita ad un’azienda, qui da noi in Italia, che deve la sua fortuna anche a una denominazione indovinata: “Simpatico Network srl”. Ecco la storia di questo imprenditore d’importazione. Il signor Garas frequenta al Cairo l’Istituto dei Salesiani di Don Bosco. Nel 1990 decide di trasferirsi in Italia per studiare Scienze Politiche alla Università Statale di Milano e poi Economia alla Bocconi. Qui in Italia conosce sua moglie di origine finlandese – i poli opposti del mondo che si attraggono – dalla quale ha due figli che oggi hanno 11 e 14 anni. Considerando le spese ingenti per sostenere gli studi, il signor Garas abbandona le sue ambizioni universitarie buttandosi così nel mondo del lavoro. Gli anni a seguire sono duri, fatti di sudore e precarietà fino al 1996 quando il signor Garas si prende un periodo di pausa di sei mesi per riflettere. Si rifugia in una scuola di studi biblici negli Stati Uniti. Rientra in Italia nel 1997 e, nel 2000, conosce l’anno della svolta. Apre la “Simpatico Network Srl”, che ora è tra i leader in Italia nella vendita di computer e prodotti informatici ricondizionati. Garas inizia la sua attività con 10 computer portatili acquistati negli Usa nel 2001, oggi l’azienda spedisce circa 40.000 prodotti all’anno. Vanta un fatturato di circa 7 milioni di euro l’anno con 15 dipendenti, italiani e stranieri. La “Simpatico Network Srl” vende a privati, ad altri rivenditori, ad enti pubblici. Signor Garas, lei crede che l’immigrazione sia un  punto di forza per far crescere l’economia in Italia? Decisamente gli immigrati rappresentano una risorsa qualora il governo  promuovesse la piena integrazione sia sotto il profilo dell’istruzione sia nell’inserimento nel mondo del lavoro. Spesso si sente dire che lItalia è un Paese difficile se non addirittura xenofobo. Lei ha riscontrato difficoltà ad integrarsi? Il Bel Paese, come tutti, ha i suoi problemi. Negli anni della mia permanenza in Italia non ho mai sofferto discriminazioni. Trovo che si faccia, spesso, un abuso della parola razzismo. Sono moltissimi i giovani in cerca di lavoro, che cosa la colpisce leggendo un curriculum vitae? Sono colpito da coloro che seppur laureati con ottimi voti presso prestigiose università si sono impegnati in lavori umili. L’azienda “Simpatico Network Srl” offre tirocini ai studenti delle scuole superiori per aiutarli ad inserirsi nel mondo del lavoro. Inoltre i diplomati in istituti tecnici possono inviare il loro curriculum all’indirizzo e-mail dell’azienda.