Editoriale

Ritorno a Tirana, come una ragazzina che ritrovi donna

L’Albania si avvia verso una nuova era della sua storia e in questo tragitto c’è bisogno di tutti. Tornare nella terra in cui sono nata, dopo lunghi anni, è stata per me una esperienza di forte impatto, uno scontro di sensazioni con le quali, appena rientrata in Italia, devo fare i conti. Tirana non è più la città che ricordavo: come una ragazzina che ritrovi donna, Tirana ha cambiato faccia, è cresciuta in altezza, quasi non la riconoscevo. Eppure, accanto ai nuovi grattacieli e al grande centro commerciale Toptani, qua e là resistono residui dell’urbanistica hoxhaista. Come a ricordarmi l’infanzia difficile da cui quella ragazzina è scampata. Camminando per le strade della capitale ho incontrato i volti solcati dalle rughe di una vita che non è stata mai facile, ma anche la freschezza di una gioventù cha ha voglia di mettersi in gioco, con una luce negli occhi, con una vitalità che mi ricorda quella di certi film italiani degli anni sessanta. E nonostante l’occidentalismo possa far paura, perché ha investito la società come un tornado, senza quasi lasciare il tempo agli albanesi di capire quello che stava succedendo, è tuttavia palpabile la disponibilità a mettersi in gioco, a rischiarsi il futuro in un mondo difficile ma finalmente aperto a infinite possibilità. Piazza Skanderberg, oggi tutta area pedonale, comunica una grande apertura: i bambini giocano, i musicisti di strada ti regalano ad ogni angolo della piazza un sorriso e suonano il classico repertorio di musica “arbëreshë”. Camminando in mezzo alla piazza, le immagini memoriali di come l’avevo conosciuta si sovrappongono a quelle che mi trovo davanti agli occhi, e mentre pranzo in uno dei ristoranti più modaioli della capitale, il mio sguardo sconfina oltre le grandi vetrate del locale. Il mio commensale, Dastid Miluka, considerato uno dei più grandi pittori albanesi contemporanei, mi indica la statua dell’eroe nazionale e subito dopo mi indica il chiosco dove i cittadini fanno la fila per vaccinarsi, ricordandomi che proprio lì, al posto di quel presidio per la salute pubblica, spadroneggiava un tempo quella statua di Enver Hoxha che 30 anni prima, proprio lui e i suoi amici studenti, buttarono giù e trascinarono via. La vittoria alle elezioni del leader del Partito Socialista Edi Rama è sulla bocca di tutti quelli che incontro. C’è chi ne è contento chi no. Alla grossa, i cittadini di Tirana non si mostrano entusiasti, mentre chi abita nelle periferie, soprattutto i contadini con cui ho avuto modo di parlare, lo adorano: è decisamente il loro uomo. A differenza delle democrazie europee insomma, il centrosinistra qui ancora non pare coincidere con le ZTL. La cosa straordinaria di Tirana, lo capisco subito, è che il potere è davvero a due strette di mano: i politici, o chi lavora per loro, non hanno la spocchia di chi è arrivato. Gli albanesi sono un popolo ospitale, non sono mai riuscita a pagare un caffé. L’ospite è sacro in Albania, e un ospite, mi rendo conto, è quello che sono. E mentre faccio la turista da un angolo all’altro della città, da uno studio televisivo all’altro, noto i volti delle persone. Quelli sì non sono granché cambiati. Accetto l’invito del rabbino dell’Albania Yisroel Finman, al centro cinematografico Pietro Marubbi, pittore italiano naturalizzato albanese e sostenitore di Garibaldi, che venne coinvolto durante i moti risorgimentali nell’omicidio del sindaco di Piacenza costringendolo così, nel 1856, a emigrare nell’Albania dell’impero ottomano. Il centro cinematografico Marubbi ha un giardino meraviglioso, pieno di opere di artisti contemporanei albanesi. Con il rabbino rimaniamo seduti a parlare dell’Albania degli ultimi anni, dei movimenti studenteschi, degli ebrei che vennero salvati dal popolo albanese, del progetto di costruire insieme un Albanians National Museum of Holocaust e, più in generale, di questa fragile democrazia che ci vede tutti coinvolti. Inizia a pioviccicare e lasciamo il centro cinematografico e il suo meraviglioso giardino che si apre accanto al Ministero delle Finanze e del Commercio. Una strada provinciale ci separa dai nuovi palazzi costruiti negli ultimi anni. Ammassi di cemento che fuoriescono dalla terra e che i cittadini albanesi chiamano case. Non c’è equilibrio architettonico, sono palazzi partoriti in piena crescita economica del paese: ricordano le speculazioni edilizie dell’Italia del boom. Palazzi senza una identità, senza storia: grigi e stretti, gli uni agli altri, come a tentare di non cadere nonostante sembrino ancora nuovi. Per strada i cittadini vanno in bicicletta, altri in macchine dal motore truccato, con  il volume dello stereo a mille. Le persone qui si affrettano per andare da qualche parte, sembrano tutte in ritardo. Cerco di scrutare i loro volti, nei loro occhi leggo ancora smarrimento e un po’ di tristezza. Una giovane donna mi viene incontro, è ben vestita, con la sua 24 ore sotto braccio. Ha uno sguardo sospettoso. Cammina su tacchi a spillo altissimi. In punta di piedi al suo dolore, penso. E infine l’incontro con Blendi Fevziu, il conduttore TV più noto in Albania che qui paragonano a Bruno Vespa. Un uomo molto gentile. Fevziu, negli studi di RTVKlan, mi mostra la statua di mio zio, il pittore Ibrahim Kodra, migrante a sua volta nell’epoca del re Zogu e morto a Milano nel 2006, che è riuscito a salvare. E così, davanti a quella statua che riproduce le immagini dei suoi quadri, rivedo la mia storia. Perché l’arte, come la filosofia, anticipa la vita e getta la sua rete di senso sempre un po’ più in là, in un’Albania fantastica ancora tutta da inventarsi. Ma Tirana è una capitale in grande espansione, il lavoro di questi ultimi 30 anni è visibile nelle strade, negli edifici, nei parchi, nei locali alla moda. Camminare per le vie di questa città non fa più paura. Anzi, si ha come la percezione di essere protetti. L’Albania si avvia verso una nuova era della sua storia e in questo tragitto c’è bisogno di tutti. Negli occhi dei miei connazionali in questi giorni ho letto voglia di vivere, desiderio di ripartire, di scoprirsi. Nei volti dei cittadini albanesi ho letto tanti valori, ma soprattutto ho visto la partecipazione attiva alle tematiche politiche: la partecipazione dei cittadini comuni alle discussioni in ogni bar, mi ha commosso. I giovani albanesi sono pieni di talento, sono gentili, aperti al futuro e alle potenziali connessioni culturali. In Albania, in questi giorni, non mi è mai capitato di ascoltare una parola denigratoria o offensiva. Qui il razzismo non è ancora di casa. Per il resto, in questo viaggio di ritorno nella mia patria di origine, la sensazione più buffa che ho provato riguarda proprio la constatazione di quanto il popolo  albanese sia simile a quello italiano. Simile, certo, ma solo ancora un po’ più giovane. Sapere di poter cambiare le cose: questa è la sensazione che riassume tutto il mio viaggio. Il terzo mandato di Rama può suggellare questa nuova ripartenza se l’Europa finalmente comprendesse che è necessario far ripartire i negoziati di adesione il prima possibile. Perché c’è una forza nel popolo albanese che ancora ti coinvolge pienamente e ti trascina a ripensarti come individuo nella storia, come cittadino nel mondo, come essere umano in viaggio. Questa energia io credo possa davvero servire all’Europa e all’Italia: il paese di fronte adesso è ancora più vicino.

L’Albania che verrà

L’augurio è che chi si troverà a guidare il paese dopo le elezioni abbia la forza di guardare un passo più in là dell’urgenza del momento. A pochi giorni dalle elezioni in Albania, voglio tornare sulle questioni balcaniche, perché ancora una volta mi pare quello lo scacchiere geopolitico sul quale l’Europa potrà giocare una partita decisiva. Dipenderà infatti dalla capacità di inclusione dell’Europa rispetto a quest’area, europea a tutti gli effetti, il futuro stesso dell’Unione e la sua capacità di fungere da hub fra oriente e occidente, e fra nord e sud del mondo. Intanto, colpisce la vittoria alle elezioni in Kosovo di Vjosa Osmani, che succede Hashim Thaçi, dimessosi dopo le accuse del Tribunale dell’Aia per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, perché per la seconda volta, dopo Antifefe Jahjaga, in quest’area balcanica, considerata da sempre paese satellite dell’Albania, a vincere è una donna. Un esito dal forte valore simbolico: da una parte il riscatto rispetto a quel terribile e ancora troppo recente passato di stupri etnici che ha devastato la vita di migliaia di donne kosovare, dall’altra il riconoscimento che sono proprio le donne (e i giovani) la risorsa più importante per il futuro del paese. Questo chiaro segno di svolta non potrà non pesare, in qualche modo, anche sull’agenda del governo che uscirà dalle urne albanesi la prossima settimana. Perché continuo a pensare a quella storia che racconta Ismail Kadaré, della cittadina assediata dall’esercito turco, che resiste grazie a un crudele espediente: un cavallo lasciato senz’acqua per lunghi giorni e infine liberato svela ai cittadini una fonte nascosta d’acqua che consentirà loro di sopravvivere. Se penso a questa storia come a una metafora della condizione albanese, vedo i quarant’anni di regime hoxhaista come il giogo che ha reso il popolo albanese assetato quanto il cavallo di Kadaré: dopo lunghi anni di transizione si tratta dunque, ancora adesso, di scovare le fonti d’acqua nascoste nel paese. Con un’età media minore di cinque anni rispetto alla media europea, l’Albania che uscirà dalle urne fra due settimane dovrà fare i conti col fatto che sono proprio i giovani e le donne questa risorsa nascosta da cui potrà scaturire lo sviluppo economico dei prossimi anni: riconoscere la loro centralità, da molti punti di vista, significa peraltro riconoscere la necessità di quel cambio di paradigma, nell’esercizio dei poteri, che coincide esattamente con le priorità poste dell’EU per portare a termine l’acquis. Il governo che uscirà dalle urne ha, di fatto, questo obiettivo a portata di mano, ma potrà raggiungerlo soltanto se saprà dimostrare, sin da subito, di essersi sbarazzato degli ultimi cascami di quella sfiducia verso le libertà, eredità di ogni regime, che altro non è se non una residua sfiducia nel popolo e quindi nel paese stesso. Questa volta, dunque, la sfida fra Rama e Basha è davvero decisiva non solo perché avviene a ridosso di una elezione storica come quella in Kosovo, ma soprattutto perché, chi vincerà, dovrà rispondere a una precisa chiamata di portata epocale. Se infatti la pandemia rappresenta in qualche modo l’anno zero di una nuova èra, a chi si aggiudicherà il governo del Paese spetterà l’opportunità di scegliere da che parte della storia si debba guardare. Restando ancora nell’ambito descritto dalla metafora di Kadaré, il reperimento delle nuove risorse avverrà tanto prima quanto più il paese sarà lasciato libero di esprimere le sue potenzialità, proprio a partire dai giovani, che sono la fascia di popolazione più pronta e attrezzata culturalmente per cogliere le occasioni che si presenteranno nella spinta reattiva post-pandemica. Che questa sia la fonte nascosta del paese infatti non è una petizione di principio o un semplice esercizio di wishful thinking, ma una realtà suffragata da dati eloquenti legati al fenomeno migratorio: in Italia la comunità albanese è la terza per numero, dopo quella rumena e quella marocchina, ma la prima per numero di iscrizioni all’università. Di più: guardando i grafici risulta che oltre il 48% degli iscritti è donna. Secondo il rapporto del 2018 sull’integrazione dei migranti del governo italiano, infine, leggiamo che le donne albanesi nelle università italiane hanno conseguito, rispetto agli altri iscritti non italiani, i migliori risultati. Se dunque vogliamo trovare una morale alla storia di Kadaré, da questi dati risulta chiaro chi abbia più sete di conoscenza, di sviluppo e innovazione, e chi rappresenti quindi l’asset più importante su cui fondare la nuova Albania dell’era post-pandemica alle porte. A partire da questo, per esempio, si potrebbe cominciare col rafforzare i corridoi inter-universitari Albania-Italia già in essere, e far nascere dei veri e propri gemellaggi con le università italiane su settori strategici della ricerca e dell’innovazione: è senz’altro interesse dell’Italia velocizzare il processo di adesione dell’Albania all’Europa, ma lo sarà ancora di più se all’Italia verranno offerte occasioni di investire risorse in un paese che, anche solo per la sua collocazione geografica, è destinato ad avere un ruolo chiave sul fronte geopolitico dei prossimi anni.  Il compito che sta davanti al governo che uscirà dalle urne è, in definitiva, quello di ribaltare la prospettiva da cui si è guardato all’Europa, nel momento stesso in cui si faranno passi decisivi verso l’acquis: l’Albania non potrà più limitarsi ad essere destinataria di progetti che la coinvolgono passivamente o di aiuti umanitari volti a stabilizzarne il fronte interno nell’ottica della pax balcanica. I giovani e le donne dovranno essere messi in condizione di presentarsi come soggetti attivi che possano entrare davvero in relazione con l’Europa espansiva del recovery fund. Perché quella che viene sarà un’Europa che avrà tutto l’interesse a rafforzare i propri confini verso Oriente. Dopo la Brexit, del resto, per non cadere nell’ininfluenza geopolitica, un’Unione Europea amputata non avrà altra scelta se non quella di rafforzare la sua presenza continentale: il tempo e l’occasione sono dunque arrivati. L’augurio è che chi si troverà a guidare il paese dopo le elezioni abbia la forza di guardare un passo più in là dell’urgenza del momento, perché il futuro si costruisce già da ieri.

Elezioni in Albania, cosa ci possono insegnare le giovani democrazie

Manca meno di un mese alle elezioni in Albania, e, come ogni volta, noi expat cerchiamo di informarci, di comprendere le ragioni delle parti in lotta. Lo facciamo sapendo che il nostro sguardo ha, allo stesso tempo, il pregio e il difetto della distanza. Facendo un passo di lato, dall’altro lato dell’Adriatico nel mio caso, le cose si vedono nella loro oggettiva interezza, ma di certo si perdono dettagli fondamentali e passaggi essenziali. Torna in mente la celebre frase di Heisemberg, secondo la quale quando diciamo che “se conosciamo in modo preciso il presente, possiamo prevedere il futuro”, non è falsa la conclusione, bensì la premessa. Perché, dice Heisemberg, “in linea di principio noi non possiamo conoscere il presente in tutti i suoi dettagli”. Ci mancano dunque i dettagli, le sfumature, ma intanto, quando pensiamo alla bandiera dell’Albania, vediamo l’aquila a due teste, che per noi simboleggia un doppio sguardo: da una parte il passato, dall’altro il futuro. Ma più ancora, proprio in questo simbolo crediamo si possa ritrovare il coraggio di una identità multiforme: tra Occidente e Oriente sorge la forza di questa giovane nazione.  La sfida delle elezioni, certo, è di quelle già viste, ma questo non significa che sia meno interessante o che l’esito sia scontato. Come nell’ultima tornata del 2017, Lulzim Basha del Partito Democratico sfiderà Edi Rama, attuale Premier in carica del partito socialista. Da una parte abbiamo dunque Rama, il grande comunicatore, l’uomo che si espone in primo piano, che conosce perfettamente gli strumenti del consenso e i colpi di teatro (la battuta è implicita ma voluta, anche se forse comprensibile soltanto ai lettori albanesi). In Italia hanno tutti apprezzato moltissimo il fatto che sia volato in piena pandemia a portare la solidarietà del popolo albanese: una mossa saggia e strategica, eseguita con tempismo perfetto. Ma per gli albanesi Rama è soprattutto l’uomo della ricostruzione post terremoto: quello che ha bussato alle porte dell’Europa e ha saputo farsi aprire. Dall’altra abbiamo Basha, l’uomo cresciuto nelle istituzioni nazionali ed internazionali, un carattere assai più schivo, quasi reticente. A suo agio più negli uffici del Palazzo che non in mezzo alla gente, Basha sconta forse questa percepita distanza dall’uomo della strada. E tuttavia ha l’aria di chi si mette lì, studia e trova una soluzione: è a lui che dobbiamo la libera circolazione degli albanesi in area Schengen. Sullo sfondo della contesa, resta però per noi expat soprattutto l’Albania, il Paese che vorremmo ritrovare comunque vadano le elezioni. Una terra in cui abbiamo sofferto le atrocità della guerra civile, da cui siamo dovuti fuggire con niente in mano e il cuore pieno di dolore, una terra della quale, di anno in anno, guardiamo con orgoglio e timore il riscatto. Timore perché, sia chiaro, l’Albania è una democrazia ancora giovane, in cui i conti col passato sono stati fatti forse troppo in fretta e in cui certi fantasmi si aggirano ancora indisturbati.  Orgoglio perché, se la terra delle aquile qualche volo importante ha imparato a farlo, allora è proprio nello specchio di questa democrazia giovane, con un futuro di sviluppo ancora tutto da costruire, che i Paesi europei possono trovare ispirazione per rimettere in campo il primato di una politica che sappia fare la differenza. Gli asset economico strategici del Paese offrono possibilità importanti di crescita, in qualche caso persino oltre le aspettative. Se era già chiaro agli investitori internazionali, negli anni appena passati, che il turismo poteva rappresentare opportunità importanti, lo sarà a maggior ragione adesso che l’Europa si appresta, pur con tanta fatica, a lasciarsi alle spalle la crisi pandemica. Insieme a questo, chi si troverà al comando della nazione dovrà però comprendere a fondo che il turismo sostenibile, quello che porta vera ricchezza, è sempre più legato a un’offerta esperienziale più che al puro e semplice consumo di un luogo. In altri termini, in futuro non basteranno le sdraio sul litorale, per quanto meravigliose siano le coste albanesi. Si dovrà invece preservare e rendere oggetto di narrazione il “genius loci”, lo spirito del luogo. L’Albania dovrà insomma ritrovare l’orgoglio della propria multiforme cultura, intendendo questo termine nel senso più ampio possibile: dalla valorizzazione della tradizione agroalimentare alla ricerca di quella straordinaria complessità di ramificazioni che legano il popolo albanese al resto d’Europa. Proprio nell’ottica della tanto agognata adesione all’Unione europea, l’Albania ha l’opportunità, ora più che mai, di lavorare su quei “notevoli sforzi necessari” atti a migliorare le condizioni indicate dall’UE per l’acquis: dall’ambiente ai controlli finanziari, dalla giustizia alla sicurezza nel rispetto delle libertà civili, dai media ai diritti fondamentali. Allo stesso modo, gli investimenti nell’industria manifatturiera, in un’ottica di ripresa dei consumi su scala globale, potranno stimolare ancora la classica economia di delocalizzazione favorita dal costo del lavoro. Ma se questo è ciò che è lecito aspettarsi, resta ancora una miniera di opportunità da sondare, che, a mio modesto avviso, rimane l’asset strategico più importante da cui trarre un impulso che potrebbe rivelarsi davvero decisivo nei prossimi anni. Ed è appunto qui che la mia storia personale mi fornisce elementi per elaborare la visione che ho dell’Albania del futuro, per come vorrei che fosse. Perché sono, di fatto, figlia ed erede di due diaspore, sia come ebrea che come albanese. E se c’è qualcosa che deve insegnare a un popolo l’aver vissuto l’esperienza tragica della diaspora è che, alla fine, da un elemento di debolezza iniziale, si può ricavare una chiave di accesso privilegiato al mondo globalizzato. Mi riferisco alla ricchezza più grande di cui può godere un individuo e, per estensione, il popolo a cui appartiene: il capitale delle relazioni umane. Proprio quest’anno, che cade il trentennale di quel grande esodo che spinse il popolo albanese a scappare dalla propria terra, conviene a chi si contende il governo della nazione tenere a mente un semplice dato: sono circa 2 milioni gli albanesi che vivono oggi fuori dai confini del Paese, principalmente in Italia, Germania, Austria, Grecia, Inghilterra, Francia e Usa.  Tutti con una storia dolorosa alle spalle, la gran parte di loro (di noi) si è rimboccata le maniche e si è data da fare. Dove vivo io, in Italia, gli albanesi hanno aperto aziende edili, lavorato con maestria e coscienza, hanno mandato i figli a scuola, li hanno fatti laureare. Ermal Meta ha conquistato Sanremo, io ho aperto qualche start up di successo, Klaudio Ndoja gioca nella nazionale di basket. Potrei andare avanti per ore con esempi su esempi, ma quello che conta davvero è che ciascuno di noi expat rappresenta un piccolo patrimonio di relazioni internazionali su cui l’Albania dovrebbe poter contare. Certo, si parla sempre a titolo personale, ma in questo caso voglio arrogarmi il diritto a farlo in nome di tanti expat che immagino possano pensarla come me: siamo a disposizione, vogliamo dare una mano. Non tanto perché riteniamo di dover restituire qualcosa, sia chiaro. Piuttosto, perché, proprio in quanto albanesi, non vorremmo mai che altri figli di questa terra, che ancora sentiamo nostra, dovessero mai rivivere quello che toccò vivere a noi.

La vecchia Europa ci ricorda il futuro della nuova.

Il Covid-19 ci porta molto lontano, nell’Antica Grecia, la stessa che coniò la parola “Europa”, e che distingueva con essa il mondo civilizzato da quello che non lo era: la guerra del Peloponneso (430-404 a.C) fra Sparta ed Atene. Perché se è vero che historia magistra vitae allora dovremmo tentare di capire come l’illuminante Atene di allora gestì quella peste, che secondo il racconto del famoso storico Tucidide, era entrata nella città Stato attraverso il porto del Pireo, l’unica fonte di cibo e rifornimenti. La pandemia fece moltissimi morti in tutta la costa del Mediterraneo Orientale, presentandosi violenta a più riprese. Come allora Tucidide ricorda la retorica della propaganda sociale, politica, economica e culturale, che in tutta Ellade si faceva sull’importanza del rimanere uniti, anche oggi quella stessa distanza forzata aiuta a contenere il virus. Storicamente le pandemie sono la principale causa della diminuzione demografica nonché della mutazione degli assetti geopolitici sul piano mondiale. La peste di Atene colpì tutti e senza distinzioni sociali ed economiche; la gente si sentiva abbandonata, per cui tutto il sistema di valori conosciuto sino ad allora venne messo in discussione. Addirittura i religiosi più ferventi erano convinti che si trattasse di una prova degli dei, che favorissero come vincitrice Sparta; sembra quasi di vedere delle similitudini nelle capriole mediatiche di Donald Trump mentre tenta di dare la colpa alla Cina di Xi Jinping, senza però averne le prove, come l’America ci sta abituando sia prassi fare. C’è poi un dato particolare negli scritti di Tucidide, che è quello inerente alle conseguenze dell’epidemia sulla res publica. Lo storico ateniese evidenzia come in quel periodo si verificò la totale scomparsa dei costumi sociali: la malattia aveva infatti avuto gravi ripercussioni sull’ordine civile e religioso. I cittadini di Atene avevano smesso di avere rispetto della Legge e non ne temevano le conseguenze poiché si sentivano già sotto un giogo più grande che li avrebbe condannati a morte. Così le persone spendevano tutto il loro patrimonio a loro disposizione, e mentre molti perdevano, c’erano anche pochi individui chi investivano nella città, diventando molto ricchi. E questo sicuramente avverrà anche ai giorni nostri, per chi saprà trarne vantaggio. Un altro dato significativo che ci viene dalla Grecia antica, è quello relativo ai comportamenti disonorevoli: le persone avevano cessato le buone abitudini perché non erano più interessati a coltivare la loro buona reputazione, considerando che sarebbero morti in breve tempo. Un rischio che corrono anche le nostre democrazie moderne oggi e nell’immediato futuro.  Oggi il Pireo della vecchia e moderna Atene sono gli aeroporti di Milano, Parigi, Londra, New York, Tokyo, Singapore, Pechino, punti di snodo della nostra contemporaneità, tutti strettamente collegati fra loro, mentre l’odierna guerra del Peloponneso è quella tra il sistema tradizionale del concepire il lavoro e la longa manus del capitalismo. La nostra società è quindi obbligata a ripensare ai modelli del lavoro, di autoimpiego e di gestione delle risorse nell’era della odierna globalizzazione. Ripercorrendo i passi dello storico Tucidide possiamo annotare alcuni dati in merito ai comportamenti delle persone in vari ambiti, perché se le persone sono costrette a casa, alcuni settori dell’economia ne guadagneranno in termini di crescita, come per esempio il digital, mentre altri, per esempio l’industria e il turismo, ne usciranno profondamente lacerati. Così come in passato le pandemie hanno avuto delle ripercussioni socioeconomiche, oggi è più facile registrarne gli effetti, anche guardando i dati, molto più cospicui oggi di allora; perché se è vero che la politica del Bel Paese forse oggi non stia brillando nelle proprie scelte, la forza degli italiani si conferma nella consueta capacità di trasformare anche una tragedia come questa in una possibile quanto necessaria opportunità.  Il Covid-19 sta infatti modificando i nostri comportamenti, incidendo ad esempio su come le persone cercano le informazioni online. Secondo la ricerca sulle parole chiavi ricercate dagli utenti italiani sui motori di ricerca, seotesteronline.com, azienda italiana specializzata in analisi SEO, afferma che sono aumentate le ricerche nei settori del food delivery, ecommerce, medico così come in quello della telefonia mobile, mentre i settori dell’automotive e del travel ne sono usciti distrutti.  Il fatto che trascorriamo maggior tempo a casa ci ha portato anche ad un aumento delle conversazioni sui social, e questo dato lo conferma creationdose.com, startup italiana specializzata in Martech, verificando un incremento dei messaggi diretti su Instagram di oltre 71%, mentre le stories e i live sono aumentati oltre il 75%, con contenuti su sport in casa, cucina e momenti condivisi in famiglia. Mentre su TikTok l’aumento è stato di oltre 2.3 miliardi di visualizzazioni solo sull’hashtag #iorestoacasa, iniziativa social che ha visto gli italiani condividere la necessità di restare presso le proprie abitazioni in questa fase di crisi e quindi di lockdown.   Con la permanenza obbligata in casa abbiamo cambiato anche il modo di vivere il lavoro, e questo sta spingendo l’Italia verso un forzato processo di digital trasformation, che comunque il Paese necessitava da tempo: siamo infatti passati da 570 mila smart workers di ottobre 2019 a 3 milioni di marzo 2020 secondo coderblock.com, la startup italiana specializzata nel lavoro da remoto. Il fatto che non possiamo muoverci da casa ci ha condotti inoltre ad adottare nuovi abitudini nello shopping, e ha visto l’impennata dell’ecommerce come modalità agevole per fare acquisti. Secondo Netcomm, il consorzio italiano sull’ecommerce, il lockdown ha triplicato i nuovi consumatori online: sono infatti 2 milioni in più rispetto ai 700 mila del 2019. Mentre Nielsen, azienda globale di performance management, conferma il boom degli ordini online, con una crescita sul territorio nazionale di +82,3%. Anche i grandi brand stanno investendo sempre di più nell’ecommerce, lo confermano i dati di japal.it, specializzata in questo ambito, che da sola ha visto un aumento delle vendite di oltre il 155%.  Il valore di avere strumenti che ci permettono di comunicare i nostri messaggi e l’interattività con cui agiamo è una possibilità in più rispetto ai cives di Atene perché in questa storia siamo tutti coinvolti e insieme possiamo tentare di contribuire alla nascita di una nuova Era e verso un nuovo futuro, lasciandone delle tracce evidenti e durature, e non solo temporanee e strettamente legate a questa emergenza. E già successo nella Storia, e succederà anche adesso. Ma è altrettanto vero che, oggi più che mai, temi come la privacy e la libertà dovrebbero scuoterci, perché vanno ripensate le dinamiche del potere tra chi detiene il monopolio delle informazioni e gli Stati (ci stiamo rendendo conto tutti solo ora, e tardi con le app di contact tracking, di quanto tutto questi sia importante e di come impatta davvero nel nostro quotidiano). Questi temi possono essere affrontati solo in termini politici (e non solo quindi sotto il profilo sanitario o economico), ed è giunto il momento in cui i nostri governi (e probabilmente per primi i popoli europei) riorganizzino le loro idee rispetto allo status quo delle cose, perché le possibilità per uscire fuori da questa piaga, antica come il mondo, sono solo due: quella di essere sommersi da questa onda, oppure di cavalcarla, consegnando a noi tutti cittadini spazi aperti dove pensare e progettare le nostre vite e il nostro futuro, nella concretezza dei nostri diritti e doveri, e della nostra libertà. Come si dice oggi in Italia: distanti, ma uniti. Così oggi l’Europa deve guardare a quella che era la sua vera forma primordiale, quella incisa nelle parole di Altiero Spinelli in quel Manifesto di Ventotene, e che fa eco al motto dell’Unione Europea ancora oggi: unita, nella diversità. Sperando davvero che questa sciagura possa essere almeno l’occasione per unirci davvero; e per riunirci, nella nostra Europa.

Terremoto Albania: quanto è illegalità e quanto calamità naturale?

È trascorsa una settimana dalla prima scossa di terremoto che ha piegato la mia città, Durazzo, e tutta l’area circostante. Giorni terribili, abbiamo pianto 50 morti e ancora stentiamo a credere a questa disgrazia che colpisce sempre di notte. Così come avvenne a L’Aquila, Accumoli, Amatrice, Catania, Ischia, Norcia, Castelsantangelo sul Nera, Mormanno, Medolla Emilia Romagna ecc. Perché il male ti accoglie sempre così, quando sei nella parte più buia della vita. Non bussa, irrompe piombando la sua tragedia e violenza mortificando le nostre ragioni, le nostre certezze, tutti i piani. Durante questi giorni e ore ho ricevuto messaggi, mail, commenti di sostegno e vicinanza da parte dei miei colleghi e non, e che non smetterò mai di ringraziare abbastanza. Poi ho letto commenti dai toni più inappropriati, quelli dove mi suggerivano come avrei dovuto rispondere, come mi sarei dovuta vestire, piuttosto che commentare le parole che ho detto durante le mie interviste sulle reti nazionali in cui ho presenziato. Che sia chiaro, io sono abituata ad ogni genere di critica da sempre, e poi fa parte del mio lavoro, perché sono fermamente convinta che ogni crescita avviene scambiando opinioni diverse, perché ognuno è libero di esprimere la propria idea, persino di offendere, in fondo al netto delle azioni ognuno si veste con le parole che meglio lo/la rappresentano. Tuttavia, uno dei commenti più frequenti che ho letto sui miei account social e più in generale sui vari gruppi su Facebook era inerente al fatto che nelle mie interviste e articoli avrei “sparlato” dell’Albania, degli albanesi e che i panni sporchi si lavano in casa propria. Ecco, cari connazionali, ovunque voi siate nel mondo, quando nei miei articoli e video parlo di criminalità mi riferisco proprio a questo modo di fare e dire. Il vero marcio è intrinseco in questo pensiero, dunque nelle fondamenta del nostro Paese, nelle nostra ossa, le nostre case. Viviamo nell’era della globalizzazione, la “casa propria” è il non luogo. Noi piangiamo, ridiamo, scherziamo, piaciamo, offendiamo, ci arrabbiamo con le emoticons. Una faccina e la democrazia 2.0 ringrazia, gli algoritmi ci premiano, isolandoci in un mondo parallelo, una specie di second life dove, attraverso le bubble filters, si ha l’impressione di essere giusti, di essere migliori rispetto alla quotidianità che pretende di viverci piombandoci in quei pochi metri quadrati di libertà dove confina la nostra vita. Ecco, in questo spazio liquido così condiviso, quindi così reale, versiamo la nostra umanità, emoticon dopo emoticon. Ho sempre pensato che i rappresentanti politici, i nostri governanti, sono l’esegesi di ciò che siamo e rappresentiamo per noi stessi e dinanzi al mondo. Negli ultimi mesi ho ricevuto numerose segnalazioni da parte dei cittadini di Durazzo in merito a molte strutture che risulterebbero non regolari ma che qualcuno ha regolarizzato. Dove la moltitudine accetta come consuetudine l’omertà, quei pochi individui che si battono per la democrazia e per uno stato dalle regole più trasparenti diventano dei personaggi orwelliani, gli ultimi uomini della terra. Ecco io voglio parlare per questi ultimi che non prostituiranno mai la libertà per allinearsi a quel modo di fare ed esistere ereditato da un passato che ancora si ostina a presenziare come un fantasma pilotando così le coscienze di molti a discapito dei pochi. Il mio cuore si stringe forte ai familiari delle vittime, a tutti coloro che hanno perso le case, a coloro che stanno trascorrendo le notti nelle tende, ai bambini che in quelle macerie hanno perso il sorriso. Il mio cuore piange le vittime, le mie parole non potranno mai sollevare ciò che si è perso nel tempo ma so per certo che se tutti insieme scegliessimo di risvegliarci nella bellezza della verità, potremmo un giorno narrare ai nostri figli e nipoti che il vero fondamento della democrazia è la libertà di alzarci in piedi e testimoniare le ferite, perché il silenzio uccide ancor più di ogni mafia. Ma soprattutto che nessun gioco di potere vale la vita, le vite di tutti noi. Coloro che scelgono di stare in silenzio valorizzano la violenza degli omertosi e ignavi, che in base a come il potere, piccolo o grande che sia, li accarezzerà facendo chiudere le loro dentature acuminate, abbasseranno lo sguardo perché pensano che è così che va il mondo, così è sempre stato fatto, un cordone ombelicale duro a spezzare, una catena demoniaca che ha sprigionato la sua rabbia il 26 novembre 2019.

L’Albania tra turbocapitalismo e terremoti.

Sulla costa orientale dell’Europa, a sud dei Balcani, per la precisione nella città di Durazzo, c’è una lunghissima teoria di case, una appiccicata all’altra che si estende per decine di chilometri. Per chi l’ha visitata negli ultimi anni, la città che si allunga in verticale con arti informi, rimembra la selvaggia Rimini del dopoguerra. Interi villaggi e paesi che si uniscono al lembo della città di Durazzo, come un lenzuolo unico esposto su un grande balcone che si affaccia sull’Adriatico, mare nostrum. Nostro degli albanesi, nostro degli italiani. Durazzo venne fondata nel 627 a.C da colonizzatori corinzi e corciresi con il nome di Epidamno (Ἐπίδαμνος), ma furono i romani, successivamente alle guerre illiriche, a ribattezzarla in Dyrrhachion (Δυρράχιον), poiché, si narra, il vecchio nome fosse di mal auspicio in quanto evocava la parola “damnum” che significa perdita e svantaggio. Ma la città di Durazzo poggia le sue fondamenta su un territorio alluvionale dalla scogliera vulnerabile, ed è proprio questa la vera traduzione di Epidamno e/o Dyrrachion (δυσ-cattiva, ῥαχία – scogliera). Nel V secolo la città venne colpita da un violentissimo terremoto che causò importanti danni ma l’imperatore di Bisanzio Anastasio I, costruì un ippodromo e una possente cinta muraria, alta 12 metri, per proteggere la cittadina. Come riporta lo storico bizantino Giorgio Pachimere, nel 1273, la città venne colpita nuovamente da un feroce sisma, ma la muraglia, che nel tempo era stata ridotta a 6 metri, contenne i danni permettendo a Dyrrachion una rapida ripresa sotto l’aspetto economico e questo grazie anche al Regno di Carlo d’Angio’ che fece di Dyrrachion il più grande centro commerciale per la produzione e lo smistamento del sale. Ma fu il terremoto del 1926 che danneggiò la città in maniera significativa, tale da permettere successivamente una ricostruzione dal taglio più moderno, che è quella che conosciamo oggi. Il 26 novembre 2019 Durazzo sopravvive ad un ennesimo terremoto di magnitudo 6.5, che ha causato la morte di 15 cittadini e oltre 600 feriti. Ma le cifre sono inesatte, destinate a crescere nelle prossime ore e nei prossimi giorni. Dopo la seconda guerra mondiale, sotto il regime hoxhaista, venne realizzata l’autostrada che collega Durazzo a Tirana, ma dobbiamo arrivare agli anni 90, per l’esattezza nel 1998, perché l’Albania conosca il suo risveglio edilizio. In questi ultimi 20 anni i lavori svolti per la ricostruzione del Paese sono stati ingenti, un po’ come per l’Italia del dopoguerra. Neppure le piramidi finanziarie del 1996 sono riuscite a demotivare gli albanesi. Ma oggi, abbiamo capito bene anche noi il vero senso del capitalismo, anzi di questo turbocapitalismo, che in Albania ha edificato le sue radici su un fondale instabile. Lo sanno bene gli albanesi che il territorio che si affaccia sul Mar Adriatico si appoggia su una fragilità idro-geologica che nel corso dei secoli ha turbato la città a più riprese. Come avvengono gli appalti? Che ruolo ha il governo albanese in merito a questo scempio? Qual è la gestazione degli introiti economici che puntualmente volano su Tirana per poi disperdersi in un mare di carta, passando di mano in mano. Le domande sono tante e spinose, ma in Albania funziona così: se tu hai i soldi, paghi e chiedi il condono edilizio. Paghi e sei in regola, paghi e il territorio è edificabile. Una marea di carta che regolamenta il piano edilizio. Insomma, cose che neppure gli oligarchi del 433 a.C, che uccidendo i dissidenti di Dyrrachion e aiutando i corciresi, causarono la prima guerra della Storia antica, conosciuta meglio come la guerra del Peloponneso. Eppure questo territorio fangoso, qual è l’Albania, cerca aiuto, e non può ribellarsi alla dittatura burocratica, al clientelismo, all’ignoranza che imperversa, al silenzio dei pochi a favore dei molti. Avete capito bene, sono molti, perché funziona così questo capitalismo, ti lega a una ragione per cui tu singolo hai qualcosa da guadagnare quando invece è la comunità a perdere. Perdiamo il limite nell’autodefinirci un popolo, nella sua tradizione, nella sua cultura, nell’anima. L’Albania di queste ore non c’e l’ha più. Esseri alogòi che non possono permettersi di sottrarsi al giogo a cui si sono legati. Briciole di umanità verranno sparse in queste ore, ma domani è un altro giorno e tutto verrà dimenticato per una tragedia che sembrerà più grande, che è la tragedia che siamo noi.

#RollingStoneRispondi: quando a rotolare è solo il fango.

È trascorsa una settimana da quando il terremoto in Albania si è portato via per sempre la casa di molti miei connazionali, inclusa quella dei miei nonni. Sono tante le persone che in queste ore e giorni vivono il dramma di vivere in tenda, lontani dalle proprie case, per chi ce l’aveva, che dovranno prima o poi ricostruire di nuovo. Le scuole sono chiuse e l’inverno è dietro l’angolo. In Italia conosciamo molto bene questo dramma.  Un terremoto, come ogni cataclisma di questa portata, ferisce profondamente, lacera tutte le nostre certezze e ci catapulta inesorabilmente in quella dimensione di fragilità dove tutti ci interroghiamo mettendoci in discussione. Ognuno nel proprio piccolo tenta di fare qualcosa, di dare il proprio contributo. Ma spesso in queste occasioni ci si imbatte anche in chi cerca di fare cattivo uso della disgrazia altrui. Accade che siamo proprio noi giornalisti e comunicatori a sfruttare gli eventi per cavalcare la notizia per fare lo scoop piuttosto il miglior tweet della giornata.  Ed è successo esattamente questo il 21 settembre quando Rolling Stone Italia posta il seguente Tweet, che alcuni minuti dopo cancella.  Ma si sa che in rete si scrive con la penna, e quello che scrivi rimane per sempre. In questo caso rimangono gli screenshot di alcuni utenti che subito esprimono la loro indignazione sui rispettivi account.  Chi ha postato questo tweet probabilmente pensava di scrivere qualcosa che potesse far sorridere, un messaggio che è stato concepito con la stessa velocità con cui è stato cancellato. Alcuni utenti postano che Rolling Stone Italia non è nuovo a questo genere di tweet provocatori e denigranti. Ma torniamo al squallido tweet di Rolling Stone Italia sul terremoto in Albania. La cosa che mi fa rabbrividire e che non riesco proprio a digerire è l’uso che si è fatto della parola “denutriti”. Come potrebbe far ridere una frase del genere? Chi potrebbe ridere? Io non riesco a ridere quando penso a me stessa, alla mia famiglia, agli albanesi denutriti che affollavano il porto di Bari. Non mi fa ridere pensare alla pelle attaccata alle ossa che ti avvolge come fosse un velo. Non mi fa ridere pensare al volto ossuto di quegli uomini, donne e bambini che svenivano e morivano di fame. Alcuni sono morti durante la traversata e gettati direttamente in mare. E pensarmi che avevo fame, che avevamo fame, privi di forze e attaccati alla volontà più grande: quella di vivere. Un corpo denutrito è una piazza vuota, dove neanche i pensieri sono più spettatori. Un corpo denutrito è un uomo, una donna, un bambino in preda al panico. Un corpo denutrito è un deserto che invoca la pioggia. Un corpo denutrito è una casa senza luce. Un corpo denutrito è un insulto silenzioso a quella parte dell’umanità che coltiva se stessa in parole lebbrose, di parole criminali e che si illude che non pagherà dazio. Io ero quella bambina denutrita, scavata, ma cosciente del fatto che chiunque di voi è arrivato a leggermi fin qui, vorrà andare insieme a me un po’ più lontano rispetto a questa miseria e insensibilità che ci affolla.   Chi ha concepito, scritto e pubblicato quel tweet ha lo stesso cuore feroce di quelli che pubblicavano articoli descrivendo gli italiani come “I peggiori rifiuti dell’Europa, Pigri, Venali, Camorristi. Detentori del record di criminalità. Mandrie di ignoranti viziosi. Mendicanti per professione e per piacere. Fannulloni, Invadenti come locuste”. Rolling Stone Italia, aver cancellato il tweet pulirà forse la vostra coscienza, la traccia di fango che ha lasciato continuerà a sporcare la testata che l’ha ospitato.

Lorenzo Marsili: Un’altra Storia è possibile. L’Utopia diventa realtà!

Montalianamente, inizio dicendo ciò che questo libro non è e non vuole. Non è un libro ideologico, o meglio, non è un libro fazioso costruito su granitiche certezze che vengono fatte cadere una dopo l’altra sulla testa del lettore per spaventarlo e convincerlo a dire sì, è tutto vero. Non è una prosa poetica e non contiene favole ben scritte ma impalpabili, esteticamente impeccabili ma vuote come certe acconciature cotonate e laccate ad oltranza. Non è un libro che vuole farci ingurgitare pozioni magiche e panacee, non somiglia né ad una lunga predica né ad una di quelle televendite a metà strada tra l’Oroscopo del mago cialtronescamente improvvisato e l’elisir di lunga vita che fa campare fino a centoventisei anni e fa anche ricrescere i capelli. È un libro (e finalmente siamo al segno più, alla pars construens) che ci racconta una storia vera, documentata. Una storia di cui tutti noi siamo personaggi, siamo parte integrante della vicenda e dell’azione ed ogni gesto, ogni scelta, che lo vogliamo o meno, ha un peso sulla trama, la influenza, la orienta, la determina. Queste pagine ci dicono, anzi ci fanno vedere, tramite i racconti e i resoconti basati su fatti oggettivi, dati e statistiche, che mentre il presente si crogiola nella sabbia melmosa di minuscole beghe di potere per una sedia in più e mentre i politici si azzuffano, verbalmente e non solo, in misere sfide all’Ok Corral, il mondo, letteralmente, crolla. Fisicamente e metaforicamente. Si sfaldano i ghiacciai e franano i terreni, collassano i mercati e le finanze di intere nazioni, si dissolvono modi di vita, di convivenza, di solidarietà tra esseri umani. E loro litigano per un selfie o per un aggettivo scritto in un tweet.  Qualcuno potrebbe dire, lasciamoli nel loro brodo. Lasciamo che si azzannino tra di loro e sbraitino e sbavino, tanto alla fine escono di scena uno dopo l’altro. Atteggiamento psicologicamente comprensibile ma estremamente deleterio e con un micidiale effetto boomerang. È qui che entra in ballo il titolo del libro, La tua patria è il mondo intero. Ci è utile come punto di riferimento, è la nostra stella polare mentre scorriamo le pagine. Serve sia a ricordarci costantemente la nostra posizione sia a tracciare una rotta, la sola possibile. Se la nostra patria è il mondo intero, non possiamo lasciarli nel loro brodo. Non possiamo osservare il mondo come spettatori distratti o come turisti per caso. Perché non c’è un altro luogo dove andare, non c’è un continente diverso, ancora vergine, inesplorato. Siamo noi questo mondo, questo attimo che viviamo. E il nostro mondo e il nostro tempo sono il risultato di una lunga serie di azioni e reazioni che si sono susseguite nel corso dei secoli, sono ciò che è stato generato e plasmato dagli uomini che hanno osato dire e pensare che le cose non potevano restare come erano, e che loro, i potenti, non potevano essere lasciati a divorare e ad avvelenare un brodo che in realtà non è il loro. Non è facile estrapolare brani da questo libro. Non perché non ve ne siano di rilevanti, ma, piuttosto, per il problema contrario: ogni pagina ha un peso, una rilevanza su un discorso che si estende gradualmente, partendo da apparenti dettagli che in realtà assumono una funzione esplicativa (e anche una forza emozionale) che li colloca in primo piano e così via, in un alternarsi costante di riferimenti e notizie che arricchiscono il discorso senza mai appesantirlo, senza diventare orpelli o ornamenti. Dopo il titolo del libro, non ci troviamo di fronte ad un paragrafo bensì ad un’immagine: la foto del Giardino Zoologico di Berlino. Veniamo informati immediatamente dopo che il Giardino è stato “aperto al pubblico nel 1906. Il cancello d’ingresso unisce colonne ioniche e inferriate belle époque a motivi tradizionali e a una pianificazione cinese dei giardini. Cinque anni più tardi, nel 1911, la dinastia dei Qing viene deposta da una rivoluzione popolare. La nuova Repubblica cinese sancisce il tramonto di tremila anni di storia imperiale”. I due elementi che emergono da questo primo impatto con il libro sono essenzialmente due: l’apparato iconografico, espressione visiva della volontà di documentarsi e di documentare, e, sul piano del contenuto, la descrizione immediata, tramite un esempio concreto, del tema, del focus del volume: il cambiamento, la trasformazione, costante, universale, nel tempo e nello spazio. “Ci troviamo, tutti quanti – sostiene Marsili – nel Giardino Zoologico di Pechino. Chi in una gabbia più grande, chi in una più piccola, chi in una gabbia più comoda, chi in una più sfortunata. Ma tutti quanti alla mercé di una straordinaria trasformazione storica, economica, morale e culturale che non siamo più noi, nessuno di noi, a guidare e governare. È un mondo divenuto colonia di se stesso, incapace di scegliere in autonomia e costretto ad inseguire eventi che paiono emanare da un oramai inesistente centro imperiale”. Il libro è diviso in capitoli, ciascuno a sua volta suddiviso in paragrafi o sottosezioni, contraddistinte da un titolo, quasi sempre sintetico, essenziale, sia nella forma che nella sostanza. C’è la determinazione, il desiderio sincero, di rendere la comunicazione schietta, sincera. Se ogni interazione dialogica è una partita a scacchi, o un incontro di scherma o di lotta libera, tra un’opinione e un’idea contrapposta, tra una visione del mondo e quella contraria, orientata da e verso prospettive altre, qui si tende a rendere il gioco più leale possibile, vige la regola aurea del fair play.  Non è un thriller, questo libro. O meglio non ci vuole spaventare per il gusto di farlo, così, per mero divertimento e gusto dello spettacolo. Assomiglia, piuttosto, ad una docufiction, i cui personaggi sono gli eventi e in cui gli eventi sono le decisioni, spesso tragiche, prese da personaggi messi al potere da un regista incapace o in malafede, o da milioni di registi ignari, tragicamente disinformati: “Oramai sappiamo non solamente che i cambiamenti climatici sono reali – prosegue Marsili – ma che da questi dipendono l’organizzazione e la sopravvivenza stessa della comunità umana. È evidente come nessuno Stato nazionale sia in grado di affrontare e governare tale sfida. Ma c’è di più. È lo stesso sistema internazionale ad accelerare il cammino verso il disastro. Non solamente, come è ovvio, perché le strutture di governo basate su accordi fra Stati sovrani, ciascuno con i propri interessi di breve periodo e le proprie gelosie, appaiono sempre più incapaci di affrontare comunemente una sfida planetaria di questa portata. Ma perché proprio il sistema degli Stati nazionali produce una folle rincorsa alla ricchezza e al potere che rende le nostre società e il nostro concetto di sviluppo tragicamente dipendenti dalla distruzione del mondo”. La distruzione del mondo. È giusto riflettere con adeguata cura e lentezza su queste parole. Non possiamo e non dobbiamo lasciarle scivolare via frettolosamente come i troppi slogan da cui siamo bombardati quotidianamente. Il punto è questo: fermarsi a riflettere e combattere prima di ogni altra cosa contro la tendenza alla disinformazione. Comoda per chi la impone e la nutre, perché gli consente di lasciare le cose come stanno, conservando poltrone comode e lussuose, e comoda anche per chi la subisce, per chi la ingurgita come un pastone insapore che però riempie lo stomaco e consente di dedicarsi a cose più lievi, più effimere, pensieri usa e getta. La posizione di Marsili è chiara, ben definita, appassionatamente esposta e sentita dal profondo delle sue convinzioni. Ma, è giusto ripeterlo, non si ha mai l’impressione di addentrarsi in discorsi deliberatamente avvolti da una di quelle foschie artificiali e artificiose tipo set cinematografico anni Cinquanta. Marsili (ed è questo uno degli aspetti di maggior rilievo del libro), le nebbie, semmai, tende a diradarle, a dissolverle. Espone parole che spesso sono cose, dati di fatto, anche nel senso letterale del termine. Attinge a piene mani alla Storia, ai discorsi registrati e trascritti degli uomini di stato, dei leader, dei ministri, di chiunque si sia trovato, in vari secoli, ad avere in mano le leve del potere, della programmazione economica e sociale, delle scelte fondamentali per le nazioni, i popoli, e il pianeta. Quel “mondo intero” che torna, ineluttabile, davanti ai nostri occhi e sulle nostre spalle di emuli involontari di Atlante. Alcuni libri, saggi e romanzi ma non solo, descrivono il cataclisma, in atto o in potenza, ma lasciano che sia il lettore a identificare la causa o un possibile sbocco, una qualche soluzione. A seconda di chi legge verrà chiamato in causa il Fato (che gli antichi germanici consideravano non meno forte degli dei) oppure qualche forma di Provvidenza. Non è questo, per fortuna, che fa questo libro. L’autore si espone in prima persona, ci mette la faccia ed ha il coraggio non solo di evocare la parola Utopia ma di dichiarare che tale Utopia a ben vedere è una realtà ed è la sola strada praticabile, rebus sic stantibus. La grande scommessa che abbiamo di fronte non è, solamente, quella di modificare un sistema economico e politico ingiusto, produttore seriale di miseria e ineguaglianza. Non è, semplicemente, quella di cambiare alla radice un modello di sviluppo che espelle sempre più persone dal diritto ad una vita degna e che sta portando il nostro pianeta al collasso. Ma è tornare a correre alla velocità della luce. È riuscire a inserire la politica, e la democrazia, dietro il dispiegamento delle ali del futuro. Dove si trova la radice di questo drammatico scarto di velocità? Si trova nella contraddizione fra una storia oramai mondiale e una politica rimasta ancorata alla dimensione nazionale. Ricucire lo scarto significa superare idee, pratiche e abitudini che ci trasciniamo dietro da centinaia di anni. È questo il punto, il nocciolo del libro. Passare da una dimensione nazionale della politica e del pensiero ad una dimensione che vada oltre, che superi tali ristretti e ormai antistorici confini. A sostegno della sua tesi, nel punto culminante della sua esposizione, Marsili cita Ernest Bloch il quale in The Utopian Function of Art and Literature afferma che: “Ciò che si è perso […] è molto semplicemente la capacità di immaginare la totalità come qualcosa che potrebbe essere completamente differente […]. La mia tesi a riguardo è che ogni persona, nel suo profondo, che lo ammetta o meno, è cosciente che ciò potrebbe essere possibile o potrebbe essere differente. Non solamente che potrebbero vivere senza penuria e probabilmente senza ansia, ma che potrebbero anche vivere come uomini liberi. Ma al tempo stesso, l’apparato sociale si è indurito e ritorto contro le persone, e così, tutto ciò che appare ai loro occhi come una possibilità raggiungibile, come la possibilità evidente di una soddisfazione, si presenta a loro come radicalmente impossibile”.  Si inizia da questo assunto, da ciò che sembra, o che qualcuno vuole fare apparire, impossibile, per poi arrivare al coraggio del salto, dello scarto, della trasformazione. Nel contesto specifico, così come nel libro nella sua totalità, Marsili parte dal nodo fondamentale dell’ecologia per poi arrivare a considerazioni di respiro più ampio: “Superare gli ovvi limiti di un’azione esclusivamente nazionale a favore del clima significa in prima battuta costruire un movimento globale capace di cambiare il senso comune sulla crisi climatica. Per quanto importanti saranno le azioni che alcuni Paesi o l’Unione Europea nel suo complesso potranno prendere, sappiamo bene che i cambiamenti climatici non verranno risolti in un Paese, neppure nel più importante”. Da qui, questo libro costruito tessera per tessera come un mosaico, o come un libro giallo di Simenon, giunge non solo a darci la visione d’insieme, svelando o ribadendo il movente, il delitto e i colpevoli, ma anche a suggerire uno scenario diverso possibile, ed è questo l’elemento di novità, il valore aggiunto.  Viviamo un momento storico particolare, in cui le categorie della modernità, prima fra tutte quella dello Stato nazionale, si squagliano dinnanzi ai nostri occhi. È un momento di incertezza, di insicurezza e di rabbia, come lo è ogni momento in cui sembrano mancare una direzione, un appiglio e un punto fermo. Ma è anche un momento di straordinaria opportunità. Il momento in cui torna possibile iniziare …

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LUIS DIAZ DEVESA VIA GETTY IMAGES

Democrazia in Europa: l’autobiografia di un continente incompleto.

La democrazia è il valore primario di tutte le Costituzioni dei Paesi occidentali, un termine fragile che in sé porta le complessità dei popoli che hanno deciso di abbracciarla. La democrazia è una pianta che può assumere mille forme e vivere in una moltitudine di condizioni. Platone, per esempio, nel suo trattato “La Repubblica” e precisamente nel dialogo “Politico” ne dà un giudizio negativo, ossia per il patriarca della filosofia greca il governo dovrebbe essere tenuto dai filosofi, o come diceva Bauman in “La decadenza degli intellettuali” dai philosophes i quali potevano essere gli unici veri intellettuali legislatori. Una sorta di tecnocrazia che non trovava invece d’accordo Aristotele il quale temeva che la cosa potesse in qualche modo trasformarsi in tirannide. Polibio, storico greco antico, nel VI libro di “Storie” distingue tre forme di Stato, la monarchia, l’aristocrazia, e la democrazia e ne elenca a sua volta anche le tre forme negative, la corrispettiva antimateria, ossia tirannide, oligarchia e oclocrazia. È su quest’ultimo termine, l’oclocrazia, che ci soffermeremo. Il termine che significa letteralmente “il governo della massa“, venne introdotto proprio da Polibio per segnalare una forma degenerata di democrazia, dove a fare da padrone non è più la logos dei filosofi, di cui parlava Platone, ma gli istinti di una massa istigata da demagoghi al fine di ottenere reazioni emotive collettive. Finché sopravvivono cittadini che hanno sperimentato la tracotanza e la violenza, essi stimano più di ogni altra cosa l’uguaglianza di diritti e la libertà di parola; ma quando subentrano al potere dei giovani e la democrazia viene trasmessa ai figli dei figli di questi, non tenendo più in gran conto, a causa dell’abitudine, l’uguaglianza e la libertà di parola, cercano di prevalere sulla maggioranza; in tale colpa incorrono soprattutto i più ricchi. Desiderosi dunque di preminenza, non potendola ottenere con i propri meriti e le proprie virtù, dilapidano le loro sostanze per accattivarsi la moltitudine, allettandola in tutti i modi. Quando sono riusciti, con la loro stolta avidità di potere, a rendere il popolo corrotto e avido di doni, la democrazia viene abolita e si trasforma in violenta demagogia. Polibio, Storie, libro VI, cap. 9 Il potere del Popolo dotato di autocoscienza storica muta in potere dell’ochlos, cioè della moltitudine atomizzata. Lo sapeva bene Hannah Arendt che ne “Le origini del Totalitarismo” spiega come l’atomizzazione della società sovietica fosse stata ottenuta attraverso l’abile uso di ripetute epurazioni che invariabilmente precedevano l’effettiva liquidazione di un gruppo. Le epurazioni avvenivano in maniera sistematica e l’obiettivo era sempre quello di distruggere i legami familiari, minacciare l’individuo o un collettivo utilizzando il criterio della “colpa per associazione”. Il regime staliniano era riuscito attraverso metodi polizieschi ad atomizzare la società con l’unico obiettivo di isolarlo, di privarlo di quella coscienza creativa che porta l’uomo ad interrogarsi su di sé e a mettersi in discussione con il prossimo. Accadeva allora, come accade in tutte le dittature del mondo. Un popolo senza Weltbild, ossia senza una concezione del mondo, che vive nell’oclocrazia, diventa strumento animato da acuti demagoghi che si fanno abbracciare da un corpo corrotto, il popolo, capace di trasformarli a loro volta, il corpo, in un organismo parassitario privandolo delle libertà comuni dove l’unica deriva possibile è quella di una disgregazione sociale. L’oclocrazia è una minaccia alla democrazia, alle libertà comuni, perché è fondata sull’ignoranza e sul conformismo umano. È la strada verso l’antimateria, lontano da quello stato di regole conosciute e condivise, in un non luogo dove l’inesperienza e la non conoscenza si sfogano divenendo la voce di una propaganda ipocrita e convenzionale. La società dello spettacolo, di cui parlava Debord, dove il rapporto sociale fra individui mediato dalle immagini assoggetta psicologicamente l’individuo, privandolo, isolandolo alla più totale passività, una sorta di monologo elogiativo sull’ordine presente. L’autobiografia di popoli che rivivono i loro demoni, la loro incapacità di farsi verbo sul gradino della vita. La storia di popoli che camminano scalzi, senza direzione, in preda al panico. Eppure, se solo ci stringessimo la mano l’uno agli altri, l’aria profumerebbe di democrazia.

L’Albania ha bisogno di albanesi e di Europa!

Il fatto che il Primo Ministro Edi Rama scelga il salotto di Porta a Porta di Bruno Vespa per discutere dei disordini avvenuti nelle ultime settimane in Parlamento a Tirana potrebbe far pensare che la situazione sia più grave di come possa sembrare. Eppure, trovo che sia normale che questi dissidi trovino luogo in un Paese che ha una democrazia così giovane. Trovo fisiologico che ci si scontri, piuttosto che l’opposizione faccia la sua battaglia anche fomentando e portando il suo elettorato in piazza. L’Albania sta facendo un grande percorso di ricostruzione, iniziato 28 anni fa, e da imprenditrice che ha aperto un’azienda nel Paese, una società che si occupa di informatica, penso che il Paese delle aquile sia interessante e che offra dei vantaggi fiscali considerevoli. Il viaggio verso l’Unione Europea è ancora lontano visto che dobbiamo ancora adempiere i requisiti per l’ingresso in UE, ma non è più un sogno impossibile. Da giornalista invece trovo necessario l’intervento del Primo Ministro nella Tv italiana, visto i rapporti economici fra i due Paesi, come trovo curioso il fatto che il capo dell’opposizione Lulzim Basha, il pupillo di Sali Berisha, faccia delle accuse così pesanti invece di presentare e informare l’UE in merito ai presunti brogli elettorali piuttosto dello stato attuale sul cartello dei narcotrafficanti. Winston Churchill diceva che “I Balcani producono più storia rispetto a quanto ne riescano a digerire” e questa affermazione trova la sua veridicità in quanto la naturale degenerazione della politica albanese in questi giorni, che ha visto l’opposizione abbandonare e minacciare il Parlamento è una situazione complessa da spiegare, quanto difficile da dimostrare in quanto mancano documenti che attestino i fatti concreti. Il problema principale degli albanesi è la tanto agognata adesione all’Unione Europea per vedersi facilitare l’emigrazione verso Stati europei più promettenti rispetto alle possibilità di vita che ci sono attualmente in Albania. Se è vero che da una parte il lavoro svolto negli ultimi trent’anni è stato ingente, dall’altra parte l’Albania non è stata capace ancora di sradicarsi completamente dal cordone ombelicale con il passato. Il problema è culturale, perché in quel silenzio assordante che ha caratterizzato il mezzo secolo del regime hoxhaista sono stati un po’ tutti complici, senza stare troppo a sottilizzare sulle impossibilità dovute alle pressioni che facevano quelli della Sigurimi. Penso che oggi più che mai sia necessario aprire un tavolo di discussioni e riflettere sullo status quo delle cose perché è così che avviene in democrazia. Sento spesso dire dai miei connazionali che in Albania vige una dittatura, e allora io mi chiedo cosa è la vera dittatura? Ci siamo già dimenticati gli anni di Enver Hoxha? Qualora aveste ragione, come mai, mi chiedo, sia possibile che la vostra voce arrivi fuori, come è possibile che riusciate ad opporvi senza essere deportati nelle carceri dello Stato come avveniva sotto il regime di Hoxha. Non è che i disordini in Albania siano voluti e che ci siano forze oscure dietro che hanno come obiettivo la destabilizzazione dell’area balcanica al fine di indebolire il progetto e l’area europea? Non sarebbe l’ora di planare questi disordini e controversie per rimettersi in carreggiata e magari vedere negli altri Stati dell’area balcanica una opportunità per creare una Unione economica forte piuttosto che continuare ad alimentare e perpetuare politiche di stampo sovraniste? Non vorrei che, come accadde con le piramidi finanziarie, ci illudessimo che gli aiuti possano venire da fuori, perché l’Albania ha bisogno degli albanesi, perché l’essere europei non è un luogo, ma uno stato dell’essere. Ed è da lì che dovremmo cominciare noi.